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Fotografie e altre immagini.

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Oggi più che mai, diventa essenziale comprendere bene cosa sia una fotografia e cosa non sia. L'unica differenza inevitabile che esiste, e rimarrà per sempre, con le altre immagini che gli umani possono realizzare sta nella procedura iniziale. Una fotografia presuppone sempre che una fotocamera sia stata messa davanti a qualcosa. Punto. Potrebbe sembrare un fatto marginale, il classico pelo nell'uovo, ma invece contiene tutta la rivoluzione della fotografia, anche se oggi viene svalutata, così come fino a ieri era sopravvalutata. Qualsiasi fotografia, per quanto la traccia ottica possa essere stata manipolata prima, durante e dopo la ripresa, rimane aderente al fatto scientifico da cui si genera: impronta di luce riflessa da un soggetto, passata attraverso un apparato ottico e resa durevole con una tecnica chimica o elettronica (per ora e in attesa di altre tecniche ancora non inventate). Cosa significa in concreto? Nessuna immagine assicura che ciò che vi si vede esista realme...

L'intelligenza ottica.

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C'è un aspetto per me fondamentale nella pratica della fotografia che continua ad essere insostituibile, anche in quest'epoca di intelligenza artificiale applicata alle immagini. Si tratta di un esercizio basilare nella procedura fotografica: l'interposizione di una fotocamera tra il fotografante e ciò che ha identificato come soggetto della sua azione. Se il gesto va a buon fine, ne risulta sempre e invariabilmente un'immagine bidimensionale depositata su una superficie chimica o elettronica per via ottica. Proprio l'azione dell'ottica organizza e compone l'immagine secondo regole fisiche indipendenti dalla volontà umana, tanto che il fenomeno potrebbe esistere, come un arcobaleno per esempio, anche se gli umani non fossero mai comparsi sul pianeta che chiamano Terra. Il trattenimento del fenomeno per renderlo durevole consente poi molti interventi e modifiche, campo nel quale si esercitano le fantasie umane, ma alla base c'è sempre e solo una traccia o...

Scimmie davvero anormali.

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E niente, da quando entrai l'estate scorsa in un supermercato, ora giustamente chiuso, di Porto Maurizio -ex libero comune ligure accorpato dal Duce un secolo fa alla sabauda Oneglia per creare l'ircocervo topografico chiamato Imperia - la mia visione delle cose è cambiata irrimediabilmente. Lì, vicino alla cassa, c'erano dei libri usati portati da qualcuno e lasciati a disposizione dei clienti che volessero prendersi la briga di portarseli via. Li spulciai e disgraziatamente ne scelsi uno dal titolo curioso: "Il terzo scimpanzè. Ascesa e caduta del primate homo sapiens" . L'autore è Jared Diamond, nome a me sconosciuto, ma l'editore invece no: Bollati Boringhieri. Editore torinese che mi ha sempre spacciato roba davvero buona. Insomma, lo presi. Purtroppo però, diversamente dai troppi libri presi e lasciati sugli scaffali di casa ad impolverarsi, come ultimamente mi capita troppo spesso di fare, questo lo lessi. Il mondo non fu più lo stesso per me. Mi ri...

L'intelligenza artificiale e le fotografie.

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Sto leggendo alcuni articoli sull'intelligenza artificiale applicata alle immagini. Non da oggi i sistemi di calcolo informatici sono stati impiegati per produrre immagini di soggetti inesistenti. La novità attuale mi pare che sia nell'aver potuto "allenare" (si usa proprio questo termine) gli algoritmi dei programmi AI con l'inserimento di talmente tante fotografie, reperibili ovunque sulla rete più o meno legalmente, da generare risultati così fotorealistici dall'essere del tutto indistinguibili da fotografie così come comunemente le conosciamo. Punto. Una rivoluzione? Un capovolgimento dell'universo iconico? A mio parere proprio per niente. Semplicemente si torna all'antico, una restaurazione quindi semmai, quando prima del 1839 tutte le immagini prodotte dagli umani, proprio tutte, erano icone che non garantivano per nulla l'esistenza reale del loro soggetto. A fare la differenza è sempre stato l'automatismo della camera ottica dotata di me...

Qualità, non quantità.

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Le immagini agiscono ad un livello più profondo di quello della mente razionale, un livello preverbale. Influenzano sul lungo periodo i comportamenti e le emozioni degli umani. Probabilmente senza le immagini la nostra specie non potrebbe sopravvivere perché esse sono il tramite fondamentale tra l'esperienza e la sua introiezione. Un mondo senza "immagini del mondo" è semplicemente incomprensibile, incontenibile nella mente umana e quindi invivibile oltre lo stadio puramente animale. Suscitare immagini non necessariamente significa produrre icone bidimensionali. Le immagini non risiedono in altro luogo che nella mente umana. Gesti, azioni, parole, suoni, ogni mezzo espressivo può lasciar sedimentare immagini nella mente. La differenza sostanziale è tra una mente ricettiva e disponibile a partecipare a questa sedimentazione ed una indifferente, pronta solo a ricevere immagini già precostituite da altre menti ed a farle proprie in modo trasparente, senza aggiungervi alcunch...

Immagino, dunque sono.

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Siamo animali a trazione cerebrale. Abbiamo un corpo fragile e decisamente meno adatto a sopravvivere di quello di tante altre specie animali, ma abbiamo un cervello particolare. Adattivo, in grado di farci sviluppare azioni e comportamenti nuovi, non solo quelli innati. Non è semplice però conviverci. Anche per questo motivo, le immagini sono d'aiuto. Ci servono per interagire con l'esperienza nel tempo e nello spazio senza limitarci ad essa quando si manifesta. Possiamo "immaginare" e così affrontare in assenza i fenomeni e le loro conseguenze. Per il cervello è quasi la stessa cosa, una sorta di allenamento ininterrotto. Un modo indiretto ed efficiente di acquisire, elaborare e mettere a frutto le informazioni sensoriali nelle quali siamo immersi. Senza le immagini probabilmente non saremmo umani. Le parole stesse non esisterebbero senza le immagini, non conterrebbero nulla e non significherebbero niente. Per paradosso, mi pare che sia frequente invece pensarla al ...

Parole, parole, parole.

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Se c'è un effetto collaterale fotografico della pandemia, che mi tocca particolarmente, è lo tsunami di parole che sommergono le fotografie sulla rete. Prima dell'evento tragico in cui siamo ancora coinvolti, leggevo sovente le lamentele sull'eccessivo, strabordante, incalcolabile numero di fotografie che ogni giorno si condividevano sui social con tutte le nefaste conseguenze sulla qualità culturale e persino artistica che calavano a picco rispetto ai bei tempi andati quando dovevi implorare un editore, un gallerista, un critico, un Bertoncelli o un prete (cit.), perché si accorgessero di te e del tuo lavoro per darti modo di farlo conoscere ad altri che non fossero la tua mamma e i tuoi amici. Adesso, mentre miliardi di fotografie continuano a circolare si aggiungono però miliardi di miliardi di parole che si prendono la rivincita sulle immagini e si affollano le dirette, le conversazioni, le conferenze, le esercitazioni critiche ecc. ecc. Siamo caduti dalla padella vis...

Testo e contesto.

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  In un recente episodio di intolleranza iconografica, Martin Parr è stato accusato di " analfabetismo visivo ". Al di là della triste vicenda, è interessante notare che con molta probabilità siamo di fronte ad un cambiamento antropologico del rapporto con le immagini nelle società occidentalizzate.  Secondo la tradizione, le immagini possiederebbero una loro autonomia, sarebbero cioè dotate di senso proprio al di là di come e dove possano apparire. Perché questo accada però è fondamentale che gli umani accettino questa speciale relazione e sappiano praticarla. Per secoli questo non è stato un problema, perché la linea di continuità culturale ha permesso a generazioni successive di mantenere una relazione stabile e diretta con le immagini. L'avvento dei nuovi social media ha però stravolto le cose. La perdita di ogni orientamento temporale e gerarchico nelle informazioni ricevute produce un appiattimento sull'istante presente della comprensione di quanto si riceve. Q...

L'occhio è nudo.

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L'esperienza della visione è una parte complessa delle attività cerebrali. Gli stimoli visivi si mescolano con le altre informazioni via via accumulate nel tempo e danno come risultato una sistemazione possibile di quanto esiste fuori dal corpo umano. La convalida su quanto si pensa di vedere ha nella ripetizione e nella costanza dei risultati accettati dal cervello una parte essenziale. L'accettazione può venire condizionata da impostazioni di pensiero indotte con la trasmissione di modalità ammesse dalla propria cultura di appartenenza.  Certamente la cultura occidentale da secoli ha fiducia nell'immagine ottica come sistemazione accettabile della visione. L'ottica ha principi fisici di funzionamento praticamente identici a quelli dell'occhio umano. Ne deriva che ciò che preleva si sovrappone con una certa verosimiglianza con quanto si pensa di poter vedere nelle stesse condizioni di osservazione. Almeno per parti definite. Come fossero dei frame estratti dal flus...

Già scrivendone scompare.

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Vedi, una cosa affascinante delle immagini è che sfuggono alle categorie del ragionamento razionale, base della conoscenza intellettuale e scientifica. L'immagine, anche quella fotografica, è o non è. Funziona o no. L'autore è un tramite, felice quando riesce a farla funzionare. Spesso è incolto, impreparato, ma sensibile e intuitivo abbastanza da provare e a volte riuscire. Dopo, a cose fatte, si può dissezionare il cadavere alla ricerca della sua biologia, ma il succo, la famosa "anima", non c'è. Ecco perché le immagini sono sfuggenti, e le migliori ancora di più. Non c'è percorso analitico che tenga. Non è l'elogio del buon selvaggio e nemmeno il libera tutti ad ogni porcheria autoreferenziale. Si tratta di un piano di conoscenza altro, immediato e sintetico. Già scrivendone scompare.

Le immagini, l'arte, le fotografie.

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Ogni tanto c'è da rimettere un poco d'ordine nella soffitta dei concetti con cui ci si balocca. Provo a farlo nella mia. Le immagini. Cominciamo da queste cose qui. Cosa siano è dibattuto. Dipende da dove si parte nel considerarle. Oggetti bidimensionali, strutture mentali, sintesi visiva di esperienza e memoria, poco importa. Una cosa sono senz'altro: immagini. Si nutrono di ciò che vediamo e poi magari rivediamo durante il sonno. Non provano nulla, non raccontano nulla, almeno non necessariamente. Esistono. Averci a che fare è come respirare. Si possono rifiutare, o almeno provarci. Gli iconoclasti sono sempre all'opera. Però tornano sempre e vivono in mezzo a noi, che lo si voglia o meno. Hanno loro regole di funzionamento, ma non sono un linguaggio perché non sono veramente codificabili. L'arte. Si impara, si mette da parte. L'arte è molte cose che cambiano da un'epoca all'altra. Oggi l'arte è "contemporanea". Praticamente quals...

Scambiare cigni per anatre.

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Si fanno bei discorsi sull'immagine fotografica che sarebbe "solo" denotativa e non connotativa. Per quelli che non hanno fatto le scuole alte, significa che ci si vedono delle figure, ma non si riesce a sapere altro: nome della località, evento o situazione, fatti vari inerenti ciò che si vede. ecc. ecc. Insomma senza il soccorso delle parole l'immagine è un linguaggio monco, una sorta di figlio di un dio minore (difatti in origine era il Verbo, mica le figurine) che senza l'assistenza verbale serve a troppo poco. Questo però non accade per delle insufficienze iconiche, ma per dei marchiani errori di logica. Si scambia il cigno per un'anatra, si deride l'albatro che non riesce ad alzarsi in volo dal ponte della nave, si chiede insomma di assomigliare a qualcosa che non è nella natura delle immagini. Se si chiede ad un'immagine, non importa se fatta a mano o a macchina, di contenere ciò che non è le dato di contenere ecco che la frittata è fatta....

Uscire dalla gabbia.

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Di recente ho avuto modo di incontrare la resistenza di alcuni all'idea di potersi trovare di fronte a delle immagini fotografiche senza alcun supporto da parte delle parole, siano esse dette o scritte. Un vero è proprio horror vacui . L'immagine vissuta come abisso oscuro sul quale affacciarsi sia un pericolo mortale e vada perciò fatto solo con le dovute cautele verbali del caso per non precipitarvi dentro. Il timore parrebbe essere quello di non poter comprendere quello che si vede. Una sfiducia paradossale nella capacità del sistema occhio/cervello di risolvere l'enigma, come fosse tutta una trappola preparata ad arte per impedirlo. Penso purtroppo che le cose non stiano proprio così. Sarebbe in fondo una paura ragionevole perché rivolta alla necessità, tutta umana, di dare un qualche senso alle cose e alle esperienze. Invece leggo nel rifiuto del rapporto diretto con delle immagini senza la cintura di protezione delle parole il bisogno prioritario di conformar...

In pasto ai porci.

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Le immagini possono uccidere. Anzi, l'insistenza pubblica delle immagini. Mai come in quest'epoca interconnessa "H24 7/7"  il massaggio mediatico si è fatto violento e irrefrenabile. L'informazione, in questo caso visiva, ha ormai superato ogni limite possibile e diviene fatto essa stessa. Che all'origine ci sia qualcosa di accaduto per davvero nella vita biologica degli umani è del tutto secondario e ininfluente. Così accade che episodi magari brevi di un'esistenza, si dilatino fino a divorare quell'esistenza stessa, renderla impossibile, non più proseguibile. Una condanna a morte che nessun tribunale commina, ma che avviene lo stesso per mezzo dell'incontrollabile flusso visivo, oggi più vivo della vita stessa. Una giovane donna italiana non ha resistito al suo errore: diffondere dei video di rapporti intimi con il partner ad altre poche persone, immagino uomini, ma forse anche donne, i cosiddetti "amici", parola degradata orma...

Un momentaneo distacco dal corpo.

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Se c'è una cosa che dovrebbe trovare tutti d'accordo è la relatività dell'esperienza di ciascun essere umano. Tutto inizia e finisce nel corpo, luogo insuperabile del nostro vivere. Gli umani nascono con un corpo e di quello vivono fino alla sua fine biologica. Il mondo esiste in quanto risultato delle percezioni fisiche del corpo umano. Ciascuno quindi vive in un proprio mondo che negli anni ha imparato ad attraversare. La mente elabora di continuo i dati sensoriali fornendo in tempo reale, o quasi, la sintesi che serve per mantenere la vita nel corpo fino a che la natura non finirà per impedirlo. Su queste basi, sembrerebbe che si sia condannati a vivere in un'assoluta soggettività e autoreferenzialità. Soccorre invece la comunanza di specie. Essendo tutti nella medesima condizione, esiste una "zona grigia" nella quale le singole esperienze possono sovrapporsi e risultare familiari e riconoscibili anche ad altri oltre al diretto interessato. Le immagin...

Nel mondo delle immagini.

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Ogni immagine, fatta a mano o presa da un congegno ottico, realizza una magia altrimenti impossibile agli umani, se non in modo terminale: fermare la vita. Il flusso esistenziale è inarrestabile. Può rallentare o accelerare, almeno a livello emotivo, ma mai fermarsi. La natura è dinamica e trascorre senza interruzioni in un ciclo che si ripete nelle generazioni da un inizio ad una fine. L'immagine invece è ferma. Nei casi migliori anche muta. Una presenza che con la propria fissità inalterabile spezza il ciclo della vita e si propone come ipotesi concreta di eternità. Le immagini per questo motivo influiscono sugli umani, introducono nelle loro esistenze piani di esperienza e di coinvolgimento altrimenti impossibili da incontrare. Ovviamente tutto questo è un'illusione. La vita non si ferma mai, ma è possibile che passi senza avvertirne troppo lo scorrimento, o addirittura annullandone la piena consapevolezza, proprio rifugiandosi nel mondo delle immagini.

Il suo inafferrabile mutismo.

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Le religioni monoteiste lo inculcano: " all'inizio fu il verbo ". Tutte e tre difatti si reggono su dei libri, che sono contenitori di parole. Parole scritte come la fede impone siano state originariamente pronunciate da un dio. Un primato inattaccabile. Al quale segue una significativa condanna dell'altro modo umano per trasferire fuori dal proprio corpo le immagini: produrre figure. Il cristianesimo non rimane imprigionato nell'iconoclastia perchè adotta una strategia più raffinata: le figure sono ammesse purché "illustrino" le parole. Guinzaglio ideologico che affonda le sue radici nell'evoluzione dell'alfabeto, un insieme di segni simbolici che da figure diventano particelle grafiche del linguaggio scritto. C'è nell'essere umano un'insopprimibile necessità di canalizzare le immagini che produce nel suo corpo a flusso continuo. Le immagini sono essenziali per vivere, ma troppo pericolosamente incontrollabili. Possono condurre...

Il luogo delle immagini.

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©2015 Fulvio Bortolozzo. La sede autentica delle immagini, il loro luogo originario, è il corpo umano stesso. Dal corpo trovano poi la via di fuga verso l'altro da sè e diventano il mondo nel quale gli umani nascono, vivono e muoiono. A volte, restano impigliate in figure, parole, suoni, oggetti, gesti, fotografie. Mai davvero durevolmente però. Quando l'ultimo umano che sa riconoscerle scompare, scompaiono anch'esse con lui per sempre. Fermare il mondo è impossibile, così come fermare le immagini. Non resta che viverle, ogni giorno, con ogni persona disposta a condividerle.

L'Europa delle armi.

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Paolo Verzone . Una persona che per me non è uno qualsiasi. Ci conosciamo da non troppi anni, ma è proprio l'amico d'infanzia che avrei voluto avere. Ce l'ho adesso e, siccome penso di essere rimasto un po' bambino, me lo godo lo stesso, quando si può. Sì, perché lui vive a Parigi. Anzi in Europa. Una propaggine occidentale insignificante dell'intero continente euroasiatico. Eppure in così poco spazio quante storie son venute fuori nelle generazioni. Lo sanno nel mondo intero perché gli europei sono andati dappertutto e quasi mai in pace. La guerra per L'Europa è sempre stata una necessità, un modo di vivere, un mestiere, come bene ci raccontò Ermanno Olmi al cinema , e persino un'arte. La guerra, cioè il proseguimento della politica con i metodi coercitivi della violenza fisica organizzata, probabilmente ha radici profonde nel genere umano. Forse è parte stessa della natura umana. In ogni caso, non basta mai abbandonarsi a gesti impulsivi. Tutto va pre...

L'esperienza, prima del verbo e pure del nome.

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©2014 Fulvio Bortolozzo. Il linguaggio verbale, poi divenuto scritto/verbale, è talmente antico da sembrare connaturato all'umanità stessa. Sembra persino all'origine della nostra diversità nel mondo animale. Nessun'altra specie sul pianeta ci pare possedere qualcosa di così articolato e complesso. " Io parlo dunque sono ", potremmo persino dirci, parodiando Cartesio. A mio modesto parere le cose non stanno così. Esiste un'umanità preverbale che non si è estinta con l'avvento del Verbo , sì perché per nostra disgrazia le religioni monoteiste portano il linguaggio scritto/verbale alla suprema esaltazione: quella religiosa.  Prima del verbo, e pure del nome, viene l'esperienza delle cose. Qualcosa che non è comprimibile, riducibile perfettamente in un linguaggio. L'esperienza è la fonte originale dell'umanità come specie. Un'attività individuale, o meglio che si rinnova in ogni individuo umano, e che produce, unita all'intelligenza...

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