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Visualizzazione dei post con l'etichetta critica

La contemporaneità del fotografare.

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Una riflessione utile riguardo alla pratica fotografica è quella sul rapporto con la contemporaneità. L’idea del contemporaneo si afferma attorno alla fine degli anni Sessanta nei vari ambiti culturali come attività di critica e superamento del Modernismo. Non si tratta quindi solo e semplicemente di una fase storica e cronologica. Non basta prendere fotografie adesso perché esse siano automaticamente contemporanee. Perché lo siano veramente è necessario che si pongano in antitesi al Moderno, proponendo soluzioni di altra natura formale e concettuale. Tuttavia nell’ambito della cultura fotografica nostrana, le questioni non vengono quasi mai poste in questi termini. Nella norma, ci si riferisce al fotografare usando come metodo i “generi”, suddividendo cioè la pratica in filoni iconografici con loro precise regole di funzionamento, facilmente comprensibili a chiunque. Per decenni poi è stata adottata la suddivisione tra fotografia amatoriale e professionale, attribuendo a ciascuna...

Saputa o insaputa.

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Nell'ultimo seminario, tra i più belli che ricordi, abbiamo discettato insieme a lungo, e con una certa profondità, dei concetti di specchio e finestra (Mirrors and Windows). Per poi arrivare a comprendere che entrambi si combinano in gradazioni innumerevoli in ogni fotografia possibile, dall'antitesi più radicale alla fusione più completa. Sulla scia di quelle considerazioni, e pensando a ripartizioni critiche utili per suddividere il fotografico in attività diverse tra loro, me ne viene in mente un'altra che forse meriterebbe qualche riflessione. Al di là dei generi , che sono a volte comodi per catalogare o nella didattica, ma finiscono troppo spesso per diventare invece delle gabbie soporifere che producono ripetitive mostruosità monomaniacali, e sempre più sterili, di esperienze e procedure già esaurite in passato, può esistere invece una ripartizione più ampia e flessibile. La ripartizione tra fotografie sapute e insapute . Uso apposta questa definizione semidia...

Risorse limitate e attività critica.

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Quando le risorse sono limitate è necessaria un'attenta valutazione sul come, quanto e quando disporne. Al contrario quando sono, o sembrano, illimitate non serve fare altro che disporne a piacere. Un assioma talmente evidente da risultare tautologico. Il principio della limitazione della risorsa è anche il punto germinale dal quale inizia ogni ragionamento critico su qualsiasi argomento. In sostanza criticare significa prima di tutto analizzare l'impiego delle risorse e valutare se sia congruo o presenti margini di miglioramento. Un'attività critica non è di per se stessa anche propositiva. Individuare le carenze non è difatti automaticamente la ricetta della loro eliminazione. Quando nella critica vi sono anche indicazioni per il superamento dei problemi che si individuano, possiamo parlare di critica costruttiva . Se la critica si riferisce a se stessi, inevitabilmente a posteriori, eccoci arrivati alla autocritica . Vivere in modo acritico , cioè senza tener co...

Incomprensione critica dell'atto fotografico.

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La pratica del ready-made , nata con la quarta avanguardia in un artista solo ( Marcel Duchamp ), consiste nel decontestualizzare oggetti comuni per rivelarne inattese occasioni di esperienza estetica, e quindi di senso. Non può però funzionare davvero se prima non si identifica con accuratezza il contesto da cui quegli oggetti provengono. La macchina fotografica è un potente apparato di osservazione che contiene già nelle sue logiche di funzionamento una sorta di identificazione automatica dei contesti nel momento stesso in cui, agendo, ne decontestualizza ciò che di visibile trasferisce in forma di traccia ottica. Un robot duchampiano alla portata di tutti insomma. Per questo motivo, l'idea che prima di tutto sia opportuno rintracciare l'intenzione del fotografante è essenziale per avviare una piena comprensione del suo atto. Troppo facile sarebbe difatti sommergere l'immagine fotografica di ipotesi arbitrarie, sovente di derivazione letteraria, che finiscono per...

L'autore è chi mostra.

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Boltanski alla Fondazione Merz (2016). L'atto fotografico si conclude nel suo stesso farsi, ma lascia traccia durevole in un'immagine.  Da qui si può partire per recuperare il senso di un'azione complessa nei risultati quanto è invece semplicissima ormai come gesto. La complicazione è nell'immagine che rimane. Certamente origina da un atto il più delle volte volontario, ma potrebbe anche originare da un azionamento inconsapevole ovvero programmato e quindi non direttamente prescelto all'istante da un umano. Un'immagine del genere possiede una natura ambigua, diversa da quella di qualsiasi immagine tradizionale, cioè ottenuta direttamente dal corpo umano per tramite di strumenti in grado di lasciare segni, colori e forme su delle superfici. L'immagine fotografica "avviene" per una combinazione tecnica e fisica all'interno di un congegno già predisposto dal costruttore per fornire solo certi visivi e non altri, ma tutti obbedienti alle le...

Come i cavoli a merenda.

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©2013 Fulvio Bortolozzo. Una questione complessa, non solo nel fotografico, è quella dell'autore. Nel Novecento la figura romantica del demiurgo eroico e geniale è stata smontata pezzo per pezzo dalle feroci critiche ideologiche provenienti in massima parte dall'ambiente culturale marxista. Non senza valide ragioni. Come però spesso accade si passa da un'esagerazione all'altra ed ora il povero autore fatica ad essere persino preso in considerazione come tale, massacrato da tutti quelli che si arrogano il diritto di dire e fare delle sue opere quello che più pare e piace. In medium sta virtus . Il che non significa trovare la virtù nella mediocrità, ma cercare un punto di equilibrio. Fedele a questa regola di vita, penso che l'autorialità sia una componente ineliminabile nella produzione di una qualsiasi opera, non solo e necessariamente d'arte. Senza autori, niente opere. Nel contempo, dando il giusto riconoscimento, quando si possa, alla paternità di u...

Veloce, lento o di qualità?

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©2010 Fulvio Bortolozzo. Intervengo con piacere in un discorso aperto da Sandro Bini sul suo blog Binitudini e proseguito da Rosa Maria Puglisi su Lo specchio incerto . Ad essi rimando direttamente chi desiderasse seguire dall'inizio i ragionamenti messi in campo. In estrema sintesi, il tema è quello dei cambiamenti, direi antropologici, che stanno avvenendo nel mondo fotografico per l'avvento delle tecnologie smart di produzione e condivisione delle immagini. La contrapposizione messa in evidenza da Sandro è quella tra la fotografia fatta con il cellulare, diffusa quasi all'istante in rete , e la  tradizionale fotografia lenta che prevede la ripresa (magari su pellicola), lo sviluppo (o la postproduzione), la selezione delle immagini e alla fine la presentazione al pubblico: di amici e parenti, come nelle fantozziane serate di proiezione delle diapositive d'antan, o anche ai visitatori di mostre e ai lettori di edizioni cartacee, nel caso di lavori professio...

Le domande di Steve

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Ripubblico oggi qui in italiano l'intervista concessa a Steve Bisson e apparsa in inglese sul suo eccellente blog URBANAUTICA il 20 aprile 2011. PHOTOTALKS: "FULVIO BORTOLOZZO" 1) In Passi carrai lo sguardo cade su territori simbolicamente precisi, interstizi e ritagli di spazi urbani che nel tuo obiettivo acquisiscono una poetica ben definita. è come ritrovarsi in un luogo di tutti e di nessuno insieme... Sì, l'idea di Passi carrai mi si affacciò come possibile serie pensando alle inquadrature naturali di Luigi Ghirri. Sono difatti strutture urbane che creano vere e proprie scene in prospettiva centrale il più del tempo vuote, tranne che per i brevi passaggi delle automobili, e dei loro guidatori prima e dopo averle parcheggiate. In questo senso sono anche simboliche di una condizione contemporanea universale: spazi dedicati sempre più a funzioni specifiche, ma proprio per questo sempre p...

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