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Guardare le fotografie per quello che sono.

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Di recente nella cronaca italiana è apparsa la fotografia di un poliziotto in tenuta antisommossa che tiene tra le mani la testa di una donna africana in evidente stato di sofferenza. La fotografia è stata diffusa come simbolo dell'animo gentile, si scrive di "carezza", di un poliziotto verso coloro che ha l'ordine di reprimere. Altre fotografie prese quel giorno mostrano gli stessi protagonisti, ma qui il poliziotto ha il braccio alzato, come a intimare duramente alla donna di andarsene. Questo è solo un caso, ma vale per qualsiasi fotografia, quando si tenta di legarne il senso alla cronaca di un evento. Nessuna fotografia è in grado di dimostrare nulla. Non è nel potere di un'immagine prelevata durante un certo tempo di esposizione. Essa si limita a descrivere nel suo limitato sistema tecnologico ciò che sta davanti all'obiettivo per un tempo dato e basta. Tornando all'esempio d'apertura del post, quella fotografia ci descrive, da un preciso pun...

Non si scrive, ma si descrive.

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Un'immagine fotografica comporta per definizione la riduzione delle innumerevoli possibilità di realizzazione di un'immagine solo a quelle consentite dalle leggi fisiche messe in gioco nell'atto fotografico e che originano dalla luce, procedendo poi per via ottica, meccanica, chimica e/o elettronica. Alla base di qualsiasi fotografia c'è quindi l'azione della luce che però non si traduce in scrittura, ma in restituzione, traccia. Tutto il visibile può venir ridotto alla sua traccia ottica durevole per il trattamento tecnico a cui viene sottoposta la luce. Al di fuori di questo ristretto campo applicativo non c'è fotografia, ma possono esserci comunque immagini, realizzate con altre tecniche e persino con risultati difficilmente distinguibili da quelli fotografici: famosi i casi dell'iperrealismo pittorico e della grafica computerizzata foto-realistica. Quindi una fotografia non è nient'altro che una descrizione, condizionata dalla tecnica, di un f...

Niente che volessi far vedere.

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Giusto pochi giorni fa mi è capitato di prendere una fotografia che riassume bene ai miei occhi il senso profondo dell'interesse che da decenni provo per il fotografico: il gesto di indicare a qualcuno che sta lì con te qualcosa che pensi possa interessargli. In quel gesto c'è la confidenza, il desiderio di condividere, la necessità di circoscrivere, di descrivere attentamente, anche con le parole, cosa esattamente si desidera che venga meglio osservato. Nella fotografia che ne resta, le parole sono evaporate, rimetterle per iscritto può essere eccessivo, stonato, perfino distruttivo. Più utile, e secondo me anche corretto, è il trovare un'iconografia, un visivo come spesso scrivo, coerente con le intenzioni descrittive. Ci vuole precisione, e molta. Per impedire a quelli troppo presi da loro stessi - quelli che quando indichi una ciocca , ci "leggono" una  brocca - di andare molto più lontano delle tue intenzioni, laggiù dove non stavi indicando proprio ...

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