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Sinner, l'italiano.

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A volte capitano dei piccoli miracoli immeritati. Come un fiore nel deserto è sbocciato un giovane campione di tennis educato, umile, gentile, sensibile e attento agli esseri umani che gli stanno intorno. Nel deserto di un'Italia sempre più incanaglita e amorale, senza limiti di generazione, classe sociale, cultura e provenienza regionale. Come può essere italiano un uomo così lontano da quanto di peggio riesce ad esprimere l'italianità contemporanea? Eppure da una zona influenzata dalla cultura tedesca, senza per questo essere meno italiana di altre zone influenzate da culture balcaniche, magrebine, francesi, ispaniche e dalle mille e mille che in tanti secoli di storia si sono mescolate nello Stivale dando origine a questo unicum planetario che è l'Italia, arriva oggi sulle spalle di questo giovane uomo un esempio, una speranza, una luce nella notte fonda dei nostri giorni disperati e disperanti. Una luce di civiltà, rispetto e anche forza, determinazione e volontà di vit...

Il mondo a due dimensioni.

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Sto seguendo gli eventi bellici attuali, in Ucraina soprattutto, attraverso il lavoro di approfondimento svolto da alcune figure indipendenti sulla rete che con encomiabile professionalità, sconosciuta allo pseudogiornalismo nazionale, analizzano le fonti, verificano tutte le notizie prima di diffonderle e sbugiardano quelle false, da chiunque provenienti. Nel materiale diffuso ci sono molti video girati con le camere tipo GoPro installate sugli elmetti dei combattenti e dai sistemi video dei droni in volo sui campi di combattimento, siano essi osservatori, bombardieri o suicidi. L'effetto visuale è terribilmente e drammaticamente simile a quello dei videogiochi. Si vedono persone combattere e morire come fossero pupazzi inventati dalla grafica fotorealistica. Siamo lontani anni luce dalle scarse immagini dell'invasione dell'Iraq del 2003. Poche immagini verdognole, scie di antiaeree e lampi di luce delle bombe nel cielo nero della notte di Baghdad. Al massimo i video priva...

L'opera da tre soldi, anzi di più.

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La situazione è grave, ma non è seria. Ci sono in ballo tanti miliardi da gestire (leggi intascare) e per farlo serve, come al solito "una manciata di morti", stavolta da mettere sul tavolo dell'abbuffata. A fine mese l'amo sarà lanciato a Bruxelles e grazie all'esca Draghi i soldi arriveranno senza problemi. Si dovrà solo capire quanto grandi riusciranno ad essere le tasche e chi se le riempirà di più. Per distrarre dal furto con destrezza la strategia migliore è di garantire un po' di bottino a quanti più complici possibile. Chiudere un occhio, o meglio tutti e due, e il gioco sarà fatto. Allora a ciascuno la sua fetta, nel suo piccolo, e tutti insieme a brindare alla fine. Chi ci rimette in fondo? Quelli che non ce la faranno nemmeno a raccogliere le briciole cadute dal tavolo durante la ressa bulimica. Sono tanti sì, ma contano meno di niente. E i morti? In prevalenza vecchi con poca vita davanti comunque. Siamo forse il Paese con più longevi, ma anche con...

Siano da ammettere o da rifiutare.

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Spostiamo un poco avanti il discorso. Quando e quanto è lecito modificare una fotografia con interventi di post produzione? L'unica risposta sensata è relativa: dipende. E come si cantava tempo fa: da cosa dipende? Non tanto da come gira il mondo, ma forse proprio anche per questo. L'origine del motivo che spinge a non accettare un negativo, una diapositiva, un file così come escono dalla fotocamera è nelle intenzioni del fotografante. Sovente le stesse che lo hanno indotto a riprendere quella fotografia. Sovente perché le intenzioni sono mutevoli e possono cambiare dopo la ripresa. O anche possono cambiare cambiando la persona che interviene sulla fotografia "grezza", prima di mostrarla ad altri. Possono anche cambiare se cambia il contesto che accoglie la fotografia e pure se cambia il pubblico che si prevede per quella fotografia. Non esiste quindi, per fortuna, una regola generale di post produzione, una ricetta di cucina buona per tutti, dal fotografante...

Tot capita, tot sententiae.

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Ogni volta che mi capita di sentire qualcuno giustificare le proprie scelte per il semplice motivo della sincerità, magari tacciando altri di ipocrisia, mi convinco sempre più della opportunità di una precisazione. Infatti sincerità non è sinonimo di verità. Ritengo pertanto necessario giungere alla puntualizzazione dei due termini per non continuare a cadere nell’equivoco della loro giustapposizione. La sincerità è una dote apprezzabile e rende un ottimo servizio alla verità, ma non è garanzia assoluta di verità. Difatti si può essere sinceri e, nel contempo, non veri. E mi spiego. Ad esempio, avendo ricevuto una informazione errata, pur essendo un "campione" di sincerità, la notizia che sono in grado di comunicare non è affatto vera. Credo sia evidente a tutti che, almeno in questo e in casi simili, la sincerità è tutt’altro che la verità, anche se è salva la mia buona fede. È chiaro allora che se la sincerità dipende dalla volontà dell’individuo ( l’uomo si...

Il Manifesto dei ComunAndi

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Una foto per Ando , "Doppia Camera", Fulvio Bortolozzo, 2012. Dopo aver mandato una mia fotografia per il previsto slide-show , non potei poi partecipare alla giornata dedicata ad Ando Gilardi del 22 luglio scorso, organizzata a Ponzone  (AL). Mi dicono che l'evento fu un successo e non ne dubitavo, visto l'entusiasmo che sapevo vi stava mettendo un mio amico di quelle parti: Andrea Repetto . Ora ricevo da lui, e sottoscrivo con vero piacere, il Manifesto in dodici punti che venne riproposto per l'occasione. I ComunAndi  1) Sono lavoratori e studenti: senza distinzioni di genere e di credo.  2)  Usano la luce come materia prima, ma non sono solo fotografi.  3) Schiacciano il bottone, ma fanno anche il resto.  4) Conoscono molto bene la storia dell'evoluzione dei procedimenti per fabbricare immagini, dalla Preistoria a oggi... e oltre.  5) Distinguono l'immagine unica da quella multipla.  6) Usano le istantanee come nodi al faz...

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