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Visualizzazione dei post con l'etichetta cultura fotografica

Tramonti, gattini e raggi verdi.

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Sono arrivato a sera e ripenso. Stamattina ho pubblicato su Instagram, e condiviso su Facebook, una fotografia presa a Trapani. Un tramonto. Qualcuno se ne è stupito, trovandola incredibile per come conosce il mio fotografare, qualcun altro mi ha scritto di aspettarsi a questo punto da me prima o poi anche fotografie di gattini. Ovviamente sono commenti scherzosi, in amicizia. Tuttavia mi hanno fatto pensare. Nella fotografia si vede l'ultimo spicchio di sole sul mare, un attimo prima di nascondersi dietro l'orizzonte. Quel momento che il regista francese Éric Rohmer fa descrivere ai protagonisti di  Le Rayon vert , un suo film del 1986, che vidi all'epoca. Da Wikipedia: Delphine è da sola sulla spiaggia di Biarritz. Presta orecchio alla conversazione di alcune villeggianti che parlano di un romanzo di Jules Verne, Il raggio verde, a proposito di un fenomeno ottico prodotto dal sole al tramonto sul mare. Nel momento in cui la porzione superiore del disco solare si inabissa,...

Parole, parole, parole.

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Se c'è un effetto collaterale fotografico della pandemia, che mi tocca particolarmente, è lo tsunami di parole che sommergono le fotografie sulla rete. Prima dell'evento tragico in cui siamo ancora coinvolti, leggevo sovente le lamentele sull'eccessivo, strabordante, incalcolabile numero di fotografie che ogni giorno si condividevano sui social con tutte le nefaste conseguenze sulla qualità culturale e persino artistica che calavano a picco rispetto ai bei tempi andati quando dovevi implorare un editore, un gallerista, un critico, un Bertoncelli o un prete (cit.), perché si accorgessero di te e del tuo lavoro per darti modo di farlo conoscere ad altri che non fossero la tua mamma e i tuoi amici. Adesso, mentre miliardi di fotografie continuano a circolare si aggiungono però miliardi di miliardi di parole che si prendono la rivincita sulle immagini e si affollano le dirette, le conversazioni, le conferenze, le esercitazioni critiche ecc. ecc. Siamo caduti dalla padella vis...

Una cultura fotografica.

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Il problema è che a gran parte dei fotografi non interessa la fotografia, ma solo la loro fotografia. Non s'interessano assolutamente della fotografia degli altri. Non s'interessano minimamente di avere una cultura fotografica. Gianni Berengo Gardin Come sovente accade Berengo ha il dono di dire che il Re è nudo e come sovente accade può venire frainteso. Questo capita perché le parole non sono sufficienti per descrivere l'atto fotografico con tutte le sue complesse implicazioni. Prendere una fotografia non comporta necessariamente alcuna forma di apprendimento. L'esperienza la si fa ogni volta che qualche residuo spirito bizzarro ti chiede di fargli una fotografia per ricordo. Oggi nell'epoca dei selfie è un fatto sempre meno consueto. Al punto che un artista che apprezzo grandemente come Giuseppe Giacobino ne ha fatto il perno di un suo lavoro seriale intitolato Sconosciuto . Per soddisfare la richiesta, quando la fotocamera ti viene consegnata, il richi...

Stieglitz secondo Frillici.

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Ho dato una prima lettura al breve saggio di Pier Francesco Frillici intitolato L'esperienza del risveglio - Alfred Stieglitz nella fotografia e nell'arte del suo tempo A pubblicarlo è l' Editrice Quinlan di Roberto Maggiori. Non sarò mai abbastanza grato all'intensità e qualità delle scelte editoriali di Maggiori. Un nutrimento più unico che raro nel panorama culturale italiano. Di Frillici avevo già molto apprezzato Sulle strade del reportage - L'odissea fotografica di Walker Evans, Robert Frank, Lee Friedlander , edito sempre da Maggiori. Come in quel caso, anche ora riesce a dare prospettive nuove di lettura su autori ed eventi ai quali in apparenza sembrerebbe impossibile aggiungere qualcosa. La vicenda umana e artistica di Alfred Stieglitz è nodale per comprendere gli sviluppi dell'arte moderna negli Stati Uniti e non solo. Il fatto di essere partito dall'ambiente del Pittorialismo fotografico  ha impedito a lungo il riconoscimento ...

Il suo reale valore.

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Ha sempre meno senso pensare e scrivere di "cultura fotografica", come se fosse qualcosa di facilmente separabile dal resto, per via del congegno che produce le immagini; al cui interno tutto inizia e tutto finisce. Certamente ci sono delle peculiarità, e delle procedure operative, che vanno tenute ben presenti per non confondere una fotografia con un disegno o dipinto e viceversa. Tuttavia, alla fine, il terreno d'azione rimane lo stesso per ogni figura, sia essa prodotta automaticamente da una macchina o realizzata a mano. Sarà la capacità di entrare in contatto con l'autentica sede originaria delle immagini, l'essere umano, a determinare il suo reale valore.

Il falso problema della fotografia come arte.

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©2014 Fulvio Bortolozzo. Da diverse parti, e troppi anni ormai, arrivano sempre nuove voci a porre una questione assillante: "La fotografia è un'arte?". Da cui consegue: "Se sì, che genere di arte è?". A giudicare dal recente convegno internazionale di Cinisello Balsamo , al quale ero presente, mi pare di capire che simili domande sul sesso degli angeli assillino ormai solo i cervelli di miei compatrioti dediti al godimento dell'intelletto. Nel resto del mondo occidentale e occidentalizzato sembra che si studino i fenomeni culturali per come si presentano, cercando poi di darne semmai conto senza per forza incasellarli in qualche categoria aprioristica. Una logica semplice e pragmatica che non ha molta fortuna in una tra le maggiori Culle dell'Arte (così almeno ci viene rappresentata l'Italia nel selfie autoconsolatorio inoculatoci nella mente fin dalla più tenera infanzia). Cosa sia l'arte, cosa sia la fotografia sono questioni oziose p...

Una giornata a Villa Ghirlanda.

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©2014 Fulvio Bortolozzo. Sabato 17 maggio 2014 si è tenuto al MuFoCo di Villa Ghirlanda a Cinisello Balsamo, il convegno internazionale " Quale museo di fotografia oggi? " Tutte le informazioni tecniche si possono consultare ai link inseriti nella frase precedente. Nel seguirne i lavori ho ricavato davvero molti stimoli e riflessioni che non è proprio possibile esprimere compiutamente in questa sede senza scivere un post talmente lungo da risultare assolutamente indigeribile anche ai miei lettori più affezionati e volonterosi. Mi limiterò quindi a qualche spunto tra i più interessanti che mi vengono in mente. Innanzitutto, mi preme ringraziare Roberta Valtorta e il suo staff per l'impegno che mettono in ciò che fanno. L'accoglienza è stata ineccepibile. La sala del convegno era predisposta con attenzione, fatta salva l'assenza della connessione Internet rilevata dall'ultimo relatore olandese (punto su cui tornerò in seguito). Le traduzioni simultanee ...

Ai sassi, ai biscotti e alle nuvole.

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©2014 Fulvio Bortolozzo. Non funziona così, o almeno non dovrebbe. Una fotografia non è un sasso che può assumere ogni sembianza proiettatagli sopra a capriccio di chi lo tiene in mano. Non è un biscotto, il cui profumo o sapore riporta ai tempi "che furono" di chi lo sta mordicchiando. Non è una nuvola che per pochi istanti assume le forme del desiderio di chi la trattiene negli occhi. No, non è questo. O meglio, può esserlo perché non c'è modo di impedire a nessuno di fare e capire ciò che vuole di qualsiasi cosa, ma certo è un pessimo modo, autoreferenziale fino alla più estrema vanità, di costruire una relazione con una fotografia. Sì, siamo animali "psicologici", i più complessi mai apparsi sul pianeta. Tutto soggiace ai nostri flussi psichici, ogni istante del nostro esistere ne è permeato completamente. Il successo di questa nostra specie sociale mortifera e implacabimente distruttrice di risorse è proprio lì. Però c'è un limite a tutto questo. ...

Di cuore.

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Scattare una fotografia è, per me, prima di tutto un gesto istintivo di relazione diretta con qualcosa che mi tocca. Tendo la mano e tocco a mia volta. Non necessariamente la traccia che ne ricavo dev'essere bella o intelligente: mi basta sia sincera, con me stesso, non con altri. Mostrarla poi è un atto di condivisione. Anche in questo caso, non necessariamente per averne un ritorno. Quella stessa mano che si è distesa per toccare, ora contiene qualcosa e lo porge a chi vuole vederlo. Tutto lì. Ricordo, o immagino di ricordare, di averlo sempre fatto, fin da bambino, senza fotocamere e senza nemmeno tutte le complicazioni di pensiero che mi avrebbe poi portato negli anni il fotografico. Questa fotografia l'ho scattata l'altro giorno dal balcone di casa. Non significa altro che il mio piacere d'esserci stato, in quei momenti, davanti a quello succedeva nel cielo, sopra di me. La porgo a chi si ostina a leggermi, insieme ad un grazie. Di cuore. .

Il bambino di Mario.

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La notizia è che Simona Guerra ha dato un nome e un cognome al famoso " Bambino di Scanno ". Sì, quello dell'immagine che rese celebre nel mondo della fotografia artistica l'italiano Mario Giacomelli perché il mitico curatore del MoMA di New York, John Szarkowski , se ne innamorò e la volle, unica fotografia italiana esposta, nella mostra The Photographer's Eye del 1966 . Sulla falsariga della scoperta di Simona Guerra, il giornalista de La Repubblica Michele Smargiassi è andato a trovare il signor Claudio de Cola e lo racconta in un articolo apparso sul suo blog . Tutto per il meglio quindi. Il bambino di allora (1957) è ben vivo, ma sta altrove. La mamma è anch'essa in buona salute, come il padre, e vive ancora a Scanno , paesino degli Abruzzi divenuto in quegli anni Cinquanta uno dei luoghi mitici della fotografia, per via dei suoi abitanti vestiti con abiti tradizionali neri e tanto fotogenici (Persino HCB fotografò qui). Fossero i fotografanti odier...

Il gesto fotografico.

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Per la prima volta dall'apertura di questo blog cedo la parola ad un'altra persona: Massimo Tranquillo . Mi ha scritto stamattina chiedendo un parere su una questione, direi, cruciale. Condivido pienamente le sue idee in merito e quindi, come HCB insegna, gli passo la fotocamera perché stavolta la fotografia me la scatti lui. Caro Fulvio, aiutami a capire perchè in tutte le letture fatte sulla famosissima fotografia di Henri Cartier-Bresson  " Derrière la gare de Saint-Lazare " non si fa nessun cenno alle condizioni in cui fu eseguita la foto e cioè al fatto che si tratta di un'immagine ottenuta per caso, infilando l'obiettivo in un buco stretto di una staccionata. Non mi riferisco alla nota sul fatto che sia l'unica fotografia tagliata in camera oscura perchè si vede il bordo del legno. Lo stesso autore, abbastanza divertito, dice in una video intervista che si tratta di un caso, una foto fatta letteralmente alla cieca. Ora, comprendo benissimo...

L'anomalia del fotografico.

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Collioure (France), 2007 . Vado al cinema fin dalla più tenera infanzia. Dal 1975 rinnovo, quasi senza soluzione di continuità, la tessera AIACE ed ho visto centinaia e centinaia di film, in prevalenza d'autore . Amo il cinema. Eppure non ho mai nemmeno pensato di girare un metro di pellicola. Di fare un mio film. Entro ed esco dalle gallerie d'arte, dai musei, dalle collezioni; acquisto libri d'arte e monografie dei pittori che prediligo. Amo la pittura. Mai pensato però di fare un quadro nemmeno quando ero al Liceo artistico e men che meno all'Accademia Albertina. Leggo romanzi da sempre, fin da quelli "per ragazzi" che divoravo ancora bambino, mai pensato di scriverne uno mio. Sono solo tre esempi personali di come esista comunemente un interesse per un'attività espressiva slegato dal desiderio di praticarla in prima persona. Esistono mercati, anche molto grandi, fatti dalle persone che amano "nutrirsi" di qualche forma d'arte s...

La Repubblica degli orrori.

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Nemmeno a farlo apposta, ci pensa proprio La Repubblica a portare acqua al mulino della mia polemica contro la deriva delle fotografie scattate a mezzo smartphone da fotografanti incolti. Ma quale photoeditor, quale redattore ignorante (nel senso etimologico del termine) ha potuto trovare degna di pubblicazione la serie fotografica di Franco Olivetti? Una delle più orribili serie di robacce pasticciate su cui mi sia capitato di inciampare ultimamente. Vedere per credere: http://roma.repubblica.it/cronaca/2013/08/06/foto/visioni_di_un_pendolare-64370748/#1 La colpa tuttavia non è per me dell'inconsapevole Olivetti, ma di quelli che gli danno spazio e credito, segno della crescente presenza di persone completamente incompetenti per i posti che occupano. A decidere che immagini pubblicare dovrebbe essere qualcuno che ne capisca qualcosina, non il primo che passa in redazione. E se per incidente il tale che ha pubblicato le bizzarie di Olivetti mi leggesse e avesse pure il cor...

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