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Visualizzazione dei post con l'etichetta coscienza

NOTE #1.

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Ho pubblicato sul sito blurb.com  una rivista a uscita singola dedicata al mio archivio fotografico. Si tratta di una libera immersione nelle sue profondità iconografiche alla ricerca di sintesi che mi rispecchino al di là di ogni considerazione razionale. Sonde inserite nel processo della visione, come attività esistenziale a fondamento della coscienza, e del percorso che interviene quando si cristallizza in immagini automatiche. Il processo rimane imperscrutabile, ma è quanto mai evidente quando l'immagine prende una sua inattesa autonomia nel ritrovamento della seconda visione , quella che interviene dopo, a volte anche molto tempo dopo, rispetto al momento della ripresa. Considerando la natura compulsiva dell'atto fotografico, almeno per me, e il flusso sempre crescente dell'accumularsi delle fotografie, alla fine il discorso più interessante è quello al riguardo delle permanenze, delle costanze che non mutano nei decenni. C'è qualcosa di più delle funzioni ass...

Dalla storia allo storytelling.

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Questo è un pensiero più generale, ma riguarda anche il piccolo mondo del fotografico. Anzi, la riflessione nasce proprio da lì. Di recente, in vario modo, ho preso atto dell'esistenza di molte narrazioni sulla storia della fotografia, o delle fotografie se volete, e fin qui nulla di male. Ognuno è ben libero di raccontare cosa vuole di qualsiasi cosa. Il problema nasce, secondo me, quando la narrazione, per avvalorarsi come credibile, usa delle tecniche precise. Una di quelle che trovo particolarmente insopportabile è l'omissione. Escludere dal racconto gli episodi scomodi, quelli che metterebbero in crisi le tesi sostenute dal narrante, è un atto di disonestà intellettuale, se fatto in modo consapevole, o di ignoranza specifica sul tema di cui si narra. Ritengo difatti che qualsiasi sia la propria tesi, essa vada sostenuta nella conoscenza comune degli aspetti basilari, storici. Almeno quelli proprio incontestabili, comunque la si pensi. Il problema è proprio questo, el...

Scusate il francese.

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La misura del tempo è il denaro, così come quella del denaro è il tempo. Più tempo a disposizione per se stessi equivale a meno denaro guadagnato e viceversa. Con le dovute eccezioni, perché se qualcuno prima di noi ha sacrificato il suo tempo per guadagnare denaro in eccesso rispetto alla durata della sua esistenza, questo può essere speso per avere tempo libero dalla necessità di guadagnare nuovo denaro per vivere. In ogni caso il denaro non si crea e non si distrugge, passa semplicemente di mano. La vita no. Ha un inizio e una fine. Quindi il tempo esistenziale non è una variabile infinita, come lo è invece potenzialmente il denaro. Misurare il tempo della vita con il denaro è quindi un errore, come il sommare mele con pere. Sono cose ben diverse e separate. La vita è unica, irripetibile e scorre inesorabilmente verso la sua fine. Non c'è davvero nessuna quantità di denaro che possa compensare una singola vita umana. In linea di principio, ogni essere umano dovrebbe perciò...

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