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Visualizzazione dei post con l'etichetta atto fotografico

La fotografia è quella che si fa per forza di levare.

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Parafrasando Michelangelo, si può considerare che in essenza il fotografico è un levare. Estendendo il concetto, in realtà lo stesso pensiero critico funziona così. La realtà sensoriale nella quale gli umani vivono non consente altro che di essere vissuta nel proprio tempo biologico, che scorre implacabile dalla culla alla tomba. Per poter intervenire con qualsiasi azione di cambiamento è indispensabile riuscire a isolare dalla totalità gli elementi utili che rivelano le potenzialità necessarie. Con un bagaglio istintuale di specie ridotto all'osso, agli umani non resta che sviluppare proprio il senso critico come strumento di sopravvivenza. La critica è questo: separazione dal tutto e individuazione delle parti fondanti. Tornando al fotografico, ogni immagine ottenuta con la fotocamera è per sua natura una parte del tutto visibile. Le fotografie non nascono dal nulla, ma prendono tracce ottiche di come la luce visibile dagli occhi umani agisce sulle cose. Sono tracce parziali, un ...

Il fotografico di Enrico Peyrot.

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Ieri sera, nell'ambito del ciclo di eventi #HangarXFo.To a cura di Daniela Giordi , il fotografo Enrico Peyrot ha presentato una summa della sua lunga attività autoriale a partire dagli anni Settanta. Di particolare interesse è stato il racconto dell'autocostruzione dei suoi speciali banchi ottici d'alta montagna. L'approccio al fotografico di Peyrot poggia difatti le basi sul concetto, per me assolutamente valido, dell'iconografia tecnica già insita nell'immagine fotografica. Diversamente da altre forme visive, come quelle tradizionali pittoriche, una fotografia possiede un proprio stile nativo dato direttamente dal congegno e quindi fuori dalla disponibilità del fotografo. La figura autoriale viene per questo motivo a configurarsi in forma registica. Il controllo di ogni parte della produzione fotografica, dalla predisposizione della fotocamera, passando per la ripresa e infine arrivando alla realizzazione oggettuale della stampa finale, è l'unico...

Saputa o insaputa.

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Nell'ultimo seminario, tra i più belli che ricordi, abbiamo discettato insieme a lungo, e con una certa profondità, dei concetti di specchio e finestra (Mirrors and Windows). Per poi arrivare a comprendere che entrambi si combinano in gradazioni innumerevoli in ogni fotografia possibile, dall'antitesi più radicale alla fusione più completa. Sulla scia di quelle considerazioni, e pensando a ripartizioni critiche utili per suddividere il fotografico in attività diverse tra loro, me ne viene in mente un'altra che forse meriterebbe qualche riflessione. Al di là dei generi , che sono a volte comodi per catalogare o nella didattica, ma finiscono troppo spesso per diventare invece delle gabbie soporifere che producono ripetitive mostruosità monomaniacali, e sempre più sterili, di esperienze e procedure già esaurite in passato, può esistere invece una ripartizione più ampia e flessibile. La ripartizione tra fotografie sapute e insapute . Uso apposta questa definizione semidia...

È troppo vera per essere Giulietta.

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C'è una terrificante verità nella fotografia. Il pittore ordinario si impossessa di una modella piacente, la dipinge così come può, la chiama Giulietta, mette un bel versetto di Shakespeare sotto il suo quadro e l'opera sarà ammirata oltre misura. Il fotografo trova la stessa bella ragazza, la veste come vuole, la fotografa e la chiama Giulietta, ma in qualche modo la cosa non funziona - è ancora la signorina Wilkins, la sua modella. È troppo vera per essere Giulietta. George Bernard Shaw Wilson's Photographic Magazine, LVI, 1909.

L'ombelico dello sguardo.

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Quella che è andata in scena sabato scorso al Centro Culturale Candiani di Venezia Mestre è stata una recita a soggetto di due personaggi in cerca di fotografie. Un'occasione inattesa e imprevista che ha incontrato un'accoglienza calorosa da parte del numeroso pubblico presente in sala. L'incontro inaugurava il ciclo Lo sguardo e l'ombelico a cura di Giovanni Cecchinato . Negli intenti, doveva trattarsi di una relazione del prof. Riccardo Caldura sul rapporto tra fotografia e arte contemporanea e il contributo dell'esperienza di REST , la rivista di fotografie senza parole , portato dal sottoscritto. Invece, per una felice congiunzione astrale che si verifica a volte quando due spiriti liberi e amanti della conoscenza si incontrano, quello a cui il pubblico ha assistito è stato lo svolgimento di due pensieri sull'atto fotografico nascenti da due punti di vista diversi: quello dell'arte contemporanea e quello dell'iconografia fotografica. Grazi...

Al centro del discorso.

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Ogni tentativo di scrivere una storia, non un racconto si badi bene, non può non partire dalla definizione di un ambito. Sono state difatti scritte molte storie della fotografia, e altre se ne scriveranno, ma sempre a partire da presupposti precisi: l'evoluzione della tecnologia; l'albero genealogico dei Maestri, le ricadute sociali e politiche; il rapporto con l'arte; la funzione mediatica; la suddivisione in generi e stili, ecc. ecc. Chiaramente non può esistere una storia esaustiva, che riesca a comprendere ogni aspetto nella sua collocazione in relazione con tutti gli altri. Finirebbe per essere una mappa grande come il territorio che dovrebbe descrivere, quindi inadoperabile. In questo senso, tra i tanti approcci possibili ed egualmente interessanti, trovo particolarmente utile oggi proporre quello iconografico . Una storia quindi che descriva la linea che unisce il lavoro di alcuni fotografi capaci di rinnovare l'impianto visivo delle loro immagini a tal pun...

Una cultura fotografica.

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Il problema è che a gran parte dei fotografi non interessa la fotografia, ma solo la loro fotografia. Non s'interessano assolutamente della fotografia degli altri. Non s'interessano minimamente di avere una cultura fotografica. Gianni Berengo Gardin Come sovente accade Berengo ha il dono di dire che il Re è nudo e come sovente accade può venire frainteso. Questo capita perché le parole non sono sufficienti per descrivere l'atto fotografico con tutte le sue complesse implicazioni. Prendere una fotografia non comporta necessariamente alcuna forma di apprendimento. L'esperienza la si fa ogni volta che qualche residuo spirito bizzarro ti chiede di fargli una fotografia per ricordo. Oggi nell'epoca dei selfie è un fatto sempre meno consueto. Al punto che un artista che apprezzo grandemente come Giuseppe Giacobino ne ha fatto il perno di un suo lavoro seriale intitolato Sconosciuto . Per soddisfare la richiesta, quando la fotocamera ti viene consegnata, il richi...

Non si scrive, ma si descrive.

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Un'immagine fotografica comporta per definizione la riduzione delle innumerevoli possibilità di realizzazione di un'immagine solo a quelle consentite dalle leggi fisiche messe in gioco nell'atto fotografico e che originano dalla luce, procedendo poi per via ottica, meccanica, chimica e/o elettronica. Alla base di qualsiasi fotografia c'è quindi l'azione della luce che però non si traduce in scrittura, ma in restituzione, traccia. Tutto il visibile può venir ridotto alla sua traccia ottica durevole per il trattamento tecnico a cui viene sottoposta la luce. Al di fuori di questo ristretto campo applicativo non c'è fotografia, ma possono esserci comunque immagini, realizzate con altre tecniche e persino con risultati difficilmente distinguibili da quelli fotografici: famosi i casi dell'iperrealismo pittorico e della grafica computerizzata foto-realistica. Quindi una fotografia non è nient'altro che una descrizione, condizionata dalla tecnica, di un f...

Il tempo delle mele.

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Nella confusione provocata dalla suddivisione della pratica fotografica in documentaria (oggi anche post-documentaria) e artistica , si perde di vista un aspetto fondamentale: il tempo. Se consideriamo una fotografia come un'immagine fatta di tempo si aprono modi più coerenti di prenderla e comprenderla. Usare il tempo per fare immagini è qualcosa che prima dell'invenzione della fotografia significava solo dedicare parte della propria esistenza a realizzare manualmente oggetti che fossero sintesi visibili di qualche pensiero o sensazione. Con l'avvento della macchina a base ottica, per la prima volta gli umani possono introdurre un congegno direttamente nel flusso della loro esistenza e dal suo principio di funzionamento trarne delle immagini. Questo è uno straordinario cambiamento teorico e pratico che sposta la produzione visiva dalla sintesi tradizionale alla nuova possibilità analitica . Il problema è che la novità dovrebbe costringere a trovare nuovi parametri ...

La giusta misura.

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A qualsiasi cosa si pensi tra le innumerevoli che gli umani possono compiere, non ce n'è una che sfugga alla regola primaria: la giusta misura. Non si tratta di una misura "media", né troppo, né troppo poco, ma si tratta dell'unica possibile in quelle precise, temporanee e irripetibili condizioni. Capita a tutti, in ogni campo, di raggiungere un punto insuperabile come soluzione contingente di qualcosa: un gesto atletico, un'attività di lavoro, un gioco, qualsiasi campo insomma. Non esistono metodi sicuri per raggiungere la giusta misura, ma solo l'approssimarsi ad essa per tentativi falliti, per misure "quasi giuste". Il successo attraverso i fallimenti è d'altronde la condizione umana dovuta alla nostra particolare biologia cognitiva e relativa. Nessuno di noi possiede la verità assoluta e immutabile, anche se in troppi hanno fede invece di possederla. Non c'è altro modo che insistere nella ricerca della giusta misura qui e ora, misur...

Caso per caso.

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Una fotografia, qualsiasi fotografia, è presa con un congegno in presenza del fenomeno che riflette o trasmette della luce verso il congegno stesso. La durata della presa, e altri parametri, influenzano il visivo che viene trattenuto nel congegno e infine elaborato in modo chimico o elettronico. Gli umani, per i motivi più diversi, trovano che mettere in azione questo congegno porti loro dei vantaggi, non più rapidamente e facilmente ottenibili con altre azioni. Tant'è che si prendono miliardi di fotografie oramai. La natura di questi vantaggi è prevalentemente legata al rapporto tra la presa della fotografia e il fenomeno ripreso. Ne consegue che poco importa se una fotografia sia impronta, traccia, segnale o altra cosa, importa che cosa se ne fa, il perché e se assolve al suo compito o meno. A decidere questo possono solo essere i diretti interessati: chi la fotografia l'ha presa e chi la usa. Di volta in volta, caso per caso.

Io fotografo.

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Lo so come funziona. Arrivi ad un punto che ti sembra quasi di impazzire. Chi ti è vicino sembra non capire nulla o all'improvviso ti rendi conto che non può capire nulla. Le parole ci sarebbero forse, ma ce ne vorrebbero troppe e poi? A cosa varrebbe? Una volta che l'hai detto, il silenzio stupefatto finirebbe per seppellirti in una solitudine anche peggiore. Non c'è speranza, senti qualcosa che è chiaro solo a te, dannatamente solo a te. Il bisogno nasce così. Come una fame improvvisa e irrefrenabile da soddisfare subito. Ti prende proprio alle viscere e non ti lascia. Non puoi far finta che tutto sia come prima, devi per forza tirar fuori quello che ti sta arroventando la testa. Con quello che sai, con quello che puoi. C'è chi usa una penna, altri usano uno scalpello. Io fotografo.

Un momentaneo distacco dal corpo.

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Se c'è una cosa che dovrebbe trovare tutti d'accordo è la relatività dell'esperienza di ciascun essere umano. Tutto inizia e finisce nel corpo, luogo insuperabile del nostro vivere. Gli umani nascono con un corpo e di quello vivono fino alla sua fine biologica. Il mondo esiste in quanto risultato delle percezioni fisiche del corpo umano. Ciascuno quindi vive in un proprio mondo che negli anni ha imparato ad attraversare. La mente elabora di continuo i dati sensoriali fornendo in tempo reale, o quasi, la sintesi che serve per mantenere la vita nel corpo fino a che la natura non finirà per impedirlo. Su queste basi, sembrerebbe che si sia condannati a vivere in un'assoluta soggettività e autoreferenzialità. Soccorre invece la comunanza di specie. Essendo tutti nella medesima condizione, esiste una "zona grigia" nella quale le singole esperienze possono sovrapporsi e risultare familiari e riconoscibili anche ad altri oltre al diretto interessato. Le immagin...

Può trovare qualche soddisfazione.

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Tanti sono i motivi per cui si può decidere di mettere mano ad una fotocamera per prendere una fotografia di qualcosa. Nella maggior parte dei casi si fa per uno scopo utile. In altri casi potrebbe essere solo un'occasione di divertimento fine a se stessa. Vi sono anche casi nei quali prendere una fotografia è la risposta ad un bisogno, un'urgenza insopprimibile. In genere, questi ultimi sono i casi nei quali la fotografia può diventare un'occasione di riflessione, di scoperta e di conoscenza. Ciò può avvenire perché l'immagine che si ottiene da una fotocamera ha inevitabilmente qualche relazione di verosimiglianza con il nostro modo di vedere, quello del sistema occhi/cervello . Una verosimiglianza però fedele alle leggi fisiche cui è soggetto il congegno fotocamera. Quindi mai perfettamente sovrapponibile a quanto noi vediamo. C'è sempre uno scarto, una differenza. In quello scarto, in quella differenza, l'urgenza può trovare modo di placarsi, almeno in ...

Valore iconografico.

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Il trasferimento in forma di fotografia dell'esperienza di osservazione in un luogo comporta lo spostamento definitivo di quell'esperienza nell'universo parallelo delle immagini. Questo significa che la relazione con ciò che "è stato" rimarrà recuperabile e osservabile solo attraverso l'immagine che ne deriva come traccia durevole. L'idea che sia possibile proseguire l'esperienza di osservazione, o anche amplificarla e persino migliorarla per tramite di un'immagine che la trasferisca in un tempo e in uno spazio diversi, quasi sempre lontani e successivi al termine dell'esperienza, si sostiene su due considerazioni che vanno a loro volta osservate con attenzione. La prima è che ci sia una contiguità verosimile dell'immagine fotografica con quanto è stato osservato direttamente. Questo si ottiene con la conoscenza e l'applicazione della tecnologia fotografica orientandola in modo che soddisfi al meglio lo scopo. La seconda, più compless...

Mai varcare per davvero.

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Qualsiasi fotografia, proprio qualsiasi, è un ingresso. Fa entrare nell'universo parallelo delle immagini. Uno spazio che di dimensioni sembra averne due, invece ne ha sovente una terza, che è illusoria, e nelle fotografie ce n'è sempre un'altra ancora, spesso non rilevata abbastanza: la dimensione temporale. Icone automatiche prese nel tempo, fatte di tempo e a disposizione di chi le vuole guardare per tutto il tempo della loro durata fisica. Poco conta, se non per alcuni più attenti a questioni estetiche, quale sia la forma di una fotografia. Conta molto di più quale pezzo di tempo essa contenga. Anche malamente, sfocato, storto, mosso, tutto sbagliato insomma. Sono immagini di esperienze contingenti e il loro valore più grande è questo. Lo dimostra sempre il tempo: più tempo passa dal momento della ripresa, più cose cambiano, più tutto ciò che ci rimane è solo quell'icona lì. Presa proprio quel giorno lì, in quel modo, momento e luogo lì, non altri. Per questo ...

Inabitabile magari per me.

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Alla Fondazione Merz di Torino è aperta fino al 19 giugno prossimo la personale di Botto & Bruno. Prima cosa: andateci. Consiglio calorosamente i miei concittadini, e non solo, di immergersi nelle grandi scenografie allestite per l'occasione. Forse mai come prima d'ora il mondo visionario dei due artisti torinesi prende corpo, e luogo, con una simile avvolgente forza iconografica: un'esperienza davvero totalizzante. Le tecnica del collage digitale fotografico, affinata negli anni, vede gli ormai neocinquantenni autori (non si direbbe affatto vedendoli, ma i dati anagrafici recitano così) pienamente padroni del loro universo post industriale. Ogni minimo elemento fotografico si inserisce nell'insieme del montaggio contribuendo ad arricchirlo e nello stesso tempo rendendo credibile l'incredibile fin sulla soglia del tangibile, del percorribile. E proprio percorrere e ripercorrere l'allestimento passeggiando lungo le pareti è il modo migliore di...

Adulterazioni espressive.

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Nella tradizione del fotografico si possono allineare molti nomi importanti, ma ancora di più sono gli anonimi. La maggior parte delle fotografie, ancor di più oggi, è talmente dispersa nel flusso del vivere che sovente si distaccano da chi le ha prese e viaggiano da una persona all'altra come fossero apparse per caso, senza alcuna volontà particolare.  Questo gigantesco serbatoio visivo contiene dell'autenticità. Intesa come iconografia senza sovrastrutture di pensiero. Cotta e mangiata. Non a caso, molti dei nomi importanti, non solo di fotografi, si sono gettati a capofitto nella miniera d'oro. E proprio come i minatori, scavano e spostano quantità impressionanti di materiali di risulta pur di arrivare alla vena, al filone tanto desiderato. C'è quindi nel funzionamento della macchina fotografica qualcosa di potente che dipende dalla sua fisica e dal suo particolare modo di trasferire la luce in forme visibili. Un'autenticità originata dallo straniamento vis...

Incomprensione critica dell'atto fotografico.

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La pratica del ready-made , nata con la quarta avanguardia in un artista solo ( Marcel Duchamp ), consiste nel decontestualizzare oggetti comuni per rivelarne inattese occasioni di esperienza estetica, e quindi di senso. Non può però funzionare davvero se prima non si identifica con accuratezza il contesto da cui quegli oggetti provengono. La macchina fotografica è un potente apparato di osservazione che contiene già nelle sue logiche di funzionamento una sorta di identificazione automatica dei contesti nel momento stesso in cui, agendo, ne decontestualizza ciò che di visibile trasferisce in forma di traccia ottica. Un robot duchampiano alla portata di tutti insomma. Per questo motivo, l'idea che prima di tutto sia opportuno rintracciare l'intenzione del fotografante è essenziale per avviare una piena comprensione del suo atto. Troppo facile sarebbe difatti sommergere l'immagine fotografica di ipotesi arbitrarie, sovente di derivazione letteraria, che finiscono per...

Un ciottolo raccolto sulla spiaggia.

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Una possibile relazione con le cose. Mettere in azione la macchina fotografica ha questo intento, il più delle volte. Quello che se ne ricava è comunque sempre un fatto visivo, ottico. Un'immagine. Essa può contenere elementi formali che la risolvono e spiegano, senza bisogno d'altro, ovvero contenere qualcosa di incomprensibile senza ulteriori informazioni. Quale che sia la direzione presa, rimane la necessità di trovare una coerenza, una linea che possa trasferire la direzione decisa dall'autore, inteso come colui che mostra le fotografie, non necessariamente quindi colui che le ha prese. Qui interviene la progettualità, senza la quale ogni immagine è un test di Rorschach, non diversamente da un ciottolo raccolto sulla spiaggia.

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