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Essere utile.

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Dopo il lavoro, sempre più del previsto. Dopo averlo proposto in una giornata di studio intensa, partecipata, resta la sensazione più importante: quella di essere stato utile. Una soddisfazione che ripaga di tutto. Vedere poi che si riesce persino a suscitare degli entusiasmi, delle curiosità, dei nuovi pensieri è quanto di meglio si possa sperare. Utile quindi a dare inneschi o a rinfocolarli. Il movimento delle idee, delle pratiche, lo scorrere del tempo verso qualcosa che attrae, che interroga, che spinge in avanti. Studiare, sperimentare, spostare, anche tornando indietro, a volte, per ripartire da una strada imprevista o non vista prima. La storia è tutto questo. Non un'infilata di vicende fisse, stabilite una volta per sempre, pronte e confezionate per diventare dei miti da ripetere e adorare. L'approccio storico ha qualcosa dell'indagine investigativa. Documenti, tracce, testimonianze. Affrontando le questioni da punti di vista sempre diversi, tutto si allinea d...

Saputa o insaputa.

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Nell'ultimo seminario, tra i più belli che ricordi, abbiamo discettato insieme a lungo, e con una certa profondità, dei concetti di specchio e finestra (Mirrors and Windows). Per poi arrivare a comprendere che entrambi si combinano in gradazioni innumerevoli in ogni fotografia possibile, dall'antitesi più radicale alla fusione più completa. Sulla scia di quelle considerazioni, e pensando a ripartizioni critiche utili per suddividere il fotografico in attività diverse tra loro, me ne viene in mente un'altra che forse meriterebbe qualche riflessione. Al di là dei generi , che sono a volte comodi per catalogare o nella didattica, ma finiscono troppo spesso per diventare invece delle gabbie soporifere che producono ripetitive mostruosità monomaniacali, e sempre più sterili, di esperienze e procedure già esaurite in passato, può esistere invece una ripartizione più ampia e flessibile. La ripartizione tra fotografie sapute e insapute . Uso apposta questa definizione semidia...

Al centro del discorso.

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Ogni tentativo di scrivere una storia, non un racconto si badi bene, non può non partire dalla definizione di un ambito. Sono state difatti scritte molte storie della fotografia, e altre se ne scriveranno, ma sempre a partire da presupposti precisi: l'evoluzione della tecnologia; l'albero genealogico dei Maestri, le ricadute sociali e politiche; il rapporto con l'arte; la funzione mediatica; la suddivisione in generi e stili, ecc. ecc. Chiaramente non può esistere una storia esaustiva, che riesca a comprendere ogni aspetto nella sua collocazione in relazione con tutti gli altri. Finirebbe per essere una mappa grande come il territorio che dovrebbe descrivere, quindi inadoperabile. In questo senso, tra i tanti approcci possibili ed egualmente interessanti, trovo particolarmente utile oggi proporre quello iconografico . Una storia quindi che descriva la linea che unisce il lavoro di alcuni fotografi capaci di rinnovare l'impianto visivo delle loro immagini a tal pun...

Vedere con chiarezza.

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La possibilità di analisi nel tempo e nello spazio, dei segni che formano la realtà, la cui interezza ci sfugge da sempre, consente così alla fotografia, grazie alla frammentarietà , di essere più vicina al non delimitabile e cioè l’esistenza fisica. Per questo non mi interessano: le immagini e i momenti decisivi , lo studio o l’analisi del linguaggio fine a se stesso, l’estetica, il concetto o l’idea totalizzante, l’emozione del poeta, la citazione colta, la ricerca di un nuovo credo estetico, l’uso di uno stile. Il mio impegno è vedere con chiarezza, per questo mi interessano tutte le funzioni possibili, senza separarne nessuna, ma assumerle globalmente per potere di volta in volta, vedere e rendere riconoscibili i geroglifici incontrati. Luigi Ghirri (dall'introduzione di Kodachrome , 1978)

Solcare il caso estraendone le forme.

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In una recente conversazione avuta con Guido Guidi sul suo libro In between cities (2003), della quale qualche breve estratto video sarà proposto in esclusiva nell'ambito del seminario in programma il 14 maggio prossimo, il discorso ad un certo punto verte sulla forma. Non mi permetto di riportare a mio modo le parole di Guidi, ché sarebbe un ben misero tentativo di travestirmi con un'autorevolezza che non mi potrà mai appartenere, nemmeno di riflesso, ma prendendo spunto da esse ne ricavo alcune considerazioni. Innanzitutto che la forma è alla base di ogni immagine, ma non ne è il fine. Se questo accadesse, saremmo di fronte ad un caso di decorativismo , buono per il piacere dell'occhio forse, ma non per altro. Pensando al fotografico poi, la forma nasce da un "accadimento": l'incontro tra l'azione di un congegno manovrato da una persona e il fluire della luce nel tempo. Per questo motivo, essa dev'essere il più possibile ben controllata, m...

La voce di Costantini.

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Robert Adams. Longmont, Colorado, 1980. From Summer Nights, Walking . Questo è un blog, un diario pubblico in pratica. Formula ambigua che coniuga quanto c'è di più privato, come un diario personale, con l'esibizione a chiunque di ciò che esso contiene. Trovo questa formula ancora molto contemporanea, ma intravedo il suo tramonto sotto la pressione di una sempre maggiore necessità di scambiare rapidamente contenuti e minore spazio, soprattutto mentale, per il loro approfondimento. Già chi è arrivato a leggere fin qui è un vecchio . Nel senso buono del termine, cioè una persona che qualche radice nel Novecento la conserva ancora. Il secolo breve , così dice il luogo comune, ma forse anche l'unico secolo nel quale il pensiero critico abbia potuto diventare protagonista come mai prima e, mi pare purtroppo, pure dopo. Dal Novecento appunto, mi giunge la voce di Paolo Costantini (1959 - 1997 . Non penso se lo ricordino in molti e sono per questo davvero onorato di potern...

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