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L'inferno è questo.

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Come Bosch previde nella sua visione dell'inferno, non c'è orizzonte. Il mondo sta bruciando. Ogni figura cerca di sopravvivere concentrandosi sul proprio bisogno immediato, sulla propria personale sopravvivenza. La claustrofobia, che qui raggiunge il suo grado estremo, non è provocata dall'affollamento eccessivo, ma dal vuoto di continuità tra un'azione e l'altra, che pure le è così vicina da toccarla. L'inferno è questo. La cultura in cui viviamo è forse la più claustrofobica che sia mai esistita; nella cultura della globalizzazione, come nell'inferno di Bosch, non si vede neppure di sfuggita un altrove o un altrimenti . Ciò che è dato è una prigione. E, di fronte a un tale riduzionismo, l'intelligenza umana si riduce all'avidità. John Berger Da Modi di vedere , pagg. 136-137, Bollati Boringhieri, Torino, 2004.

Proprio per quel motivo.

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Sono qui che vago in ampi spazi tra venditori di hot dog e grandi stand più o meno sfavillanti, in mezzo a robe da chef, salutismi, giochi e lazzi, vinerie, magliette, istituzioni locali, regionali, nazionali, vele vaticane. Grandi editori, medi editori, piccoli editori, sì ci sono anche, alcuni, ma se faccio il conto dei chilometri e dei metri quadri, calcolando un biglietto scontato otto euro perché orgoglioso possessore della Tessera Musei, se faccio tutti i conti per bene, mi ritrovo in un salone pieno di vuoto, di chiacchiere e distintivi, in cambio del  sole che c'è fuori. E allora esco, vado in centro, sotto i portici. Ecco il salone vero: bancarelle di libri, lì si fanno finalmente piccoli ritrovamenti e deliziose scoperte, come mi accadeva un tempo anche al Salone del Libro , atteso tutto l'anno proprio per quel motivo.

Quel poco è tutto.

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C'è come un potere salvifico nello scrivere. Sembra che un ordine sia possibile. Le cose paiono prendere corpo, sistemazione, senso. Si tratta di un'illusione, a volte pericolosa. Quando si fa più seducente diventa letteratura. Cristalli caleidoscopici che trasformano il fluire in elementi separabili, nominabili e forse comprensibili. Anche questa qui è letteratura, pessima lo so. Faccio del mio meglio, fin da quand'ero bambino. L'ansia di fare del mio meglio, per meritare il fatto di essere vivo, e anche amato a volte, mi accompagnerà finché campo, temo. Con le fotografie non cambia molto. Anche trasferire le cose in tracce ottiche della luce che cade su di esse è un esercizio d'illusionismo. Sembra visibile ciò che non lo è mai veramente. Una coincidenza fragile tra brevi stati di coscienza e fissazioni immutabili. Alla fine resta poco, ma quel poco è tutto.

Letteratura per anime belle.

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Aveva perduto tutto. Non gli rimaneva che il mare. Un infinito luogo dove potersi annullare. Il suo essere si confondeva con il resto del mondo. Sembrava che ogni cosa avvertisse il suo tormento. Per fortuna era solo un tale che per caso si trovava a stare lì mentre prelevavo questa fotografia e mi funzionava da perno ottico per l'immagine che stavo componendo. Il resto è letteratura per anime belle

Cercasi italiano disperatamente.

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Sì, di nuovo al Cineteatro Baretti . Un luogo che mi si rivela ogni volta di più indispensabile, pur collocato com'è nell'offerta variegata di una grande città come Torino. Il suo non so che di familiare, lo rende quel cinema di paese, o di quartiere, già vissuto nell'infanzia; il tutto unito poi  ad una programmazione che, titolo dopo titolo, presenta una qualità culturale davvero eccellente. Questa volta tocca a Daniele Gaglianone con il suo ultimo film " La mia classe ", presentato alla Mostra del Cinema di Venezia lo scorso anno. Questo non è un blog di critica cinematografica è quindi mi si perdonerà se non possiedo gli strumenti e la competenza necessari per una disamina coerente del fim. Sono tuttavia da sempre un cinefago . In questa veste sui generis , consiglio vivamente la visione di quest'opera low cost , girata in sole due settimane con attori, tranne il magnifico Valerio Mastandrea , presi dalla vita di tutti i giorni. Sempre che la trovi...

Scenderemo nel gorgo muti.

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©1994 Fulvio Bortolozzo.  Verrà la morte e avrà i tuoi occhi questa morte che ci accompagna dal mattino alla sera, insonne, sorda, come un vecchio rimorso o un vizio assurdo. I tuoi occhi saranno una vana parola, un grido taciuto, un silenzio. Così li vedi ogni mattina quando su te sola ti pieghi nello specchio. O cara speranza, quel giorno sapremo anche noi che sei la vita e sei il nulla Per tutti la morte ha uno sguardo. Verrà la morte e avrà i tuoi occhi. Sarà come smettere un vizio, come vedere nello specchio riemergere un viso morto, come ascoltare un labbro chiuso. Scenderemo nel gorgo muti. Cesare Pavese (morto suicida a Torino il 27 agosto 1950) .

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