Distacco, impassibilità, rigore.
Molti fotografi italiani nei decenni Ottanta e Novanta del Novecento sembra che avessero riscoperto l'affetto e il sentimento per i luoghi. Dopo i concettuali, e quindi razionali e freddi Anni Settanta, bagnati nel sangue di sconvolgimenti sociali e politici, dalle loro immagini tende a scomparire la cronaca, l'evento eclatante, il protagonismo dell'umanità in subbuglio. Il bianco e nero lascia spesso il posto al colore, un colore non squillante e saturo, se non nella declinazione di Franco Fontana, ma delicato, chiaro, tonale, sussurrato persino. Le presenze umane sono evocate in assenza. Gli orrori urbanistici, di cui la penisola è straripante, rimangono come dimenticati o se ci sono sembrano pacificati, risolti, assolti. La mozione è quella emotiva, della sensibilità alla luce. Luce che sembra tutto condonare. Sembra possibile vivere fuori dalle ansie in un rinnovato recupero di prossimità familiare con i segni sconvolti di un mondo ormai medializzato, confuso tra ...