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Visualizzazione dei post con l'etichetta World Press Photo

Alla mostra del WPP 2025 di Torino.

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Nanna Heitmann La mia fotografia dell'anno WPP 2025         ©2025 Fulvio Bortolozzo

Puntuale come l'influenza.

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Eccolo qua di ritorno. Il circo mediatico del fotogiornalismo internazionale per eccellenza: Il World Press Photo , proprio come il classico malanno di stagione. E siccome l'aggressività di virus e batteri è in aumento, anche il WPP non fa eccezione. La formula per decidere quale sia la fotografia dell'anno è cambiata. Adesso abbiamo la rosa ristretta di candidati e solo allo show finale di Amsterdam (a proposito va rilevato che in effetti la città è davvero la sede più azzeccata per questo concorso), solo allora sapremo chi sarà il vincitore. Magari con la classica sospensione di qualche istante dell'annuncio per creare maggior pathos tra gli astanti. " The winner is... ". Uno show autoreferenziale per un settore in crisi nera da tempo. Il fotogiornalismo è da tanti anni diventato fotosensazionalismo nella battaglia persa sulla carta che si tenta di tornare a vincere sulla rete. I giurati hanno dovuto esaminare 73.044 fotografie, scattate da 4.548 fotogr...

The Winner is... Quentin Tarantino!

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L'avevo scritto sul mio profilo Facebook il 21 dicembre scorso: " Finalmente si scopre il grande vecchio dietro l'assassinio di Ankara: Quentin Tarantino.. .". E così è stato. L'ha certificato la giuria, presidente escluso, del World Press Photo di quest'anno. Non ricordo e non ricorderò mai il nome del fotografo turco che casualmente ha prelevato l'icona. Così come non ricordo mai chi sia il fotografo che lavora per Shirin Neshat . L'autore difatti non è quel fotografo, che si è limitato, si fa per dire, a fotografare un assassino armato di pistola a pochi metri da lui, con il colpo il canna e il cadavere della sua vittima steso a terra dietro di lui.  Non è stato l'unico a fotografare la scena. Un collega da un altro punto di vista più ampio lo inquadra persino mentre sta scattando la foto premiata. C'è anche la ripresa video dell'evento. Non so se la videocamera abbia continuato a riprendere la scena in assenza dell'op...

Almeno per adesso.

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I flussi mediatici del momento mostrano un bambino siriano di Aleppo coperto di polvere scura su tutto il corpo, vestito come vestivano me alla sua età, con molto sangue sul volto. Sta seduto attonito sul grande sedile arancione di un'ambulanza. Il tutto avvolto in una luce forte e fredda, quasi da studio fotografico. Interessante notare che è un frame di un video. Lo scrivo perché penso sia un'immagine che può piacere davvero molto ai giurati del prossimo World Press Photo e quindi potrebbero anche nell'occasione sdoganare la videocamera come strumento fotografico. Tanto le più recenti fotocamere sono già delle videocamere di alta qualità. Quindi il momento decisivo e bla bla bla non è altro oggi che uno dei 25 fotogrammi ripresi in un dato tempo, basta scegliere quello giusto, dopo, con tutta calma. Quello giusto per cosa? In questo caso, per fornire ai flussi mediatici un'immagine semplice ed efficace, facile da vedere e ricordare, non troppo cruda, ma abbast...

Ce n'è sicuramente sempre più bisogno.

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Ieri sera nello Spazio B di Torino è avvenuto l'incontro organizzato da Tiziana Bonomo di  Artphotò con Andreja Restek e Ivo Saglietti . La saletta era stracolma, a testimonianza dell'interesse suscitato dall'evento. L'idea di riunire due fotogiornalisti così diversi si è rivelata eccellente. Nell'arco delle loro biografie professionali è contenuta ampiamente la vicenda storica del loro settore. Andreja Restek rappresenta la vitalità attuale, la incarna persino. La scelta di non limitarsi a fotografare sul campo, che già è una cosa molto difficile e rischiosissima, ma di agire al di là e intorno, con il suo quotidiano on line  ( APR news ) e attraverso iniziative umanitarie come l'onlus L'ambulanza del cuore dice molto della direzione che si può prendere partendo dalle fotografie. Divengono occasione e motore per passare all'azione diretta e positiva sul corso degli accadimenti. Non più quindi solo testimonianza o documento storico, ma anche e...

Il cavallo di Troilo.

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Rubo il titolo ad un commento che ho letto su Facebook, me ne scuso con l'autore, ma è troppo calzante.  Insomma alla fine della storia la città oscura di Giovanni Troilo non era Charleroi, ma il World Press Photo . Una città fatta di ipocrisie, confusione etica, maramaldeggiamenti deprimenti. Certamente il fotografo ha messo in scena diverse delle immagini che ha presentato al concorso. Ancora più certamente le sue didascalie potevano depistare degli ingenui lettori. Però se il borgomastro di Charleroi non avesse fatto la sua intemerata, sarebbe andato tutto bene Madama la Marchesa. I giurati del concorso, e chi lo dirige, si sarebbero beati della visibilità data ad un nuovo talento e avanti con la prossima edizione. Trovo particolarmente vile, e quindi eticamente scorrettissimo, che per salvarsi il culo , scusate il francese, quelli del WPP abbiano ordito una trama cinica e bara per fare in modo che a perdersi fosse il solo fotografo. La richiesta di precisazioni sul co...

Il cuore vero del fotogiornalismo.

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Mi è stato detto che scrivo troppe parole. Capisco che leggere sulla rete non è come leggere sulla carta. Tenterò quindi d'ora in poi di essere ancora più sintetico e breve. Il borgomastro di Charleroi chiede al World Press Photo che venga ritirato il premio conferito a Giovanni Troilo per la serie intitolata "Il cuore nero dell'Europa". Il giornalista Michele Smargiassi intervista al telefono il fotografo per conoscere la sua reazione. Uno dei soggetti, il cosiddetto "obeso" è Philippe Genion , scrittore ed editore, il quale replica con intelligenza al testo di accompagnamento del suo ritratto in posa realizzato da Troilo. Chi lo desidera, cliccando sui link può approfondire la questione. A me qui preme solo rimarcare che le immagini vivono di vita propria, così come le parole. Ogni immagine o parola si contrappone ad altre immagini e parole. In pratica sono mondi paralleli, visionari sovente, che possono intersecare la nostra esperienza esistenz...

C'era una volta... e ci sarà per sempre.

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©W. Eugene Smith—TIME & LIFE Pictures/Getty Images Altro elemento d'interesse del recente World Press Photo è stata l'esclusione del 20% delle immagini selezionate dalla giuria per eccesso di manipolazione. Si è arrivati a questa decisione confrontando il file RAW con il file mandato al concorso. Quando veniva considerato stravolto il visivo finale rispetto alla fotografia presa sul campo essa veniva eliminata. Tra l'altro, non mi è noto se ancora qualcuno osi mandare file ottenuti per scansione da pellicole o stampe da pellicola. Il salvifico "negativo originale" temo che oramai sia roba museale. Comunque sia, il fotografico ha una relazione molto pericolosa, da sempre, con l'informazione giornalistica. Il giornalismo d'inchiesta, quello serio "all'americana", da noi per la verità molto poco praticato, prevede che ogni asserzione scritta sul giornale sia sostenuta da prove, meglio se inconfutabili, ma co...

Dieci vincenti, nove viventi.

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Il World Press Photo 2015 ha decretato i suoi vincitori. La notizia di rilievo è che ben 10 su 45 sono gli italiani arrivati sul podio nelle varie categorie: due primi premi,  tre secondi e cinque terzi. Un medagliere "olimpico" di tutto rispetto; da far invidia a nazioni  molto più potenti della nostra nel settore dell'informazione mediatica. Togliendosi un momento dal cono di luce abbagliante del WPP viene però da chiedersi a cosa si debba questo miracolo fotografico italiano, a fronte di un'editoria nostrana in coma profondo? Penso lo si debba innanzitutto a uomini, per ora le nostre connazionali latitano nei premi di questo contest pur invece primeggiando nello sport. Uomini giovani che non si rassegnano al Paese in cui gli è capitato di nascere e che, nonostante la deprimente situazione interna, escono dai confini e portano il loro talento a contatto con il mondo. Se c'è una cosa che connota il fotografico rispetto ad altre esperienze delle arti visive...

Il fotogiornalismo dalla pittura alla pubblicità.

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Nella scelta degli autori premiati quest'anno dalla giuria del World Press Photo si  notano alcune importanti novità che penso potranno avere un'influenza notevole sul relativamente piccolo mondo degli addetti ai lavori. A cominciare dalla fotografia classificatasi prima assoluta e realizzata da John Stanmeyer . Si tratta sempre di un'icona, una vera e propria "cover" del WPP 2014, ma non più, come nelle ultime edizioni, ottenuta sulla falsariga della tragedia trasformata in pittura antica o cattiva pittura digitale. Stavolta il mondo di riferimento sembra essere quello della comunicazione pubblicitaria o publiredazionale . E non è l'unico caso tra le foto vincitrici. C'è qualcosa nel meccanismo di selezione, ben descritto da Alessia Glaviano in una sua testimonianza diretta come giurata e  pubblicata su Photo Vogue , che forse spinge in questa direzione. Alessia Glaviano scrive: " Il primo round prevede la proiezione delle circa 20.000 immagini...

Il fotogiornalista: tra Hansen, Pellegrin e Voisin.

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©Olivier Voisin Oggi si mescolano nella mia mente tre figure tra loro differenti, ma tenute insieme da un filo che mi pare di intravedere. Penso a dei fotografi che usano per professione la fotocamera per informarci sui fatti che avvengono nel nostro mondo, giorno dopo giorno. Il primo, Paul Hansen , svedese, ha vinto quest'anno il prestigioso World Press Photo . La sua fotografia ha fatto il giro del web, ne ho già scritto anche in questo blog e non sto quindi a ripubblicarla. Il secondo, Paolo Pellegrin , italiano, acclamato fotografo della Magnum, è incespicato in una sgradevole polemica avviata dal blog BagNews Notes per una sua fotografia tratta dal lavoro "The Crescent", più volte menzionato e premiato. Il terzo, Olivier Voisin , francese di origine coreana, è deceduto ieri in un ospedale di Istanbul per le ferite riportate in Siria giovedì scorso. Quest'ultimo fotografo, Voisin, è stato all'origine di quel filo, anzi lo è stata la notizia dell...

Il fotogiornalismo drogato.

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Anche quest'anno il contest della fondazione World Press Photo di Amsterdam riesce nell'intento, sempre più evidente, di alimentare lo scandalo nel mondo del fotogiornalismo per raggiungere una visibilità mediatica che altrimenti non avrebbe. La fotografia vincitrice è l'ennesima icona rimasticata da una storia dell'arte imparata sul Bignami . Lo scorso anno era toccato all'iconografia della Pietà cattolica, stavolta siamo dalle parti del caravaggismo. Scorrendo poi le immagini vincitrici dei restanti premi si può apprezzare una sovrabbondanza di splatter in gran parte concentrato sulle vicende siriane e del mondo islamico, in genere rafforzato invariabilmente con un uso spinto di tutta l'effettistica più alla moda nel fotoritocco attuale. Fa, in questo senso, riflettere che la prima frase nell' about the Foundation sul sito WPP sia: World Press Photo is committed to supporting and advancing high standards in photojournalism and documentary photo...

L'Aranda alla Koch

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Primo frame dell'intervento di Roberto Koch. Come ho già avuto modo di scrivere sul blog Fotocrazia dell'amico Michele Smargiassi, penso che l'intervento di Roberto Koch, fondatore e direttore dell' Agenzia Contrasto , alla trasmissione " Quello che (non) ho" sia stata un'occasione perduta. Davanti alla parola FOTOGRAFIA, che campeggiava sulla scenografia dello studio, e in riferimento alla fotografia di Samuel Aranda , ultima vincitrice del World Press Photo , Koch legge un discorso in difesa della "buona fotografia" contro il diluvio di immagini nel quale siamo immersi. Peccato che proprio la fotografia di Aranda sia un'esempio deprimente di come si possa trasformare in "immagine diluviale", icona mediatica, una fotografia estratta dal, per altro encomiabile, lavoro di un fotoreporter. Rispondendo ad una sollecitazione di Smargiassi, ho rivisto e corretto il discorso di Koch, non tanto per farlo aderire alle mie idee...

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