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Visualizzazione dei post con l'etichetta estetica

Tra sopravvivenze in posa.

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THE DAY MAY BREAK Fotografie di Nick Brandt Alle Gallerie d'Italia di Torino, fino al 6 settembre 2026. ©2026 Fulvio Bortolozzo

È la fotografia.

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Barbara Diamonstein: Spero che quanto sto per tirare fuori non sia noioso anche per te. Il termine street photographer  e il tuo nome sono sinonimi da tempo. Ma le strade non sono l'unico posto in cui hai lavorato negli ultimi venticinque anni circa. Hai lavorato in zoo e acquari, inaugurazioni del Metropolitan Museum of Art, rodei in Texas. Deve esserci un filo conduttore che attraversa tutto il tuo lavoro. Come lo descriveresti? Garry Winogrand: Beh, non ho intenzione di entrare in questo. Penso che quel tipo di distinzioni ed elenchi di titoli come  street photographer  siano così stupidi. D: Come preferisci descriverti? W: Sono un fotografo. Questo è tutto. D: Se non ti piace  street photographer , come rispondi a quell'altra noiosa definizione: estetica dell'istantanea ? W: Sapevo che sarebbe successo. Questa è un'altra stupidaggine. Le persone che usano questa espressione non ne conoscono nemmeno il significato. La usano per riferirsi a fotografie che credono ...

Una fotografia è una fotografia.

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Non penso che le fotografie siano l'equivalente tecnico delle immagini grafiche tradizionali. Mi pare un abbaglio concettuale da cui nascono a ripetizione, e da sempre, un'infinità di fraintendimenti. Se fino all'avvento della fotografia digitale l'equivoco era sostenuto dall'inevitabile natura oggettuale delle fotografie, costrette ad esistere per via chimica e quindi su superfici fisiche, oggi che la loro diffusione avviene quasi esclusivamente per via telematica possiamo finalmente apprezzarne la natura ubiquitaria e immateriale. Sono immagini senza precedenti nella storia umana che hanno finito per travolgere ogni tipo di immagine precedente assorbendola all'interno del proprio meccanismo di funzionamento. Per questo motivo trovo deleteri i tentativi di ridurre le fotografie ad imitazioni delle immagini tradizionali. La loro qualità non dipende dal valore oggettuale, così come non può dipendere dal renderle rare limitandone artificiosamente la diffusione e n...

L'estetica del frame.

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Uno spazio, un tempo dato. In una fotografia non mancano mai questi due aspetti. La forza ancora attuale di un'immagine fotografica è contenuta in questa peculiare capacità di presentare una scansione verosimile di una visione non importa se solo immaginata, ricordata o davvero osservata direttamente in qualche occasione. Pensando all'immagine in movimento, il cinema, che dalla fotografia deriva, possiamo definire "frame" l'effetto che continua a produrre una fotografia. Perché funzioni appieno bisogna che il frame contenga un'estensione possibile, un prima e un dopo, qualcosa che suggerisca l'essere una sospensione di un evento in corso. Dal frame scaturiscono le possibilità che ciascuno vive come vuole. Più è aperto, meno definisce con evidenza delle soluzioni, meglio funziona. 

Un nuovo pensiero sulle cose.

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Si sente dire a volte ad un matematico che una certa formula è bella. Ha una sua estetica elegante, semplice, che la rende particolarmente piacevole per la mente che la incontra. Succede in diversi ambiti. Soluzioni così ben riuscite da sembrare delle vere e proprie "opere d'arte". Anche in fotografia può capitare. Fotografie che diventano "iconiche" talmente sono perfette, anche se prese magari per caso o per sbaglio. Possiedono un fascino in più che cattura, seduce, le rende difficili da dimenticare. Icona, così intesa, e fotografia non sono però sinonimi, anche se oggi la fotografia vincente sulla rete  e nei media è proprio l'icona. Una fotografia nella stragrande maggioranza dei casi è solo una traccia visibile dell'azione della luce passata per un congegno a base ottica e resa durevole per via chimica o elettronica. In questa semplice caratteristica risiede un'altra possibilità estetica, quella analitica. Un'immagine cioè che conti...

Meno è meglio.

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C'è come una linea sottile, ma ben evidente, che separa il fotografico in due procedure differenti. La prima consiste nell'accettazione di ciò che il congegno produce, la seconda nel suo superamento visivo. Entrambe alla fine coltivano la speranza di ottenere delle immagini di un qualche valore estetico, o anche di utilità pratica. A mio parere l'accettazione coglie la vera novità dell'immagine automatica: il fatto di non venire partorita direttamente dal sistema occhio/cervello/corpo umano. Il superamento invece riporta tutto nella tradizione, da quando cioè il sistema ottico della camera obscura si infiltrò come un virus nella rappresentazione pittorica, in specie prospettica, ma non solo. Da allora, gli specialisti che fanno immagini cercano continuamente di trarre beneficio, ma anche di ridurre al proprio volere, ciò che viene prelevato da un congegno ottico/fotografico. Quindi, mai come nel fotografico, meno è meglio.

Precisamente quella.

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Johannes Vermeer (1632, Delft - 1675, Delft), “Lo studio dell’Artista (L’Arte della Pittura)” 1665-67, olio su tela, 120 x 100 cm, Kunsthistorisches Museum , Vienna. In tutti i dipinti di Vermeer, e non solo ne L'Arte della Pittura , le figure sono cose individuate dalla luce. Vermeer costruisce l'esteriorità privandola di superficialità, attraverso l'uso della luce come colore; è la luce a definire i volumi, una luce che è precisamente quella , corrispondente ad una determinata ora e situazione atmosferica, ed è insieme sempre la stessa per la potenza di definizione dello spazio e dei volumi. La luce in Vermeer è colore, che si dispone in rispettoso silenzio, diventando concreta nelle cose e definendo sia le cose sia la possibilità della visione. Il risultato è la rappresentazione non temporale dell'evento, la dignità delle cose per se stesse, ovvero del finito, la precisione di una visione che è insieme inestricabilmente percezione s...

Chi sa vedere la bellezza.

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©2012 Fulvio Bortolozzo - dalla serie Note a perdere . Non si può dunque parlare né di oggettività né di soggettività della bellezza, perché per un verso la bellezza è perentoria solo per chi la sa vedere, e per l'altro chi sa vedere la bellezza la vede sempre in qualcosa e come bellezza di qualcosa; cioè per un verso la contemplazione non è tanto riconoscitiva da ridursi a mera registrazione senza carattere produttivo e figurativo, e per l'altro la contemplazione non è tanto produttiva da essere una vera e propria creazione senza carattere riconoscitivo. Luigi Pareyson, Estetica , 1988. .

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