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Visualizzazione dei post con l'etichetta Fotolibro

Il teatro del nostro sentire.

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©Sergio Creazzo. Pubblico di seguito il testo introduttivo del libro " Guardare ogni giorno - Osservazioni fotografiche nel Ponente ligure " per il quale ho curato l'edizione del lavoro dei tre autori: Sergio Creazzo, Gaetano Paraggio e Roberto Bianchi. Please scroll down for the english version Il teatro del nostro sentire La vicenda di questa pubblicazione è strettamente intrecciata con l'incontro di quattro esistenze e un territorio. Scrivo quattro perché pur non avendo preso alcuna fotografia in Liguria ho assolto al compito di coordinare e condurre in porto l'iniziativa sotto il profilo iconografico, quello che più mi sta a cuore e sul quale forse meglio posso contribuire in positivo all'opera collettiva di persone che in vario modo conoscevo da prima di questo progetto. La cura, perché di questo si è trattato, ha preso da subito la direzione di una messa in valore dell'espressività che motivava ciascuno degli autori. Il primo elemento dis...

Mirrors and Windows. Il lavoro di Diane Arbus.

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Diane Arbus, A young man..., NYC, 1966. Il lavoro dell'ultima Diane Arbus - come quello dei suoi predecessori preferiti, Brassaï, Bill Brandt e Weegee - dipendeva più dal talento e dal carattere che da una comprensione coerente della fotografia come disciplina tradizionale, e la sua grande opera è stata realizzata entro limiti tecnici e formali ancora più ristretti rispetto a quelli dei suoi eroi. Anche se ampiamente copiato, il suo lavoro non ha fornito un utile modello per la maggior parte di coloro che hanno tentato di emularla. Dall'introduzione di John Szarkowski al libro Mirrors and Windows - American Photography since 1960 MoMA, 1978.

Mirrors and Windows. Studiare fotografia.

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Gary Beydler, 20 Minutes in April, 1976. Potrebbe sembrare paradossale che il rapido decadimento delle tradizionali opportunità professionali per i fotografi sia andato di pari passo con una crescita esplosiva nel settore della didattica fotografica, soprattutto nelle università. Da un ragionamento intuitivo, sembrerebbe che nel momento in cui la fotografia cessa di essere un mestiere specializzato (come scolpire la pietra, per esempio) e diventa un sistema universale di annotazione (come la scrittura), sia più facile per il sistema educativo inserirlo in un programma di studi istituzionale. (...) Tra il 1964 e il 1967 il numero di College e Università statunitensi che offrivano almeno un corso di fotografia è aumentato da 268 a 440. Un esempio eclatante è quello dell'Università dell'Illinois. Negli anni tra il 1966 e il 1970 il numero di studenti che seguirono un corso di fotografia o cinematografia aumentò da 132 a 4.175. Una crescita di oltre il tremila per cento in q...

Per tutto il tempo che serve.

Insomma, per farla breve, nei commenti degli amici di Facebook al post di ieri, emergono tre linee di pensiero. La prima condivide la mia ipotesi sull'assenza di fiducia odierna nella possibilità del fotografico di veicolare senso con una serialità nuda e cruda. E qui emerge anche la tesi che la sfiducia nasca da incapacità dei "fotografi seriali" di far bene il loro lavoro, ma non era mia intenzione spingermi su un terreno critico così scivoloso. La seconda propende per una "mutazione genetica", nella quale si perde la forma classica della serialità a favore delle commistioni con parole, impaginazioni, cartotecnica e altro, dove l'opera finale è un oggetto nel quale il fotografo interviene sì, ma solo in parte. Quindi prevale una logica di produzione collettiva, che coinvolge più figure e competenze, a meno che non siano riassunte in un'unica persona la quale però a questo punto non sarebbe solo un fotografo. E qui nasce la terza possibilità: l...

Un oceano tutto nuovo.

Con questo post inizio a sperimentare una "versione mobile" della redazione del blog. Dallo smartphone tutto diventa rudimentale e devo per ora rinunciare alle immagini. Chiedo quindi perdono per ciò che non funzionerà come al solito. Andando al dunque, sto notando come sia in aumento esponenziale la produzione di libri fotografici, in genere ma non solo autoprodotti, nei quali oggettualità e grafica prevalgono sul fotografico. Per la mia esperienza e sensibilità, la forma "libro" o "album" è un contenitore che permette di presentare una serie di fotografie secondo un ordine autoriale non vincolato all'oggetto specifico, ma relativo al progetto originario. Mi chiedo quindi se questa tendenza contemporanea non sia anche provocata da una perdita di fiducia nella possibilità che la serie fotografica sia ancora in grado di contenere un senso, almeno bastante, a venir rintracciato e compreso nel mare magno che inflaziona le esperienze visive in c...

Selettive e incomplete.

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©1974 Robert Adams. C'è un aspetto paradossale nel modo in cui le fotografie documentarie  interagiscono con  il nostro concetto di realtà. Per poter funzionare in quanto documento, devono innanzitutto persuaderci del fatto che stanno descrivendo il soggetto in modo accurato e oggettivo. Il primo obiettivo è convincere l'osservatore che sono veri e propri documenti, che il fotografo non ha fatto ricorso a immaginazione e pregiudizi ma ha esercitato  la propria capacità di osservazione e descrizione. Il documento fotografico ideale dovrebbe dare l'impressione di essere senza autore e artificio. Malgrado la loro verosimiglianza, però, le fotografie restano delle astrazioni: le informazioni che offrono sono selettive e incomplete. Lewis Baltz Incipit della recensione del libro di Robert Adams, The New West, Landscapes Along the Colorado Front Range (1974), in Art in America , marzo-aprile 1975.

Brutti, sporchi e cattivi.

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Mi viene proprio in mente il titolo di quel film di Ettore Scola del 1976 . Brutti, sporchi e cattivi erano e brutti, meno sporchi, ma più scemi son diventati. Un progresso sociale in fondo. La presentazione del libro fotografico Hotel immagine di Simone Donati organizzata ieri a Torino da Phom insieme alla Libreria Oolp , è l'occasione per sentire dalla viva voce del fotografo il racconto della sua esperienza immersiva, durata alcuni anni, negli abissi delle manifestazioni pubbliche dell'idolatria italica di massa. Dalla politica alla religione, dallo sport alla musica, ogni immagine introduce nuovi aspetti di un delirio collettivo. La serata era supportata da uno slide show, dal quale ho estratto alcuni dettagli qui pubblicati. Il succedersi delle immagini proiettate contrappuntava efficacemente il commento equilibrato, e persino rilassato, del fotografo, mentre ogni figura aumentava l'effetto deprimente. Almeno nel mio sentire. Il valore di questo lib...

L'Europa delle armi.

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Paolo Verzone . Una persona che per me non è uno qualsiasi. Ci conosciamo da non troppi anni, ma è proprio l'amico d'infanzia che avrei voluto avere. Ce l'ho adesso e, siccome penso di essere rimasto un po' bambino, me lo godo lo stesso, quando si può. Sì, perché lui vive a Parigi. Anzi in Europa. Una propaggine occidentale insignificante dell'intero continente euroasiatico. Eppure in così poco spazio quante storie son venute fuori nelle generazioni. Lo sanno nel mondo intero perché gli europei sono andati dappertutto e quasi mai in pace. La guerra per L'Europa è sempre stata una necessità, un modo di vivere, un mestiere, come bene ci raccontò Ermanno Olmi al cinema , e persino un'arte. La guerra, cioè il proseguimento della politica con i metodi coercitivi della violenza fisica organizzata, probabilmente ha radici profonde nel genere umano. Forse è parte stessa della natura umana. In ogni caso, non basta mai abbandonarsi a gesti impulsivi. Tutto va pre...

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