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La fotografia diretta e la memoria.

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Una relazione speciale tra immagine e osservazione umana si stabilisce da sempre per mezzo di quella che si chiama fotografia diretta , in inglese Straight Photography . Alla radice di questo fenomeno c'è l'istintualità, la necessità di reagire con immediatezza a qualcosa che sollecita l'attenzione. Il gesto, sempre meno ostacolato dal congegno, è quello di prendere una fotografia, o un breve video, di qualcosa che si desidera trattenere nel tempo e trasferire nello spazio, almeno come immagine, anche in movimento e persino sonorizzata. Il senso di questo gesto è però tutto da valutare. La sepoltura nel cassetto, un tempo, e nelle memorie virtuali, oggi, di un'oceano d'immagini che non saranno mai più riviste da chi le ha prese è l'indizio di una patologia. Prendere delle fotografie di ciò che ci interessa al momento fa parte anche dei gesti scaramantici, dei rituali ossessivi, quasi uno scongiuro, una richiesta inconscia di restare in vita. Fotografo dunqu...

Polvere di bit.

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Si prendono sempre più fotografie durante l'esistenza. Un gesto ripetuto e compulsivo senza il quale sembrerebbe di non completare degnamente l'esperienza vissuta. Sempre più fotografie rimangono quindi dimenticate nelle memorie degli smartphone, negli hard disk o in quei cimiteri virtuali che sono le " nuvole di gigabyte " gentilmente messe a disposizione sulla rete. Prima dell'arrivo del file digitale non accadeva nulla di diverso. Le fotografie erano inevitabilmente degli oggetti di carta, stampati da negativi che andavano rigorosamente persi chissà dove. Restavano però le stampine dimenticate in qualche scatola o cassetto. I più fortunati avevano in famiglia dei curatori della memoria , sovente femminili, che allineavano con delicatezza nei fotoalbum tutte le fotografie che potevano contribuire ad illustrare le gesta e il grado di parentela di ogni familiare ripreso durante gli eventi e le riunioni. Proprio da lì viene quella che è stata fino ad ora la f...

Una vita immobile, o quasi.

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STILL LIFE è, dopo sei anni di distanza, il secondo film di Uberto Pasolini ,(classe 1957). Non un autore prolifico, né giovane, quindi. L'ambientazione è londinese e stranieri gli attori. Forse anche per questo durante la visione del film non ho mai pensato, nemmeno per un attimo, che chi lo aveva scritto, prodotto e diretto fosse un italiano. Al limite un piemontese, per quella descrizione minuta di una piccola, banale, ordinata e ossessiva vita che proprio per il suo eccesso implacabile di modestissima routine, un po' giansenista, tocca corde poetiche ben comprensibili a chi ha sulla testa un Nord-ovest bardato di stelle . Può poi anche darsi che sia così che ci figuriamo gli inglesi delle classi minori: persone tristi, e in fondo disperate, immerse in luoghi suburbani spogli e poco frequentati dal sole. In ogni caso, mi preme porre l'accento non tanto sul film in sè, quanto sull'uso che della fotografia viene fatto nella narrazione. Pare che ultimamente nel ci...

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