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Visualizzazione dei post con l'etichetta Shoah

Non in mio nome.

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©1992 Fulvio Bortolozzo. Dachau (Deutschland). Le parole non sono sufficienti, ma rimangono necessarie. Così come le fotografie. L'immagine automatica è preziosa nella ricerca di una memoria possibile perché può ribellarsi ai condizionamenti che le vengono imposti. Questo sentimento ribelle, irriducibile al conformismo dell'orrore nascosto nell'indifferenza del quotidiano, è qualcosa che potrà sempre farci alzare in piedi, dire di no: non io, non più, non in mio nome. .

Oggi come allora, anzi di più.

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Lo sterminio degli Ebrei avvenuto tra gli anni Trenta e Quaranta del Novecento nella civilissima Europa non è un accidente della storia, un evento imprevedibile e che non capiterà mai più. Nossignore. Si tratta forse del primo di una potenziale serie di orrori che stanno di fronte a noi, qui oggi, ma anche nell'imponderabile futuro che attende le prossime generazioni. Perché la banalità del male, come lucidamente intuiva Hanna Arendt , non ha confini di nessun genere. In ogni essere umano è presente una natura duale, ogni istante della vita la scelta può cadere sull'opzione più terribile. Nessuno ne è immune. A peggiorare le cose, la società di massa sviluppatasi nel secolo scorso raggiunge oggi dimensioni e complessità quasi non più contenibili nella coscienza individuale. Etichette, parole d'ordine, pratiche e messaggi quasi subliminali, ma comunque sempre alienanti, intorbidano le acque della ragione. L'umanità, così antica, ma così bambina, corre il risc...

L'undicesimo comandamento

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Frame dal film "Schindler's List" di Steven Spielberg (1993). Sono del 1957. Per quanto posso ricordare, fin da bambino mi è sempre stata raccontata la storia orribile della persecuzione mortale di milioni di persone che avevano come unica colpa quella di appartenere alla religione monoteista più antica che si conosca. Si trattava di fatti che avevano smesso di accadere in Europa solo dodici anni prima della mia nascita. Oggi l'ufficialità del mondo ricorda quegli eventi. Si diranno cose, si faranno cose. Mi spiegano che questo serve a mantenere viva la memoria. Ad evitare che capitino ancora tragedie così terribili. Oggi penso che sia una bugia. Penso invece che serva solo a ricordare che i discendenti di quelle persone lì non devono più essere perseguitati e uccisi. Solo quelle persone lì però. Basta essere una persona di un'altra religione monoteista, un poco meno antica, perché la morte possa continuare a perseguitare chi non ha altre colpe: un bambino, una m...

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