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Il massacro degli Innocenti.

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Il massacro degli Innocenti, Pietro Paolo Rubens, 1610-1612. (dettaglio) Esiste nell'iconografia occidentale un tema di lunga tradizione che di recente in Siria è tornato d'attualità con le fotografie diffuse dai media di bambini assassinati dai gas: quello del " Massacro (o Strage) degli Innocenti ". Un'immagine in particolare è risultata straordinariamente aderente all'iconografia pittorica classica. Non la riporto solo perché è stata ripetutamente pubblicata ovunque e personalmente il sapere che è una fotografia me la rende inguardabile un'ennesima volta. Su questo aspetto della questione vorrei soffermarmi. La macchina per prendere le immagini funziona da sola. Non c'è nessun Rubens dentro. Spaccate la vostra se non ci credete e cercate bene tra i pezzi. Non c'è nemmeno, almeno per adesso, il programma "Prendi una fotografia alla maniera di Caravaggio". Una persona che era presente nella tragica situazione siriana ha pensat...

Almeno per adesso.

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I flussi mediatici del momento mostrano un bambino siriano di Aleppo coperto di polvere scura su tutto il corpo, vestito come vestivano me alla sua età, con molto sangue sul volto. Sta seduto attonito sul grande sedile arancione di un'ambulanza. Il tutto avvolto in una luce forte e fredda, quasi da studio fotografico. Interessante notare che è un frame di un video. Lo scrivo perché penso sia un'immagine che può piacere davvero molto ai giurati del prossimo World Press Photo e quindi potrebbero anche nell'occasione sdoganare la videocamera come strumento fotografico. Tanto le più recenti fotocamere sono già delle videocamere di alta qualità. Quindi il momento decisivo e bla bla bla non è altro oggi che uno dei 25 fotogrammi ripresi in un dato tempo, basta scegliere quello giusto, dopo, con tutta calma. Quello giusto per cosa? In questo caso, per fornire ai flussi mediatici un'immagine semplice ed efficace, facile da vedere e ricordare, non troppo cruda, ma abbast...

Può trovare qualche soddisfazione.

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Tanti sono i motivi per cui si può decidere di mettere mano ad una fotocamera per prendere una fotografia di qualcosa. Nella maggior parte dei casi si fa per uno scopo utile. In altri casi potrebbe essere solo un'occasione di divertimento fine a se stessa. Vi sono anche casi nei quali prendere una fotografia è la risposta ad un bisogno, un'urgenza insopprimibile. In genere, questi ultimi sono i casi nei quali la fotografia può diventare un'occasione di riflessione, di scoperta e di conoscenza. Ciò può avvenire perché l'immagine che si ottiene da una fotocamera ha inevitabilmente qualche relazione di verosimiglianza con il nostro modo di vedere, quello del sistema occhi/cervello . Una verosimiglianza però fedele alle leggi fisiche cui è soggetto il congegno fotocamera. Quindi mai perfettamente sovrapponibile a quanto noi vediamo. C'è sempre uno scarto, una differenza. In quello scarto, in quella differenza, l'urgenza può trovare modo di placarsi, almeno in ...

Immagini alla ricerca di occhi.

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Una fotocamera è un oggetto tecnologico basato su alcune leggi fisiche fondamentali. Di per sé, non dovrebbe suscitare più interesse di una lavatrice. Se invece ha un successo così inarrestabile presso milioni di persone è perché ciò che produce non è solo un servizio utile alla persona, come dei panni puliti per esempio, ma  qualcosa di più, molto di più. Il risultato di una fotocamera è un'immagine. Ottica, bidimensionale, oggi persino immediata, simultanea, plurimateriale e temporanea, nel senso che può apparire all'istante su display o monitor per ogni dove e per un tempo definito da chi guarda o da chi la fa guardare. Il limite di questo tipo d'immagine resta l'accessibilità. Senza l'uso di una dotazione tecnologica almeno sufficiente essa non appare. Quindi la precondizione per fruirne è quella di appartenere al gruppo umano di quanti sono dotati delle necessarie apparecchiature. L'industria del settore ogni giorno che passa raggiunge con i suoi prod...

Osservare le cose quando e quanto serve.

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L'osservazione corrisponde ad una riattivazione e concentrazione dell'attenzione. Un buon modo per favorire questo stato mentale è quello di mettersi in movimento lungo itinerari non rigidamente prefissati e senza scadenze temporali precise. Da soli, meglio. Il dialogo è difatti inevitabile se ci si muove accompagnati, anche magari come forma di cortesia. Tenere una conversazione un minimo coerente e osservare nel contempo ciò che si manifesta intorno è possibile, ma molto faticoso. Finisce facilmente per rendere l'osservazione troppo intermittente, togliendole quel carattere di insistenza che le permette di essere davvero efficace. Non esiste però solo la compagnia dei nostri simili, ma anche quella inanimata dei congegni. Uscire da soli sì, ma insieme ad una fotocamera, comporta dei problemi di "dialogo" che ricordano quelli con l'umano. Anch'essa difatti ci distrae con i suoi "discorsi", ovvero i sistemi di controllo e attivazione. Tastini...

Come fosse la prima volta, o quasi.

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L'osservazione è un'attività apparentemente così semplice da sembrare del tutto connaturata all'essere umano. Forse è anche così, ma perlopiù lo è nell'età infantile. Un'età nella quale sono davvero poche le cose conosciute e ogni nuovo incontro solleva curiosità, stupore. Man mano che si ripetono le esperienze un velo di indifferenza impercettibilmente, ma inesorabilmente, cala sulla mente. Gli occhi continuano a fornire informazioni visive che però vengono subito derubricate, dimenticate, classificate tra le cose già archiviate e quindi inutilmente ridondanti. La riattivazione della capacità di osservazione richiede quindi una sorta di allenamento. In questo senso, un congegno come la fotocamera può essere molto utile. L'idea di trasferire ciò che si percepisce con gli occhi non più solo nella mente, ma anche in una specie di memoria esterna può riattivare la curiosità e con essa la possibilità di riguardare ciò che si incontra, come fosse la prima volta, ...

Osservare, semplice a dirsi.

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©2014 Fulvio Bortolozzo. L'osservazione è una pratica di conoscenza, o almeno a questa è idealmente rivolta. Difatti sta alla base del metodo scientifico. La consapevolezza che non sia un atto neutrale ne complica però lo statuto. L'osservazione finisce quindi per avere sempre una doppia direzione analitica: quella che conduce dall'osservatore verso il soggetto, ma anche dall'osservatore verso se stesso. Ogni risultato di un'osservazione contiene quindi elementi analitici ambivalenti e nell'identificarli correttamente risiede il successo dell'operazione. A complicare ulteriormente le cose nel fotografico arriva la macchina. L'osservazione da cui si traggono tracce fotografiche contiene quindi ben quattro direzioni analitiche differenti. Oltre alle due precedenti, si aggiungono quelle automatiche messe in atto dal dispositivo: dalla fotocamera verso il soggetto e dalla fotocamera verso se stessa. Ecco quindi che in una fotografia, molto diversam...

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