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Visualizzazione dei post con l'etichetta Marcel Duchamp

Dal pisciatoio alla banana, passando per la merda.

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Dal 1917 sono trascorsi 102 anni. In quell'anno Marcel Duchamp presentò a New York la sua "Fountain" sotto lo pseudonimo R. Mutt. L'opera, un pisciatoio da muro comperato da un negozio della città, non venne mai esposta al pubblico e in seguito andò perduta. Ne abbiamo una fotografia di Alfred Stieglitz. Venne invece esposta, e collezionata, la merda d'artista in scatola di Piero Manzoni del 1961. Prodotta in 90 esemplari del peso di 30 grammi ciascuno e messa in vendita alla stessa quotazione dell'oro. Oggi arriva  la banana di Maurizio Cattelàn appesa con del nastro adesivo grigio alle pareti di uno stand della fiera d'arte di Miami e proposta in vendita a 120.000 dollari. Pare già acquistata in 2 copie. A me tutto questo sembra il segno di un percorso giunto a scadenza. Come tutti i massimalismi, a forza di cercare una provocazione scandalosa più scandalosa della precedente si finisce per divenire irrilevanti. Sì, tutti si ricordano del pisciatoio...

FLASHBACK, desueti si nasce.

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Ebbi già modo di definire Flashback come un'oasi nella settimanissima torinesissima di Artissima. Da quest'anno la fiera ospitata al Pala Alpitour è qualcosa di più e di meglio ancora: è desueta . Cioè riesce ad infrangere la barriera spazio-temporale istituita dagli estenuati adepti della fede in Marcel Duchamp e compie davvero il suo "ritorno al futuro". La libertà, la gioia, non solo visiva, di trovarsi in un luogo dove poter spaziare dall'antichità all'oggi sempre seguendo un unico filo rosso fatto di qualità formale, oggettuale, concettuale. Liberi da obblighi che non siano quelli del nostro esclusivo piacere sinestetico. Accorrete! Chiude domani. Se poi volete comunque farvi un poco di male, sappiate che domani alle 15 mi ritroverete tra i piedi. Farò parte di un interessante dialogo ( Sparring Partner Art ) con persone davvero competenti sul tema dell'arte e della sua comunicazione in vari modi e ruoli. Vi aspetto, meglio se numerosi, intanto...

L'ombelico dello sguardo.

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Quella che è andata in scena sabato scorso al Centro Culturale Candiani di Venezia Mestre è stata una recita a soggetto di due personaggi in cerca di fotografie. Un'occasione inattesa e imprevista che ha incontrato un'accoglienza calorosa da parte del numeroso pubblico presente in sala. L'incontro inaugurava il ciclo Lo sguardo e l'ombelico a cura di Giovanni Cecchinato . Negli intenti, doveva trattarsi di una relazione del prof. Riccardo Caldura sul rapporto tra fotografia e arte contemporanea e il contributo dell'esperienza di REST , la rivista di fotografie senza parole , portato dal sottoscritto. Invece, per una felice congiunzione astrale che si verifica a volte quando due spiriti liberi e amanti della conoscenza si incontrano, quello a cui il pubblico ha assistito è stato lo svolgimento di due pensieri sull'atto fotografico nascenti da due punti di vista diversi: quello dell'arte contemporanea e quello dell'iconografia fotografica. Grazi...

Soltanto un orinale.

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"Ho l'impressione che Duchamp non sia stato una guida utile. La sua argomentazione sembra quella che fu data per la guerra in Vietnam: dobbiamo distruggere il villaggio per salvarlo, dobbiamo distruggere l'arte per salvare l'arte. Ma, alla fine, quel che ci resta è soltanto un orinale." Robert Adams, Lungo i fiumi , Ultreya 2008. (edizione originale: Along Some Rivers , Aperture 2006)

Incomprensione critica dell'atto fotografico.

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La pratica del ready-made , nata con la quarta avanguardia in un artista solo ( Marcel Duchamp ), consiste nel decontestualizzare oggetti comuni per rivelarne inattese occasioni di esperienza estetica, e quindi di senso. Non può però funzionare davvero se prima non si identifica con accuratezza il contesto da cui quegli oggetti provengono. La macchina fotografica è un potente apparato di osservazione che contiene già nelle sue logiche di funzionamento una sorta di identificazione automatica dei contesti nel momento stesso in cui, agendo, ne decontestualizza ciò che di visibile trasferisce in forma di traccia ottica. Un robot duchampiano alla portata di tutti insomma. Per questo motivo, l'idea che prima di tutto sia opportuno rintracciare l'intenzione del fotografante è essenziale per avviare una piena comprensione del suo atto. Troppo facile sarebbe difatti sommergere l'immagine fotografica di ipotesi arbitrarie, sovente di derivazione letteraria, che finiscono per...

Qualsiasi altra.

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Leggendo diversi saggi di autorevoli studiosi italiani e stranieri, si incontra facilmente la questione delle questioni: il rapporto tra fotografia e arte. A seconda del momento storico in cui il saggio è stato scritto si oscilla in genere tra una posizione che si potrebbe definire per comodità "pittorialista", la quale vede nel fotografico il proseguimento della pittura con altri mezzi, e quella "concettuale", che considera l' immagine automatica estranea alle logiche della pittura e anzi perfettamente antipittorica, secondo la linea d'azione e pensiero inaugurata dal pittore pentito per eccellenza: Marcel Duchamp . Tra questi due estremi si rincorrono nei decenni le tendenze nelle opere di chi dipinge e di chi fotografa con intenzioni artistiche. Qui penso stia il punto interessante: le intenzioni. Mentre dipingere è una pratica che si svolge, oggi più che mai, tutta all'interno del sistema delle arti , il fotografare coinvolge milioni e mili...

Da Ghirri ai ghirrini.

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©2014 Fulvio Bortolozzo, dalla serie "Appunti per gli occhi". Da qualche giorno tra i blog di fotografia che seguo più assiduamente mi è apparsa una specie di ola , di quelle che si vedono sugli spalti alle partite dei Mondiali di calcio. La vedo iniziare da Michele Smargiassi il 18 giugno scorso con un post intitolato " Considerazioni di un idiota sulla foto d'arte " , prosegue il 21 giugno con " L'equivoco ghirriano " di Efrem Raimondi e la vedo arrivare dalle mie parti oggi con il post " La soglia " di Enrico Prada. Non resisto quindi all'idea di alzarmi anch'io in piedi per consentirle di andare oltre, se qualcun altro vorrà raccogliere questa espressione spontaneista di festosa partecipazione. Conosco l'opera di Ghirri fin quasi dal suo inizio. Nel senso che, inconsapevole giovincello pastrocchiante con le fotocamere per tirarne fuori qualcosa di "mio", mi imbattei nell'edizione fresca di stampa di ...

Il gesto fotografico.

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Per la prima volta dall'apertura di questo blog cedo la parola ad un'altra persona: Massimo Tranquillo . Mi ha scritto stamattina chiedendo un parere su una questione, direi, cruciale. Condivido pienamente le sue idee in merito e quindi, come HCB insegna, gli passo la fotocamera perché stavolta la fotografia me la scatti lui. Caro Fulvio, aiutami a capire perchè in tutte le letture fatte sulla famosissima fotografia di Henri Cartier-Bresson  " Derrière la gare de Saint-Lazare " non si fa nessun cenno alle condizioni in cui fu eseguita la foto e cioè al fatto che si tratta di un'immagine ottenuta per caso, infilando l'obiettivo in un buco stretto di una staccionata. Non mi riferisco alla nota sul fatto che sia l'unica fotografia tagliata in camera oscura perchè si vede il bordo del legno. Lo stesso autore, abbastanza divertito, dice in una video intervista che si tratta di un caso, una foto fatta letteralmente alla cieca. Ora, comprendo benissimo...

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