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Visualizzazione dei post con l'etichetta Street Photography

È la fotografia.

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Barbara Diamonstein: Spero che quanto sto per tirare fuori non sia noioso anche per te. Il termine street photographer  e il tuo nome sono sinonimi da tempo. Ma le strade non sono l'unico posto in cui hai lavorato negli ultimi venticinque anni circa. Hai lavorato in zoo e acquari, inaugurazioni del Metropolitan Museum of Art, rodei in Texas. Deve esserci un filo conduttore che attraversa tutto il tuo lavoro. Come lo descriveresti? Garry Winogrand: Beh, non ho intenzione di entrare in questo. Penso che quel tipo di distinzioni ed elenchi di titoli come  street photographer  siano così stupidi. D: Come preferisci descriverti? W: Sono un fotografo. Questo è tutto. D: Se non ti piace  street photographer , come rispondi a quell'altra noiosa definizione: estetica dell'istantanea ? W: Sapevo che sarebbe successo. Questa è un'altra stupidaggine. Le persone che usano questa espressione non ne conoscono nemmeno il significato. La usano per riferirsi a fotografie che credono ...

Tutte le cose sono fotografabili.

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©1967 Jonathan Brand - Garry Winogrand at work. Questo post è per l'amico Daniele di Poliradio . Lui "parla e suona" fotografie alla radio. Le parla e le suona con le voci di chi le fa e di chi le guarda. Stavolta mi chiede di parlargli di qualcosa che non esiste: la Street Photography . Lo faccio volentieri perché proprio l'altro giorno ne ho parlato con Garry Winogrand in un seminario. Lui è tornato un momento con noi per dirci che son tutte balle quelle che han scritto su di lui dagli anni Novanta in poi. Quando scendeva per le strade di New York negli anni Sessanta a fotografare le donne che gli piacevano, i tipi da film che circolavano, gli anonimi e i famosi, le scimmie, i neri, le foche, le auto decapottabili, i tizi dei circhi, i tizi della politica, le vetrine dei negozi, e qualsiasi altro fenomeno che accendesse la compulsione ossessiva di cui era portatore sano, a tutto pensava, meno che all'idea bislacca di star facendo lo street photographer . ...

Una di noi!

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Oh raga, una cosa pazzesca. Stavo pulendo la mia Fuji col 23mm fisso dopo aver fatto la mattinata in centro a cuccare gente, turiste meglio, per tirar fuori le emozioni, la verità delle sensazioni che come scosse elettriche invadono la città, ed ecco che mi arriva il whatsapp di un amico: " c'è la Maier da Meravigli ". Figata pazzesca! Finalmente è arrivata anche qui a Milano, lei l'unica stella nascosta, la più brillante, quella che ha spaccato alla grande, meglio dei tanto strombazzati che sappiamo, ma stava per non essere mai conosciuta. Meno male che un'anima gemella, uno street photographer che per campare faceva altro, ha beccato all'asta tutte quelle foto, una miniera di diamanti, una più forte dell'altra. Corriamo a metterci in fila, dai! Una di noi! Una di noi!

Il problema del genere nelle arti visive.

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©2014 Fulvio Bortolozzo. Proprio in questi giorni nel gruppo di Facebook We Do The Rest si è animato un vivace dibattito sull'esistenza o meno di un genere fotografico chiamato Street Photography . La mia posizione è la medesima da sempre: la Street Photography non esiste . Non tedio i miei manzoniani venticinque lettori con una tirata propagandistica a mio favore, ma ne approfitto invece per allargare il tema al problema del "genere" nelle arti visive. L'idea di poter classificare l'arte visiva, mutuando il metodo dalle scienze naturali è molto antica. Il metodo in se stesso è anche utile. Serve a ridurre la complessità e vastità della produzione visiva a insiemi più maneggevoli per lo studio. Gli scienziati naturalisti sanno però bene che le classificazioni rimangono provvisorie e soggette alla continua verifica e critica di ogni altro studioso che porti nuove osservazioni ed esperimenti a favore di classificazioni diverse. Spostando questo approccio d...

Un falso problema

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Con l'avvento dell'informatica sono nate all'interno del "sacro recinto" fotografico diverse diatribe innescate dai sostenitori di una presunta purezza della Fotografia (con la "F" maiuscola) sconciata orribilmente dagli interventi resi possibili dalla digitalizzazione. Posizioni come queste mi hanno sempre divertito perché disconoscono allegramente l'autentica "purezza" del mezzo fotografico. Fin dalle origini difatti, ogni immagine fotografica è sempre stata ritoccata, più o meno abilmente, per ricavarne i dati che si desiderava mostrare. Temo siano stati i lunghi anni di cattiva comprensione di un grande fotografo come Henry Cartier-Bresson a dare il via al mito del negativo intoccabile, scrigno fedele della verità! A riprova di quanto affermo, ho ritrovato tra gli scarti di una libreria, svenduti al 90% del loro prezzo di copertina, un volumetto edito nel 1984 in America e dedicato alle fotografie realizzate dal tedesco Arnold Genthe ...

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