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Visualizzazione dei post con l'etichetta parole

Scimmie davvero anormali.

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E niente, da quando entrai l'estate scorsa in un supermercato, ora giustamente chiuso, di Porto Maurizio -ex libero comune ligure accorpato dal Duce un secolo fa alla sabauda Oneglia per creare l'ircocervo topografico chiamato Imperia - la mia visione delle cose è cambiata irrimediabilmente. Lì, vicino alla cassa, c'erano dei libri usati portati da qualcuno e lasciati a disposizione dei clienti che volessero prendersi la briga di portarseli via. Li spulciai e disgraziatamente ne scelsi uno dal titolo curioso: "Il terzo scimpanzè. Ascesa e caduta del primate homo sapiens" . L'autore è Jared Diamond, nome a me sconosciuto, ma l'editore invece no: Bollati Boringhieri. Editore torinese che mi ha sempre spacciato roba davvero buona. Insomma, lo presi. Purtroppo però, diversamente dai troppi libri presi e lasciati sugli scaffali di casa ad impolverarsi, come ultimamente mi capita troppo spesso di fare, questo lo lessi. Il mondo non fu più lo stesso per me. Mi ri...

Immagino, dunque sono.

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Siamo animali a trazione cerebrale. Abbiamo un corpo fragile e decisamente meno adatto a sopravvivere di quello di tante altre specie animali, ma abbiamo un cervello particolare. Adattivo, in grado di farci sviluppare azioni e comportamenti nuovi, non solo quelli innati. Non è semplice però conviverci. Anche per questo motivo, le immagini sono d'aiuto. Ci servono per interagire con l'esperienza nel tempo e nello spazio senza limitarci ad essa quando si manifesta. Possiamo "immaginare" e così affrontare in assenza i fenomeni e le loro conseguenze. Per il cervello è quasi la stessa cosa, una sorta di allenamento ininterrotto. Un modo indiretto ed efficiente di acquisire, elaborare e mettere a frutto le informazioni sensoriali nelle quali siamo immersi. Senza le immagini probabilmente non saremmo umani. Le parole stesse non esisterebbero senza le immagini, non conterrebbero nulla e non significherebbero niente. Per paradosso, mi pare che sia frequente invece pensarla al ...

Parole, parole, parole.

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Se c'è un effetto collaterale fotografico della pandemia, che mi tocca particolarmente, è lo tsunami di parole che sommergono le fotografie sulla rete. Prima dell'evento tragico in cui siamo ancora coinvolti, leggevo sovente le lamentele sull'eccessivo, strabordante, incalcolabile numero di fotografie che ogni giorno si condividevano sui social con tutte le nefaste conseguenze sulla qualità culturale e persino artistica che calavano a picco rispetto ai bei tempi andati quando dovevi implorare un editore, un gallerista, un critico, un Bertoncelli o un prete (cit.), perché si accorgessero di te e del tuo lavoro per darti modo di farlo conoscere ad altri che non fossero la tua mamma e i tuoi amici. Adesso, mentre miliardi di fotografie continuano a circolare si aggiungono però miliardi di miliardi di parole che si prendono la rivincita sulle immagini e si affollano le dirette, le conversazioni, le conferenze, le esercitazioni critiche ecc. ecc. Siamo caduti dalla padella vis...

Uscire dalla gabbia.

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Di recente ho avuto modo di incontrare la resistenza di alcuni all'idea di potersi trovare di fronte a delle immagini fotografiche senza alcun supporto da parte delle parole, siano esse dette o scritte. Un vero è proprio horror vacui . L'immagine vissuta come abisso oscuro sul quale affacciarsi sia un pericolo mortale e vada perciò fatto solo con le dovute cautele verbali del caso per non precipitarvi dentro. Il timore parrebbe essere quello di non poter comprendere quello che si vede. Una sfiducia paradossale nella capacità del sistema occhio/cervello di risolvere l'enigma, come fosse tutta una trappola preparata ad arte per impedirlo. Penso purtroppo che le cose non stiano proprio così. Sarebbe in fondo una paura ragionevole perché rivolta alla necessità, tutta umana, di dare un qualche senso alle cose e alle esperienze. Invece leggo nel rifiuto del rapporto diretto con delle immagini senza la cintura di protezione delle parole il bisogno prioritario di conformar...

Una rosa.

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Esercizi di risveglio visivo. Prendiamo una parola: rosa . Visto che siamo di maggio e chi ha studiato latino sa anche che la declinazione del nome rosa è come il gatto sul tavolo per chi studia inglese. Sono passati diversi secondi da quando avete iniziato a leggere queste righe. Inevitabilmente l'immagine di una rosa è stata richiamata dal vostro magazzino mentale ed ora è proiettata dai neuroni sullo schermo della parte conscia. Siamo quindi tutti pronti a leggere cose che riguardano una rosa paragonandole alla nostra rosa, quella che conserviamo nelle parti chimiche interne del nostro cervello. La frittata è già fatta. Il linguaggio scritto/verbale ora ha il pieno controllo del pensiero perché l'immagine è stata richiamata da una parola. Tutto ciò che pensiamo di sapere sulle rose è lì pronto ad affacciarsi in sala proiezione, come in un gioco a quiz televisivo. A questo servono le parole e chi più le adopera, con competenza almeno mediamente sufficiente, se ne rend...

Il suo inafferrabile mutismo.

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Le religioni monoteiste lo inculcano: " all'inizio fu il verbo ". Tutte e tre difatti si reggono su dei libri, che sono contenitori di parole. Parole scritte come la fede impone siano state originariamente pronunciate da un dio. Un primato inattaccabile. Al quale segue una significativa condanna dell'altro modo umano per trasferire fuori dal proprio corpo le immagini: produrre figure. Il cristianesimo non rimane imprigionato nell'iconoclastia perchè adotta una strategia più raffinata: le figure sono ammesse purché "illustrino" le parole. Guinzaglio ideologico che affonda le sue radici nell'evoluzione dell'alfabeto, un insieme di segni simbolici che da figure diventano particelle grafiche del linguaggio scritto. C'è nell'essere umano un'insopprimibile necessità di canalizzare le immagini che produce nel suo corpo a flusso continuo. Le immagini sono essenziali per vivere, ma troppo pericolosamente incontrollabili. Possono condurre...

Ciò che si pensa di sapere.

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©2015 Fulvio Bortolozzo. Certamente le immagini che vivono in ogni umano tendono a fuoriuscirne in mille modi. La vita umana stessa sarebbe impossibile altrimenti. Anche in una fotografia questo può accadere. Più spesso, almeno qui in Italia, capita per tramite delle parole, sovente unite ai gesti e al comportamento se sono pronunciate a voce invece di  essere scritte. Un diluvio universale di parole che sommerge ogni cosa. Tutto è raccontabile, spiegabile, comunicabile. In ogni figura si nasconde un'emozione, un messaggio, un significato che può venir detto e reso evidente. Un'ansia montante di colmare ogni vuoto possibile perché il vuoto fa orrore, sembra non vita. Eppure, remando controcorrente, forse la migliore opportunità offerta dall'immagine automatica che chiamiamo fotografia è proprio quella di aprire un varco verso l'ignoto, l'indicibile, l'inumano. Una stasi, una soluzione di continuità nel flusso esistenziale che consente di trovare una spon...

Una fotografia non è una mela.

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©2014 Fulvio Bortolozzo. Ultimamente sulla rete, leggo post e commenti vari che in sintesi girano intorno al rapporto tra le parole e le fotografie. Mi pare di vedere una tendenza maggioritaria a considerare questo rapporto in funzione delle parole. Un'immagine vale mille parole, si diceva un tempo. Poi qualcuno chiosò: "Purché vengano dette". Ora, purtroppo, le dicono per davvero e ne dicono anche molte molte di più. Troppe. In passato su questo blog ho già scritto della questione, e altre volte ancora mi sa che ne scriverò. Se si prende una fotografia, se si guarda una fotografia è perché aggiunge qualcosa di indicibile. Non scivoliamo via in fretta da questa parola: "indicibile". Esiste qualcosa nella nostra vita che sia indicibile? Io sono convinto di sì. Penso, sento e molte cose mi accadono e mi attraversano senza riuscire a diventare parole, frasi, pensieri razionali. Una fotografia, in qualche caso fortunato, può contenere tracce di questo "indi...

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