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Visualizzazione dei post con l'etichetta Filosofia della percezione

La fotografia è quella che si fa per forza di levare.

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Parafrasando Michelangelo, si può considerare che in essenza il fotografico è un levare. Estendendo il concetto, in realtà lo stesso pensiero critico funziona così. La realtà sensoriale nella quale gli umani vivono non consente altro che di essere vissuta nel proprio tempo biologico, che scorre implacabile dalla culla alla tomba. Per poter intervenire con qualsiasi azione di cambiamento è indispensabile riuscire a isolare dalla totalità gli elementi utili che rivelano le potenzialità necessarie. Con un bagaglio istintuale di specie ridotto all'osso, agli umani non resta che sviluppare proprio il senso critico come strumento di sopravvivenza. La critica è questo: separazione dal tutto e individuazione delle parti fondanti. Tornando al fotografico, ogni immagine ottenuta con la fotocamera è per sua natura una parte del tutto visibile. Le fotografie non nascono dal nulla, ma prendono tracce ottiche di come la luce visibile dagli occhi umani agisce sulle cose. Sono tracce parziali, un ...

Scambiare cigni per anatre.

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Si fanno bei discorsi sull'immagine fotografica che sarebbe "solo" denotativa e non connotativa. Per quelli che non hanno fatto le scuole alte, significa che ci si vedono delle figure, ma non si riesce a sapere altro: nome della località, evento o situazione, fatti vari inerenti ciò che si vede. ecc. ecc. Insomma senza il soccorso delle parole l'immagine è un linguaggio monco, una sorta di figlio di un dio minore (difatti in origine era il Verbo, mica le figurine) che senza l'assistenza verbale serve a troppo poco. Questo però non accade per delle insufficienze iconiche, ma per dei marchiani errori di logica. Si scambia il cigno per un'anatra, si deride l'albatro che non riesce ad alzarsi in volo dal ponte della nave, si chiede insomma di assomigliare a qualcosa che non è nella natura delle immagini. Se si chiede ad un'immagine, non importa se fatta a mano o a macchina, di contenere ciò che non è le dato di contenere ecco che la frittata è fatta....

Quello che penso di pensare.

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©2013 Fulvio Bortolozzo.  L'anno inizia con un pensiero che da parecchio tempo mi rigira in testa. Ora sto scrivendo. Per farlo, delle parole emergono dalla mia mente e si allineano sul monitor. A volte le cambio. Rileggo e, se non sono convinto, correggo. Insomma lavoro con il linguaggio scritto-verbale italiano per trasferire a chi sa leggerlo quello che penso, o almeno quello che penso di pensare. Lì sta il punto. Un modo diffuso di praticare la fotografia espressiva è quello di "mettere in immagine" il linguaggio scritto-verbale. Basta prendere un testo d'interesse, chessò un brano da una poesia, una frase da un saggio o un aforisma qualsiasi. Il trucco semplifica. Il problema resta solo quello di selezionare il visivo che meglio sopporta la "traduzione". In fondo, il trito e ritrito sistema di dare o darsi dei "temi", di triste derivazione scolastica, a questo serve. Eppure provo una insopprimibile, e crescente, insofferenza verso questo...

Mondi paralleli.

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Torino, 2013.  - ©Fulvio Bortolozzo In fondo è un'esperienza tutto sommato molto semplice. Della luce che viene trattenuta come traccia iconica visibile in modo durevole su di una superficie piana per tramite di un apparato tecnico. Un'immagine "automatica" insomma. Ci stiamo avviando ai due secoli di storia di questo procedimento e in un lasso di tempo così breve, sette od otto generazioni, esso ha completamente rivoluzionato il rapporto degli umani con le immagini. Da quel fatidico 1839, proprio a causa dell'inarrestabile pervasività sociale del fotografico, stiamo vivendo una esponenziale e paradossale "inversione dell'esperienza": ogni umano nutre ormai la propria mente più delle loro tracce fotografiche che delle percezioni visive dirette dei fenomeni. Una distorsione delle sorgenti del pensiero che trasforma il mondo in un mero set funzionale per immagini ottiche, le uniche ad essere oggetto d'interesse concreto. Ciò che non viene fiss...

Un modo di concepire il mondo

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©2012 Fulvio Bortolozzo - serie Scene di passaggio (Soap Opera) . Tutti percepiamo a ogni istante milioni di cose intorno a noi – queste forme che cambiano, queste colline brucianti, il rumore del motore –, le registriamo automaticamente, ma non ne prendiamo veramente coscienza, a meno che non ci sia un particolare insolito o il riflesso di qualcosa che siamo preparati a vedere. Non potremmo mai prendere coscienza di tutto e ricordare tutto perché  la nostra mente si riempirebbe di tanti di quei dettagli inutili che non riusciremmo più a pensare. Dobbiamo scegliere e il risultato di tale scelta, che chiamiamo "coscienza", non è mai identico alle percezioni, perché il processo di selezione le cambia. Noi prendiamo una manciata di sabbia dal panorama infinito delle percezioni e la chiamiamo mondo. Una volta di fronte a questo mondo, operiamo su di esso un processo di discriminazione: entra in azione il coltello. Dividiamo la sabbia in mucchi. Questo e quello. Qui e là...

Il progetto è un fatto personale

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Sul sito del Festival della fotografia etica è appena stata pubblicata una video-intervista ad Eugene Richards , realizzata in occasione della sua mostra a Lodi intitolata "War is personal". Nelle sue parole emerge l'approccio esistenziale alla progettualità fotografica. Al di là del tema drammatico di questo progetto, gli effetti sconvolgenti sulle famiglie e sui soldati coinvolti nelle recenti guerre americane , Richards propone l'azione del fotografare come una necessità prima di tutto interiore. Un modo per portare fuori quello che ci agita la mente e renderlo finalmente oggettuale, esterno, concretamente visibile. Proprio in questo atteggiamento, risiede a mio parere la migliore tradizione della fotografia. Non la volontà razionale di comunicare a qualcuno ciò che si sente, ma invece quella di dare un corpo, una traccia fisica al turbinare della mente. Corpo e traccia che potranno poi essere percepiti da noi in primis , ma anche da altri e quindi, per il princip...

L'attesa dell'inatteso

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©2011 Fulvio Bortolozzo - dalla serie Appunti per gli occhi . Una vita arrangiata in tal modo — che fa pensare a quel giardiniere giapponese che ogni mattina dispone diversamente le pietre e la sabbia del suo giardino — potrebbe allora produrre, con un "nonnulla", l'inatteso quasi impercettibile che annuncia una nuova giornata. Così, attraverso una riduzione del tempo – non conservando che l'effimero — attraverso una riduzione dello spazio — non accordando importanza che ai frammenti — ci avvicineremmo a poco a poco all'essenziale, restando completamente nell'ordine materiale. Costruire sulla sabbia non è forse coltivare l'attesa dell'inatteso? Algirdas Julien Greimas, Dell'imperfezione. .

Photography is a crime

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"Appunti per gli occhi" ©2009 Fulvio Bortolozzo. Divertente la deriva che sta prendendo questa discussione sul blog di Sandro Iovine . Si torna inevitabilmente a parlare di verità e a dire che la fotografia è falsa, perché è un linguaggio, perché lo dice la semiologia, ecc. ecc. Verrebbe da domandarsi cosa aspettino le autorità di polizia a diffondere la buona novella presso i loro agenti, magari con un bel corso obbligatorio di semiotica e arte contemporanea. Potremmo così finalmente fotografare gli obiettivi strategici, esattamente come già ora possiamo passare nei loro pressi pensando a ciò che vogliamo senza che nessuno ci chieda conto di tali pensieri. Evidentemente, con santa pace dei brillanti studenti d'arte e dei loro professori, un qualche straccio di utilità, e quindi pericolosità, una fotografia deve pur averla se praticarla rischia di essere assimilato ad un atto di terrorismo. Scendendo giù dall'empireo della filosofia della percezione e tornando...

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