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Visualizzazione dei post con l'etichetta percezione visiva

Un momentaneo distacco dal corpo.

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Se c'è una cosa che dovrebbe trovare tutti d'accordo è la relatività dell'esperienza di ciascun essere umano. Tutto inizia e finisce nel corpo, luogo insuperabile del nostro vivere. Gli umani nascono con un corpo e di quello vivono fino alla sua fine biologica. Il mondo esiste in quanto risultato delle percezioni fisiche del corpo umano. Ciascuno quindi vive in un proprio mondo che negli anni ha imparato ad attraversare. La mente elabora di continuo i dati sensoriali fornendo in tempo reale, o quasi, la sintesi che serve per mantenere la vita nel corpo fino a che la natura non finirà per impedirlo. Su queste basi, sembrerebbe che si sia condannati a vivere in un'assoluta soggettività e autoreferenzialità. Soccorre invece la comunanza di specie. Essendo tutti nella medesima condizione, esiste una "zona grigia" nella quale le singole esperienze possono sovrapporsi e risultare familiari e riconoscibili anche ad altri oltre al diretto interessato. Le immagin...

Come fosse la prima volta, o quasi.

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L'osservazione è un'attività apparentemente così semplice da sembrare del tutto connaturata all'essere umano. Forse è anche così, ma perlopiù lo è nell'età infantile. Un'età nella quale sono davvero poche le cose conosciute e ogni nuovo incontro solleva curiosità, stupore. Man mano che si ripetono le esperienze un velo di indifferenza impercettibilmente, ma inesorabilmente, cala sulla mente. Gli occhi continuano a fornire informazioni visive che però vengono subito derubricate, dimenticate, classificate tra le cose già archiviate e quindi inutilmente ridondanti. La riattivazione della capacità di osservazione richiede quindi una sorta di allenamento. In questo senso, un congegno come la fotocamera può essere molto utile. L'idea di trasferire ciò che si percepisce con gli occhi non più solo nella mente, ma anche in una specie di memoria esterna può riattivare la curiosità e con essa la possibilità di riguardare ciò che si incontra, come fosse la prima volta, ...

La origina e contiene.

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Le immagini sono il particolare metodo usato dagli umani per organizzare, memorizzare e dare senso alle loro percezioni. Precedono ogni linguaggio, hanno sede nel corpo e non serve null'altro che una mente perché esistano, anche senza alcuna consapevolezza. Tutto può diventare immagine. Non tutto è immagine. L'immagine è una cesura, un'estrazione, una riduzione, una separazione dal contìnuum esistenziale delle esperienze indifferenziate. L'immagine non è necessariamente visiva e nemmeno visibile all'esterno del corpo che la origina e contiene.

Anche per un solo istante.

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Le fotografie possono essere guardate per un tempo brevissimo. Con un poco di allenamento si possono scorrere su un monitor o un display ad una velocità attorno al secondo riuscendo a cogliere le figure che contengono, anche se sono molto piccole. Esperienza ormai comune sui social. Questa "velocità di visione" dell'immagine fotografica fissa sta alla base del suo successo sulla rete, superiore persino al video e alle immagini grafiche tradizionali. Un'ipotesi che coltivo è che a dare simile forza alle fotografie è proprio la loro apparente somiglianza con l'esperienza diretta del guardare. Si possono guardare le fotografie come si guarda direttamente qualcosa, anche per un solo istante.

L'anima, nel migliore dei casi.

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©2014 Fulvio Bortolozzo. Fotografare è un atto tecnico, prima di tutto. Bisogna mettere in azione un congegno. Un gesto complesso che oggi può essere diretto e semplice quasi come il puntare qualcosa con il dito indice. Gesto quest'ultimo che le antiche madri insegnavano ad evitare ai loro figli, perché ritenuto molto maleducato. Come il fissare troppo intensamente e a lungo una persona. Selezionare, scegliere con lo sguardo è quindi qualcosa di aggressivo e sovversivo perché estrae dal contesto indifferenziato una percezione in particolare. Non esiste una neutralità dell'atto fotografico. La si metta come si vuole, è un prendere, un portare via qualcosa. L'anima, nel migliore dei casi.

Uno strano specchio in forma di finestra.

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©2014 Fulvio Bortolozzo. Più che con il disegno o la pittura, con una fotocamera si mette in atto un'azione che origina da ciò che si è in grado di percepire. La percezione è un'attività molto complessa che impegna a fondo il cervello umano. Nella percezione rientrano anche i pensieri. Se una cosa puoi pensarla allora puoi percepirla. Riconoscerla. Termine ultimo del percepire è difatti il riconoscere, portare a livello di coscienza qualcosa e quindi averne consapevolezza. Il semplice abbandonarsi al flusso visivo degli occhi non produce nulla di tutto questo. Deve intervenire una scelta, una soglia di attenzione va superata. Qui iniziano, e finiscono, le possibilità del fotografico. L'azione tecnica che ne consegue rispecchia ciò che il fotografante è in grado di pensare: se hai pensieri banali farai fotografie banali. In questo senso, una fotocamera è davvero uno strano specchio in forma di finestra. .

Come fossero ecografie.

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Facciamo un piccolo spostamento tra immagini automatiche. Passiamo da quella basata sulla luce a quella che nasce dagli ultrasuoni. Forse così si può meglio mettere in evidenza la messe di parole a vuoto che vengono consumate sul fotografico, in specie quando lo si relaziona alla pittura o alla narrativa letteraria. Spero che nessuno tra i miei lettori, che non sia stato preparato professionalmente a farlo, pensi di poter guardare il visivo ecografico sostenendo di poterne trarre indicazioni diagnostiche pertinenti. Difatti alla voce "Ecografia" si legge su Wikipedia: " L'ecografia è, in ogni caso, una procedura operatore-dipendente, poiché vengono richieste particolari doti di manualità e spirito di osservazione, oltre a cultura dell'immagine ed esperienza clinica ". Non cambia nulla per il fotografico. La falsa credenza che una fotografia riproduca ciò che sta davanti alla  fotocamera come potrebbe farlo il sistema umano occhio/cervello è all'ori...

Mondi paralleli.

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Torino, 2013.  - ©Fulvio Bortolozzo In fondo è un'esperienza tutto sommato molto semplice. Della luce che viene trattenuta come traccia iconica visibile in modo durevole su di una superficie piana per tramite di un apparato tecnico. Un'immagine "automatica" insomma. Ci stiamo avviando ai due secoli di storia di questo procedimento e in un lasso di tempo così breve, sette od otto generazioni, esso ha completamente rivoluzionato il rapporto degli umani con le immagini. Da quel fatidico 1839, proprio a causa dell'inarrestabile pervasività sociale del fotografico, stiamo vivendo una esponenziale e paradossale "inversione dell'esperienza": ogni umano nutre ormai la propria mente più delle loro tracce fotografiche che delle percezioni visive dirette dei fenomeni. Una distorsione delle sorgenti del pensiero che trasforma il mondo in un mero set funzionale per immagini ottiche, le uniche ad essere oggetto d'interesse concreto. Ciò che non viene fiss...

Compresi gli occhi... o forse no

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©2012 Fulvio Bortolozzo - serie Scene di passaggio (Soap Opera) . Una volta aveva letto che inizialmente gli occhi vedevano tutto ruotato di  centottanta gradi, trasmettendo al cervello un'immagine del mondo per così dire capovolta. Siccome però il cervello sapeva che la gente non andava a spasso sulla testa e che le montagne non si allargavano dal basso all'alto, aveva imparato a rigirare l'immagine. In qualche modo, li occhi imbrogliavano e la ragione fungeva da correttore. Che fosse vero o no, questo poneva in ogni caso una questione fondamentale: come poteva Jonas essere certo che quel che i suoi occhi vedevano fosse davvero là? In fin dei conti, lui era un grumo di carne che vagava per il mondo. Ciò che sapeva lo acquisiva soprattutto tramite gli occhi. Grazie a loro si orientava, prendeva decisioni, evitava di andare a sbattere. Ma niente e nessuno potevano garantirgli che dicesserò la verità. Il daltonismo era un esempio innocuo di come l'inganno fosse...

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