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Visualizzazione dei post con l'etichetta memoria

Il tempo, la morte e il diavolo.

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La condizione umana è temporanea e non prevede alcuna possibilità di essere interrotta se non con la morte. Questa probabilmente è l'origine da cui discendono tutte le altre questioni. Per ciò stesso la gestione del tempo è fondamentale. Solo in essa si può cercare un equilibrio esistenziale accettabile. Ogni essere umano sceglie o subisce il tempo a seconda di quanta libertà di disporne abbia o riesca a conquistare. Chi fotografa consapevolmente ha maggiore confidenza con il tempo perché mette in atto una procedura ottica automatica che proprio quel tempo sembra bloccare. Sulla mia scrivania c'è una foto di mio padre. Un giovanotto ripreso in studio da un fotografo professionista. Mi pare un ventenne. Molto probabilmente è stata presa prima che io nascessi e lui non è più al mondo ormai da anni. Cosa ho quindi sulla scrivania? L'immagine di uno sconosciuto che sarebbe poi stato mio padre, quello che da quando fui partorito da mia madre avrebbe fatto parte della mia vita fi...

Cosa stavo dicendo?

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La distrazione non è più ormai un evento saltuario, un difetto dell'attenzione da evitare il più possibile per non trovarsi in difficoltà con quello che si sta facendo. Semmai è il contrario. La distrazione è lo stato normale, mentre il richiamo improvviso ed inatteso alla concentrazione su qualcosa che minaccia di interromperla viene vissuto come un fastidio, un evento ostile, a volte persino un trauma. La fotografie possono essere parte importante di questo capovolgimento comportamentale. Diversamente dalle immagini tradizionali, vengono prodotte da una macchina che una volta avviata trattiene tutto quello che l'obiettivo fa entrare in essa. Tutto, anche quello che non era stato visto, o voluto, dall'umano addetto alla macchina. Ci siamo così abituati ad avere per le mani immagini contenenti qualcosa che sul momento non era previsto e magari nemmeno voluto. Poco male, il tempo potrà far riemergere ciò che interessa quando cambierà qualcosa. Persone, animali, luoghi e cose...

Conservare sempre, conservare troppo.

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Se c'è una cosa che certamente l'invenzione della fotografia ha portato all'ossessione più parossistica è la conservazione. Prima di tutto della fotografia stessa, ma per suo tramite anche di tutto quello che è stato preso da una fotocamera e ridotto in immagine. Sembra che senza archivi smisurati dove vengono faticosamente, e costosamente, conservate milioni di fotografie di ogni tipo, sia nella forma materiale classica, sia in quella elettronica, qualcosa vada irrimediabilmente perduto. Un danno terrificante per l'umanità e la sua memoria collettiva. A me pare una follia archivistica, che forse genera anche posti di lavoro e qualche risultato economico, ma che non è alla fine altro che è un'inutile resistenza allo scorrere del tempo. Assomiglia persino ad un rifiuto della vita, come flusso intendo. Immaginiamo per un momento se oggi avessimo tutto dell'epoca di Aristotele. Ogni suo discorso, ogni sua parola, pronunciata in qualsiasi occasione. Ma non ...

Sarà tre volte Natale.

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Eccoci ad un giorno come gli altri. Lo hanno dedicato ad un santo dei cartoni animati. In genere, lo si vive facendo i conti con i trecentosessantaquattro o cinque giorni precedenti e nel contempo si butta un sasso nello stagno dei successivi identici giorni. Un'attività con poco o nessun senso. La tradizione troppo spesso si riduce a questo: ripetere azioni, gesti, pensieri perché si è sempre fatto così. Rassicura, fa sentire meno soli. Repetita non i uvant per niente. Ripetere tanto per farlo è la peggiore delle attività possibili. Così come scrivere un blog perché si pensa che qualcuno se lo aspetti. Volo di vanità. O anche fotografare perché lo si è sempre fatto e niente impedisce di continuare a farlo. La tradizione, intesa così, è la fine delle cose. La memoria si riduce ad una sequenza a termine di pochi fatti, ma ripetuti allo sfinimento. Meglio non averla la memoria. Serve solo ai vecchi per rimestare nei loro errori. I giovani non hanno memoria. Che memoria hai a du...

La fotografia diretta e la memoria.

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Una relazione speciale tra immagine e osservazione umana si stabilisce da sempre per mezzo di quella che si chiama fotografia diretta , in inglese Straight Photography . Alla radice di questo fenomeno c'è l'istintualità, la necessità di reagire con immediatezza a qualcosa che sollecita l'attenzione. Il gesto, sempre meno ostacolato dal congegno, è quello di prendere una fotografia, o un breve video, di qualcosa che si desidera trattenere nel tempo e trasferire nello spazio, almeno come immagine, anche in movimento e persino sonorizzata. Il senso di questo gesto è però tutto da valutare. La sepoltura nel cassetto, un tempo, e nelle memorie virtuali, oggi, di un'oceano d'immagini che non saranno mai più riviste da chi le ha prese è l'indizio di una patologia. Prendere delle fotografie di ciò che ci interessa al momento fa parte anche dei gesti scaramantici, dei rituali ossessivi, quasi uno scongiuro, una richiesta inconscia di restare in vita. Fotografo dunqu...

L'indifferenziata platea dei senza nome.

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Ho finalmente visto la mostra di Christian Boltanski alla Fondazione Merz di via Limone a Torino . Termina a fine mese e quindi chi avesse l'intenzione di visitarla farebbe bene ad affrettarsi. L'artista è noto per i percorsi di senso che riesce a costruire con le sue installazioni. In questo caso prevale la materia del fotografico, inteso come effimero flusso di memoria collettivo. Il titolo della mostra è " Dopo " e l'esperienza che propone ai visitatori è proprio quella di un'estraniamento temporale. Nella sala principale è stato allestito uno sguardo all'indietro verso fantasmi fotografici stampati su grandi veli appesi che scorrono in lento movimento su binari a soffitto. Lievi tracce d'esistenza: volti, figure, eventi di vita familiare, quella di chiunque. L'idea che sostiene l'artista è che il tempo scorra irrefrenabile e che l'illusione di trattenerlo sia vana. Anche degli oggetti imprecisati, nascosti da imballi di...

Imprecisati e indeterminati.

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C'è anche una memoria tattile, così come per ogni altro organo di senso umano. La connessione però contiene comunque immagini. Sembrerebbe quindi che le immagini svolgano una funzione di collegamento e recupero, come degli hashtag visivi , essenziale per l'attività cerebrale. Le immagini, a questo livello, sono richiami frammentari a frazioni temporali brevissime composte da visioni oculari che in un dato tempo e luogo hanno avuto origine, ma non sono necessariamente in connessione diretta con la funzione di richiamo che svolgono. Manca una narrazione, un codice. Ci sono qui punti di contatto molto interessanti con le fotografie, prese singolarmente, come tracce visive equivalenti a sguardi, persino meglio se imprecisati e indeterminati.

Polvere di bit.

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Si prendono sempre più fotografie durante l'esistenza. Un gesto ripetuto e compulsivo senza il quale sembrerebbe di non completare degnamente l'esperienza vissuta. Sempre più fotografie rimangono quindi dimenticate nelle memorie degli smartphone, negli hard disk o in quei cimiteri virtuali che sono le " nuvole di gigabyte " gentilmente messe a disposizione sulla rete. Prima dell'arrivo del file digitale non accadeva nulla di diverso. Le fotografie erano inevitabilmente degli oggetti di carta, stampati da negativi che andavano rigorosamente persi chissà dove. Restavano però le stampine dimenticate in qualche scatola o cassetto. I più fortunati avevano in famiglia dei curatori della memoria , sovente femminili, che allineavano con delicatezza nei fotoalbum tutte le fotografie che potevano contribuire ad illustrare le gesta e il grado di parentela di ogni familiare ripreso durante gli eventi e le riunioni. Proprio da lì viene quella che è stata fino ad ora la f...

Vita che si dimentica di se stessa.

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Le immagini vivono nei corpi umani. Senza di esse questi corpi non potrebbero vivere ed interagire tra di loro. Non serve quindi nulla se non l'esistere per produrre e conservare innumerevoli immagini. Niente hard disk, niente archivi cartacei. La stessa memoria non è che una sintesi visiva, prima che linguistica, di ciò che ci attraversa in continuazione. Non di ciò che ci accade. L'immagine si colloca in un punto di passaggio tra gli eventi e le loro conseguenze. Perdere la memoria non vuol quindi dire perdere la vita, ma semplicemente rinnovare le immagini senza conservarle. Tutto appare nuovo, qui, per la prima volta, e poi ancora un attimo dopo. Una vita immemore è possibile perché le immagini continuano a prodursi, ma la loro impermanenza rende impenetrabile, inconoscibile, effimera la vita. In fondo, il flusso visivo della rete è vita che si dimentica di se stessa.

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