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Visualizzazione dei post con l'etichetta immagine automatica

La libertà di vivere.

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Sta cambiando rapidamente la sensibilità verso ciò che può offendere. Forse a causa della televisione degli anni Ottanta Novanta prima e della rete Internet oggi, sempre più spesso l'espressione coincide con la sua spettacolarizzazione e quindi il pensiero si fa immediatamente azione, offensiva a volte o percepita come tale. La fotografia ha certamente parte in tutto questo perché l'immagine automatica e le sue derivazioni audiovisive trasferiscono le azioni dal piano dell'esperienza diretta a quello dell'esperienza mediata. Oltre a questo, va considerato il fattore tempo. La parola scritta sulla carta è per sua natura non sincronica come invece quella parlata. La parola detta in televisione o scritta sulla rete recupera invece molta della sincronia del parlato ridotto però ad una forma che espone ad equivoci, fraintendimenti e quindi provoca facilmente reazioni  istintive invece che razionali. In questo scenario complesso l'offesa aumenta di intensità perché ...

Immagini, non dipinti.

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Mi pare che un certo equivoco qui da noi sia molto diffuso. Mi riferisco al movimento storico del Pictorialism , che a cavallo tra Ottocento e Novecento si sviluppò in Europa e negli Stati Uniti. Tutto probabilmente nasce dal nome stesso che in Italia suggerisce una relazione privilegiata con la pittura . Diversamente da quanto è storicamente avvenuto e continua ad avvenire. Perché se si intende il termine pictorialism come riferimento alle pictures , quindi alle immagini in senso esteso, e non specificatamente alla pittura ( painting ), ancora oggi esistono ed operano fotografi che intendono realizzare delle immagini con le loro fotocamere. Qui il discorso potrebbe avvitarsi in uno sterile nominalismo, ma quello che mi interessa evidenziare è che una fotografia non può mai essere un dipinto, mentre, per la procedura con con cui la si ottiene, non può non essere un'immagine. Automatica invece che manuale, ma sempre un'immagine.

Funzionare come immagini.

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Nel momento in cui un'osservazione diretta dei fenomeni viene trasferita in fotografia avviene un cambiamento definitivo. Dell'esperienza in corso rimane solo una traccia ottica bidimensionale determinata dall'azione tecnica di un congegno che segue leggi fisiche di funzionamento. Questa traccia riporta l'azione della luce su una superficie ad essa sensibile. Azione simultanea che avviene durante un tempo dato di passaggio della luce attraverso l'apparato ottico, foss'anche un semplice foro. Ciò che si ottiene, una fotografia, viene per convenzione chiamato anche "immagine". E qui nascono alcuni problemi causati dall'insufficienza del linguaggio scritto/verbale nel descrivere precisamente le cose, specie se complesse come quelle che si riuniscono nella parola "immagine". Un'immagine è molte cose insieme. Partendo dalle più difficili da afferrare, si può dire che le immagini sono quelle figure effimere di cui facciamo esperienza ...

Mai varcare per davvero.

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Qualsiasi fotografia, proprio qualsiasi, è un ingresso. Fa entrare nell'universo parallelo delle immagini. Uno spazio che di dimensioni sembra averne due, invece ne ha sovente una terza, che è illusoria, e nelle fotografie ce n'è sempre un'altra ancora, spesso non rilevata abbastanza: la dimensione temporale. Icone automatiche prese nel tempo, fatte di tempo e a disposizione di chi le vuole guardare per tutto il tempo della loro durata fisica. Poco conta, se non per alcuni più attenti a questioni estetiche, quale sia la forma di una fotografia. Conta molto di più quale pezzo di tempo essa contenga. Anche malamente, sfocato, storto, mosso, tutto sbagliato insomma. Sono immagini di esperienze contingenti e il loro valore più grande è questo. Lo dimostra sempre il tempo: più tempo passa dal momento della ripresa, più cose cambiano, più tutto ciò che ci rimane è solo quell'icona lì. Presa proprio quel giorno lì, in quel modo, momento e luogo lì, non altri. Per questo ...

L'autore è chi mostra.

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Boltanski alla Fondazione Merz (2016). L'atto fotografico si conclude nel suo stesso farsi, ma lascia traccia durevole in un'immagine.  Da qui si può partire per recuperare il senso di un'azione complessa nei risultati quanto è invece semplicissima ormai come gesto. La complicazione è nell'immagine che rimane. Certamente origina da un atto il più delle volte volontario, ma potrebbe anche originare da un azionamento inconsapevole ovvero programmato e quindi non direttamente prescelto all'istante da un umano. Un'immagine del genere possiede una natura ambigua, diversa da quella di qualsiasi immagine tradizionale, cioè ottenuta direttamente dal corpo umano per tramite di strumenti in grado di lasciare segni, colori e forme su delle superfici. L'immagine fotografica "avviene" per una combinazione tecnica e fisica all'interno di un congegno già predisposto dal costruttore per fornire solo certi visivi e non altri, ma tutti obbedienti alle le...

Prima o poi.

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Le immagini sono una costruzione mentale degli umani. Abitano i loro corpi e a volte ne escono con innumerevoli manifestazioni fisiche. La novità più importante del fotografico sta proprio in questo fondamentale aspetto: sono immagini che non escono da un corpo umano. Un oggetto costruito da umani per produrle automaticamente, secondo leggi fisiche ben precise e ripetibili, è l'agente della loro nascita al mondo. Questa alterità pone il problema dell'autore. Nell'immagine tradizionale qualsiasi sgorbio di bambino suscita l'ammirazione familiare perché si è consapevoli che proprio lui lo ha reso visibile, con le sue manine e il suo impegno psicofisico, usando in ogni modo le superfici e gli strumenti disponibili, anche in modi non convenzionali e perseguibili dai regolamenti di convivenza stabiliti dai genitori. Dando invece ad un bambino una fotocamera dove debba solo premere il famoso pulsante, ecco che tutto si concentra in un'attività performativa dove il...

Cose davvero interessanti.

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Prendere fotografie non ha senso in se stesso. Se ne ottengono immagini che seguono regole imposte da leggi fisiche: ottiche innanzitutto, poi meccaniche, infine chimiche o elettroniche. Sono immagini tecniche prodotte da congegni, che sempre più diverranno veri e propri droni, costruiti e programmati per ottenere la migliore efficienza di risultato nel minor fastidio operativo possibile. Invece di attardarsi a farle faticosamente assomigliare a immagini umane, quelle da sempre realizzate direttamente dalla mente e dal corpo senza intermediazioni automatiche di apparati vari, conviene occuparsi del senso mancante. Del perché e come servirsene. Qui si possono realizzare cose davvero interessanti.

Meno è meglio.

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C'è come una linea sottile, ma ben evidente, che separa il fotografico in due procedure differenti. La prima consiste nell'accettazione di ciò che il congegno produce, la seconda nel suo superamento visivo. Entrambe alla fine coltivano la speranza di ottenere delle immagini di un qualche valore estetico, o anche di utilità pratica. A mio parere l'accettazione coglie la vera novità dell'immagine automatica: il fatto di non venire partorita direttamente dal sistema occhio/cervello/corpo umano. Il superamento invece riporta tutto nella tradizione, da quando cioè il sistema ottico della camera obscura si infiltrò come un virus nella rappresentazione pittorica, in specie prospettica, ma non solo. Da allora, gli specialisti che fanno immagini cercano continuamente di trarre beneficio, ma anche di ridurre al proprio volere, ciò che viene prelevato da un congegno ottico/fotografico. Quindi, mai come nel fotografico, meno è meglio.

Una storia infinita.

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Da qualche anno al Castello di Miradòlo si svolgono esposizioni di pittura, alcune a cura di Vittorio Sgarbi . Mi era già capitato un paio d'anni fa di visitarne una sua dedicata al Tiziano e l'avevo trovata molto ben realizzata in ogni aspetto. Di recente ho avuto modo di vedere anche questa su Caravaggio e il suo tempo , che resterà aperta fino al 10 aprile prossimo. Ne scrivo qui perché, nonostante siano molte le cose che mi allontanano dal personaggio mediatico "Sgarbi", trovo che in occasioni come queste riesca a trovare un equilibrio raro tra erudizione e divulgazione. Equilibrio che riesce a favorire riflessioni utili anche in persone non addentro alle questioni più specialistiche. Nel caso specifico, si pone l'accento sull'importanza rivoluzionaria di Caravaggio come pittore che sposta il centro dell'attenzione dal tema del "bello" a quello del "realismo". In sintesi, preannuncia sia con i metodi sia  con i concetti que...

Supera il rumore di fondo.

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C'è forse una sopravvalutazione dell'atto fotografico come valevole di per sè. Prelevare una fotografia viene ritenuto da alcuni un valore sociale, di relazione si dice, per il solo fatto di aver schiacciato un bottone o premuto il dito su un display. Di più: ogni fotografia non esisterebbe se non venisse vista da qualcuno. E via discorrendo. Di questo passo il solo respirare potrebbe essere il vero gesto espressivo fondamentale. Per mio conto, penso invece che vi sia un discrimine ineludibile: l'immagine. Un'immagine ha una sua autonomia, esiste quindi non quando viene realizzata o vista, ma solo quando si distacca dal flusso visivo imponendosi come un'interruzione, un momento privilegiato di osservazione, più denso, più ricco di stimoli e spunti di riflessione. Un'immagine non è mai un fenomeno casuale, ma il risultato di un processo con regole proprie in continua trasformazione. Processo che può pure essere molto automatizzato come nel fotografico, ma ch...

Quella sarabanda d'immagini che siamo.

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Alla fine, gira che ti rigira, quello che ti resta sono solo delle immagini. Stanno lì nella testa, imperterrite, e ti tengono compagnia per anni, a volte per tutta la vita. Si formano un po' come pare a loro. Non nascono per forza da ciò che si vede, ma anche da rimescolamenti imperscrutabili di sensazioni fisiche e pensieri ondivaghi. Cambiano persino, si fanno più nitide o al contrario sfumano e scompaiono quasi o anche si trasformano e diventano qualcosa d'altro. Non ne conosco le regole, solo i fenomeni, così come posso pensare di osservarli, illudendomi forse di farlo. C'è qualcosa di inafferrabile che muove al desiderio di trattenere, fermare alla fine questo vorticare d'immagini in forme e concetti finiti. Allora si cercano mezzi per farlo. Chi usa le parole, chi suona, chi disegna, chi prende fotografie, che alla fine non sono la traccia di quello che si vede davanti alla macchina, ma la manifestazione visiva contingente, e in qualche modo già incontrata,...

Pensare per immagini.

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Prendere una fotografia oggi è più semplice che mai. Si riduce tutto a puntare un congegno verso la direzione di ciò che si desidera prelevare e premere il pulsante di scatto. Gli automatismi producono un risultato nella maggior parte dei casi sufficiente, entro i limiti di funzionamento previsti dal produttore del congegno ovviamente. Questa semplicità genera mostri. La riduzione dei tempi di realizzazione aumenta le prese inutili. Numeri sempre più elevati di file irrilevanti si accatastano nelle schede di memoria e poi negli hard disk. Qualcuno pensa di sfuggire al fenomeno tornando al sistema chimico. Numeri meno elevati di pellicole e stampe si accatasteranno allora nei cassetti, ma la selezione data dalla procedura più lenta e complessa non comporterà necessariamente una migliore qualità dei risultati. Non penso vi sia nessun rimedio tecnologico all'indispensabile precondizione di imparare a pensare per immagini .

Non è così assoluta.

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Si vive talmente circondati da immagini automatiche da considerarle immagini e basta, come se il fatto che siano di matrice ottica non comportasse nessuna differenza sostanziale con qualsiasi altro tipo d'immagine. Eppure il fatto che un'immagine sia la traccia visiva durevole di ciò che un sistema ottico può prelevare dalla luce contiene un preciso risvolto ideologico che finisce per condizionare il pensiero umano, quando non se ne sia consapevoli. Vedere è un'attività complessa che coinvolge tutto il corpo a partire dagli occhi. L'elaborazione che il cervello realizza a velocità incommensurabile tiene però conto non solo di ciò che arriva dai nervi ottici, ma anche delle altre informazioni sensoriali. I movimenti stessi del corpo influiscono sulla sintesi che chiamiamo "vedere". Tutta questa complessità sempre in azione con un dinamismo sorprendente non è riducibile alla sola componente ottica. Una fotografia questo fa. Opera una riduzione di comples...

Agiscono su di noi.

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 C'è una particolarità dell'immagine automatica, altrimenti conosciuta come fotografia , quella di non essere direttamente realizzata da un essere umano, ma da un congegno. L'autore della traccia visiva è quindi una macchina, e in italiano si dice infatti "macchina fotografica". La macchina riceve la luce attraverso un foro, o un apparato ottico apposito, e ne conserva gli effetti con tecniche chimiche o elettroniche. Questo basta a rendere le immagini automatiche cosa altra rispetto alle immagini tradizionali (quelle "fatte a mano"). Guardare le immagini automatiche come fossero quelle tradizionali è un errore diffusissimo e porta a non comprenderne le novità che da quasi due secoli agiscono su di noi.

Non tutto è immagine.

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La notizia recente è che Instagram ha deciso di consentire la pubblicazione di immagini con formati diversi dal quadrato senza che si debba ricorrere ad app di terze parti per poterlo fare. Apriti cielo. I fondamentalisti di quel social han levato gli scudi (quadrati) in aria. Su Wired è apparso un articol o il 2 settembre scorso che corregge un poco il tiro rispetto alla reazione "di pancia" del 27 agosto nella quale si sosteneva addirittura questo: " L’apertura alle foto rettangolari certifica che Instagram non è più un luogo di sperimentazione, ma solo di pubblicazione. ". Sono particolarmente colpito da come delle invenzioni di marketing possano venire prese per attività di ricerca espressiva, magari "di massa", nelle quali la missione sia quella di "liberare" la cosiddetta "creatività" degli utenti. Lo stesso equivoco è alla base del successo dei "filtrini" che pasticciano una presa fotografica fino a farla sembrare ...

Le tracce visive del suo agire.

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Nell'uso di una macchina per prendere immagini risiedono molti aspetti specifici. Non tutto però è contenibile all'interno del pur ampio campo del fotografico. Prima di esso viene l'immagine tout court , quella che si forma, e si  alimenta, nell'essere umano rendendolo capace di vita e relazione con i propri simili. Da qui si comincia per poter riflettere sull'esperienza dell'osservazione in un luogo. L'osservatore stesso è parte dell'osservazione e l'iconografia che produce contiene elementi soggettivi che intersecano e guidano la sua esperienza. Ciascuno a suo modo, ma non nella totale libertà espressiva, bensì lungo binari che oltrepassano l'individuo e lo connettono a quanti incontreranno le tracce visive del suo agire.

Sarebbe pleonastica.

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C'è una componente ludica nel prendere fotografie, forse più minacciata in ambito professionale dalla routine e dal rapporto con il cliente, ma comunque sempre presente. Molte sono le sfaccettature del gioco. Forse nell'approccio maschile prevale il rapporto psicofisico con gli oggetti tecnici, in quello femminile la relazione del fotografico con il proprio sentire. Il gioco funziona se appaga. Quindi se l'appagamento è nel manipolare congegni o prendere fotografie per emozionarsi, direi che tutto va bene madama la marchesa. Poi c'è il momento successivo, quello del mostrare le fotografie. Questa è una soglia superata con troppa disinvoltura narcisistica, oggi ancor di più grazie alla rete. Come il mostrare figli, automobili, vestiti, ecc. Il mondo è un luogo meraviglioso perché chiunque si incontri non può non essere interessato a me e a ciò che penso, sento, faccio e dico. Invece no, non è così. Solo se in tutto questo c'è qualcosa che fa parte anche di qualcun ...

Eccomi qui.

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Ogni immagine fisica ed esperibile dagli umani ha origine in loro stessi. Anzì, proprio voler farla uscire dalla sua sede naturale, il corpo umano, è l'intenzione primaria all'origine ogni dipinto, disegno, scultura, fotografia, ma anche pagina scritta e stampata, suono emesso da uno strumento, movimento del corpo danzante, ecc. ecc. Oltre a questa considerazione aurorale, bisogna però far passare la giornata ed arrivare fino a sera. Pur indispensabile, la consapevolezza che la sede delle immagini è in noi non aiuta in nulla a renderle fisicamente esperibili ad altri. Serve una capacità, molti dicono innata, di farlo; di dare cioè forma e sostanza, vita in pratica, alle immagini. Per fare questo ci vuole esperienza, ricerca, fatica, rìpagate solo da una riuscita, almeno parziale. Ci sono problemi tecnici da conoscere e risolvere, questioni linguistiche da superare, faccende concettuali da sistemare. Per questo motivo preferisco, a costo di apparire arido ad alcuni, fa...

Ciò che si pensa di sapere.

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©2015 Fulvio Bortolozzo. Certamente le immagini che vivono in ogni umano tendono a fuoriuscirne in mille modi. La vita umana stessa sarebbe impossibile altrimenti. Anche in una fotografia questo può accadere. Più spesso, almeno qui in Italia, capita per tramite delle parole, sovente unite ai gesti e al comportamento se sono pronunciate a voce invece di  essere scritte. Un diluvio universale di parole che sommerge ogni cosa. Tutto è raccontabile, spiegabile, comunicabile. In ogni figura si nasconde un'emozione, un messaggio, un significato che può venir detto e reso evidente. Un'ansia montante di colmare ogni vuoto possibile perché il vuoto fa orrore, sembra non vita. Eppure, remando controcorrente, forse la migliore opportunità offerta dall'immagine automatica che chiamiamo fotografia è proprio quella di aprire un varco verso l'ignoto, l'indicibile, l'inumano. Una stasi, una soluzione di continuità nel flusso esistenziale che consente di trovare una spon...

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