Buon Anno e grazie.

Vorrei ringraziare di cuore tutti coloro che mi stanno seguendo su questo blog. L'anno che sta per finire mi ha dato risultati davvero inaspettati. Ho visto aumentare in modo esponenziale le persone che hanno avuto piacere e tempo di leggere ciò che scrivo. Questo mi conforta e mi spinge a proseguire anche per l'anno a venire perché, come in tutto ciò che faccio, cerco di rendermi utile in qualche modo al prossimo. Mica per altro, solo perché il prossimo sono sempre io, siamo tutti il prossimo di qualcuno.

Buon anno e grazie ancora.


P.S.- Non condivido questo post sui social, rimane qui solo per voi.

Scambiare cigni per anatre.

Si fanno bei discorsi sull'immagine fotografica che sarebbe "solo" denotativa e non connotativa. Per quelli che non hanno fatto le scuole alte, significa che ci si vedono delle figure, ma non si riesce a sapere altro: nome della località, evento o situazione, fatti vari inerenti ciò che si vede. ecc. ecc.

Insomma senza il soccorso delle parole l'immagine è un linguaggio monco, una sorta di figlio di un dio minore (difatti in origine era il Verbo, mica le figurine) che senza l'assistenza verbale serve a troppo poco. Questo però non accade per delle insufficienze iconiche, ma per dei marchiani errori di logica. Si scambia il cigno per un'anatra, si deride l'albatro che non riesce ad alzarsi in volo dal ponte della nave, si chiede insomma di assomigliare a qualcosa che non è nella natura delle immagini.

Se si chiede ad un'immagine, non importa se fatta a mano o a macchina, di contenere ciò che non è le dato di contenere ecco che la frittata è fatta. Le immagini, da sempre, non sono fatte per comunicare secondo i criteri del linguaggio scritto-verbale, non sono la versione per analfabeti di ritorno del leggere e scrivere, non sono l'illustrazione dei concetti. O meglio possono esserlo, come è pur sempre una tigre anche quella esibita al circo o allo zoo.

Le immagini precedono il linguaggio scritto verbale e non sono un linguaggio arcaico, sono proprio un pre-linguaggio. Sono l'addensarsi delle esperienze sensoriali umane in rapporto diretto con le parti più profonde del nostro essere. Le immagini originano con la magia, sono alla base delle prime religioni, fino a che le iconoclaste monoteiste non le hanno negate, salvo solo quella cattolica, proprio solo cattolica, che partendo dalla figura di Gesù, dio fattosi uomo, recupera tutto il pantheon figurativo greco classico e lo riveste a nuovo, per la gioia del nostro Rinascimento.

Le immagini agiscono superando la mediazione della nostra parte razionale e lo fanno nel lungo periodo, nel loro ripetersi. Fenomeni come quello della televisione non sarebbero altrimenti spiegabili nella loro efficacia, ancora oggi dominante in gran parte delle persone ad essa esposte. Le immagini si guardano e riguardano e riguardano ancora. Per leggere invece ci sono le parole: pure troppe.


Sotto il vestito meno di niente.

L'altro ieri sulla pagina Facebook di Vanity Fair Italia (periodico di costume, cultura, moda e politica; fonte Wikipedia) è apparso un post che ha sollevato uno tsunami di indignazione social. Nel probabile tentativo di guadagnarsi simpatie umanitarie tra i frequentatori della pagina, espresse a colpi dei tanto agognati "like", hanno messo in competizione due immagini per l'intestazione natalizia: una fotografia davvero parecchio postprodotta del Monte Cervino innevato (visto dalla parte Svizzera, quindi chiamiamolo pure Mattehorn)  e un'altra invece decisamente fotorealistica di una scena di strada devastata da combattimenti, che nel post è scritto essere Aleppo, dove si vedono due giovani uomini che corrono nella direzione del fotografo con in braccio dei neonati stretti al petto. Sulla strada vi sono diverse altre persone in ombra sullo sfondo che non sono particolarmente agitate è c'è pure un bambino più grande, fermo, e apparentemente non inquieto, sul lato sinistro della strada, nella stessa luce dei due uomini in corsa. Il bambino guarda oltre la fotocamera come se alle spalle del fotografo ci fosse qualcosa o qualcuno.

Di entrambe le immagini, che ho scelto di non mostrare, non è dato sapere chi siano gli autori e nemmeno vi sono indicazioni sui contesti in cui sono state prelevate. Sono immagini quasi mute, per l'appunto, perché vengono dichiarati solo i soggetti: una vetta delle Alpi Pennine dal profilo inconfondibile e persone di Aleppo.

L'accostamento delle due immagini è quindi basato sulla loro pura e semplice iconicità. Accostamento richiamato dalla cronaca di questi giorni. Il Cervino innevato richiama l'imminente Natale perché nell'iconografia classica di questa festività cristiana l'associazione più diretta è con l'inizio dell'inverno, il 21 dicembre che è da poco passato, e con la neve, che in questo emisfero a queste latitudini in specie a quote elevate, dovrebbe diventare predominante nel paesaggio. L'altra icona è invece tratta dalla cronaca tragica della guerra siriana che in questi giorni sta trovando un punto di svolta con il ritorno del controllo governativo sulla città di Aleppo, fin qui caposaldo delle variegate forze che si oppongo in armi ad Assad. Svolta tragica perché dai tempi della Seconda guerra mondiale non era più successo che un numero così elevato di civili di un centro urbano si trovassero al centro di un conflitto devastante e con un'altissima percentuale di bambini tra i morti e i feriti.

Penso che la normalissima ragionevolezza del buon senso comune avrebbe dovuto impedire di fare un accostamento così stridente, soprattutto portandolo sul piano iconico. Non parliamo poi del farne addirittura oggetto di un piccolo contest a base di like sulla pagina di un social. Il direttore della rivista, Luca Dini, non ha fatto rimuovere il post, ma ha chiesto scusa dell'imbecillità commessa (parole sue). Il mio timore però è che più che di imbecillità si tratti di cultura delle immagini. Quando tutto diventa icona, tutto è fashion, tutto è glamour, tutto è marketing, si ottiene un azzeramento dei valori al più basso livello possibile, quello del mercato. Se tutto è merce e tutti siamo merce, tutto è ugualmente comperabile e vendibile: una tragedia umanitaria come una borsetta di pelle. Il silenzio, l'evitare di fare gli imbecilli in questo contesto è solo ipocrisia di convenienza. Si pensa, si fa, ma non si dice. Viva l'imbecillità quindi, se almeno ci fa vedere la nudità del re.

C'è Italy e Italy.

Ricevo un comunicato stampa da Cesura Publish sulla recente uscita del libro fotografico Italy&Italy.

Si tratta di un volume di ben 730 pagine (sul sito di Cesura risultano invece essere 632) contenente 336 fotografie, in prevalenza in bianco e nero, selezionate da Luca Santese (1985) tra le oltre 200.000 (sul sito c'è scritto 250.000) conservate nell'archivio del fotografo d'attualità Pasquale Bove (1958), foggiano di nascita e romagnolo d'azione.

L'arco temporale della selezione di Santese copre gli anni anni Novanta o poco più. L'intento dichiarato del progetto editoriale, che è anche una mostra, risulta il seguente: "Il cardine concettuale dell’opera di editing è la volontà di creare, a partire dalla sconfinata e magmatica raccolta di documenti prodotti da Bove, una nitida e definita iconografia degli anni Novanta italiani a partire da una privilegiata prospettiva: la Rimini del periodo che va dalla fine degli anni Ottanta alla soglia del 2000". Accompagnano l'opera un testo critico introduttivo del giornalista Giancarlo Dotto e una postfazione del ricercatore universitario Nicola Patruno.

Non avendo a mie mani il libro, non posso che limitare le considerazioni all'ambito più generale del progetto. Trovo innanzitutto interessante che un fotografo come Luca Santese, nato a metà degli anni Ottanta e già riconosciuto a livello internazionale per il suo lavoro, decida di immergersi nell'archivio ultra-trentennale di un altro fotografo appartenente alla mia generazione. Si confrontano due modalità di "fare il fotografo" che vedono quella antica partire dal negozio, dai servizi locali e dall'artigianato, senza soluzione di continuità con i primi professionisti storici del mezzo fotografico, la seconda invece appartenere alle classi colte, istruita negli usi contemporanei del mezzo, da quello giornalistico a quello artistico, e tesa ad un costante rinnovamento iconografico, o almeno dell'approccio all'iconografia. Su questo terreno, l'operazione è in fondo una sorta di ready-made di una produzione fotografica realizzata senza ambizioni, nata per essere fonte di reddito immediato come immagine di cronaca locale, che traslata in ambito intellettuale diviene oggetto di contemplazione e studio sino ad assurgere a modello privilegiato per riflessioni iconografiche sugli anni Novanta italiani.

Il successo di operazioni come questa è faccenda delicata. Si rischia l'intellettualismo "a prescindere". Se l'archivio non contiene di suo immagini pregevoli, citiamo il caso più famoso, quello di Eugène Atget, non c'è Berenice Abbott che tenga: tutto rimane compresso all'interno di un discorso rivolto al ristretto circolo culturale d'appartenenza. Se invece c'è del buono, ecco che avrà vita, e lunga, ma non tanto per merito del curatore quanto del produttore, del faber iconicus originale. Al pubblico, anche in prospettiva, l'ardua sentenza.


Italy&Italy

di Pasquale Bove e Luca Santese

Edizione di 700

Fotografie di Pasquale Bove
Selezione delle fotografie di Luca Santese
Curato e progettato da Luca Santese
introduzione di Giancarlo Dotto
Postfazione di Nicola Patruno

Stampato in Italia da Grafiche Antiga
Hardbound, 9.5 x 6.5 in / 24 x 16.5 cm
730 pagine, 336 fotografie, stampa offset

50 Euro.

Nel silenzio dell'indicibile.

Proprio nel seminario dedicato a Walker Evans è emerso con chiarezza tra gli studenti il valore dell'allontanamento di ogni parola dall'immagine, in specifico fotografica.

Un libro all'epoca rivoluzionario, e ancora oggi capace di sorprendere, come American Photographs può davvero essere considerato uno spartiacque fondamentale nella "lotta di liberazione" visiva dal linguaggio scritto-verbale. Il silenzio che Evans riesce a creare attorno alle sue fotografie è l'innesco indispensabile per poterle davvero guardare e quindi esperire, conoscere, liberamente. Libera-mente, cioè con la mente libera da binari, steccati, paraocchi, corridoi di senso precotti, preparati perché le domande trovino risposta prima ancora di essere formulate.

Le immagini, e più di tutte quelle contingenti cioè fotografiche, sono universi, ma non universali. Sono mondi senza confini nei quali chiunque può cercare il posto più abitabile. Sovente questo cambia nel tempo e per questo l'osservazione non è mai definitiva e supera di gran lunga ogni tentativo di traduzione, trascrizione al di fuori di essa.

Trovo commovente che una persona come Walker Evans, intellettuale a tutto tondo, mancato romanziere flaubertiano in gioventù, ma capace di costruire progetti insieme a scrittori e critici, critico letterario lui stesso, abbia saputo comprendere ed applicare il silenzio attorno alle sue fotografie, aprendole all'indicibile. Difficilissimo trovare riunita in un'unica persona una simile doppia sensibilità e consapevolezza.

Evans non era nemico delle parole, tutt'altro. Le amava a tal punto da riservare loro un ambito esclusivo. Così come amava le immagini e le rispettava. Sapeva bene che le parole possono venire dopo, con calma. Non c'è nessun motivo per rovinarsi l'osservazione di un'immagine riempiendosi la testa di parole. Così come non c'è motivo di impedirsi di ascoltare una musica facendosela spiegare mentre viene eseguita.

Certo, questo significa prendersi dei rischi, mettersi in gioco. "Guardare le figure" senza aiutini scritto-verbali ci costringe a poter non capire nulla, a capire male, a capire ciò che piace a noi e basta o qualsiasi altra libera esperienza a cui sono esposte le teste pensanti in autonomia. Quelle che non temono di non poter sapere prima cosa dovrebbero pensare per riuscire ad essere socialmente accettate e approvate.


Tutto molto interessante.

Nel fluire contemporaneo delle immagini, i riferimenti trasversali annullano le gerarchie, i generi e le suddivisioni tradizionali.

La rivoluzione "iconocratica", che inizia nel 1839 con l'invenzione della fotografia, prende il sopravvento con l'espandersi dei mezzi di comunicazione a base visiva i quali si alimentano sempre più di icone fatte a macchina ottica.

Dalle fotografie su carta, alle riviste illustrate, ai fotolibri, in un crescendo che con l'avvento del cinema sonoro (1927) aprirà le porte alla comunicazione audiovisiva di massa, divenuta poi televisiva ed oggi sempre più diffusa grazie a Internet. L'ultima barriera, quella tra produzione e diffusione si abbatte proprio sulla rete.

Si spiegano anche così fenomeni come quello di Fabio Rovazzi, classe 1994, milanese che raggiunge milioni di contatti con i suoi video musicali pur dichiarando di non essere un cantante, ma solo un giovane che ama divertirsi e far divertire con i video. Tutto molto interessante, perché nella società fluida gli steccati di genere non arginano più le piene alluvionali e non incanalano più niente. Conta solo il risultato che c'è (spacca) o non c'e (rompe le palle). Il tutto condito dalla frenesia un po' nevrotica dell'azzeramento della soglia di attenzione e dell'evitare come la peste il ripetersi nel tempo di ciò che già si è esperito, ripetizione vissuta come noia, da combattere con il succedersi di novità a tambur battente.

Dalla Pop Art in avanti, a dare le carte del gioco visivo e audiovisivo non è più solo l'ambito canonico dell'arte moderna e/o contemporanea, oggi grandemente minoritario, ma qualsiasi produzione di qualsiasi tipo purché in grado di ottenere l'attenzione degli umani. E questo è qualcosa da analizzare perché fa salire l'andiamo a comandare, cioè un latente spostamento culturale giovanile verso straordinarie forme inedite che però potrebbero scivolare verso un neofascismo autoreferenziale, per usare vocaboli desueti in assenza di quelli nuovi ancora da elaborare. Insomma: io sono io e voi siete me, o lo vorreste tanto.

REST 21/12/2016






















REST è una rivista stampata su carta di fotografie senza parole. I fotografi selezionati per REST realizzano serialità con immagini interessanti.

REST cambia la priorità. La percezione visiva è la prima forma di conoscenza: istintiva, pre-verbale. Se avete bisogno delle parole chiedete direttamente ai fotografi.

REST pensa: se un'immagine non funziona, centinaia, migliaia o milioni di parole non potranno salvarla.


REST contains photographs without wordsThe photographers selected for REST carry out good projects with interesting pictures.

REST wants to change the priority. The visual perception is the first form of knowledge: instinctive, pre-verbal. If you need words, ask the photographers directly.


REST thinks: if an image doesn't work, a hundred, a thousand, or a million words won't be enough to save it.




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REST 21/12/2016
CASETTA CORRADI GRASSO
PARAGGIO ROMUSSI TILIO
Format US Letter
64 pages - 58 color plates
ISBN: 9781366660541



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REST 26/11/2016
SHOW EDITION
CREAZZO FUSCO LOMBARDO
MINERVINI QUIRINI RADO


REST 13/10/2016
LAB EDITION
CAVICCHIO GIORGI MORETTI

REST 01/08/2016
BORRELLI GALLO HERIN
PALADINI RIGOLLI VERGANO


REST 27/05/2016
FUSCO MENARELLO MORETTI

PISANI STOCCHI VITTORI

REST 29/02/2016
ALTERO-VINO CRAVERO DI FONZO
DI LEO LOMBARDO MASSA MICON


REST 13/12/2015
CREAZZO GHIO LABELLARTE
MINERVINI MONI TONOLLI


REST 09/08/2015
ARMENTANO GIACOBINO
GIANNOTTA QUIRINI RADO






REST, ©2015-2016 Fulvio Bortolozzo.
All Rights Reserved

La sostanza di ciò che si vede.

Di recente sono finalmente riuscito ad andare a vedere la mostra personale di Armin Linke al PAC di Milano. Le mie aspettative erano guidate da una scarsissima conoscenza dell'autore, del quale trattenevo nella mente ben poche cose: mi aveva colpito, un decennio fa, la freschezza del suo lavoro all'interno della collettiva 6 x Torino; avevo navigato una volta il suo sito congegnato con un'innovativa formula di massima libertà di selezione e accostamento; ogni tanto incontravo sue fotografie sulla rete e sulle riviste che mi sembravano improntate ad una certa rigorosa qualità internazionale di derivazione teutonica, ma non troppo, e in ogni caso sempre interessanti.

Carico, o meglio scarico, del mio povero bagaglio varco la soglia del PAC e mi trovo di fronte ad un apparato di una complessità impressionante. Invece della personale di un fotografo, mi trovo proiettato in un'installazione site specific che vede coinvolti ben due curatori, Ilaria Bonacossa e Philipp Ziegler, otto intellettuali di varia estrazione culturale e scientifica, almeno due designer per l'allestimento (supporti e suoni) più molti altri collaboratori e sponsor. Tra questi ultimi spiccano la Graham Foundation di Chicago e il Goethe Institut.

Il volume di fuoco dell'autorevolezza esibita è tale da ridurre al silenzio totale l'incauto sprovveduto che avesse avuto anche solo in mente di poter esporre un'opinione che non fosse meno che celebrativa. Quindi, con una certa temerarietà sconsiderata, eccomi uscire dalla comoda trincea dell'uomo qualunque ed avanzare carponi e circospetto verso la linea del fronte avverso armato solo di tenaglie tranciafili e fede in qualche dio protettore degli sciocchi.

L'installazione suddivide gli spazi del PAC in cinque sale tematiche, più il corridoio, il parterre e la galleria superiore, che ospita a parete tre grandi fotografie e un video. In ciascuno degli spazi si svolge quello che viene definito "dialogo": ciascuno degli intellettuali ha selezionato fotografie di Linke dalle ventimila messe a disposizione nel suo archivio e ci imbastisce sopra un suo ragionamento. Un brusio di voci avvolge tutto, degli oggetti a forma rudimentale di grande cavalletto ligneo razionalizzato (un design un poco "brutalista", che nell'insieme mi provoca l'effetto di un certo assiepamento fieristico) portano fotografie di Linke di  varie dimensioni e soggetto, altre sono a parete. Ci sono poi didascalie descrittive e si viene dotati di libretto bilingue di lettura all'ingresso. Come ogni italiano che si rispetti, coltivo una certa idiosincrasia per i "libretti d'istruzione" e cado nell'errore tipico di volermela cavare senza leggere quasi nulla.

Qui finisce la mia incauta avanzata nell'installazione. Senza leggere, né ascoltare, attentamente, mi rimangono le fotografie che sono tra loro simili per educazione visiva e coerenza formale, ma come lo sarebbero le fotografie di qualsiasi eccellente professionista della fotografia industriale e tecnica. Invece di quelle di Linke, potrebbero essere quindi quelle di un altro valente collega che l'insieme non ne risentirebbe affatto nel suo impianto concettuale.

Certamente l'insoddisfazione che ho provato è colpa mia. Sono io che sono ostinatamente fissato con la faccenda dell'iconografia e dell'autonomia delle immagini dalle parole. Già sopporto a stento di conoscere luogo e data, figurarsi se mi si propone addirittura un flusso verbale intellettualmente sofisticato. Vado in tilt.

Mi resta la riconfermata bellezza del PAC: quella sua lunga vetrata sul giardino e quella lieve armonia razionalista, che amo da sempre, continuano a valere ogni visita, come quelle incantevoli che mi capitò di fare all'antologica su Ugo Mulas o quella di Jeff Wall. Mi restano anche alcune delle fotografie di Linke, in specie alcune ampie vedute, davvero coinvolgenti.

Chissà che coltivandomi ancora, non riesca a svilupparmi meglio e infine ad accedere con la dovuta disinvoltura alle installazioni come queste, che per il momento riesco ad immaginare più pertinenti con un Museo della Scienza e della Tecnica che con l'arte contemporanea. Abbiate pazienza, mi ci sto applicando.

Uscire dalla gabbia.


Di recente ho avuto modo di incontrare la resistenza di alcuni all'idea di potersi trovare di fronte a delle immagini fotografiche senza alcun supporto da parte delle parole, siano esse dette o scritte. Un vero è proprio horror vacui.

L'immagine vissuta come abisso oscuro sul quale affacciarsi sia un pericolo mortale e vada perciò fatto solo con le dovute cautele verbali del caso per non precipitarvi dentro.

Il timore parrebbe essere quello di non poter comprendere quello che si vede. Una sfiducia paradossale nella capacità del sistema occhio/cervello di risolvere l'enigma, come fosse tutta una trappola preparata ad arte per impedirlo.

Penso purtroppo che le cose non stiano proprio così. Sarebbe in fondo una paura ragionevole perché rivolta alla necessità, tutta umana, di dare un qualche senso alle cose e alle esperienze. Invece leggo nel rifiuto del rapporto diretto con delle immagini senza la cintura di protezione delle parole il bisogno prioritario di conformarsi ad un senso comune condiviso.

Non importa cioè conoscere veramente le cose, farne esperienza attraverso l'analisi personale e magari sbagliando ripetutamente prima di riuscirvi, ma avere su di esse l'opinione socialmente stabilita dal proprio gruppo di riferimento. Siamo di fronte al conflitto tra individualità e appartenenza, nel quale si pensa, secondo me erroneamente, che solo nella seconda possa esservi conoscenza, identità e quindi cultura.

Ci vorrebbe più coraggio. Le immagini, nel loro silenzio, lo richiedono. Uscire dalla gabbia di ciò che si dovrebbe pensare e arrischiarsi a pensare dell'altro, anche se potrebbe sembrare insensato. Diversamente, non rimane che assopire la mente nel rassicurante tran tran di ciò che ci dicono si debba pensare, chiedendo il libretto di istruzioni per poterlo fare: un titolo, una didascalia, una descrizione, magari anche audio con le cuffie ché così non si deve nemmeno fare la fatica di leggere niente.

La questione del soggetto.


Di recente si è suicidato all'età di 83 anni il fotografo inglese David Hamilton. La notizia mi ha colto di sorpresa perché erano talmente tanti anni che non ne sentivo più parlare che poteva benissimo essere anche già morto.

Di lui ricordavo quelle fotografie degli anni Settanta - Ottanta di giovani adolescenti nude e seminude avvolte in vaporosi effetti "pittorici", che si diceva ottenesse alitando sul filtro o usando gli allora tanto in voga Filtri Cokin. Famosa era anche la fotocamera che usava: la reflex Minolta.

Per un certo periodo fu molto apprezzato non solo dai fotoamatori, che tentavano pure come potevano di emularlo. Minolta e Cokin ne ebbero discreti vantaggi economici. Le riviste, Photo in testa, lo pubblicavano volentieri e persino nella popolarissima collana Fratelli Fabbri Editori delle monografie  I grandi fotografi, comparve un fascicolo a lui dedicato nel 1982.

L'iconografia di Hamilton era dichiaratamente orientata a soddisfare un gusto del tempo. Un erotismo appena velato che vedeva nelle "fanciulle in fiore" un soggetto accettabile, con vari precedenti storici non solo in fotografia, ma anche nell'illustrazione e in pittura. Nulla di particolarmente scandaloso e difatti, tranne i soliti inveterati bigotti, nessuno vi trovava alcunché da eccepire. Le modelle erano consenzienti, perché i loro genitori non solo approvavano, ma si sentivano privilegiati nel vederle ritratte dal grande fotografo. Tutto quindi fluiva secondo un gusto, una sensibilità e un'etica del tempo.

Personalmente, non avevo mai trovato quelle immagini particolarmente interessanti. Avevano qualcosa di stucchevole e manierato che me le rendeva distanti. Però non mi disturbavano nemmeno. All'epoca chi riusciva a colpirmi era, per esempio un Helmut Newton o anche Irina Ionesco (chi se la ricorda più?).

Tutto questo assume contorni inquietanti oggi perché poco prima della sua morte, Hamilton viene accusato di violenza carnale dapprima da una sua modella dell'epoca e poi anche da altre tre. La vicenda in Francia assume subiti contorni grotteschi al limite dell'isteria mediatica perché avviene adesso, nell'epoca dell'ossessione per la pedofilia non solo come pratica reale, ma anche come pratica virtuale.

Troppo presto per sapere cosa ci sia di vero nelle accuse tardive rivolte ad un vecchio. In Francia era già capitato che dei modelli di Robert Doisneau lo portassero in tribunale pretendendo risarcimenti che non erano affatto dovuti. Per fortuna Doisneau conservava ancora le ricevute dei pagamenti dopo tanti decenni e i malfattori vennero smentiti.

Uscendo però dal caso specifico, che se dimostrato merita certamente la più ferma condanna morale di qualsiasi persona civile, vorrei sottolineare come ogni iconografia, ed in specie quella fotografica, mantiene una relazione fondamentale con il soggetto. La maggior parte delle persone non colgono la separazione tra il lavoro dell'autore e i suoi soggetti. Anzi, tanto più il suo lavoro è ben fatto, ancor più questa scissione risulta quasi impossibile. Si tratta della potenza dell'icona che viene a sostituirsi al modello da cui origina.

In questo senso, la scelta del soggetto non è secondaria, ma fondante. Un vegetale, piuttosto che un luogo o una persona comunque vengano tradotti in immagine continueranno a proiettarsi come tali. Ecco forse perché nei social i gattini, i fiori e i tramonti continuano imperterriti a mietere consensi per quanto banali siano le iconografie che li contengono.


Immagini, non dipinti.

Mi pare che un certo equivoco qui da noi sia molto diffuso. Mi riferisco al movimento storico del Pictorialism, che a cavallo tra Ottocento e Novecento si sviluppò in Europa e negli Stati Uniti.

Tutto probabilmente nasce dal nome stesso che in Italia suggerisce una relazione privilegiata con la pittura. Diversamente da quanto è storicamente avvenuto e continua ad avvenire. Perché se si intende il termine pictorialism come riferimento alle pictures, quindi alle immagini in senso esteso, e non specificatamente alla pittura (painting), ancora oggi esistono ed operano fotografi che intendono realizzare delle immagini con le loro fotocamere.

Qui il discorso potrebbe avvitarsi in uno sterile nominalismo, ma quello che mi interessa evidenziare è che una fotografia non può mai essere un dipinto, mentre, per la procedura con con cui la si ottiene, non può non essere un'immagine. Automatica invece che manuale, ma sempre un'immagine.


REST 26/11/2016 Show Edition






















REST è una rivista stampata su carta di fotografie senza parole. I fotografi selezionati per REST realizzano serialità con immagini interessanti.

REST cambia la priorità. La percezione visiva è la prima forma di conoscenza: istintiva, pre-verbale. Se avete bisogno delle parole chiedete direttamente ai fotografi.

REST pensa: se un'immagine non funziona, centinaia, migliaia o milioni di parole non potranno salvarla.

Questa Show Edition è realizzata con tutte le fotografie esposte alla QR Photogallery di Bologna, dal 26 novembre al 20 dicembre 2016.


REST contains photographs without wordsThe photographers selected for REST carry out good projects with interesting pictures.

REST wants to change the priority. The visual perception is the first form of knowledge: instinctive, pre-verbal. If you need words, ask the photographers directly.


REST thinks: if an image doesn't work, a hundred, a thousand, or a million words won't be enough to save it.


This Show Edition is realized with all photographs in exhibition at QR Photogallery (Bologna, Italy) from 26 november to 20 december 2016.


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REST 26/11/2016
SHOW EDITION
CREAZZO FUSCO LOMBARDO
MINERVINI QUIRINI RADO

Format US Letter
64 pages - 60 color plates
ISBN: 9781366855046



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LAB EDITION
CAVICCHIO GIORGI MORETTI

REST 01/08/2016
BORRELLI GALLO HERIN
PALADINI RIGOLLI VERGANO


REST 27/05/2016
FUSCO MENARELLO MORETTI

PISANI STOCCHI VITTORI

REST 29/02/2016
ALTERO-VINO CRAVERO DI FONZO
DI LEO LOMBARDO MASSA MICON


REST 13/12/2015
CREAZZO GHIO LABELLARTE
MINERVINI MONI TONOLLI


REST 09/08/2015
ARMENTANO GIACOBINO
GIANNOTTA QUIRINI RADO






REST, ©2015-2016 Fulvio Bortolozzo.
All Rights Reserved

Il mondo così com'è.

©2004 Paul Graham.

Nel libro Europe: America c'è un'intervista di Kevin Moore a Paul Graham nella quale il discorso verte ad un certo punto sul problema della definizione di fotografia documentaria per il tipo di fotografia praticato dall'autore.

Inizialmente Graham tenta di schivare la questione, che gli viene di certo posta di continuo, ma dopo un'ulteriore sollecitazione di Moore si rassegna e risponde così:

(...) con il termine fotografia documentaria ci si riferisce ad un genere particolare di lavori prodotti per le riviste illustrate durante il periodo 1930-60. Furono grandi lavori del loro tempo, ma è davvero meglio se usiamo il termine riferendoci a quello specifico periodo. È sicuramente sbagliato usare il termine fotografia documentaria riferendosi al lavoro di Diane Arbus, Garry Winogrand, William Eggleston, Stephen Shore o Robert Adams.

Non si può semplicemente etichettare come fotografia documentaria i lavori di fotografi che escono a fotografare il mondo così com’è. Voglio dire, se qualcuno cucinasse con ingredienti dal mondo esterno, del suo orto per esempio, parleremmo di cucina documentaria? Ovviamente no, sarebbe ridicolo. Questo legame con il mondo è il cuore stesso del medium fotografico, è dove nascono e sono usate in modo poderoso le sue qualità uniche, quindi, in modo chiaro e semplice, chiamiamola solamente fotografia.

Trovo particolarmente interessante l'accento che Graham pone sul rapporto privilegiato dell'atto fotografico con la realtà percepibile dagli umani durante la loro esistenza, ben sintetizzata nell'espressione "il mondo così com'è".

Forse proprio in questa relazione, fatta di tempo e vita, si possono trovare modi diversi, e migliori, di distinguere l'atto fotografico, nel suo insieme, da altre forme di espressione visiva.


(ringrazio l'amico Mattia Sangiorgi per la traduzione del testo inglese)

La dittatura degli ignoranti.

Viviamo un tempo nuovo, già da un po' a dire il vero, nel quale il contrario della conoscenza, l'ignoranza, è divenuto un valore positivo e per questo praticato con soddisfazione, facendosene pure vanto.

La ribellione iniziò dalle parti del '68, quand'ero ancora un bambino. Lentamente, ma implacabilmente, alcune figure sociali di riferimento, come il maestro, il professore, l'intellettuale, l'esperto, insomma tutte quelle persone che avevano dedicato molti anni della loro vita ad acquisire conoscenze specifiche vennero via via perdendo di autorevolezza.

Prima bastava un loro cenno per zittire chi osava interloquire inadeguatamente su discorsi di loro competenza, poi pian piano si iniziò a "contestare" quello che dicevano, senza però sovente portare argomenti contrari di un qualche razionale valore critico.

Un modello di cultura autoritaria e gerarchica, basata sull'autoreferenzialità reciproca dei suoi componenti dominanti, si sgretolava sotto i colpi dell'opposizione dei discenti, sempre meno convinti che ciò che veniva loro ammannito fosse davvero meritevole di apprendimento.

Sembrava l'inizio di un'epoca felice e libertaria dove ciascuno poteva decidere per se stesso cosa imparare o anche di non imparare un bel nulla. Viva la libertà culturale nella quale tutto quello che c'è da capire e sapere lo si decide senza condizionamenti altrui.

Già. Evviva. Peccato che la conoscenza inizi proprio dalla presa di coscienza della propria ignoranza. L'ignorante soddisfatto di esserlo è l'essere più felice che esista sulla Terra. E chi l'ammazza? Mangia, beve, dorme, "fa all'ammore", sentenzia su tutto e tutto gli appare semplicissimo: bene e male, bianco o nero. Non si può sbagliare mai, perché solo certezze e sicurezze albergano nel suo spazioso, in quanto deneuronalizzato, cranio.

Chi cerca invece di sfuggire, scioccamente, a questa sublime condizione edenica si trova in guai serissimi. Tutto diventa complicato, ambiguo, inspiegabile persino. Insomma, conoscere equivale a voler coraggiosamente affacciarsi oltre il ciglio dell'abisso di ignoranza in cui si era fin lì vissuti. Ma la salita riserva sorprese, errori, ritorni al punto di partenza e, soprattutto, ogni cengia conquistata, che pare già ben in alto, rivela che ce n'è un'altra ancora sopra, e poi un'altra e la salita non finisce mai. Sì, perché conoscere significa scoprire che quanto non si conosce è immenso e ad ogni passo l'immensità aumenta.

Perché allora dannarsi l'anima in questo modo orribile? Meglio, molto meglio rimestare sul fondo melmoso dell'abisso, evitare ogni rapporto con i pazzi che vorrebbero farci salire, con la speranza di uscirne. Anzi, aiutiamoli a guarire, contestiamo i maestri, spieghiamo ai professori come si insegna, agli esperti quello che devono sapere, abbiamo tutti un cugino che ne sa più di loro.

Riduciamo all'impotenza questa minoranza di arroganti saputelli che pretendono di spiegarci cose che non ci servono per nulla. Mettiamo al loro posto gente comprensibile, che dice e fa cose che si conoscono e si fanno. Rassicura vivere al calduccio della propria condivisa ignoranza.

Spero vivamente che la ricreazione finisca prima o poi e che arrivi il momento in cui alle moltitudini di teste affioranti dalla melma dell'abisso venga dato l'ordine di tornare a sedersi, immergendosi così del tutto. Dalla mia piccola cengia poco sopra la melma non verserò nemmeno una lacrima di commiserazione.

Sono ignorante, e tanto, ma non mi piace esserlo e ogni giorno che mi resta combatterò questa mia condizione indegna di un essere davvero umano. Gli altri facciano un po' come vogliono. Viva la libertà!


E son soddisfazioni.


Ci sono a volte cose che vanno per il verso giusto in ogni loro parte. Capita. Difficile quindi arrivare ad un tale punto di cieca autostima da attribuirsene il merito.

Per fortuna, contro ogni apparenza per chi mi conosce troppo poco, soffro della patologia inversa e quindi posso solo registrare con soddisfazione una congiunzione astrale che mi ha regalato uno dei più bei laboratori che abbia mai tenuto.

Milano porta bene, può darsi. Successe già in passato in altre belle occasioni. Milano mi porta di sicuro persone che vanno oltre l'immaginabile per darmi sostegno reale, concreto, indispensabile. Mi porta anche ascolto e disponibilità a mettersi in gioco da parte di chi si arrischia a partecipare al percorso didattico che propongo.

Un rischio lo è senz'altro perché non regalo complimenti a nessuno. Non aiuto a coltivare vanità autoreferenziali simulando che la pirite sia oro. Il mio modo di essere utile è quello di non nascondere ciò che sinceramente penso di quello che vedo. Sbaglierò di sicuro più del necessario, ma almeno chi mi incontra sa che può fare affidamento su un punto di vista autentico, non adulterato da considerazioni di convenienza. Non cerco clienti, ma persone che sinceramente desiderino coltivarsi e crescere per un loro bisogno umano e insopprimibile. Simile al mio. Per le medagliette a buon mercato e gli onori un tanto al chilo, rivolgersi altrove, please.

Carlo, Michela, vi ringrazio di cuore. Aggiungere giorni al proprio vivere è bello proprio perché aumenta la speranza di incontri come quello con voi.

Un ringraziamento sentito anche ai coraggiosi che son saliti a bordo di questo primo REST LAB e che mi hanno persino regalato delle iconografie di qualità inattesa, dando così un immediato riscontro più che positivo al lavoro svolto.

Ora la caravella salpa e si ancorerà a Bologna il 26 e 27 novembre prossimi in cerca di altri audaci.

Qui la mappa del tesoro:
borful.blogspot.it/p/laboratorio-bologna.html

REST LAB parte da Milano.

Bene, sabato e domenica prossimi terrò a Milano il primo REST LAB sul tema Iconografie dai territori della contemporaneità. Il laboratorio verrà poi riproposto il 26 e 27 novembre a Bologna, in occasione della prima mostra collettiva di REST.

Un lavoro iniziato il 9 agosto dello scorso anno, con la prima uscita di REST, sta proseguendo sempre più intensamente nella direzione del recupero di autonomia dell'icona fotografica rispetto ai contesti verbali e mediali in cui è costantemente immersa.

La prima fase del laboratorio sarà teorica e servirà a ricostruire con i partecipanti l'impatto innovativo dell'immagine automatica dal suo apparire ai nostri giorni. Figlia dell'immagine ottica e della teoria prospettica, nel breve lasso di tempo storico che ci separa dal 1839, la fotografia ha reso possibile il paradosso di una moltiplicazione pluridimensionale del mondo nella forma di innumerevoli immagini, in costante aumento esponenziale. Qualcosa che sarebbe stato anche solo difficile poter immaginare con i sistemi tradizionali di produzione visiva.

Durante la parte pratica, basata sull'uscita didattica domenicale nei dintorni della sede del laboratorio, si potranno mettere in atto alcune procedure di ripresa tra quelle presentate il giorno precedente. Una verifica del potenziale iconografico ancora tutto da esperire, in un ambiente urbano semiperiferico contemporaneo.

Al ritorno in sede, una prima sessione di edizione del materiale servirà per indicare delle serialità potenziali che ciascun partecipante potrà poi anche sviluppare dopo il laboratorio.

Se dal laboratorio nasceranno lavori interessanti, potranno confluire in una prossima pubblicazione di REST LAB EDITION, lo speciale di REST che riunisce il meglio dell'attività didattica.

La scheda dettagliata del laboratorio è qui:
borful.blogspot.it/p/laboratorio-milano.html







Sì, no, non so.

Periodo di dubbi notevoli. D'istinto, quando ho forti dubbi sto fermo in attesa di scioglierli verso una qualche direzione plausibile. Muoversi per muoversi non mi ha mai affascinato.

In genere, il dubbio paralizzante mi si manifesta quando la ragione entra in tilt, trovando ottimi motivi equivalenti per fare sia una cosa sia il suo opposto.

L'assenza, o almeno la sua imitazione che sarebbe l'immobilità, non sono senza conseguenze. Passano magari diversi treni, mentre si sta lì davanti ai binari a guardarli senza prenderne nessuno.

C'è da dire che proprio questa attitudine mi consente di estraniarmi, di relativizzare la mia esistenza e quindi di poterla osservare mentre scorre quasi come se non mi appartenesse per davvero.

Il sentimento di esistere nonostante me, in qualche modo mi rasserena invece di inquietarmi. Il vuoto che ne consegue ha qualcosa di pacificante. Mi rigenera persino. Lascio quindi che faccia il suo corso, che dal vuoto emerga inevitabilmente qualcosa che mi condurrà al prossimo vuoto. Un accadimento come un altro.

In fondo, l'esistenza ha un'inizio certo, una fine certa, ancorché a data aperta, e nel mezzo un'alternarsi di pieni e di vuoti il cui unico senso possibile è puramente cronologico. Uno scorrimento da A a B. Come nelle nuvole, ogni tanto sembra che appaiono delle forme riconoscibili, ma sono effimere illusioni che durano il tempo di un soffio di vento.

Nelle mie fotografie, tutto questo c'è di sicuro.


Maria Adelaide e gli Altri.


C'era una volta a Torino l'ospedale Maria Adelaide. Dal 1895 agli inizi del 2016 vi hanno svolto il loro compito generazioni di medici e paramedici tra la soddisfazione generale.


Poi le fiabe un brutto giorno finiscono ed ora per poter entrare nell'edificio, e constatare che è ancora intatto come se stesse aspettando di risvegliarsi da un brutto sogno, ci vogliono gli altri, quelli dell'arte contemporanea.


Il disagio che provo, come torinese, nel percorrere spazi tutt'altro che in degrado e comunque abbandonati al loro destino di luogo dismesso, condiziona l'approccio a questa sesta edizione di The Others Art Fair.


Un'edizione dimezzata, non solo nel numero degli espositori, dai 63 dello scorso anno ai 29 attuali (mai così pochi), ma anche nel rapporto con il Maria Adelaide. L'ex ospedale prevale sempre sulle opere, tranne che nell'installazione di Luca Gilli che assume a suo soggetto proprio l'ospedale stesso.


Il flusso dei visitatori pare invece almeno costante, vedremo quanti poi saranno rispetto al record del 2015: 26.000 presenze.


Il biglietto è 7 euro. Scusate se sembro un scozzese nato a Genova, ma per me 5 euro erano più ragionevoli. Nonostante questo, famiglie giovani con bambini ne ho viste diverse. Borghesia alternativa e colta che non rinuncia ad un valore essenziale come l'arte per lo sviluppo dei loro figlioli. Questo è bene.


Magari però se si incentivasse anche con uno sconto tamarro i figli delle classi meno protette, quelle dei "periferici" che nelle stesse ore si strusciano ormonalmente negli olezzi luccicanti della 8 Gallery, sarebbe anche meglio. Ma tant'è, questa è una fiera privata, non un ente di assistenza sociale.


Oltrepassando il contesto, mi pare che l'esplosione alternativa delle prime edizioni, una vera controArtissima, inferno contro paradiso, piena di suggestioni e proposte, sia venuta meno. Ci sono opere di vario livello, in genere bene educate e giustine. Collezionabili senza timori per qualche centinaio o al massimo migliaio di euro.


L'internazionalismo poi si riduce a sette unità: un arlesiano, un berlinese, un londinese, un belga, uno svizzero e due marocchini. Meglio di niente e speriamo in meglio per il futuro, che già si sa non potrà più essere al Maria Adelaide. Gli altristi son diventati nomadi, e vanno dove gli enti pubblici hanno posti dismessi da offrire. Si chiama gentrificazione: sembra roba porno, ma è pure peggio.


In ultimo, il cortile con lo street food e il sole della domenica sono stati un vero piacere. C'ho pure trovato un cannolo siciliano chiamato Carlo Magno. E difatti l'ho magnai. Bonissimo fu.


Artissima è ancora qui.


E di questi tempi torinesi fatti di fughe ambrosiane e dismissioni culturali non è davvero poca cosa.


Se possibile anzi, la trovo ancora più viva e interessante che mai. Negli stand delle quasi duecento gallerie presenti, delle quali i due terzi sono straniere, si trova davvero di tutto e il contrario di tutto. Così a caldo, mi pare che la fotografia sia sì presente, ma più che altro con valori già riconosciuti o come base tecnica per operazioni performative e installazioni. Il che forse non è un male.


Penso difatti che per l'atto fotografico la relazione con l'arte contemporanea e moderna sia senz'altro qualcosa di molto fertile, ma non necessariamente il modo migliore di dare corpo alle sue possibilità concettuali ed espressive.


Nel panorama delle proposte non riesco a cogliere una tendenza prevalente, insufficienza mia probabilmente. L'impressione è che si siano esaurite alcune spinte del Novecento e che si stia girando in tondo, una sorta di stand by, sperando che qualcosa, o qualcuno, prima o poi spezzi con decisione l'orizzonte delle attese indicando nuove direzioni importanti. Chi vivrà vedrà.


In ogni caso, avere a Torino una volta all'anno questo condensato internazionale di arte contemporanea è certamente un privilegio per la città. Spero bene di non dovermene privare per questioni ideologiche e di miopia culturale. Mal che vada, Milano in fondo è così vicina...



www.artissima.it

L'oasi Flashback.


Anche quest'anno sono tornato a visitare Flashback, nella suggestiva sede del Palasport Olimpico (aka PalaAlpitour o PalaIsozaki). L'impressione positiva che avevo ricevuto dalla scorsa edizione si è più che confermata. In un'atmosfera elegante e ariosa, si possono avvicinare dipinti, sculture, ma anche altri oggetti d'arte storica e moderna, selezionati dagli espositori per offrire ad un esigente pubblico di collezionisti pezzi di notevole raffinatezza.


Il tempo trascorre piacevolmente tra uno stand e l'altro e passa alla fine troppo in fretta rispetto al desiderio di poter continuare a scoprire nuova bellezza. Tornerò quindi sicuramente anche il prossimo anno. Un appuntamento divenuto per me davvero irrinunciabile.




FLASHBACK
Palasport Olimpico (Alpitour / Isozaki), Torino.
Ingressi da corso Sebastopoli 123 e via Filadelfia 82.


Apertura fino a domenica 6 novembre 2016.
Ore 11 – 20.


Ingresso a pagamento.



Il tempo delle mele.

Nella confusione provocata dalla suddivisione della pratica fotografica in documentaria (oggi anche post-documentaria) e artistica, si perde di vista un aspetto fondamentale: il tempo.

Se consideriamo una fotografia come un'immagine fatta di tempo si aprono modi più coerenti di prenderla e comprenderla. Usare il tempo per fare immagini è qualcosa che prima dell'invenzione della fotografia significava solo dedicare parte della propria esistenza a realizzare manualmente oggetti che fossero sintesi visibili di qualche pensiero o sensazione.

Con l'avvento della macchina a base ottica, per la prima volta gli umani possono introdurre un congegno direttamente nel flusso della loro esistenza e dal suo principio di funzionamento trarne delle immagini. Questo è uno straordinario cambiamento teorico e pratico che sposta la produzione visiva dalla sintesi tradizionale alla nuova possibilità analitica.

Il problema è che la novità dovrebbe costringere a trovare nuovi parametri di valutazione delle immagini, mettendo in crisi quanto si pensava di sapere e capire circa il modo tradizionale di produrle, del quale si trova abbondante documentazione nei vari trattati e manuali di storia dell'arte.

La fotografia è la famosa mela di cui scrive Paul Graham, che quando viene presentata a dei mangiatori di patate (il mondo dell'arte), risulta a loro irragionevole e inutile perché non ha il gusto di una patata.

Il tempo è proprio la chiave concettuale che apre la porta alla comprensione dell'atto fotografico. Se è vero che posso vedere, per esempio, un'immagine fotografica di Cindy Sherman come la rappresentazione del personaggio filmico che lei mette in scena, inevitabilmente quella è anche l'immagine di un preciso momento della sua vita in cui lei decide di mettere in atto quell'azione artistica. Su questo piano di ragionamento, ne consegue che non c'è differenza alcuna tra una fotografia presa al volo da un Garry Winogrand e la ricostruzione scenica di Sherman, così come non esiste differenza tra la paziente ricerca del luogo e tempo adatto di uno Stephen Shore e la riproduzione fotografica in studio di un modellino costruito da Thomas Demand.

Solo che i mangiatori di patate non amano mangiare altro che questi tuberi e allora si danno un gran da fare per far sembrare le mele come delle patate. Solo allora son disposti a mangiarne qualcuna tra le meglio adattate, pur mantenendo qualche resistenza su un gusto che trovano pur sempre un po' strano.



Il problema siamo noi.

Più passano le ore e più la vicenda Goro/Gorino assume contorni inquietanti, almeno per me. In fondo, potrebbe persino essere una riproduzione in scala di tutta la situazione nazionale.

Dalle notizie che trovo, alla base abbiamo persone che vivono duramente del loro lavoro in condizioni difficili. Non sono povere, ma si sudano il loro decente benessere. Su queste persone piombano in successione: una requisizione della Prefettura, motivata da "emergenza", dell'unico ostello-bar della zona (bar in veneto e zona delta significa "oasi etilica per dimenticarsi della vita che si fa"), l'annuncio dell'arrivo di richiedenti asilo, l'organizzazione leghista di una protesta mediaticamente forte (le famose "barricate" che poi erano dei pallets in grado di fermare forse dei veicoli, non certo delle forze dell'ordine), 12 donne, una incinta, e 8 bambini (di cui non trovo testimonianza visiva alcuna), qualche carabiniere e, udite, udite, persino un colonnello (che invece di ordinare la dispersione degli esagitati, dialoga serenamente con loro: ma uno così mandatecelo per favore a Torino, grazie).

All'origine dell'operazione c'è un prefetto che parla con accento extrapadano il quale sostiene di non aver potuto nell'emergenza trovare soluzioni migliori. Siamo messi proprio così. Problemi epocali gestiti sulla testa di persone da altre persone stipendiate anche dalle prime che finiscono per complicargli la già non semplice vita. Il tutto sommerso dai gas fumogeni dei media e dei soffiatori sul fuoco.

In sintesi: il problema non sono loro, gli immigrati, siamo noi. Siamo noi ad avere uno stato infarcito di incompetenti garantiti dalle loro relazioni, di gente che non riesce a vedere oltre la propria sopravvivenza quotidiana, di mestatori d'odio per vantaggio personale, di gente, brava gente, disposta a tutto e al contrario di tutto pur di arrivare a vivere un giorno in più meglio del vicino.

Dietro la prima linea.


Purtroppo solo fino al 13 novembre prossimo è visitabile nella corte medievale di Palazzo Madama a Torino la mostra In prima linea. Donne fotoreporter in luoghi di guerra. Meritava davvero di restare di più, visto che nell'insieme l'idea iniziale di Andreja Restek, ha trovato sostegno e collaborazioni davvero capaci di condurla in porto con un'ottima qualità espositiva.


Forse, data la tematica, si poteva limare il prezzo del biglietto per aumentare l'afflusso anche di persone e famiglie che non facilmente sono in grado di sborsare i dieci euro richiesti, ma ormai vedo che entrare ad una mostra o in un museo, se non ci si abbona in qualche modo, è sempre più un'attività onerosa. Il che forse farà più felici i venditori di offerte televisive on demand comodamente consumabili stravaccati nella "periferia mentale" di casa propria.


In ogni caso, qui si tratta di 14 donne che di professione fotografano, per conto dei mezzi di informazione internazionali, in luoghi dove sono in corso eventi bellici. Nella scelta curatoriale, l'attenzione è portata in prevalenza sulla condizione femminile che lì si incontra. Siccome da troppo tempo i drammi sono quasi tutti concentrati in zone islamiche del pianeta, ecco che la questione diventa incandescente perché coinvolge piani diversi e complessi che riguardano nell'intimo qualsiasi umano, a cominciare da quelli occidentali e di cultura cristiana.


In questo senso, al di là degli intenti della mostra, lodevoli e comunque da apprezzare fortemente, trovo che sia un punto di partenza interessante per una riflessione sull'iconografia occidentale della figura femminile.


Lo è in particolare in questo caso perché a produrla sono donne preparate e competenti e i loro soggetti sono altre donne. Non basta questo, per ogni fotografa c'è una breve scheda biografica nella quale non manca il solito santino (avatar, meme, o come volete chiamarlo oggi). La cosa è interessante perché si tratta di un'iconografia professionale scelta, si presume, dalle fotografe stesse per dare un'immagine coerente con quella che sentono come più rappresentativa. Cioè, diversamente dalle donne che capita loro di fotografare e che si ritrovano un'iconografia "applicata da terzi", sono esse le dirette responsabili di ciò che vediamo.


Ecco quindi che, con il semplice accostamento di questi santini con dei dettagli di volti che ho preso mentre ero lì, emerge tutta la complessità autoreferenziale del nostro modo, maschile e femminile, di pensare, guardare e produrre icone.