Mi può bastare così.

Susa, 1980. Negativo 6x6 da fotocamera Lubitel 2.

Sono passati molti anni dalle prime fascinazioni consapevoli per la fotografia. Ora sento però il bisogno di porre termine alle loro conseguenze pubbliche. Nel privato, fotografare rimane per me un atto piacevole e, finché lo resterà, non smetterò di compierlo. Per il resto, l'attività didattica è l'unica che mi dia ancora dell'entusiasmo perché mi sembra così di rendermi utile al prossimo. La proseguirò fino a quando percepirò concretamente di esserlo davvero per qualcuno. Le dinamiche social di Internet invece mi hanno definitivamente stancato. Le sento ormai lontanissime. Quindi basta con Facebook, Instagram, Twitter, YouTube, ecc. ecc. Mi può davvero bastare così.

Hasta Siempre

Fulvio



P.S.
Ringrazio tutti quelli che mi hanno accolto nei loro pensieri e incoraggiato sostenendo le mie attività nei vari social network. La mia gratitudine per loro non sarà mai abbastanza. Non condivido questo post su nessun social. Chi rimane interessato a cosa vado facendo, se già non mi segue su questo blog o non è nella mailing list, mi chieda di essere tenuto informato scrivendo a borful(at)gmail.com. Chi inoltre avesse piacere di sfogliare a monitor le edizioni di Questo Paese, REST e QP1 fin qui pubblicate su blurb.com può farlo liberamente. Tutte le pagine sono visibili. Infine, ogni cosa che posso aver combinato sul web dal 1999 a oggi è ritrovabile attraverso i blog che collego da qui: Mocambo, Luigi Walker, Osservatorio Gualino, Lens Based Art Show, Questo PaeseFotomnemo.

L'anello di Anna.


Anna ha ricevuto quell'anello d'oro il giorno del suo matrimonio, sessant'anni fa.

Non l'ha mai tolto, anche perché l'osso del dito si era talmente deformato negli anni che impediva di farlo. Lei diceva che era stato Mario a farlo capitare, perché non potesse più levarselo anche dopo che lui era partito in avanscoperta verso luoghi che forse non esistono. Poi è finita in ospedale. Già al pronto soccorso c'han provato, ma senza successo, constatando di fatto l'impedimento. Due volte. Si sa, le procedure non conoscono eccezioni. L'episodio venne riportato nella cartella clinica, come da regolamento. Poi venti giorni dopo, in reparto, proprio il giorno prima che morisse, una sanitaria di turno, fanatica del regolamento, si accorse con scandalo della cosa e ipotizzò persino un intervento in ortopedia per rimettere la vita nei binari della regola. La fecero desistere.

Nella morte in ospedale c'è però un ultimo tempo solitario e buio, quello della traslazione della salma nella camera mortuaria. Fu così che si constatò il giorno delle esequie che l'anello al dito non c'era più. No, nessun problema, ci mancherebbe. Tutto registrato e in ordine. L'anello vittoriosamente tolto era a disposizione degli aventi diritto, solo con un paio di firme su moduli appositi, ché non si sa mai con tutti i ladri che ci sono in giro. L'anello tornò così a quel dito, non esattamente dov'era sempre stato, ma lì. Sta di nuovo con lei dopo qualche ora di assenza. Di poesia soprattutto. La vita senza poesia è solo biologia e procedure. Morte vivente. Ora puoi finalmente riposare in pace con il tuo anello Anna.

REST 16


http://it.blurb.com/b/8764772-rest-16

In questo numero:
In this issue:

Pablo BALBONTIN ARENAS
Maurizio BRIATTA
Diego MAZZEI
Fabio OGGERO
Mattia PALADINI
Angelo ZZAVEN


REST è una rivista On Demand di fotografie senza parole.
I fotografi selezionati per REST realizzano serialità con immagini interessanti.
REST cambia la priorità. La percezione visiva è la prima forma di conoscenza: istintiva, pre-verbale. Se avete bisogno delle parole chiedete direttamente ai fotografi.
REST pensa: se un'immagine non funziona, centinaia, migliaia o milioni di parole non potranno salvarla.

REST
is
an On Demand photographic magazine without words.
The photographers selected for REST carry out good projects with interesting pictures.
REST wants to change the priority. The visual perception is the first form of knowledge: instinctive, pre-verbal. If you need words, ask the photographers directly.
REST thinks: if an image doesn't work, a hundred, a thousand, or a million words won't be enough to save it.


REST, ©2015-2018 Fulvio Bortolozzo.
All Rights Reserved


Le fotografie sono importanti.


Sarebbe una cosa da nulla, ma è un segno.
Giusto ieri una di quelle pagine di Facebook, collettive e quindi anonime, quelle che per titolo hanno una frase in inglese, che fa più figo, pubblica una fotografia d'autore corredata dall'immancabile citazione erudita da uno scrittore. Gente a cui piace vincere facile insomma.

La cosa mi viene segnalata da un'amica perché a lei la fotografia di quell'autore non le risulta di averla mai vista. L'attribuzione è a Luigi Ghirri. La fotografia è questa qui sopra.

Ovviamente, chiedo in quel post da quale fonte abbiano ricavato che sarebbe di Luigi Ghirri e mi rispondono che ci sono diversi siti sulla rete che la riportano con quella attribuzione. Ribatto che non è diffondendo una balla ripetute volte che diventa vera e riporto il link, trovato con non più di due minuti di ricerca su Google, della pagina che annuncia una mostra di Riccardo Varini, il vero autore della fotografia:
http://www.arte.it/calendario-arte/ravenna/mostra-riccardo-varini-1268

Incompetenti. Ovviamente appena glielo scrivo si inalberano. Sì, perché in questo mondo di digitanti pseudo colti, il tizio che si sbatte per trovare il vero riferimento iconografico e che per pagamento si prende la briga di darti dell'incompetente merita solo una reazione supponente, il richiamo al fatto che tutti siamo incompetenti di qualcosa. Già, peccato che siccome è vero, prima di attribuire qualcosa a qualcuno è doveroso controllare la fonte. Oggi sulla rete tutti si sentono liberi di comportarsi come gli pare, ma le antiche regole sono invece ancora più valide e necessarie di prima. La responsabilità culturale delle proprie azioni è aumentata a dismisura, invece di essere sparita nel flusso anonimo delle condivisioni ricondivise.

E poi... ma davvero questa fotografia è possibile scambiarla per una di Ghirri? Perché c'è la spiaggia senza nessuno? Il colorino chiaro chiaro? Ma lo stile di un autore è davvero ridotto a quattro elementi banalotti? Forse è davvero il caso che chi digita con ambizioni colte sulle fotografie, in specie quelli che conoscono solo parole su parole ma non sanno guardare per davvero un'immagine, si mettano a studiare seriamente. Chi non ha occhi abbia sudore.


Post Scriptum. Ah, dico il peccato, ma non il peccatore perché ci mancherebbe altro che gli facessi pubblicità. Mi han dato il destro per fare un discorso più ampio e questo come premio gli basti.





Il fotografico di Enrico Peyrot.


Ieri sera, nell'ambito del ciclo di eventi #HangarXFo.To a cura di Daniela Giordi, il fotografo Enrico Peyrot ha presentato una summa della sua lunga attività autoriale a partire dagli anni Settanta.

Di particolare interesse è stato il racconto dell'autocostruzione dei suoi speciali banchi ottici d'alta montagna. L'approccio al fotografico di Peyrot poggia difatti le basi sul concetto, per me assolutamente valido, dell'iconografia tecnica già insita nell'immagine fotografica.

Diversamente da altre forme visive, come quelle tradizionali pittoriche, una fotografia possiede un proprio stile nativo dato direttamente dal congegno e quindi fuori dalla disponibilità del fotografo. La figura autoriale viene per questo motivo a configurarsi in forma registica. Il controllo di ogni parte della produzione fotografica, dalla predisposizione della fotocamera, passando per la ripresa e infine arrivando alla realizzazione oggettuale della stampa finale, è l'unico approccio possibile per dare un'impronta personale all'immagine, sapendo però che sarà sempre un risultato vincolato da limiti invalicabili e precedenti alle scelte operative.

Le leggi dell'ottica, per esempio, definiscono quello che si può fare e non si può fare. Così come la contingenza del trovarsi per forza in un dato luogo e in un preciso momento di fronte al soggetto, con il quale poi va stabilita una relazione di qualche natura, pena l'impossibilità di prendere la fotografia. Oppure la stessa tipologia di materiali di stampa, con le loro caratteristiche ben delimitate, che circoscrivono le scelte operative, mai infinite.

In sintesi, Peyrot rivela una consapevolezza rara che la mediazione fotografica dell'esperienza percettiva è un percorso molto complesso il cui unico scopo possibile è l'ottenimento di un'immagine. La più pervasiva a disposizione dell'umanità, proprio per la sua irriducibile iconografia tecnica, che la rende indomabile al completo controllo umano.



La signora del nono piano.


Oggi una pianta grassa che sta sul balcone di casa continua la sua lenta fioritura. Piano, piano, sboccerà un fiore grande, bianco, con petali allungati. Un piacere per gli occhi. Quel giorno, solo per quel giorno, sarà un grande spettacolo della vita.

Stamattina la signora del nono piano, che anni fa ci aveva donato la piantina da cui discende il fiore che verrà, sta in una bara in attesa della sua ultima messa. Il respiro ha deciso di smettere di darle aria, con tanta, troppa lentezza. Ci sono anche modi migliori di morire.

C'è sempre una mattina così per chi resta. Poi non ce ne saranno più nemmeno per noi. L'unica risposta possibile a tutto questo è quel germoglio di fiore.

REST 15


http://it.blurb.com/b/8713653-rest-15

In questo numero:
In this issue:

Emanuele FRANCO
Marcello GRASSI
Paolo LINDOZZI
Mauro QUIRINI
Paolo TARENGHI
Violetta TONOLLI


REST è una rivista On Demand di fotografie senza parole.
I fotografi selezionati per REST realizzano serialità con immagini interessanti.
REST cambia la priorità. La percezione visiva è la prima forma di conoscenza: istintiva, pre-verbale. Se avete bisogno delle parole chiedete direttamente ai fotografi.
REST pensa: se un'immagine non funziona, centinaia, migliaia o milioni di parole non potranno salvarla.

REST
is
an On Demand photographic magazine without words.
The photographers selected for REST carry out good projects with interesting pictures.
REST wants to change the priority. The visual perception is the first form of knowledge: instinctive, pre-verbal. If you need words, ask the photographers directly.
REST thinks: if an image doesn't work, a hundred, a thousand, or a million words won't be enough to save it.


REST, ©2015-2018 Fulvio Bortolozzo.
All Rights Reserved


Vittore Fossati è parte essenziale.


Vittore Fossati è parte essenziale di ciò che ci resta di una stagione irripetibile. Almeno così appare. L’epoca d’oro di un piccolo universo di fotografi gravitanti con orbite proprie attorno ad un sole per nulla antico che come una cometa attraversò molti luoghi della penisola di figure dove viviamo. “Luigi Ghirri era generoso” così dice Vittore. Non nel senso che fosse ricco e distribuisse a piene mani del suo patrimonio. Proprio in quel senso invece, se togliamo di mezzo lo sterco del diavolo e pensiamo. E guardiamo. Perché nella semplicità di un atto esistenziale che parrebbe irrinunciabile sta tutta la rivoluzione di un modo che non vuole ridursi a metodo.

Pensare, liberamente. Alcune specie animali in certi momenti ci sembra che lo facciano. Noi dovremmo farlo per costituzione, invece alcune volte capita anche tra di noi. Ma non così spesso. Il tempo che si passa a pensare cosa è giusto pensare per essere ben accetti al nostro prossimo, quello che ci interessa per un motivo qualsiasi, occupa la nostra mente quasi completamente. Aggiungiamo poi il fatto che la ripetizione quotidiana dei pensieri, indotta dal ripetersi degli sguardi, finisce per accecarli. I pensieri prima degli sguardi.


Non serve davvero altro per capire cosa c’è da vedere nelle fotografie prese lungo un fiume da Vittore Fossati: niente di speciale. Se non le guardi con la giusta disposizione non ci vedi nulla. Sì, qualche traccia, qualche indizio, ma niente che davvero ti trattenga. Sono le solite cose, le hai già viste infinite volte. Addirittura le dimentichi ogni volta. Alberi, sponde di fiume ingerbidate, cose così. Fotografie digitali per lo più ridotte al bianco e nero formato cartolina. Tocca pure mettersi gli occhiali. Non fotografa solo questo, sia chiaro. Però nei trecento metri circa del fiume Tanaro, in località Masio, ci si perde. Del tempo sicuramente. Andando al lavoro, tornando dal lavoro. Come quando ancora qualcuno ha voglia di fare le parole crociate: righe verticali con righe orizzontali di parole incasellate in una griglia di quadrati. Alcuni neri. Messi lì dove l’incrocio non c’è più. Per farle, le parole crociate, ci devi pensare e pensi a dei ricordi. Un catalogo che chiunque dovrebbe avere, una base enciclopedica che si chiamava “nozionismo”. Il nome di quella città, quel fatto storico lì. Pensare, ricordare e poi alla fine la soluzione. Guardare è complesso. Percepire è già un atto culturale. La fotografia, come quando la prende Vittore, ci serve a capire e fare questo. Ci libera da tutti i nostri mali visivi. Un miracolo ottico che ci restituisce la vista. E così sia, nei secoli dei secoli. O almeno ancora per un po’.


Vittore Fossati
Il Tanaro a Masio

A cura di Ivan Catalano

Isole.
Lungo Dora Napoli 18/B, Torino.

Da venerdì 04 maggio  Alle  18,30.
A domenica 20 maggio Alle  23,59.

Visita su appuntamento: 339 819 3106.







L'autore liquido.


Seguo con interesse diversi approcci editoriali innovativi realizzati sovente da collettivi di fotografi intenzionati ad affermare la loro visione ed il loro pensiero nel panorama culturale italiano.

Alcuni di questi risultati mi arrivano comodamente a Torino grazie al meritorio lavoro di Ivan Catalano, che dal basso delle sue inesistenti risorse economiche, ma dall'altissimo di quelle psicofisiche e relazionali, continua da oltre un anno a portare avanti, insieme ad Adele Corvo, una rassegna di assoluto interesse: I Just Look at Pictures - Viaggio nel photobook italiano.

Riflettendo sui vari incontri fin qui avvenuti, mi pare che si possa affermare di trovarsi di fronte ad una trasformazione profonda del concetto di autorialità. Dalla tradizione novecentesca del "demiurgo" origine e fine di ogni cosa, piano piano si assiste ad una vera e propria liquefazione dell'autore, quanto mai contemporanea. Al suo posto, molteplici individui, come fossero vasi comunicanti, trasferiscono su di un piano aperto e socializzato l'opera, condividendone parti di realizzazione e diffusione di volta in volta in forme e situazioni diverse.

Oggi, per esempio, un oggetto come il libro non è più un semplice veicolo pratico di una preesistente serialità fotografica d'autore, erede del "libro dei libri": quell'American Photographs di Walker Evans che impose un modello ripetuto nelle generazioni successive innumerevoli volte. Altre figure contribuiscono alla pari all'opera: il grafico, l'editore, lo scrittore, o gli scrittori, dei testi, lo stampatore e, non da ultimo, il cartotecnico, artefice della materialità funzionale dell'oggetto. Essi non sono più collaboratori, anche di grande qualità, ma co-autori a tutti gli effetti. Il fotografo non è più il solo autore, si è liquefatto in tanti autori diversi.

Un fotografo che desideri ancora essere considerato autore del lavoro che presenta, non può più limitarsi a controllare la sua parte tradizionale: le riprese, la postproduzione e la stampa delle fotografie. Deve estendersi al controllo di ogni aspetto della diffusione del suo lavoro, se ci riesce, o accettare di esserne autore solo in parte e di volta in volta insieme ad altri autori suoi pari. Essendo io animale novecentesco risolvo con l'autarchia delle varie competenze acquisite bene o male nella ormai lunga vita, ma per chi è nato molto dopo di me, e per chi sta nascendo adesso, imparare a nuotare insieme agli altri autori sarà il primo obbligo per poter esistere davvero.



Il compagno Renato.



Sembra un poco paradossale che una mostra dedicata al compagno Renato Guttuso si apra alla GAM di Torino sotto un’amministrazione pentastellata. Avrebbe dovuto inaugurarla il compagno Piero Fassino, erede più che legittimo di tutta la storia del Partito Comunista d’Italia.

Nei comunicati si legge così:

Nella ricorrenza dei cento anni della Rivoluzione d’Ottobre, la GAM di Torino presenta una nuova mostra su Renato Guttuso. “Renato Guttuso – L’arte rivoluzionaria nel cinquantenario del ’68” racconterà attraverso le opere del grande artista siciliano il rapporto tra politica e cultura. La mostra sarà visitabile alla GAM – Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino dal 23 febbraio al 24 giugno 2018.

Insomma una carrellata in sessanta opere dell’artista di Bagheria che vuole rendere omaggio a cent’anni di rivoluzionarismo comunista. Ed in effetti, per chi avesse anche solo lontanamente vissuto le vicende del
Novecento Rosso, questa mostra può funzionare da detonatore di sentimenti che stavano sopiti ormai sotto quarant’anni di passi all’indietro, ma mai davvero dimenticati.

Si celebra un’Italia che non c’è più da millenni mediatici, fatta di contadini umiliati e affamati, classi operaie che cercavano il loro paradiso in terra, intellettuali organici e gramscianamente biodegradati nelle sorti magnifiche e progressive del partito dei lavoratori lanciato come una locomotiva contro le ingiustizie padronali.

Una fiaba per bambini.




Sotto tutto questo apparato ideologico, c’è un pittore di qualità sicura. Per sua e nostra fortuna. Dalle spoglie della rivoluzione tradita, o meglio incompresa, quella italiana, possiamo tenerci qualcosa ancora. C’è un dipinto del 1953, “La zolfara”, che poco importa cosa descriva, ma con quale potenza lo descrive. Ancora viva. 
C’è un pittore di talento che amò Picasso e seppe raccoglierne qualcosa, a volte con spavalda sicumera, ma anche grandezza. Poi c’è anche il muro del pianto comunista: i funerali di Togliatti. Avvenuti nel 1964, non vide gli albori della fine del suo partito per soli quattro anni. Nel 1972 Guttuso dipinse la sua apoteosi nazionalpopolare. C’è il giovane Berlinguer che stava per avviarsi all’ultimo splendore prima della fine: la vittoria alle elezioni del 1976, a cui potei partecipare anch’io neodiciottenne con il mio sterile voto per Democrazia Proletaria. 34,37% di voti al PCI contro i 38,71% alla DC. Sembrava solo la fine dell’inizio, era l’inizio della fine. Subito, nel 1978, la pietra tombale la misero le Brigate Rosse con l’assassinio di Aldo Moro.
Si può persino piangere davanti ai funerali di Togliatti immaginati dal compagno Renato. In fondo, l’arte può servire anche a questo. Una catarsi che scioglie tanti grovigli accumulati nel tempo.

Diversi volti di Lenin stanno tra la folla, Gramsci è accanto al volto del
Migliore. Un solo Stalin, per dovere.

Si può avere nostalgia di un partito che si è combattuto da sinistra fin dalla prima gioventù? Si può.

Il compagno Renato non ha mai saputo come sarebbe andata a finire ed è meglio così. Era una bella figura d’uomo siciliano. Nobile, con la schiena diritta, pensoso e sorridente. Sì, si può avere persino nostalgia di Renato Guttuso, pur avendo fin dalla prima gioventù svalutato il suo figurativismo organico e applaudito le sorti magnifiche e ribelli dell’Arte Povera, finite nel nulla del più insensato e mercantilistico post concettualismo, post ideologico, post su Facebook. In attesa che arrivino gli hacker russi a liberarci dai nostri mali. Amen.

QP1 - Osservazioni fotografiche nell'Italia contemporanea.


Sfoglia l'anteprima e acquista:
http://it.blurb.com/b/8612087-qp-1

Questa pubblicazione origina da We Do the Rest, gruppo attivo su Facebook dal 2013. Nel 2014 alcuni membri del gruppo realizzarono il progetto editoriale Questo Paese. Osservazioni fotografiche nell'Italia contemporanea condotte nei luoghi di residenza e frequentazione degli autori. Testi inerenti i temi trattati accompagnavano le immagini. Nel 2018 viene aperto il gruppo Questo Paese su Google+ che diventa il riferimento per la rivista QP. Oggi come allora, l'intenzione progettuale rimane la stessa, ma diventa un'attività permanente che si svolge nelle successive uscite di QP.

Nel primo numero:

Igor ARAMU
Ivan CIAPPELLONI
Michele D'OTTAVIO
Fabio MORASSUTTO
Riccardo SALVATELLI
Laura ZULIAN



QP1 ©2018 Fulvio Bortolozzo.
All Rights Reserved


Conservare sempre, conservare troppo.


Se c'è una cosa che certamente l'invenzione della fotografia ha portato all'ossessione più parossistica è la conservazione. Prima di tutto della fotografia stessa, ma per suo tramite anche di tutto quello che è stato preso da una fotocamera e ridotto in immagine.

Sembra che senza archivi smisurati dove vengono faticosamente, e costosamente, conservate milioni di fotografie di ogni tipo, sia nella forma materiale classica, sia in quella elettronica, qualcosa vada irrimediabilmente perduto. Un danno terrificante per l'umanità e la sua memoria collettiva.

A me pare una follia archivistica, che forse genera anche posti di lavoro e qualche risultato economico, ma che non è alla fine altro che è un'inutile resistenza allo scorrere del tempo. Assomiglia persino ad un rifiuto della vita, come flusso intendo.

Immaginiamo per un momento se oggi avessimo tutto dell'epoca di Aristotele. Ogni suo discorso, ogni sua parola, pronunciata in qualsiasi occasione. Ma non solo. Ogni parola detta da chiunque, ogni immagine, ogni scultura. Proprio tutto insomma. Anche l'enorme mole di quanto poteva serenamente essere dimenticato finita la sua funzione contingente. L'intasamento sarebbe tale da rendere persino impossibile ogni archiviazione di qualche utilità.

In realtà la memoria è tanto importante quanto l'oblio. Sulle lavagne piene di segni non si può aggiungerne di nuovi. La conservazione di qualcosa sarebbe bene che si limitasse al pochissimo che sia davvero indimenticabile. Assumendosi  con questo la responsabilità culturale e storica di scegliere. Scegliere di non scegliere, non è infatti un atteggiamento prudente, ma pilatesco. Lascia ai posteri la responsabilità e a loro volta loro la lasceranno ai posteri successivi. Via via fino al delirio nel quale ci sono più fotografie che istanti di vita reale vissuta.  In fondo, la rete oggi è un po' questo "archivio della dannazione" in cui nulla va perduto e per questo è più che perduto.

Che le fotografie passino pure e se ne perda ogni traccia. Resteranno solo quelle che di generazione in generazione giustificheranno la loro conservazione perché sentita come indispensabile. Le altre tornino pure da dove son venute: là, prima dell'apertura dell'otturatore. Così è la vita.



La colpa è sempre degli altri.


Strana cultura quella che vede nel prossimo la causa esclusiva dei propri mali. Certo, fa comodo pensare che i guai siano qualcosa che ti arriva dall'esterno, da entità maligne che tramano senza sosta contro la tua virtù specchiata. Peccato che da oltre un secolo la psicanalisi affondi il coltello nella piaga e dia prove tangibili che in ciò che ci accade c'è una componente, sovente fortissima, di nostra responsabilità. Farla emergere è l'inizio di un percorso autocritico che può portare a miglioramenti significativi della nostra condizione, se non addirittura alla soluzione di problemi annosi.

Ad aggiungersi in negativo a questo quadro, c'è poi la fiducia che siccome il male ti arriva da fuori, sia sempre qualcosa che è fuori a dover farsi carico di levartelo. Al di là della figura cristiana del "salvatore", addirittura si arriva a pensare che sia colui che si ritiene responsabile di quel male a dover essere costretto a redimersi togliendotelo. E se non lo fa, merita ogni infamia, se non vendetta.

Nel complesso quindi chi manca è sempre l'attore principale: noi stessi. Rassicurante assenza, fonte di identità solide perché vuote. In attesa della soluzione, basta sopravviversi fino alla fine. L'unica vera certezza incontrovertibile di ogni vita.

Ieri come oggi.

Manuel Alvarez Bravo, The Daughter of the Dancers, 1933 

Un fenomeno curioso che trova nel passato il suo riscontro in pittura, continua a manifestarsi: le mostre nazionali e internazionali, emanazioni per lo più di società fotografiche, esaltano con premi e scambievoli riconoscimenti quella fotografia "pompieristica" ancor oggi (1949) fatta con le accennate ricette a base di paesaggi-quadro, "scenette caratteristiche", argute o grottesche, nature morte di pezzi meccanici o simili ripetuti all'infinito, nudi in pose languide, ginnastiche o da diploma di "premiata ditta", con o senza anfore ecc.

Al mondo di questi autori, fierissimi delle innumerevoli "etichette" testimonianti la loro presenza a mostre di tutto il globo, si oppone senza polemica un altro mondo di fotografi quasi introvabili nei cataloghi delle sullodate mostre e comprende forse la maggioranza dei più grandi nomi della fotografia: si può cominciare con Steichen per finire con Man Ray, Blumenfeld, Alvarez Bravo, Brassaï, Weston, Halsman ecc. ecc., nomi conosciuti quasi esclusivamente attraverso monografie, mostre personali, rassegne indipendenti e riviste d'arte di tutto il mondo.

L'opera di questi fotografi letteralmente ignorata dagli interessati per decenni, viene tacitamente scoperta e imitata in ritardo proprio in quelle trovate tecniche ed esteriori che alle volte gli autori stessi hanno da tempo abbandonato. Solarizzazioni alla Man Ray, chiarità di toni ed evanescenza di nudi alla Blumenfeld, p. es,, cominciano ora ad imperversare.

È significativo che il Museum of Modern Art di New York, che raduna i documenti più significativi dell'arte contemporanea di tutto il mondo, ospiti nella "Sezione Fotografica" quasi esclusivamente fotografi ben noti, ma assenti o quasi dalle classiche mostre più o meno internazionali. Gli autori illustrati nelle tavole di questa rassegna appartengono in prevalenza a questa categoria.

Carlo Mollino

(estratto da Il messaggio dalla camera oscura)


Frank Horvat a Torino.


24 febbraio 2018, Sale Chiablese.
Intervista a Bruna Biamino sulla mostra di Frank Horvat.

La notizia è che martedì 27 febbraio 2018 si inaugura nelle Sale Chiablese dei Musei Reali di Torino la prima mostra antologica di Frank Horvat (Abbazia, 1928) all’interno di un’istituzione museale italiana. L’evento accade a ridosso del compimento del suo novantesimo anno d’età. Durante le ultime fasi dell’allestimento, Bruna Biamino, assistente alla curatela della mostra, accetta gentilmente di incontrarmi per una visita in anteprima e di rispondere alle mie domande.

Bruna Biamino. Ti faccio subito vedere questa fotografia qui. Il matrimonio musulmano a Lahore in Pakistan. La foto che è stata inserita nella mostra The Family of Man di Steichen del ‘55.

Fulvio Bortolozzo. Epocale.

B. Sapevo che ti sarebbe piaciuta.

F. Sì, ho guardato un po’ la biografia di Horvat. In realtà, lo conoscevo poco. Me lo immaginavo come un fotografo di moda. Invece è affascinante come lui percorre la fotografia in vari modi. C’è quello, che lo ha reso famoso, ma poi ce ne sono tanti altri che non conosciamo.

B. Ha lavorato tantissimo. Una capacità di lavoro pazzesca con tanti tipi di lavori, che lo rendono meno riconoscibile. Quello che gli han sempre fatto notare. Per questo, ad un certo punto, ha detto: “va bene, non sono riconoscibile, allora cerco di dividere il mio lavoro in chiavi interpretative”.

F. In modo da creare un filo conduttore che aiuti.

B. Esatto.

F. Ma infatti è questa la cosa che mi ha affascinato di più. Guardando Horvat, attraverso di lui, attraversi la storia della fotografia in tanti modi.

B. Infatti. È una delle cose che guardavo ieri. Veramente, se guardi quella foto lì ti sembra Berenice Abbott, per dire.

F. Sì, Horvat parte dalla tradizione.

B. Poi però c’è la moda, poi c’è quella che sembra un Eugene Smith. Voglio dire, c’è tutta la fotografia.

F. Difatti mi piace perché ti fa da stimolo. Come un uomo solo che attraversa tutta una storia e occupa diverse posizioni. Cioè a volte fa il collezionista, a volte il fotografo, a volte intervista anche lui...

B. Fa la moda, fa il reportage, poi fa l’arte...

F. È una sorta di attivista della fotografia in vari modi. Non so come dire. Questo è molto bello. La sua chiave più affascinante.

B. Il suo lavoro è diviso in questo modo. Lui, come sai, è curatore della sua mostra.


F. Ecco, infatti, il tuo ruolo qual è?

B. Di assistenza alla curatela perché ci voleva qualcuno qui, che non poteva essere lui che ha quasi novant’anni.

F. Quindi come nasce la cosa? Da dove viene fuori?

B. Horvat ha lavorato molto con Giovanni Rimoldi, che era il mio vecchio gallerista, quello di Documenta.

F. Sì, mi ricordo, venivo alle mostre.

B. Giovanni mi ha detto che ad Horvat piacerebbe moltissimo che un museo italiano, essendo lui nato in Italia, gli dedicasse una mostra per i suoi novant’anni. Allora abbiamo fatto questa proposta ai Musei Reali. Alla direttrice Enrica Pagella sono piaciuti molto sia il lavoro di Horvat sia le fotografie della sua collezione personale.

F. Giusto c’è anche quello. C’è una mostra nella mostra.

B. E quindi abbiamo cominciato a progettare la cosa. Però abbiamo pensato, visto che lui ha diviso il lavoro in chiavi interpretative e ha le idee molto chiare,  che fosse lui il curatore della sua mostra. Lui è il curatore, i testi sono suoi. È tutto suo. Tra l’altro Horvat parla quattro lingue, per cui se li è scritti in italiano, inglese e francese. Lui ha curato tutta la mostra, noi abbiamo fatto qui da assistenza, Giovanni ed io,  perché non era pensabile che a novant’anni potesse mandare avanti una macchina così complessa come una mostra in un museo di 208 fotografie sue e 31 di collezione, con il catalogo. Abbiamo fatto tutto il lavoro con Horvat, tutto il lavoro di scelta delle immagini. Sostanzialmente, essendo lui il curatore, scelte da lui. Noi ogni tanto abbiamo solo detto “magari quell’immagine è meglio di quell’altra”.

F. Quindi l’idea della mostra a chiavi è sua.

B. Gli ultimi suoi libri sono tutti realizzati usando queste quindici chiavi di interpretazione. Con titoli a volte meno comprensibili. “Condizione umana” è abbastanza chiaro, ma “metafore” piuttosto che “foto fesse” lo sono meno. Trovo che questo luogo sia anche il posto ideale perché già suddiviso in diverse sale. Sperando che la mostra non sia troppo faticosa, perché vedere mostre di oltre duecento fotografie è impegnativo.

F. Però potrebbe anche essere una mostra epocale. Nel senso che questo è un riassunto talmente comprensivo di tutto il suo lavoro che forse rimarrà la “Sua” mostra.

B. Secondo me, anche. Horvat non se l’aspetta. Lui ha sbirciato alcune pareti di cui noi gli mandiamo le foto, ma non ha idea dell’imponenza di questo allestimento.


F. Horvat ci sarà all’inaugurazione?

B. Arriva lunedì. Vuole venire subito a vedere la mostra, poi ha una serie di appuntamenti. Ci sarà alla conferenza stampa di martedì alle 12 e infine la sera all’inaugurazione.

F. C’è anche un audiovisivo?

B. Sì, un video di una regista di origine spagnola, Sandra Wis. Un estratto da un suo film documentario su Horvat.

F. Horvat nella mostra non fa differenza tra lavoro commissionato e lavoro personale?

B. No, mette le immagini che gli interessano per ogni chiave.

F. Quindi è proprio la mostra di un fotografo che non bada al motivo per cui una foto viene presa.

B. Quello che trovo anche divertente è che all’interno della mostra ha messo le foto di famiglia.

F. Ha messo insieme tutto ciò che può aver fotografato per qualsiasi motivo.

B. Esattamente.

F. Questo è molto interessante perché è un approccio non da curatore, non da artista, ma proprio da fotografo.

B. Difatti anche con noi ha continuato a definirsi  “fotografo”.

F. Sì, fotografo. Perché lui praticamente non ha rapporti col mondo dell’arte contemporanea. Lui rimane un fotografo professionista...

B. Horvat ha rapporti, appunto, con gli altri fotografi.

F. Il suo mondo. Quindi anche il suo collezionismo è in questo piccolo ambiente?

B. Sì, ha dei pezzi bellissimi.

F. Nelle chiavi ha messo insieme tutto, anche le fotografie a colori, ma se c’è una uniformità iconografica allora è forse nel fatto che lui è un uomo Leica, fondamentalmente?

B. Questo è quello che dice anche Horvat nei suoi testi. Per esempio dice: “io che facevo la moda con la 35mm avevo dei vantaggi rispetto a chi la faceva con la Rolleiflex; quindi potevo permettermi di prendere le modelle e portarle per strada a fare le cose più disparate.”


F. Sto notando anche la costanza di formato delle stampe. Sono più o meno dei 30x40/45. Quindi anche il formato più “fotografico”, quello che in genere non si usa mai perché è banale. O le fai molto più piccole o molto più grandi.

B. Sì, aveva tutte le scatole Ilford con tutto impacchettato perfettamente.

F. Mi piace moltissimo perché è una tradizione proprio “da fotografo”.

B. Questo invece è un lavoro stampato in grandi dimensioni a colori, che Horvat fa dagli anni Ottanta. Ed è un lavoro che è partito sul rapporto con la pittura classica. Ha deciso di togliere però la spiegazione del discorso sulla pittura e di lasciarle come opere a sé stanti.

F. Una specie di parentesi aperta.
Ho notato che Horvat negli ultimi anni è diventato molto disinvolto con le fotocamere. Stabilito che grandi e medi formati non gli interessano, per il resto usa anche una compatta digitale. Una specie di provocazione nel cercare qualcosa alla portata di chiunque?

B. Sì, lui da un certo momento ha deciso di mettersi in tasca questa macchinetta.


F. Tra l’altro, Horvat stampava da sé le sue fotografie e prosegue a farlo?

B. Prosegue, ma alcune stampe le affida anche ad altri bravi stampatori.

F. Nella collezione vedo degli autentici capolavori. August Sander, Henri Cartier-Bresson, Mario Giacomelli, Edward Weston, Brassaï, solo per dirne alcuni. Ha una collezione che è la storia della fotografia. Una mostra nella mostra. Davvero una chicca.

B. Volendo, vale già il biglietto questa collezione, senza nulla togliere all’opera di Horvat.


F. Questa mostra è fantastica perché trovi un mondo dietro quello che pensi di sapere su Horvat. Quindi è anche un’occasione fondamentale per superare lo stereotipo del “fotografo di moda” e recuperare l’importanza di un uomo che, al di là della sua bravura di fotografo, ha una sorta di volontà culturale. La volontà di attraversare la fotografia in tanti modi. Questo lo rende di una attualità incredibile. Mi fa scoprire una persona molto contemporanea.

B. Difatti, noi ieri ragionavamo sul fatto che qui dentro c’è davvero tanta storia della fotografia.

F. Questo mi colpisce. Un signore di quasi novant’anni che ha la freschezza di un trentenne nell’affrontare mentalmente, concettualmente, il lavoro che fa. Questa cosa delle chiavi, dei flussi. Ho visto la notizia di un lavoro recente: una App per l’iPad, chiamata Horvatland.

B. Horvat nel 1993 disse: “C’è il digitale? Benissimo, usiamolo”.

F. Una persona che usa il mezzo, ma non è legata al mezzo. Usa quello che gli serve in quel momento storico per fare più facilmente ciò che ha in mente. Per esempio, la Leica lo liberò da quei fastidi operativi che oggi forse si superano con lo smartphone. Forse è proprio questo il momento in cui Horvat, per fortuna in vita, può vedersi riconoscere il valore complessivo della sua libertà di pensiero.

B. Una libertà che ha sempre avuto e che finalmente si può far comprendere.

F. Beh, questa mi pare la migliore conclusione possibile per il nostro incontro. Grazie mille Bruna.

B. Grazie a te Fulvio.




REST 14


http://it.blurb.com/b/8557042-rest-14

In questo numero:
In this issue:

Attilio BIXIO
Daniela DIONORI
Sonia FERRARI
Michele GINEVRA
Anna LORDI
Angelo ZZAVEN


REST è una rivista On Demand di fotografie senza parole.
I fotografi selezionati per REST realizzano serialità con immagini interessanti.
REST cambia la priorità. La percezione visiva è la prima forma di conoscenza: istintiva, pre-verbale. Se avete bisogno delle parole chiedete direttamente ai fotografi.
REST pensa: se un'immagine non funziona, centinaia, migliaia o milioni di parole non potranno salvarla.

REST
is
an On Demand photographic magazine without words.
The photographers selected for REST carry out good projects with interesting pictures.
REST wants to change the priority. The visual perception is the first form of knowledge: instinctive, pre-verbal. If you need words, ask the photographers directly.
REST thinks: if an image doesn't work, a hundred, a thousand, or a million words won't be enough to save it.


REST, ©2015-2018 Fulvio Bortolozzo.
All Rights Reserved


Puntuale come l'influenza.


Eccolo qua di ritorno.

Il circo mediatico del fotogiornalismo internazionale per eccellenza: Il World Press Photo, proprio come il classico malanno di stagione. E siccome l'aggressività di virus e batteri è in aumento, anche il WPP non fa eccezione. La formula per decidere quale sia la fotografia dell'anno è cambiata. Adesso abbiamo la rosa ristretta di candidati e solo allo show finale di Amsterdam (a proposito va rilevato che in effetti la città è davvero la sede più azzeccata per questo concorso), solo allora sapremo chi sarà il vincitore. Magari con la classica sospensione di qualche istante dell'annuncio per creare maggior pathos tra gli astanti. "The winner is...".

Uno show autoreferenziale per un settore in crisi nera da tempo. Il fotogiornalismo è da tanti anni diventato fotosensazionalismo nella battaglia persa sulla carta che si tenta di tornare a vincere sulla rete.

I giurati hanno dovuto esaminare 73.044 fotografie, scattate da 4.548 fotografi provenienti da 125 paesi. Nemmeno allo Stanley Kubrick di Arancia meccanica era venuta in mente una cosa talmente sadica.

Che senso ha tutto questo? Nessuno. O meglio è marketing. Questo post cade nella trappola e fa quello che al WPP si aspettano: che se ne parli, ovunque e comunque. Lo faccio volentieri lo stesso. L'influenza te la devi prendere e starci male fino a quando non ti passa. Ogni anno.

Il lato oscuro di Facebook.


Insomma è finalmente capitato!

Dopo anni e anni di partecipazione a Facebook, sono stato bannato per 24 ore dal social per aver pubblicato un contenuto ritenuto in contrasto con "gli standard della comunità". Fin qui, sarà capitato a tanti e anche di peggio. La cosa però che mi ha fatto uscire dai gangheri è la particolarità dell'evento,

Il contenuto si può vedere qui sopra in forma censurata per gli occhi degli ipocriti puritani americani che non sanno distinguere un'opera d'arte dalla pornografia. Merce quest'ultima della quale tra l'altro sono proprio gli americani, e di gran lunga, i più grandi esportatori globali.

Si tratta di una fotografia tra le più famose di un grande nome della fotografia internazionale: Helmut Newton (1920-2004). Un'immagine carica di autoironia e per nulla volgare. Il titolo è "Self-Portrait with Wife and Models" ed è del 1981. Newton espose in vita ovunque e anche in contesti d'arte. Vidi le sue fotografie in mostra per la prima volta a Torino, durante la Biennale della Fotografia 1985. Espose stampe di dimensioni spettacolari delle sue "gigantesse" al Museo dell'Automobile.

Va bene i tempi sono cambiati, in peggio, però la cosa inquietante è che il mio banno è derivato dall'aver condiviso un link dal sito della casa d'aste Christie's in un commento ad un post a tema artistico. Il tutto avveniva all'interno del mio gruppo di studio We Do The Rest, che è chiuso agli estranei e i cui contenuti possono essere visti solo dai membri, attualmente poco più di 500, tutti miei amici su Facebook, adulti e perfettamente consapevoli.

L'azione del social è stata repentina e senza possibilità di alcuna obiezione. La mia partecipazione, sempre più che corretta, e il fatto che non avessi mai prima condiviso nessuna immagine di nudo, non sono valse a nulla. I casi sono quindi due: qualcuno all'interno del mio gruppo attendeva silente da mesi l'occasione giusta per farmi bannare (e sarebbe il caso più rassicurante perché viviamo sempre esposti a invidie e scontri, siamo esseri umani) oppure, ed è il caso più inquietante, ormai tutto è nelle mani censorie di algoritmi talmente mal programmati da riconoscere un organo sessuale senza però discernere il contesto.

Questo alla fine è una forma subdola di tecnofascismo che con la scusa della morale (quale morale?) chiude le comunicazioni umane in ambiti sempre più ristretti e decisi da chi detiene il coltello sociale dalla parte del manico. Ovviamente invece, troppe pagine e commenti pubblici, visibili da tutti, di incitamento all'odio sono considerati rispettosi degli standard della comunità. Corretto! L'odio, dopo il sesso, è il miglior generatore di traffico, buono per la pubblicità. Così si fanno bei quattrini, ma la pubblica decenza sessuofobica è salva.

Bene, non ci sto. Ho chiuso il profilo. Ora, tramite un caro e antico amico, Luigi Walker, mi limiterò a pubblicare le notizie delle mie attività per coloro che le seguono con interesse . Fine della musica.

Aggiornamento.
Da un generoso esperimento di un amico abbiamo potuto appurare che probabilmente l'algoritmo lavora direttamente su link già segnalati in precedenza e banna in automatico per 24 ore. Tecnofascismo preventivo quindi. Un futuro radioso ci attende.

L'ultima luce.


Thomas Weski: Che cosa l'ha spinta a fare quelle fotografie?

Robert Adams: Il piacere. La luce era irresistibile. Una volta, al termine di una lunga giornata estiva trascorsa a fotografare, ricordo di essermi ritrovato talmente esausto per aver cercato di cogliere l'ultima luce sui sobborghi da non essere neppure in grado di usare la macchina fotografica. E mi chiesi quando mai la luce sarebbe stata ancora così.

Dalla seconda edizione di The New West. (pag.76)





Già scrivendone scompare.


Vedi, una cosa affascinante delle immagini è che sfuggono alle categorie del ragionamento razionale, base della conoscenza intellettuale e scientifica. L'immagine, anche quella fotografica, è o non è. Funziona o no. L'autore è un tramite, felice quando riesce a farla funzionare. Spesso è incolto, impreparato, ma sensibile e intuitivo abbastanza da provare e a volte riuscire. Dopo, a cose fatte, si può dissezionare il cadavere alla ricerca della sua biologia, ma il succo, la famosa "anima", non c'è. Ecco perché le immagini sono sfuggenti, e le migliori ancora di più. Non c'è percorso analitico che tenga. Non è l'elogio del buon selvaggio e nemmeno il libera tutti ad ogni porcheria autoreferenziale. Si tratta di un piano di conoscenza altro, immediato e sintetico. Già scrivendone scompare.


REST QUEST: Federico Giordano.


Come si intitola la serie pubblicata su REST e di quante immagini è composta?
Il titolo del progetto è Stored Deep Inside Me, un lavoro non ancora terminato composto al momento da una ventina di immagini.

Quali intenzioni ti hanno guidato nell'impostazione della serie?
Nel lavoro ho cercato di tradurre in immagini le emozioni scaturite a seguito della morte di mio padre. Ho fotografato queste emozioni in ciò che mi circondava,  per non dimenticare quello che era successo, per dire quello che non riuscivo ad esprimere a parole, provando a tirar fuori quello che era sepolto nel mio profondo.

Quali procedure di ripresa e post produzione hai seguito?
Le immagini sono state realizzate tutte con luce naturale e sono molto semplici nella loro realizzazione. In alcuni casi ho utilizzato l'esposizione multipla perché ho ritenuto necessaria una fusione di immagini per realizzare quello che avevo in mente. Non avendo grandi abilità in post-produzione nella serie ho solamente convertito le immagini da colore in bianco e nero e corretto toni e contrasti.

Qual è in breve la tua storia nel fotografico?
Non ho una vera storia come fotografo e non so nemmeno se sia giusto definirmi tale.  Il mo amore per la fotografia è nato dall'esigenza fisica e mentale di raccontare quello che a parole non riesco ad esprimere. Un amore viscerale che coltivo giorno dopo giorno cercando di migliorarmi ed imparando da chi prova la mia stessa passione.

A cosa stai lavorando adesso?
Sto lavorando a più progetti che in maniera diversa interessano vari ambiti della mia vita. Non so quale di questi vedrà la luce, sono abbastanza lento nel realizzare e mettere a fuoco ciò che voglio realmente. Una gestazione lunga che spesso risulta infruttuosa . Al momento però la mia principale necessità è concludere il lavoro Stored Deep Inside Me.

Vuoi aggiungere ancora qualcosa?
Volevo ringraziare Fulvio per i saggi consigli che mi ha dato, per la disponibilità mostratami e per la passione che mi ha trasmesso.


REST 10
ANARSON BELLINO EVANS FAVA
GIORDANO MAZZESI MORETTI ZANNI




Per trovare nel blog le altre interviste di questa serie,
digitare REST QUEST nella casella di ricerca.


Il dito nella piaga.


Con il post di ieri ho fatto il botto!
Le visualizzazioni del blog si sono impennate vistosamente e su Facebook i commenti sono arrivati a raffica. Belli densi di riflessioni pure. Rilevo quindi che devo aver messo il dito su una piaga ben grossa.

Ci dev'essere parecchia stanchezza in giro per la ripetitività delle fotografie in circolazione. In specie nell'ambito del cosiddetto paesaggio urbano, ma non solo. Ora certamente non si tratta di passare al "fàmolo strano", tanto per cambiare, ma di riconnettere le scelte visive ai motivi che le determinano. La tradizione fotografica questo lo insegna bene, se lo si vuole capire.

Fotografare un viadotto, magari con i colorini chiari ed "evocativi" che ancora continuano ad andare di moda, che senso ha? Se non c'è un motivo molto forte, equivale a fare accademia, cioè esercitazioni erudite sui cadaveri iconografici del passato: soffermarsi sulla pelle, l'aspetto esteriore, senza domandarsi cosa ci sia sotto a determinarlo. Lo studio della tradizione svolto così è puro e semplice feticismo e anche i docenti che incitano a farlo ne sono responsabili. Peggio di tutti quelli che questo esercizio lo provocano su loro stessi. Imitare il visivo finale di chiunque abbia lavorato sodo per dare forma ai suoi pensieri, prelevando immagini con un congegno automatico come una fotocamera, è la via sicura per raggiungere la noia dell'epigono. Quella sensazione estremamente fastidiosa di trovarsi di fronte ad un'immagine che assomiglia molto a quella da cui discende, ma senza più alcuno dei motivi che davano vita all'originale.

Un poco come le cattedrali neogotiche dei primi del Novecento, fatte però di cemento armato. Con quelle originali condividevano solo delle sterili apparenze. Diverso invece l'esempio di Antoni Gaudì: rileggere il Medioevo alla luce della contemporaneità e tirarne fuori meraviglie mai viste, rese possibili proprio dal cemento armato. Questo è davvero un abbeverarsi alla tradizione per rinnovare.

Tornando a bomba, non si tratta di appendere le fotocamere al chiodo perché ci si accorge di persistere nella ripetizione di modelli passati non avendo altre idee, ma di fermarsi a pensare. Percepire è pensare. Se una fotografia nasce da un pensiero, magari nato da un'osservazione attenta, allora si saprà se prenderla ha senso oppure no e quale. Passare dalla soddisfazione dell'imitatore erudito, e applaudito da persone che hanno fatto le scuole alte e quindi riconoscono i riferimenti, alla sincera messa in gioco di se stessi nel rapporto con il mondo, qui, adesso. C'è molto da fare e merita di provare a farlo, proprio sbagliando e risbagliando, ma con l'intento consapevole di voler arrivare a prendere finalmente delle fotografie risolte, attuali, autonome, giuste per davvero.

Sempre le stesse foto.


In We Do The Rest, il gruppo che gestisco su Facebook, è stata condivisa la notizia di un progetto in corso a livello europeo di indagine sul paesaggio urbanizzato da parte di un collettivo di quattro fotografi. Le foto di esempio avevano per soggetto cavalcavia, lampioni, strade, ecc. Uno dei componenti del gruppo ha sbottato con il commento: "Basta sempre le stesse foto."

La risata sorge spontanea. Davvero su certi temi, come quello del paesaggio urbano, sembra che il tempo si sia fermato. Il diluvio di imitatori dell'iconografia scritta su qualche pietra sacrale dalla generazione dei New Topographics pare non riuscire ad avere fine. Anche nella versione italica, nata dalla chiesa di San Luigi Ghirri, non si scherza mica.

Penso che si debba davvero iniziare una riflessione, questa sì collettiva, su possibili nuove iconografie di quell'ossimoro che è il paesaggio urbano. Non per altro, ma perché è passato quasi mezzo secolo e il pianeta ha cambiato di molto il suo aspetto che non si può più ridurre a stilemi ormai davvero stanchi e invecchiati.

Scrivo dal di dentro ovviamente. Con il mio lavoro mi sento parte del problema e non da oggi. Per questo tento di proporre l'approccio allo studio della tradizione, ma per rinnovare e attualizzare, senza adorare in modo feticistico il già fatto. Non per sterile voglia di novità, ma proprio per bisogno di aderenza a percezioni più attuali, nascenti qui ed ora. Lo stesso vedo fare da qualche altro valido docente e fotografo.

Perché si possa però raggiungere risultati concreti non basta produrre nuove iconografie, è indispensabile anche che coloro che le ricevono, prima di tutto quelli che lavorano di pensiero e penna, siano disposti ad abbandonare ciò che sanno per accettare qualcosa di sconosciuto senza stroncarlo con il peso della loro erudizione fatta e finita. Ci si deve muovere tutti insieme, o si starà ben fermi ancora a lungo.

Cura. Una mostra dello IED di Torino.


Ieri sera nella Project Room di Camera a Torino, si è inaugurata l'anteprima della mostra Cura - Racconti fotografici sulla Città della Salute.  Si tratta del progetto di tesi di nove allievi IED diplomati nel 2017 e di quattro docenti che li hanno affiancati, tra i quali la coordinatrice del corso di Fotografia: Bruna Biamino.


Nell'occasione, è stato anche comunicato ai presenti il cambio di direzione dello IED di Torino avvenuto il 15 gennaio scorso. All'uscente Riccardo Balbo succede Paola Zini, già presidente in carica del Consorzio delle Residenze Reali Sabaude.

L'anteprima rimarrà visibile fino al 28 gennaio. La mostra vera e propria sarà inaugurata l'8 febbraio presso il C.O.E.S. – Centro Oncologico e Ematologico Subalpino, per poi venire riproposta dal 19 febbraio al Palazzo della Regione Piemonte in piazza Castello.

Il lavoro di allievi e docenti ha introdotto le fotocamere direttamente nel quotidiano operativo dei reparti della Città della Salute (Molinette). Ciascuno secondo la propria sensibilità e linea di pensiero ha riportato le tracce dell'esperienza compiuta. Ne emerge un mosaico che esclude l'esibizione delle situazioni più drammatiche e si affida a descrizioni ambientali e richiami visivi metaforici per suggerire il clima di dedizione che anima gli operatori della sanità pubblica nella cura delle persone.


Cura
Racconti fotografici sulla Città della Salute

a cura di Bruna Biamino

Fotografie allievi
Enrica Disderi
Anna Donatiello
Maria Elisa Ferraris
Francesca Gemmino
Deka Osman
Valentina Pedalà
Norma Piseddu
Alessia Tripodi
Salvatore Valentini

Fotografie docenti
Bruna Biamino
Francesca Cirilli
Andrea Guermani
Antonio La Grotta

Testi
Paolo Novaresio




Mollino tira.


(comunicato stampa)

In coda per Carlo Mollino: oltre 2.800 visitatori a CAMERA dall’apertura della mostra

Un successo superiore a ogni aspettativa: vasto l’interesse per il lavoro e la vita del grande autore torinese, tanto che più di 2.800 visitatori hanno già scelto di entrare a CAMERA - Centro Italiano per la Fotografia per la nuova mostra “L’occhio magico di Carlo Mollino. Fotografie 1934-1973”. Nella sola giornata di domenica 21 gennaio hanno varcato la soglia del Centro di via delle Rosine oltre 1.000 persone.
Tra i più noti e celebrati architetti del Novecento, Carlo Mollino ha da sempre riservato alla fotografia un ruolo privilegiato, utilizzandola sia come mezzo espressivo, sia come fondamentale strumento di documentazione e archiviazione del proprio lavoro e del proprio quotidiano. Con oltre 500 fotografie, di cui molte inedite, la mostra è la più grande e completa mai realizzata su Carlo Mollino fotografo e indaga il suo rapporto con la fotografia evidenziandone l’unicità e le caratteristiche ricorrenti, a partire dalle prime immagini d’architettura realizzate negli anni Trenta fino alle Polaroid degli ultimi anni della sua vita.
Curata da Francesco Zanot, la mostra è interamente basata sul materiale conservato presso il Politecnico di Torino, Archivi della Biblioteca Roberto Gabetti, Fondo Carlo Mollino, una straordinaria miniera di documenti, fotografie e disegni che saranno protagonisti di un ampio ciclo di incontri, a cominciare dal primo appuntamento in programma giovedì 25 gennaio, alle 19.00 a CAMERA, dal titolo “Carlo Mollino: l’archivio e la fotografia”.
Aperta al pubblico da giovedì 18 gennaio e visitabile fino al 13 maggio 2018, con l’interessante allestimento dello Studio BRH+, la mostra è accompagnata da una pubblicazione edita da Silvana Editoriale e contenente tutte le riproduzioni delle opere in esposizione, oltre ai saggi di Francesco Zanot, curatore della mostra, Enrica Bodrato, Fulvio Ferrari e Paul Kooiker.



CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia
Via delle Rosine 18 10123 Torino
+39 011 0881150
www.camera.to