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Il dito nella piaga.


Con il post di ieri ho fatto il botto!
Le visualizzazioni del blog si sono impennate vistosamente e su Facebook i commenti sono arrivati a raffica. Belli densi di riflessioni pure. Rilevo quindi che devo aver messo il dito su una piaga ben grossa.

Ci dev'essere parecchia stanchezza in giro per la ripetitività delle fotografie in circolazione. In specie nell'ambito del cosiddetto paesaggio urbano, ma non solo. Ora certamente non si tratta di passare al "fàmolo strano", tanto per cambiare, ma di riconnettere le scelte visive ai motivi che le determinano. La tradizione fotografica questo lo insegna bene, se lo si vuole capire.

Fotografare un viadotto, magari con i colorini chiari ed "evocativi" che ancora continuano ad andare di moda, che senso ha? Se non c'è un motivo molto forte, equivale a fare accademia, cioè esercitazioni erudite sui cadaveri iconografici del passato: soffermarsi sulla pelle, l'aspetto esteriore, senza domandarsi cosa ci sia sotto a determinarlo. Lo studio della tradizione svolto così è puro e semplice feticismo e anche i docenti che incitano a farlo ne sono responsabili. Peggio di tutti quelli che questo esercizio lo provocano su loro stessi. Imitare il visivo finale di chiunque abbia lavorato sodo per dare forma ai suoi pensieri, prelevando immagini con un congegno automatico come una fotocamera, è la via sicura per raggiungere la noia dell'epigono. Quella sensazione estremamente fastidiosa di trovarsi di fronte ad un'immagine che assomiglia molto a quella da cui discende, ma senza più alcuno dei motivi che davano vita all'originale.

Un poco come le cattedrali neogotiche dei primi del Novecento, fatte però di cemento armato. Con quelle originali condividevano solo delle sterili apparenze. Diverso invece l'esempio di Antoni Gaudì: rileggere il Medioevo alla luce della contemporaneità e tirarne fuori meraviglie mai viste, rese possibili proprio dal cemento armato. Questo è davvero un abbeverarsi alla tradizione per rinnovare.

Tornando a bomba, non si tratta di appendere le fotocamere al chiodo perché ci si accorge di persistere nella ripetizione di modelli passati non avendo altre idee, ma di fermarsi a pensare. Percepire è pensare. Se una fotografia nasce da un pensiero, magari nato da un'osservazione attenta, allora si saprà se prenderla ha senso oppure no e quale. Passare dalla soddisfazione dell'imitatore erudito, e applaudito da persone che hanno fatto le scuole alte e quindi riconoscono i riferimenti, alla sincera messa in gioco di se stessi nel rapporto con il mondo, qui, adesso. C'è molto da fare e merita di provare a farlo, proprio sbagliando e risbagliando, ma con l'intento consapevole di voler arrivare a prendere finalmente delle fotografie risolte, attuali, autonome, giuste per davvero.