Solcare il caso estraendone le forme.

In una recente conversazione avuta con Guido Guidi sul suo libro In between cities (2003), della quale qualche breve estratto video sarà proposto in esclusiva nell'ambito del seminario in programma il 14 maggio prossimo, il discorso ad un certo punto verte sulla forma.

Non mi permetto di riportare a mio modo le parole di Guidi, ché sarebbe un ben misero tentativo di travestirmi con un'autorevolezza che non mi potrà mai appartenere, nemmeno di riflesso, ma prendendo spunto da esse ne ricavo alcune considerazioni.

Innanzitutto che la forma è alla base di ogni immagine, ma non ne è il fine. Se questo accadesse, saremmo di fronte ad un caso di decorativismo, buono per il piacere dell'occhio forse, ma non per altro.

Pensando al fotografico poi, la forma nasce da un "accadimento": l'incontro tra l'azione di un congegno manovrato da una persona e il fluire della luce nel tempo. Per questo motivo, essa dev'essere il più possibile ben controllata, ma anche restare "trasparente". Nel momento in cui la forma fosse troppo percepita, "prendendo la scena" come si direbbe a teatro, renderebbe vana l'immagine, la svuoterebbe di ogni possibile vitalità riducendola ad uno sterile gioco visivo.

L'impressione è bene che sia sempre di naturalezza apparente, di qualcosa che sembri capitato del tutto per caso. E difatti il caso è forse il terreno d'azione più importante per la forma fotografica: solcare il caso estraendone le forme.

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