Maria Adelaide e gli Altri.


C'era una volta a Torino l'ospedale Maria Adelaide. Dal 1895 agli inizi del 2016 vi hanno svolto il loro compito generazioni di medici e paramedici tra la soddisfazione generale.


Poi le fiabe un brutto giorno finiscono ed ora per poter entrare nell'edificio, e constatare che è ancora intatto come se stesse aspettando di risvegliarsi da un brutto sogno, ci vogliono gli altri, quelli dell'arte contemporanea.


Il disagio che provo, come torinese, nel percorrere spazi tutt'altro che in degrado e comunque abbandonati al loro destino di luogo dismesso, condiziona l'approccio a questa sesta edizione di The Others Art Fair.


Un'edizione dimezzata, non solo nel numero degli espositori, dai 63 dello scorso anno ai 29 attuali (mai così pochi), ma anche nel rapporto con il Maria Adelaide. L'ex ospedale prevale sempre sulle opere, tranne che nell'installazione di Luca Gilli che assume a suo soggetto proprio l'ospedale stesso.


Il flusso dei visitatori pare invece almeno costante, vedremo quanti poi saranno rispetto al record del 2015: 26.000 presenze.


Il biglietto è 7 euro. Scusate se sembro un scozzese nato a Genova, ma per me 5 euro erano più ragionevoli. Nonostante questo, famiglie giovani con bambini ne ho viste diverse. Borghesia alternativa e colta che non rinuncia ad un valore essenziale come l'arte per lo sviluppo dei loro figlioli. Questo è bene.


Magari però se si incentivasse anche con uno sconto tamarro i figli delle classi meno protette, quelle dei "periferici" che nelle stesse ore si strusciano ormonalmente negli olezzi luccicanti della 8 Gallery, sarebbe anche meglio. Ma tant'è, questa è una fiera privata, non un ente di assistenza sociale.


Oltrepassando il contesto, mi pare che l'esplosione alternativa delle prime edizioni, una vera controArtissima, inferno contro paradiso, piena di suggestioni e proposte, sia venuta meno. Ci sono opere di vario livello, in genere bene educate e giustine. Collezionabili senza timori per qualche centinaio o al massimo migliaio di euro.


L'internazionalismo poi si riduce a sette unità: un arlesiano, un berlinese, un londinese, un belga, uno svizzero e due marocchini. Meglio di niente e speriamo in meglio per il futuro, che già si sa non potrà più essere al Maria Adelaide. Gli altristi son diventati nomadi, e vanno dove gli enti pubblici hanno posti dismessi da offrire. Si chiama gentrificazione: sembra roba porno, ma è pure peggio.


In ultimo, il cortile con lo street food e il sole della domenica sono stati un vero piacere. C'ho pure trovato un cannolo siciliano chiamato Carlo Magno. E difatti l'ho magnai. Bonissimo fu.


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