Con le dita nell'inchiostro


A Torino da domani è visitabile una piccola, ma rara mostra fotografica dedicata all'opera di quel monumento della fotografia d'autore che risponde al nome di Robert Doisneau e resa possibile dalla nipote del fotografo, la giornalista Clémentine Deroudille. Tutte le stampe fotografiche esposte presentano la sua inimitabile visione del mondo infantile, in prevalenza ripreso durante le difficili ore della scuola e le spensierate avventure nel paesaggio in trasformazione di una banlieu parigina ancora regolata da tempi e comportamenti d'antan. L'unicità di Doisneau risiede nel suo gioco da grande equilibrista tra emozione e messa in scena, sempre sull'orlo di un pittoresco piccolo borghese e melenso, ma senza mai davvero cadervi. Questo forse spiega perché nonostante gli anni siano sempre più lontani, molte immagini sono della metà degli anni '50, non si possa non rimanere ancora stupiti dalla felicità del suo agire. Una Rolleiflex, tanta sensibilità e tutta la forza del non aver mai smesso di essere bambino. Un lavoro, per questo, fatto dall'interno, da un Robert con la stessa infanzia dei suoi compagni di gioco e di banco. Chi può, non se la perda; la mostra intendo.


ROBERT DOISNEAU
LES DOIGTS PLEINS D'ENCRE
Museo Regionale di Scienze Naturali

Indirizzo: via Giolitti 36, Torino.
Periodo: dal 27 novembre 2011 al 15 gennaio 2012.
Orario: tutti i giorni (salvo il martedì) dalle 10 alle 19.
Ingresso: intero 5,00 Euro, ridotto 3,00 Euro.
Ingresso cumulativo (Museo più mostra Doisneau): 7,50 Euro.
Informazioni: tel. +39 011.432.6354 Numero verde 800 329 329


In ultimo, mi devo proprio togliere un sassolino dalla scarpa. Un giovinotto che accoglieva il pubblico all'inaugurazione aveva una concezione invero deficiente del suo ruolo, cercando persino di impedirmi l'accesso alla mostra accampando il motivo che stava per chiudere. Cosa rivelatasi non vera (c'era tutto il tempo e modo di vederla bene senza problemi) e superata solo dalla cortesia e professionalità degli addetti alla biglietteria del Museo, cui va il mio più sentito pubblico ringraziamento.

Il progetto è un fatto personale


Sul sito del Festival della fotografia etica è appena stata pubblicata una video-intervista ad Eugene Richards, realizzata in occasione della sua mostra a Lodi intitolata "War is personal". Nelle sue parole emerge l'approccio esistenziale alla progettualità fotografica. Al di là del tema drammatico di questo progetto, gli effetti sconvolgenti sulle famiglie e sui soldati coinvolti nelle recenti guerre americane, Richards propone l'azione del fotografare come una necessità prima di tutto interiore. Un modo per portare fuori quello che ci agita la mente e renderlo finalmente oggettuale, esterno, concretamente visibile. Proprio in questo atteggiamento, risiede a mio parere la migliore tradizione della fotografia. Non la volontà razionale di comunicare a qualcuno ciò che si sente, ma invece quella di dare un corpo, una traccia fisica al turbinare della mente. Corpo e traccia che potranno poi essere percepiti da noi in primis, ma anche da altri e quindi, per il principio fondamentale che "non si può non comunicare", divenire occasione d'incontro per altri umani e per le loro percezioni.

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This Must Be the Place, maybe...


L'ultima fatica di Paolo Sorrentino non mi ha convinto del tutto, anche se sono contento di averla vista. Considerando che non è davvero facile per un regista italiano scrivere e girare un film internazionale senza cadere nel nostro provincialismo, mi pare che il risultato possa essere considerato accettabile, nonostante le note negative siano diverse. A cominciare da alcuni richiami troppo telefonati all'Antonioni anglofilo di Blow Up e in qualche spleen di troppo dal Paris Texas di Wim Wenders (piacevole però il cameo di Harry Dean Stanton). Tra momenti ironici e pericolosi avvitamenti storici nella Shoah, il film scorre comunque senza perdere il filo, con diversi momenti di buon cinema (il concerto di David Byrne per esempio), anche se con alcune dannose ripetizioni emotive. Il finale abbassa di parecchio la qualità e la tensione narrativa che il film aveva saputo creare, specialmente in tutta la prima parte inglese. L'America di Sorrentino poi, in specie il West, è molto manierata, con echi diversi e riconoscibili, a cominciare dai "momenti indecisivi" di un Robert Frank, per esempio. In ogni caso, Sorrentino riesce nel suo intento di raccontare con sensibilità un viaggio interiore concretamente esistenziale, quello del catatonico Cheyenne, interpretato da un certo professionale, ma un po' monocorde e non sempre convincente, Sean Penn. Infine una nota tecnica: quando la dolly si fa vedere (perché ti fa girare la testa...) allora è proprio meglio lasciarla perdere del tutto.
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Artissima 18



L'ho visitata e mi è piaciuta. Molto. Spazio, luce, tranquillità ottenuti anche grazie alla ariosa struttura dell'Oval. Poi, fatto essenziale, un filo conduttore sottile, ma ben evidente: il ritorno dell'Arte Concettuale, con tutta l'importanza che questa scelta può avere per il fotografico. Non solo come recupero storico, ma anche come proposta contemporanea in questi tempi così difficili da decifrare. Artissima merita quindi oggi più che mai il nome superlativo, con il suo collocarsi in equilibrio dinamico tra mercato e linea curatoriale. Una fiera che non vuole essere solo una fiera. Davvero un buon modo di mettere d'accordo il lato commerciale con quello culturale. Un convinto applauso il mio, che va di pari passo con gli appunti visivi, in questo caso davvero colti come fior da fiore, in un così stimolante giardino. Eccoli QUI.

Per chi poi desiderasse fare paragoni: gli appunti delle edizioni 16, 15 e 14.

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The Others 2011



Ci sono stato stasera a The Others, nonostante il diluvio che incombe su Torino. Con me, molte altre persone si aggiravano tra una cella e l'altra delle ex Carceri Le Nuove. Devo dire che l'effetto claustrofobico dell'insieme non favorisce certo la "fruizione delle opere". I pezzi di valore sono a mio parere sommersi dall'eccesso di roba accatastata (dai lavandini agli imballi, alle opere buttate per terra...). Lo stesso sciamare del pubblico mi pareva più un rito mondano (ma come? Non sei andato alle Nuove?) che una reale attenzione all'arte contemporanea. Sarà la pioggia, sarà l'umore, ma auspico fortemente un ritorno al classico: spazi neutri e pensati per ospitare opere davvero selezionate e che consentano di poterle avvicinare senza fretta e disturbi vari. Detto tutto questo, per tre euro è proprio impossibile trovare di meglio per passare una serata "colta"... Come al solito, ho preso i miei appunti visivi.
Eccoli QUI.
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