Il falso problema della fotografia come arte.

©2014 Fulvio Bortolozzo.
Da diverse parti, e troppi anni ormai, arrivano sempre nuove voci a porre una questione assillante: "La fotografia è un'arte?". Da cui consegue: "Se sì, che genere di arte è?". A giudicare dal recente convegno internazionale di Cinisello Balsamo, al quale ero presente, mi pare di capire che simili domande sul sesso degli angeli assillino ormai solo i cervelli di miei compatrioti dediti al godimento dell'intelletto. Nel resto del mondo occidentale e occidentalizzato sembra che si studino i fenomeni culturali per come si presentano, cercando poi di darne semmai conto senza per forza incasellarli in qualche categoria aprioristica. Una logica semplice e pragmatica che non ha molta fortuna in una tra le maggiori Culle dell'Arte (così almeno ci viene rappresentata l'Italia nel selfie autoconsolatorio inoculatoci nella mente fin dalla più tenera infanzia).

Cosa sia l'arte, cosa sia la fotografia sono questioni oziose prese nei loro termini generici e senza alcuna logica soluzione. Sarebbe infinitamente più utile se chi ama scervellarsi sulle cose cercasse di comprenderne l'eventuale coerenza interna, la compiutezza teorica e pratica che distingue un dato fenomeno dagli altri esistenti e quali siano i motivi per cui meriterebbe di essere posto maggiormente all'attenzione degli interessati. Questo però richiederebbe uno studio paziente, ricco di incognite, anche per le persone più competenti, e dagli esiti sempre incerti e provvisori. Si tratterebbe insomma di mettersi in gioco, assumere dei rischi culturali, essere disponibili ad ammettere i propri errori e a ricredersi di fronte al lavoro di altri colleghi più brillanti. Tutte cose che afferiscono all'onestà intellettuale e alla capacità di confronto dialettico e costruttivo. Meglio passare comodamente gli anni a continuare a chiedersi se la fotografia sia arte e quale arte sia...

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Riportare per chi?

Grazie all'amico Sandro Iovine ho avuto occasione di partecipare all'apertura della mostra personale del fotogiornalista professionista Ugo Lucio Borga alla galleria di Paola Meliga in via Maria Vittoria 46/c a Torino.

Borga presenta il progetto "In the name of God" sulla guerra civile, per molti aspetti ormai endemica, che si svolge nella Repubblica Centrafricana, uno dei paesi più poveri della Terra. Per la realizzazione del suo lavoro l'autore ha trovato la collaborazione dell’Onlus Amici del Centrafrica, organizzazione operativa nel paese, e dell’Associazione Six Degrees di Torino. Scopo della mostra oltre al voler documentare l'ennesima tragedia umanitaria di cui poco o nulla si viene a sapere dai media mainstream è anche quello di raccogliere fondi attraverso le donazioni.

L'approccio di Borga al tema è basato sulle migliori tradizioni del fotogiornalismo internazionale, sia sotto il profilo espressivo sia per quanto riguarda l'approfondimento conoscitivo sul campo di quanto va a fotografare. La selezione d'immagini esposte negli spazi di Paola Meliga riesce a darne conto, anche grazie ad un apparato testuale ben redatto e pieno di notizie utili per avvicinarsi alle situazioni riprese.

Un lavoro in sintesi efficace, professionale e meritevole che consiglio vivamente di voler vedere prima della chiusura della mostra prevista per fine giugno / luglio.


Dettaglio da una foto di Ugo Lucio Borga.

Detto questo, vorrei aggiungere che anche a me è arrivata, ieri per caso da un amico, la notizia della morte di un altro fotogiornalista, Andy Rocchelli di Cesuralab. Non sono un esperto del settore, mi limito ad incontrare le fotografie, e le vicende di chi le fa, man mano che il quotidiano mi porta ad esse. Nonostante questo, forse anche perché da poco avevo scambiato due parole con Ugo, ho provato un senso di malessere persino fisico. Sapere che ci sono in giro per il mondo delle persone che rischiano la loro vita per riportare da luoghi pericolosi delle fotografie mi sembra ogni giorno di più un atto inutilmente eroico. Riportare fotografie, cioè semplici pezzi di carta un tempo, ma oggi in prevalenza file che finiscono per ammuffire negli hard disk perché non vengono richiesti, pagati e diffusi da quasi nessuno.

Per chi fotografare in un mondo dell'informazione dove "(im)prenditori editoriali" senza scrupoli costruiscono profitti per i loro azionisti anche sottopagando, o non pagando affatto, chi porta loro il materiale informativo? Materiale che resta essenziale per poter distinguere un fogliaccio di pettegolezzi da una vera testata che faccia giornalismo d'inchiesta. Per l'opinione pubblica? Quale? Esiste davvero in Italia un'opinione pubblica in grado di distinguere, e pagare (comperando le testate su cui appare e lasciando le altre ai resi delle edicole), la fotografia giornalistica da una fotografia purchessia, magari rimediata "aggratis" dal web dai soliti grafici istigati al furto dai loro superiori con la minaccia del "contenimento dei costi", cioè dal fatto che se non lo fanno il loro posto di lavoro diventa inutile?

Temo che la risposta sia nel complesso negativa e che le cause di questo vuoto pneumatico siano molte e anche contraddittorie tra di loro. In ogni caso vorrei almeno che chi già lavora senza protezioni adeguate e a sue spese, rischio e pericolo non finisse almeno nel tritacarne della notizia del giorno, come fosse una sorta di sacrificio umano dovuto per poter prolungare di altre ventiquattr'ore l'agonia della "macchina imballata dell'intermediazione informativa" e di chi ci campa malamente sopra.

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Questo Paese.

©2013 Giancarlo Rado.
Diego Rizza, la moglie Anna Zurek , il figlio Tomek e Savanna ritratti in Malga Fossernica di Dentro , Caoria, Trentino, prima della chiusura dell'alpeggio estivo.
Questo Paese
Osservazioni fotografiche nell'Italia contemporanea


A cura di Fulvio Bortolozzo

Fotografie di:
Antonio Armentano, Roberto Bianchi, Sandro Bini, Nino Cannizzaro, Luca Capello, Ilenio Celoria, Domenico Cipollina, Carlo Corradi, Claudia Corrent, Benedetta Falugi, Paolo Fusco, Mauro Thon Giudici, Salvatore Lembo, Andrea Lombardo, Luca Migliorini, Luca Moretti, Gaetano Paraggio, Mattia Parodi, Bruno Picca Garin, Giancarlo Rado, Mattia Sangiorgi, Tiziana Sansica, Franco Sortini, Giacomo Streliotto, Rodolfo Suppo.


Questo Paese vuole portare alla fotografia di paesaggio italiana un contributo proveniente dall'esperienza sociale della rete. Il progetto nasce difatti all'interno del gruppo di Facebook We Do the Rest, aperto nel settembre del 2013 dallo scrivente.

Nel gruppo sono venuti ad incontrarsi fotografi che lavorano continuativamente sulla restituzione di quanto osservano nel quotidiano dei loro luoghi di residenza o frequentazione abituale. Di questi, ne sono stati selezionati venticinque, provenienti da varie parti d’Italia, per la realizzazione di una prima serie collettiva di respiro nazionale che potesse già anche divenire un libro cartaceo On Demand, metodo produttivo e distributivo quest'ultimo pienamente appartenente alle dinamiche della rete.

I criteri della selezione hanno privilegiato i fotografi con le serialità più coerenti, meglio se attive da tempo, senza frapporre alcuna preclusione espressiva. Si può, per questo motivo, riscontrare nei lavori selezionati sia la persistenza di forti riferimenti iconografici alla tradizione della fotografia italiana di paesaggio, così com’è venuta diffondendosi nella cultura fotografica fino ai nostri giorni a partire dall’ormai trentennale esperienza del Viaggio in Italia curato da Luigi Ghirri, sia approcci molto distanti da essa e anche soluzioni in grado di indicare nuovi possibili percorsi di osservazione.

A completamento delle sinergie possibili, alcuni blogger e web writer contribuiscono al progetto con testi redatti per l'occasione.

In mostra a Corigliano vengono presentate solo alcune delle immagini di dieci dei venticinque fotografi coinvolti complessivamente nel progetto editoriale definitivo, ancora in corso di realizzazione. Un'anteprima quindi, molto utile però per ricevere un primo riscontro da un pubblico competente e interessato come quello di questa consolidata manifestazione.

(mostra inserita in Corigliano Fotografia, 27-29 giugno 2014).

©2013 Antonio Armentano, Montebello Ionico (RC), Saline.
©2012 Nino Cannizzaro, Palermo - Messina.
©2014 Claudia Corrent, Isola di Burano (VE).
©2013 Benedetta Falugi, Follonica (GR).
©2013 Mauro Thon Giudici, Milano.
©2009 Salvatore Lembo, Roma, Testaccio.
©2012 Andrea Lombardo, Genova.
©2011 Gaetano Paraggio, Battipaglia (SA), litorale.
©2014 Giacomo Streliotto, Cartigliano (VI).

L'amore vola o almeno dovrebbe.

Vorrei segnalare ai miei lettori un film appena uscito di Paolo Severini dal titolo "L'amore vola". Non è ancora chiara quale sarà la sua distribuzione, ma se vi capitasse a tiro in qualche modo non perdete l'occasione di vederlo. Si tratta di un montaggio di interviste realizzate a Torino dallo stesso regista a persone in difficoltà, per traumi subiti o malattie degenerative.

Il tema verso il quale conduce gli intervistati è quello della loro sessualità. Argomento quanto mai difficile da affrontare per tutta una somma di motivi. Al di là delle questioni toccate, sono rimasto molto colpito dall''approccio particolarmente equilibrato e sensibile messo in campo dal regista/attore Severini. Usando la camera con apparente disinvoltura, e persino sciatteria stilistica, costruisce invece una raffinata spirale di coinvolgimento. Non solo le persone intervistate finiscono per dire più di quanto avrebbe mai pensato possibile, persino con persone a loro intime, ma lo stesso spettatore, superato l'impatto iniziale, rimane come assorbito in un mondo che scopre man mano essere profondamente il suo, nonostante sia nella condizione che viene definita di "normodotato". Piani emotivi e di ragionamento capovolti, dove la malattia o il trauma sono solo evidenze superiori di una condizione affettiva e sessuale generale. Un piccolo capolavoro concettuale questo, che rende merito al cinema come strumento non solo di esibizione o narrazione, ma anche di riflessione critica su ciò che ci capita mentre stiamo pensando ad altro: la vita.

L'amore vola (2014)
Un film di Paolo Severini

(comunicato stampa)

Una storia torinese, anzi italiana.

©2014 Fulvio Bortolozzo.
Lunedì 19 maggio 2014, ore 18. Circolo dei Lettori di via Bogino a Torino, saletta completamente colma per la presentazione del libro di Daniela Trunfio edito da Prinp intitolato "Fondazione italiana per la fotografia. 1985-2006". Partecipano, oltre all'autrice, l'editore Dario Salani, Lorenza Bravetta, responsabile di Magnum Photos per l'Europa continentale e il giornalista de La Stampa Rocco Moliterni in veste di moderatore.

L'opera raccoglie una documentazione sull'attività svolta dalla Fondazione insieme alla testimonianza diretta dell'autrice che ne percorse la vicenda al fianco di Luisella D'Alessandro, l'artefice fondamentale.

Tema molto complesso questo della FIF, ancora da chiarire in vari punti, che ho avuto l'occasione di seguire direttamente in alcune sue fasi. Durante la presentazione sono state messe in evidenza le luci incontrovertibili dell'azione di Luisella e della sua creatura. Come accade sovente in Italia, tutto nasce da una insopprimibile passione personale che nel tempo raccoglie attorno a sè consenso, forze e sostegno fino a raggiungere anche traguardi impensabili. Specialmente nella fase iniziale, quella delle Biennali di Fotografia organizzate dall'Associazione Torino Fotografia, prima quindi di divenire Fondazione e stabilire la sua sede in via Avogadro, la spinta propulsiva culturale che venne espressa fu straordinaria. Dal nulla Torino divenne in breve tempo uno dei luoghi della cultura fotografica internazionale e l'unico a livello nazionale con un'offerta di così varia ed elevata qualità. All'epoca ero un giovane che godeva del privilegio di ritrovarsi in una città dove approdavano i lavori di grandi maestri accanto a quelli di miei coetanei emergenti e venivano a tenervi conferenze nomi eccellenti. Ricordo ancora la forte impressione che mi fece, per esempio, sentir parlare Vilém Flusser e Franco Vaccari durante Torino Fotografia '85.

Come però molte altre storie italiane insegnano, passare dalla passione alla costruzione di un sistema strutturato e coerente non è cosa scontata e qui vengono fuori le ombre, non messe in evidenza dall'autrice durante la presentazione del libro. L'avventura della Fondazione pose nuovi problemi di gestione: organizzare il personale dipendente, svolgere l'attività didattica, programmare la stagione espositiva, tenere sotto controllo un bilancio vincolato alle contribuzioni pubbliche, stabilire rapporti di fiducia con i fornitori, mantenere una progettualità istituzionale all'altezza del panorama internazionale. Questioni sulle quali l'originale forza propulsiva non riesce a convertirsi in un sistema di lavoro davvero efficace e finisce progressivamente per impantanarsi, anche per le oggettive responsabilità del gruppo dirigente, fino al drammatico epilogo finale del commissariamento per via di  bilanci poco trasparenti e molto dissestati.

E qui si passa dal dramma alla tragedia. Con la Fondazione viene buttata via anche la cultura fotografica. Dovrebbe continuare ad occuparsi di fotografia la Galleria d'Arte Moderna e Contemporanea, che sotto la direzione di Pier Giovanni Castagnoli aveva condotto una sorta di "guerra fredda" contro Luisella D'Alessandro a colpi di mostre di grandi fotografi. L'episodio forse più eclatante e, per certi aspetti, comico, avvenne nel 2002 con la doppia mostra personale simultanea di Nino Migliori in GAM e Fondazione. Purtroppo però sembra che il fallimento dell'esperienza FIF avesse reso la parola "fotografia" una parolaccia, da evitare il più possibile e la GAM finisce per disinteressarsene, evitando accuratamente di aprire un Dipartimento di Fotografia, come invece in precedenza veniva ipotizzato.

 Nel 2007 chiuderà poi i battenti anche la Libreria Agorà di Rosalba Spitaleri e Bruno Boveri, impresa privata che mai ebbe un qualche sostegno dalle istituzioni pubbliche nei circa trent'anni di costante e assidua attività di altissimo livello per la promozione della cultura fotografica italiana e internazionale. FIF e Agorà non trovarono mai forme continuative di collaborazione, ma per me sono sempre state tra loro complementari come un prezioso polo tutto torinese e unico in Italia nel suo genere, tanto che da allora nulla di anche lontanamente simile è mai più apparso in città.

Questo però è il triste passato. Dopo lunghi anni di traversata nel deserto, arriva la Magnum Photos a rialzare qualche bandierina. Sì, sono state fatte finora solo mostre di loro autori storici. Però piacciono al pubblico torinese. Su questa prima base, partirà qui a Torino nel 2015 l'esperienza innovativa di Camera, nella quale Magnum Photos avrà parte importante insieme a Intesa San Paolo ed Eni, con il beneplacito dell'amministrazione comunale. Lorenza Bravetta era alla conferenza per presentare questa novità e per raccogliere il testimone, ma con i dovuti e doverosi distinguo, delle passate vicende locali. Chi vivrà, vedrà. Per ora non mi resta che auspicare una rinascita della cultura fotografica a Torino che sia all'altezza del mutato panorama contemporaneo e in grado di promuoverne le nuove tendenze evolutive.

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Una giornata a Villa Ghirlanda.

©2014 Fulvio Bortolozzo.
Sabato 17 maggio 2014 si è tenuto al MuFoCo di Villa Ghirlanda a Cinisello Balsamo, il convegno internazionale "Quale museo di fotografia oggi?" Tutte le informazioni tecniche si possono consultare ai link inseriti nella frase precedente.

Nel seguirne i lavori ho ricavato davvero molti stimoli e riflessioni che non è proprio possibile esprimere compiutamente in questa sede senza scivere un post talmente lungo da risultare assolutamente indigeribile anche ai miei lettori più affezionati e volonterosi. Mi limiterò quindi a qualche spunto tra i più interessanti che mi vengono in mente.

Innanzitutto, mi preme ringraziare Roberta Valtorta e il suo staff per l'impegno che mettono in ciò che fanno. L'accoglienza è stata ineccepibile. La sala del convegno era predisposta con attenzione, fatta salva l'assenza della connessione Internet rilevata dall'ultimo relatore olandese (punto su cui tornerò in seguito). Le traduzioni simultanee sono state condotte con professionalità e precisione, rendendo realmente agevole seguire gli interventi degli ospiti stranieri. Il buffet della pausa pranzo ha dato concreto ristoro in spazi adeguati per poter anche conversare con gli intervenuti godendo in qualche misura della splendida giornata di sole.

Sotto il profilo organizzativo direi quindi che tutto è filato liscio. Entrando più nel merito dei lavori, devo però rilevare che lo spazio del mattino, superati gli imprescindibili saluti delle autorità, è stato fin troppo occupato da ottimi relatori italiani, la sempre bravissima Marina Miraglia in primis, impostati però alla "vecchia maniera", consegnando così a Martin Barnes del Victoria and Albert Museum di Londra e a Sandra Phillips del MoMA di San Francisco un pubblico già ben riempito di concetti anche estremamente complessi, divulgati con letture non certo attoriali di lunghi e densi documenti. Per fortuna Martin e Sandra vivono nel terzo millennio e quindi hanno supportato i loro ottimi interventi con slides pertinenti ed efficaci nell'accompagnare i loro peraltro più pragmatici ed operativi discorsi.

Nel pomeriggio Karen Irvine del MCA di Chicago ed Elina Heikka del FMP di Helsinki hanno allungato ulteriormente le distanze tra le esperienze museali nostrane e quelle del resto del mondo occidentale. Addirittura l'ironia di Elina ci ha fatto intravedere accostamenti surreali tra i centri commerciali, in stile IKEA con tanto di ristoranti per gourmet culturali, e la funzionalità quotidiana di un museo che vuole essere davvero contemporaneo anche nel modo di relazionarsi con i cittadini-consumatori. A seguire, Duncan Forbes del Fotomuseum di Winterthur in Svizzera ha dato la dimensione finanziaria in cui si inserisce la musealità oggi. Di Svizzera non ha detto molto, d'altronde si ricorderà la famosa battuta di Orson Welles ne "Il terzo uomo", ma in compenso il suo ritratto economico sentito qui in Italia risulta davvero impietoso.

Pausa gelato non prevista. Mandarino e cioccolato bianco. Sempre cinese, come a Reggio Emilia. Sempre 2 euro. Rientro, arrivo in sala di una politica locale, in diretta da New York. Roberta Valtorta rileva il rientro di partecipanti risultati assenti. Forse perché era all'ìmprovviso tornata la politica a farsi due conti sulle quantità di presenze?

Francesca Fabiani del Maxxi di Roma ci spiega che la fotografia, in sè e per sè, lì da loro non esiste. Si chiama "arte contemporanea" o "architettura". Scoraggiante. Accompagna la sua relazione con immagini dalla collezione, tutte della sezione "architettura", dove lei opera. Tutte di nomi noti, e loro cooptati prossimi, della cosiddetta "Scuola del paesaggio italiano" originatasi all'epoca di Ghirri e proseguita in varie declinazioni fino ad ora.

In ultimo, ma davvero non per ultimo, spunta fuori lo spumeggiante intervento di  Bas Vroege di Paradox a Edem nei Paesi Bassi. Non un museo, ma una felice gabbia di matti direi. In pochi minuti consegna i musei come li conosciamo all'archeologia. Esiste non da oggi, ma da vent'anni ormai, un intero mondo là fuori nella nel virtuale e nella rete dove il fotografico si declina e confronta con una somma crescente di tecnologie e modi di produzione e fruizione. Un fuoco pirotecnico, rapidamente spento però dall'assenza di connessione Internet della sala e dal rilievo finale di Roberta Valtorta che dichiara aver in effetti lasciato a prender polvere sugli scaffali, disinteressandosene, CD-ROM e altre diavolerie elettroniche non ai sali d'argento e non visibili direttamente senza l'ausilio di macchine e programmi specifici.

Questo è il punto. Scrivo queste righe in un blog, su Internet. Nell'epoca geologica precedente le avrei scritte su un foglio per me, la mamma e i 4 amici che qualsiasi cosa faccia mi vogliono bene lo stesso, perché sono il classico signor Nessuno. Sarà un bene? Sarà un male? Tranne che nelle logiche di valenti, perché valenti lo sono per davvero, studiosi italiani che si trovano poi magari anche a condurre dei musei, per la verità con uno stile un pochino Luigi XIV, in tutto il resto del pianeta ci si confronta giorno per giorno con ciò che accade, si perseguono politiche di conoscenza, riconoscimento e valorizzazione senza confini  ed abbassando al massimo grado le barriere tra i cittadini e ciò che si desidera trasmettere per elevare il loro "bagaglio culturale" (anche se l'idea di "bagaglio" oggi mi fa un po' orrore...).

Da noi si discute: se la fotografia sia arte e quale arte sia; di quanti denari debba cacciare la politica per mantenere in piedi i musei, cioè dei posti di lavoro, come all'Alcoa di Portovesme per capirci; di come fare se i pochi eroi autoreferenziali che reggono le cose buone esistenti finissero per gettare la spugna di fronte alla totale ingratitudine delle istituzioni e all'indifferenza della cittadinanza. Sì perché il MuFoCo non è perfetto, ma dietro il MuFoCo, dovesse sparire, anche così com'è condotto oggi, c'è il parco di Villa Ghirlanda con coppiette, persone per bene e tamarri intenti beatamente a godersi il sole ignari, e ignavi, di tutto e di tutti. Italiani...
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Le fiabe esistono davvero, al cinema.

Grace Kelly in una scena del film "Caccia al ladro" (1955).
Lo abbiamo visto ieri sera appena uscito nelle sale. Sì, c'è ancora da qualche parte nel mondo una fiaba vecchio stile. Mai troppo lontano dal centro dell'inquadratura c'è una principessa, bella e impossibile. Attorno zucchero filato, tanti colori e la Costa Azzurra. Poi c'è il cattivo, cattivissimo. Lui vuole bombardare la fiaba, riportarvi dentro la durezza della vita di sempre. Ma non potrà. La principessa si alza in volo, allarga il suo mantello e copre di fiori di Cartier e nuvole di Dior il principato, la sua famiglia, il suo dono d'amore. Tutto finisce bene, per qualche anno ancora. Poi la vita riuscirà infine a portarsi via la fiaba, su una curva tra Cap D'Ail e La Turbie, chiamata la "coda del diavolo" appunto. Ma questo ci viene risparmiato. Si esce con negli occhi una principessa dello schermo che ne ha splendidamente incarnata un'altra. Le fiabe esistono davvero, al cinema. Grazie principessa. À la prochaine fois.

Grace di Monaco (2014)
Regia di Oliver Dahan.
Nicole Kidman, Tim Roth.

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Ai sassi, ai biscotti e alle nuvole.

©2014 Fulvio Bortolozzo.
Non funziona così, o almeno non dovrebbe. Una fotografia non è un sasso che può assumere ogni sembianza proiettatagli sopra a capriccio di chi lo tiene in mano. Non è un biscotto, il cui profumo o sapore riporta ai tempi "che furono" di chi lo sta mordicchiando. Non è una nuvola che per pochi istanti assume le forme del desiderio di chi la trattiene negli occhi. No, non è questo. O meglio, può esserlo perché non c'è modo di impedire a nessuno di fare e capire ciò che vuole di qualsiasi cosa, ma certo è un pessimo modo, autoreferenziale fino alla più estrema vanità, di costruire una relazione con una fotografia.

Sì, siamo animali "psicologici", i più complessi mai apparsi sul pianeta. Tutto soggiace ai nostri flussi psichici, ogni istante del nostro esistere ne è permeato completamente. Il successo di questa nostra specie sociale mortifera e implacabimente distruttrice di risorse è proprio lì. Però c'è un limite a tutto questo. Debole, incerto, ma c'è. Una parte del nostro essere organizza le cose in modo diverso, che si usa definire "razionale". Un prima e un dopo, causa ed effetto, dire per fare, rifare per migliorare. Catene logiche di pensiero che conducono anche a svariate mostruosità, come le troppe novecentesche, ma non solo.

Sono in ritardo di circa tre secoli, lo so. Non penso però di cercare di colmarlo questo ritardo, di affrettarmi a raggiungere l'epoca del post-tutto. Resto fedele alle promesse del secolo dei Lumi. Non a caso come metafora si scelse la luce. Una radiazione, pare, che grazie al sistema biologico occhio/cervello, porta conoscenza, comprensione. A patto di saperla ricevere in modo aperto a ciò che ne viene riflesso sulla retina. Non leggere, non interpretare, non riempire ogni percezione visiva di concetti, pensieri, sensazioni che la trascendono, la precedono e la imprigionano in schemi della mente, impedendo così alla luce di entrare nel nostro cervello e di agire veramente con tutta la sua efficacia.

L'ho presa larga, Sì, troppo. Ma tutto si tiene. In una fotografia, c'è posto per tutto e il contrario di tutto, ma qualcuno l'ha presa mettendosi davanti a qualcosa e prendendola l'ha riempita di sè, di ciò che sapeva e di ciò che ha saputo, forse, solo dopo averla fatta, magari tanto tempo dopo averla fatta. Forse partire da lì e restare lì, nelle vicinanze dell'origine di quella traccia, è il modo migliore di mettersi in relazione con una fotografia. Lasciando il resto delle fantasticherie ai sassi, ai biscotti e alle nuvole.

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A zonzo per Reggio.

©2014 Fulvio Bortolozzo .
Come un bambino. Così, senza altro filo che lo svolazzamento leggero qui è là. Bello, che schifo, boh. Il festival della Fotografia Europea di Reggio Emilia, giunto alla IX edizione, l'ho visto come ho potuto nelle poche ore di una scappata domenicale. Troppo poco per potermi permettere ora di pontificare qui su cosa vada o non vada. Evitiamocelo quindi. Però, qualche appunto emozionale, qualche svolazzo di pensiero m'e rimasto e come mi esce lo confido ai miei manzoniani lettori.

Un senso iniziale di ripetizione. Si va a San Pietro, si compera il biglietto forfettario, poi si comincia dalla punta dell'iceberg: Luigi Ghirri. Di Ghirri avevo visitato la mostra Project Prints allestita alla Manica Lunga del Castello di Rivoli un paio d'anni fa. Con delle cose indubbiamente da rivedere, dava però conto di un percorso autoriale usando un apparato allestitivo e didascalico davvero ben fatto. Penso che anche chi non conosceva proprio nulla dell'opera di Luigi Ghirri potesse uscirne con utili elementi da cui partire alla scoperta di un nuovo mondo. Qui a Reggio Emilia invece tutto mi è apparso confuso, accennato, disperso. Sarà stato il luogo, con quei corridoi e muri grigiastri male illuminati, o le foto raggruppate qui e là come lo spazio consentiva. Non so. Me la sono girata due volte, ma proprio mi sarei trovato in difficoltà se avessi dovuto imparare lì qualcosa su Luigi. Vabbè, colpa mia senz'altro.

Proseguendo lo svolazzamento, rilevo la repulsione istintiva che mi ha provocato l'installazione dei fotolibri, così come non mi aveva divertito per nulla quella dei View Master all'ingresso della sede espositiva. Comunque, indossando i guantini bianchi regolamentari, ho provato a sfogliare qualche fotolibro. Sarà stata la giornata storta mia, ma l'assommarsi di fotografie minimali con i soliti particolari insipidi fotografati come per caso, la gente di spalle, le situazioni qualsiasi, ecc. ecc. invece di farmi scattare l'anima poetica, mi hanno creato un rigetto concettuale. Mi sembrano ormai tutti uguali, tutti figli di un approccio paraletterario che vede nel fotografico l'occasione di esternare chissà quale spleen esistenziale con immagini che per essere pensate ed eseguite da una persona di media capacità fototecnica non richiedono più di un pomeriggio.

Vabbè, uscendo dai chiostri di San Pietro, per fortuna la città di Reggio Emilia mi offriva un sole ed uno struscio quanto mai rinfrancanti. Dopo un bel gelato e un buon caffè cinese le cose son girate meglio. In via Secchi 11 c'era No Place Like Home curata da Francesco Zanot con fotografi Magnum Photos, che meritava per davvero di essere vista. Almeno secondo me. A parte il solito beffardo Martin Parr, con un wall da parati dissacratorio e autorironico sulle villette middle class, il resto della mostra dava sensazioni, pensieri, reazioni. Chi mi segue sa che a Magnum non risparmio nemmeno un centesimo di critica sulle loro iniziative, ma stavolta, sarà merito del curatore, la mostra l'ho trovata proprio convincente e ben fatta.

Altra mostra che merita assolutamente di essere vista è Planasia di Silvia Camporesi alla Sinagoga. La bravura dell'artista non è una novità. La cura dell'allestimento e della realizzazione delle opere, anche  oggettuale (le stampe piccole sono colorate a mano), si mantengono ben all'altezza della sua consolidata finezza concettuale. Una bella boccata d'ossigeno.

Lì vicino è anche visibile una vera chicca, da I Libri Risorti di via Migliorati. Alcune immagini di libri e dischi su scaffali prese da Luigi Ghirri sono state incorniciate da Cecè Casile, ottenendo così un'installazione di particolare suggestione percettiva. 

Infine, ma non per ultimo, anzi per primissima cosa, ho visitato la doppia personale di Antonio Armentano e Ombretta Gazzola al Palazzo Rocca Saporiti, un po' fuori mano, vicino all'ospedale di Reggio Emilia. Nel primo caso c'è un lavoro sul confine del mare ricco di sensibilità per le luci e gli spazi, nel secondo un'acuta attenzione per l'arte casuale che appare, a volte effimera, sulle soglie e negli angoli del quotidiano.

Tutto qua o poco più. La manifestazione è talmente piena di mostre e appuntamenti che poche ore non sono che un assaggio. Chi può quindi se la goda in almeno un paio di giorni. Molte cose resteranno visibili nell'arco dell'estate e il biglietto cumulativo non ha scadenza.

Ci sarebbe poi da fare un ragionamento sul meccanismo, anche economico, che sta dietro un festival della fotografia italiano, ma sarà per un'altra volta, appena quel tanto di adulto che da qualche parte ho sviluppato salterà di nuovo puntualmente fuori.
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