Custodire intatte le differenze.

©2014 Fulvio Bortolozzo.
Il web non è solo un reciproco rincorrersi di segnali di presenza estemporanei emessi tra sconosciuti per colmare loro evidenti vuoti esistenziali, come spesso sostengono i suoi detrattori.

Sul web possono anche emergere occasioni molto valide di dialogo che altrimenti sarebbe stato impossibile realizzare.

In questo senso, lo scrivere questo blog, all'inizio vissuto con il timore che fosse un'attività pericolosamente piena di vanità irrisolta, è divenuto nel tempo un'occasione davvero proficua di dialogo e riflessione. Non solo con chi mi onora del suo leggermi, ma anche con altri blogger con i quali condivido interessi e pensieri.

Premesso questo, vorrei segnalare un dialogo a più voci che sta andando avanti da qualche tempo. Gli interlocutori sono diversi e l'interazione si svolge liberamente, a volte serrata, altre meno. L'ultimo articolo scritto da Enrico Prada sul suo blog "La valigia di Van Gogh", che a sua volta è stato stimolato da quanto scritto da Sandro Bini su "Binitudini", è un esempio lampante di questo tipo di scambio dialettico.

Dal loro argomentare discende quindi il mio ora. Entrambi si interrogano sul rapporto possibile tra l'immagine fotografica realizzata e quella inespressa, quella che per una somma di motivi resta nella testa del fotografo o magari no, è stata scattata, ma poi giace dimenticata, il "rimosso" di cui scrive Sandro. L'immagine "implicita" definisce Enrico quella che continua ad esistere e a manifestarsi nei pensieri fino a trovare prima o poi una sua manifestazione concreta. Manifestazione parziale perché la distanza tra ciò che si agita nella mente e ciò che si concretizza in una fotografia esiste sempre. A supporto del suo ragionare, Enrico si richiama alla metafora della mappa.

"Mi sono reso conto che ogni (mia) foto funziona come una mappa: non cattura tutta la ricchezza del mondo, ma ne descrive solo una porzione. Ed è utile proprio per questo, perché tralascia qualcosa. Come ha detto qualcuno: la mappa mente di proposito, al fine di dire la verità. (Perché, diciamolo, cosa me ne faccio di una cartina in scala 1:1?)".

Subito mi è venuto di pensare a "Le città invisibili" di Italo Calvino. C'è un passo dove si legge questo scambio di battute:

— Mi sembra che tu riconosci meglio le città sull'atlante che a visitarle di persona, — dice a Marco l'imperatore richiudendo il libro di scatto.
E Polo: — Viaggiando ci s'accorge che le differenze si perdono: ogni città va somigliando a tutte le città, i luoghi si scambiano forma ordine distanze, un pulviscolo informe invade i continenti. Il tuo atlante  custodisce intatte le differenze : quell'assortimento di qualità che sono le lettere del nome.

Questa è proprio una delle funzioni che ritengo preziose del fotografico nei confronti dell'esperienza percettiva occhio/cervello: dare evidenza alle qualità che si disperdono nell'insieme, un tutto informe e per questo inconoscibile. Ogni fotografia realizzata con questo approccio è un tassello utile per vedere e capire meglio. Per consentire al nostro pensare di alimentarsi con elementi discreti estratti dal continuum spazio-temporale in cui siamo irrimediabilmente immersi dalla nascita alla morte. La loro unione in serie coerenti, almeno come ipotesi, disegna una mappa possibile. Il togliere, il rimuovere, lo spostare dal percepito alla traccia fotografica sono tutti passi nella direzione della conoscenza, come esperienza a fondamento della comprensione dei fenomeni. Un'esperienza non necessariamente subito ed immediatamente comunicabile, né pensata per forza per essere poi comunicata a terzi. Almeno in origine. L'osservazione e la sua ricaduta fotografica sono attività individuali, forme di meditazione. Trattenere una traccia (clic) è anche, per me soprattutto, un modo di prolungare l'osservazione, non immediatamente un modo per comunicarne le ricadute ad altri. Passaggio sottile questo, a rischio di essere scambiato per un atto di vana autoreferenzialità, ma essenziale per liberarsi del flusso incessante di comunicazioni sterili, emesse solo per dare corpo a presenze che nel puro e semplice riconoscimento altrui trovano motivo d'essere.