La questione del racconto.


©2013 Fulvio Bortolozzo.
Capita nei miei corsi e workshop che venga posta la questione del racconto: il racconto fotografico. La necessità da cui origina la domanda è invariabilmente quella di come poter mettere insieme delle fotografie, magari anche in rigida sequenza, al fine di sviluppare una storia, una narrazione di qualche fatto, sensazione o altro. Gli esempi in questo senso nella tradizione del fotografico ci sono, e numerosi. A mio avviso però il racconto finisce per far attraccare le potenzialità conoscitive del fotografico ai sicuri ormeggi del linguaggio scritto-verbale, almeno come meccanismo concettuale. L'immagine che si fa narrativa rimane difatti serva del dire, il quale la sovrasta e ne determina il significato. Per questo motivo invito gli allievi a liberarsi da questa necessità pregressa. Il raccontare presuppone un ordinamento preciso, e una concatenazione predeterminata,  nel discorso che si intende sviluppare. L'atto fotografico invece è primariamente un'esperienza, un calarsi negli eventi con la disponibilità a reagire ad essi per mezzo della messa in movimento di una macchina. Cosa se ne ricavi è frutto di una serie di casualità, più o meno influenzate dalla volontà del fotografante, ma mai del tutto eliminabili. Lì, in quelle casualità, c'è qualcosa di nuovo, di prezioso, da ri-conoscere ed evidenziare. Lì, se c'è, emerge una serialità imprevedibile a priori e per questo fonte di nuova conoscenza, per il fotografo innanzi tutto. In questo modo, anti-narrativo se vogliamo, il fotografico può prendere davvero le distanze dai restanti mezzi espressivi e raggiungere un suo ambito peculiare, del tutto impraticabile altrimenti.

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