Il sorriso dell'acrobata.


©2014 Fulvio Bortolozzo.
Lassù nel cielo dello chapiteau, appeso ad un trapezio, volteggia con il sorriso sulle labbra. Tutto quello che fa sembra che stia accadendo così, spontaneamente, senza sforzo. L'acrobata sfida le leggi della fisica per evocare nella mente dello spettatore emozioni e sensazioni forti: leggerezza, armonia, libertà, vitalità. Il compimento perfetto dell'esercizio scatena l'applauso. Se però il pubblico potesse osservare più da vicino l'acrobata al termine dello spettacolo, quando il suo sorriso si è ormai spento, vedrebbe chiaramente su quel corpo atletico i segni lasciati dal sudore, dalla fatica, dall'esercizio continuo e duro a cui si  sottopone quotidianamente per donare pochi minuti di illusione.  Nulla di spontaneo quindi, ma tutto frutto di applicazione, perseveranza, di errori compiuti più e più volte fino ad eliminarli. Anche nel fotografico ogni lavoro coerente non capita per fortuna, non è il frutto di chissà quale felice ispirazione o di grazia miracolosa. Ci vuole tantissimo lavoro per recuperare l'illusione della spontaneità, dell'innocenza infantile. Tanti errori nelle procedure, ché sempre di performance si tratta come per l'acrobata, da limare uno dopo l'altro fino a farli scomparire tutti, o quasi. A completare l'opera, il sorriso non va dimenticato. Suggella un lavoro ben fatto e lo rende apparentemente semplice come bere un bicchier d'acqua agli occhi di chi si fa, o vuole farsi, ingannare. Il sorriso dell'acrobata.

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