Vita che si dimentica di se stessa.

Le immagini vivono nei corpi umani. Senza di esse questi corpi non potrebbero vivere ed interagire tra di loro. Non serve quindi nulla se non l'esistere per produrre e conservare innumerevoli immagini. Niente hard disk, niente archivi cartacei. La stessa memoria non è che una sintesi visiva, prima che linguistica, di ciò che ci attraversa in continuazione. Non di ciò che ci accade.

L'immagine si colloca in un punto di passaggio tra gli eventi e le loro conseguenze. Perdere la memoria non vuol quindi dire perdere la vita, ma semplicemente rinnovare le immagini senza conservarle. Tutto appare nuovo, qui, per la prima volta, e poi ancora un attimo dopo. Una vita immemore è possibile perché le immagini continuano a prodursi, ma la loro impermanenza rende impenetrabile, inconoscibile, effimera la vita.

In fondo, il flusso visivo della rete è vita che si dimentica di se stessa.

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