Brutti, sporchi e cattivi.


Mi viene proprio in mente il titolo di quel film di Ettore Scola del 1976. Brutti, sporchi e cattivi erano e brutti, meno sporchi, ma più scemi son diventati. Un progresso sociale in fondo. La presentazione del libro fotografico Hotel immagine di Simone Donati organizzata ieri a Torino da Phom insieme alla Libreria Oolp, è l'occasione per sentire dalla viva voce del fotografo il racconto della sua esperienza immersiva, durata alcuni anni, negli abissi delle manifestazioni pubbliche dell'idolatria italica di massa.


Dalla politica alla religione, dallo sport alla musica, ogni immagine introduce nuovi aspetti di un delirio collettivo. La serata era supportata da uno slide show, dal quale ho estratto alcuni dettagli qui pubblicati. Il succedersi delle immagini proiettate contrappuntava efficacemente il commento equilibrato, e persino rilassato, del fotografo, mentre ogni figura aumentava l'effetto deprimente. Almeno nel mio sentire.


Il valore di questo libro è molto elevato. A parte la sua intelligente oggettualità grafica, che aggiunge qualcosa di ironico, ma anche qualcosa di desiderabile per la bibliofilia di nicchia oggi montante, il valore concreto sta nel contenere un tempo sociale preciso nel quale siamo vissuti, più o meno consapevolmente, e che oggi mi pare alle spalle. Nuovi fenomeni sono difatti già in atto, altri, descritti nel libro, sono ormai tramontati o quasi.


Tra le cose apprezzabili c'è la volontà di avere un visivo tradizionale, sobrio. La classica "foto che sembra una foto", fatta per essere rivista anche tra decenni senza eccessive connotazioni di gusto e stile legate all'epoca contemporanea. Come nella migliore tradizione della fotografia documentaria. Niente HDR quindi e nemmeno pasticci neopittorialisti. Unica concessione al gusto personale, l'uso del formato quadrato ereditato da fotocamere a pellicola e simulato qui con un ritaglio digitale. Trovo che la scelta sia azzeccata perché il visivo quadro ben si presta a controbilanciare l'agire caotico delle persone riprese.


Tranne che un cedimento empatico verso il "neomelodico napoletano", che Donati confessa sinceramente, per il resto la sua è una presenza "altra", non coinvolta e non coinvolgibile nei riti che riprende. Un distacco che ha un sapore antropologico, prima che giornalistico. Difatti ne viene fuori una descrizione dallo stile "oggettivo" di fenomeni osservati con la volontà di restituirli cogliendone i lati simbolici più icastici, ma senza quel di più che verrebbe da una partecipazione interna. Donati non si rivolge a coloro che si vedono nelle sue fotografie, o dispera di poterlo fare, ma si rivolge a quelli che lì non ci sono e per questo non hanno esperienza visiva di cosa vi accade.


Certo questo lavoro si presta a forti critiche di sapore post andreottiano. Quella sua famosa accusa al cinema Neorealista di portare all'estero un'immagine denigratoria dell'Italia, mentre invece i panni sporchi si sarebbero dovuti lavare in famiglia. Io sono italiano, ma non mi riconosco in nemmeno uno dei riti descritti. Anche Donati però è italiano. Se si prende la briga di spendere molto tempo e molto denaro (il libro è interamente autoprodotto in 750 copie, senza fare la solita questua del crow funding) non è certo per diffamare nessuno o per compiere fredde vendette identitarie, ma invece proprio per poter affermare che un altra Italia è possibile e che non tutto quello che avviene qui è necessariamente fatto "in suo nome".

In conclusione invito chi mi legge a sostenere concretamente Simone Donati acquistando il suo libro. Se poi siete torinesi, acquistatelo alla Libreria Oolp perché già ci siamo persi colpevolmente l'Agorà anni addietro e ora almeno un piccolo luogo per libri fatti di carta dove la fotografia possa diventare anche persone che si incontrano e si parlano è assolutamente necessario difenderlo.

Ah... dimenticavo. L'ultima fotografia di questo articolo l'ho presa dopo la presentazione. Ha il suo perché, ma ne scriverò magari un'altra volta.




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