Essenza di umanità.


Ogni atto umano contiene elementi identificativi della cultura in cui nasce, essendo noi umani una particolare specie di “animali culturali”. Animali cioè nei quali l’ereditarietà genetica rimane aperta alle infinite variazioni indotte dall’esperienza della vita. Il segreto del nostro successo, ma anche purtroppo l’elemento che potrebbe portarci all’estinzione, è contenuto difatti nella continua mutazione dei comportamenti, l’adattabilità, che non trova limiti nemmeno nel corpo, perché è possibile estenderne le capacità con aggiuntivi sempre più sofisticati. Il fatto poi che a scrivere queste righe sia un umano come gli altri, dimostra, al di là della sensatezza di quanto scritto, la straordinarietà della nostra esistenza, persino capace di consapevolezza e astrazione.

L’ho presa larghissima, e me ne scuso, perché se c’è qualcosa che rende interessanti le immagini, e quelle fotografiche in massimo grado, è proprio la loro capacità di contenere prima di tutto una essenza di umanità, chiamiamola così. L’intenzione da cui originano è difatti già di per se stessa carica di significato, indipendentemente dalla sua riuscita o meno nel risultato finale. Per questo motivo ogni immagine è innanzitutto un oggetto culturale, quindi storico, e come tale andrebbe sempre maneggiata. Guardare le immagini come fossero oggetti estetici valutabili solo con il metro del nostro gusto personale è la prima fonte di equivoci e incomprensioni. Un esercizio fuorviante o, peggio, falsificante.


Prossimi incontri.

21 ottobre 2017
Il surrealismo di Eugène Atget
Seminario a Torino

28-29 ottobre 2017
REST-LAB
Trieste Photo Days

3 novembre 2017
LIKE IN CHINA
Inaugurazione a Torino

REST-LAB, come funziona.


La formula dei REST-LAB è basata sull’esperienza di REST, la rivista di fotografie senza parole, arrivata di recente al  suo undicesimo numero. In sostanza, il percorso segue una linea iconografica, cioè concentra l’attenzione sull’immagine come prima esigenza, prima di ogni altra considerazione. L’idea che sostiene questo approccio è molto semplice: con le immagini si possono fare molte cose, ma per farle prima di tutto bisogna riuscire a produrle queste benedette immagini. Le fotografie poi sono immagini di natura particolare sotto molti punti di vista: tecnici, procedurali, concettuali, ecc. Senza una qualche conoscenza di questi aspetti che rendono le fotografie diverse dalle immagini tradizionali, quelle fatte a mano fin dai tempi più remoti, il rischio è di ottenere immagini imprecise, o peggio inadeguate, facilmente preda di altre forme espressive, a cominciare dal linguaggio scritto-verbale, ma non solo.

Il terreno d’azione del laboratorio, quello dove poter dare una forma d’esercizio alle indicazioni teoriche ricevute nella prima parte, è il luogo, in genere urbano, dove viene svolto. Anche qui occorre intendersi bene sul concetto di luogo. Per semplificare la vita agli iscritti, si assume come luogo una porzione topografica nei dintorni della sede del laboratorio e lì ci si esercita con procedure e tecniche. Si tratta di avviare un approccio che necessariamente potrà essere sviluppato solo in tempi successivi da ciascuno secondo il proprio tempo e modo. Il metodo messo in atto è quello dell’osservazione nel luogo. In sostanza, l’immagine emerge da un processo di percezione diretta e dalla sua conseguente traduzione in immagine fotografica.

Infine, nel caso felice che dal lavoro degli iscritti, anche successivo, nascano immagini interessanti, una selezione delle stesse potrà venire pubblicata in un numero di REST, chiudendo così il circolo da cui si era aperto il laboratorio.

Prossimo REST-LAB:
Trieste Photo Days
28-29 ottobre 2017


Mai completamente altrove.


Non sono così sicuro che possa esistere una linearità, una progressione storica verso un futuro. Anzi, non ne sono sicuro per niente. Esistono forse dei fatti che si susseguono, ma senza una logica davvero precisa. La storia mi si propone come un rotolamento, un rimbalzare incessante da un fatto ad un altro. Caotico, sì. Anche questa però è solo un’apparenza. Il caos è qualcosa che ancora non trova una spiegazione convincente. Nel susseguirsi dei fatti si possono riscontrare delle costanti, delle possibilità di senso. In genere sono illusorie, sono riflessi del desiderio di un senso. Per questo motivo, sopra ogni altro, per seguire questo desiderio incessante, inarrestabile, trovo particolarmente affascinante l’approccio storico. Qualcosa di insensato che intende raggiungere un senso. Il fascino che sento è contenuto nella provvisorietà delle conclusioni, sempre rimesse in discussione da nuovi fatti o dalla riconsiderazione dei fatti noti da punti di vista diversi.

La storia somiglia ad uno specchio deformante che a seconda delle angolazioni produce riflessi sempre sbagliati, ma proprio per questo utili a ridefinire le identità, a sondarne i limiti, le possibilità in esse contenute, ma inespresse.

La storia e le fotografie hanno davvero molto in comune. Tutto forse. La loro splendida incapacità di descrivere le cose per come sono, alterandone sempre qualcosa, ma nello stesso tempo la loro insostituibile capacità di relazionarsi con esse. Una distanza ravvicinata, mai però oltre una certa minima distanza di messa a fuoco. Questa distanza è la misura della condizione umana. Mai dove si vorrebbe essere, ma mai completamente altrove.


Prossimo seminario:
Torino, 21 ottobre 2017.
Il surrealismo di Eugéne Atget




REST QUEST: Alessandro Zanini.


Come si intitola la serie pubblicata su REST e di quante immagini è composta?
La serie si intitola Distretto Pilastro Nord-Est ed è composta da una ventina di immagini di cui dieci pubblicate su REST.

Quali intenzioni ti hanno guidato nell'impostazione di ogni serie?
Il soggetto della serie è una zona dell'estrema periferia nord della città di Bologna, nata a metà degli anni '60 attorno ad un nucleo di edilizia popolare, che storicamente ha vissuto una condizione di relativo isolamento e stigma negativo. Una zona periferica e periurbana dove città e campagna sembrano contendersi lo spazio, dove convivono aree a netta destinazione insieme a spazi più incerti.
La campagna fotografica (che ha interessato le zone residenziali, le aree commerciali e di terziario, le aree agricole limitrofe) è stata realizzata come parte integrante di un progetto biennale di rigenerazione urbana (2014-16) promosso dall'Amministrazione locale, ed ha prodotto una mostra cittadina alla quale hanno contribuito anche le fotografie di Lino Bertone.
La mia intenzione è stata fondamentalmente quella di supportare il processo di formazione di una nuova idea di Distretto Pilastro Nord-Est, con un invito a non liquidare i luoghi a noi consueti come ordinari, ma al contrario a comprenderli e interpretarli nel loro significato di complesso intreccio di valori materiali e significati immateriali, dove si proiettano sentimenti e identità e dove si costruiscono quotidianamente nuove relazioni.

Quali procedure di ripresa e post produzione hai seguito?
Mi ha guidato un'idea di "osservazione descrittiva" che evitasse sottolineature troppo enfatiche ed emotive. Da qui discende la scelta delle inquadrature quasi sempre frontali e la ricerca di una certa luce e colore, scelta confermata nella post produzione.
Ho creduto, non so se a ragione, di poter aiutare lo spettatore ad "entrare nel luogo fotografato" adottando come espediente un punto di ripresa alto 4 metri dal suolo.

Qual è in breve la tua storia nel fotografico?
Molto in breve, si potrebbe dire che si tratta di una storia non appieno sfruttata.
A dieci anni ho avuto in mano una reflex ed a tredici ho messo su in cantina una camera oscura. Ho sempre preteso di conoscere molto bene teoria e procedimento tecnico.
Nel corso degli anni la fotografia è stata anche il mio lavoro e, come tanti, ho avuto modo di esporre le mie fotografie in varie occasioni e pubblicazioni.
Mi sono dedicato soprattutto alla fotografia cosiddetta di reportage e solo da pochi anni il mio interesse prevalente si è spostato verso l'indagine sul territorio. Trovo questo nuovo orientamento coerente con il precedente. È un modo diverso per osservare e raccogliere testimonianza dell'agire dell'uomo sul mondo.
Oggi la fotografia non è per me una fonte di reddito, ma nel mio lavoro riesco, alle volte e con soddisfazione, a inserire dei "tasselli di fotografia" come nel caso di questa serie.
Negli ultimi anni ho iniziato, insieme ad altri amici, un'esperienza di produzione di mostre fotografiche all'interno di uno spazio espositivo a Bologna (QR Photogallery), dove promuoviamo il lavoro di giovani autori che operano soprattutto in ambito documentario. Abbiamo ospitato anche una mostra del gruppo REST.

A cosa stai lavorando adesso?
Sto mantenendo aperto il discorso sul tema degli spazi periurbani, ampliando e approfondendo alcuni spunti presenti già nella serie Distretto Pilastro Nord-Est.
Ultimamente sta nascendo l'idea di un percorso di indagine sull'ambiente dell'Appennino, ma su questo sono veramente all'inizio e devo ancora chiarire a me stesso la direzione da prendere.

Vuoi aggiungere ancora qualcosa?
L'esperienza di REST credo abbia rivelato la presenza di una grande ricchezza di sensibilità, visioni e pratiche.  Mi chiedo come si possa lavorare ad una valorizzazione di questo ampio bacino di autori attraverso iniziative che ne promuovano l'opera ma che sappiano anche creare una sorta di identità di gruppo.
Dico questo perché credo che questa molteplicità di sguardi non sia importante solo dal punto di vista dell'espressione artistica, ma contenga elementi di analisi e riflessione sulla realtà contemporanea molto utili anche a chi si occupa di programmazione e di governo del territorio.


REST 26/02/2017
ARMENTANO BELLONI CIPOLLINA
MAZZEI RIGAMONTI ZANINI


Per trovare nel blog le altre interviste di questa serie,
digitare REST QUEST nella casella di ricerca.


Le qualità di un'immagine.


La fotografia ha poteri che nessun altro sistema d'immagini ha mai avuto, perché, a differenza dei precedenti, non dipende da un creatore di immagini. Per quanto preciso sia l'intervento del fotografo nel preparare e guidare il processo di creazione dell'immagine, questo processo è sempre ottico-chimico (o elettronico), il suo funzionamento è automatico e i suoi meccanismi saranno inevitabilmente modificati per poter offrire mappe del mondo sempre più particolareggiate, e quindi più utili.

La genesi meccanica di queste immagini, e la concretezza dei poteri che conferiscono, introducono a un nuovo rapporto tra immagine e realtà. E anche se si potrebbe dire che la fotografia ristabilisce il più primitivo dei rapporti - l'identità parziale tra immagine e oggetto - la potenza dell'immagine è oggi sentita in modo assai differente. Mentre la concezione primitiva dell'efficacia delle immagini parte dal presupposto che esse abbiano le qualità delle cose reali, la nostra tendenza è di attribuire alle cose reali le qualità di un'immagine.

Susan Sontag, Sulla fotografia, 1973.

Non solo fashion.


Finalmente approda alla Reggia di Venaria Reale una mostra fotografica davvero degna di questo nome. Ci volevano la figura e le opere di uno dei più importanti artefici dell’immaginario editoriale del Novecento: Peter Lindbergh.


Difficile trovare nella moda e nelle riviste di settore valori iconici elevati. I nomi dei pochi fotografi capaci di smarcarsi da un’iconografia banale e ripetitiva sono davvero pochi: Richard Avedon su tutti in assoluto, poi Irving Penn, a suo modo anche Helmut Newton e pure Steven Meisel, tra i più recenti. Sì, qualcuno c’è anche in Italia, ma bisogna ben isolare le pagliacciate “da guru” che tanto van di moda qui, pur di far parlare di sè a tutti i costi, dal lavoro vero e proprio. Allora si vede bene la differenza tra il professionismo del bravo artigiano, anche virtuoso, da quel qualcosa in più che solo le personalità migliori riescono a tirare fuori.


Lindbergh appartiene ai pochissimi che pur facendo del lavoro commerciale e soddisfacendo le commissioni, riescono a dare forma ad una visione, che rimane forte e costante nel tempo, anche declinandola in mille modi e situazioni. Lindbergh inventa una donna, una visione della donna, del tutto nuova e ancora oggi fondamentale: una femminilità indipendente, forte, senza per questo degenerare mai nella caricatura del maschile. Le scelte tecniche, le procedure operative, ogni singolo tassello messo in azione da Lindbergh esprime il concetto della vitalità, dell’energia, della seduzione, ma sempre come libera volontà, nel pieno controllo del soggetto, senza sottomissioni di sorta a nessuna dipendenza, nemmeno quella dalla propria bellezza fisica.


Il rifiuto del fotoritocco ricostruttivo, l’uso del mosso e delle pellicole ad alta sensibilità, quasi di sapore reportagistico, la ricerca del movimento, non a caso la danza è terreno fertile per le sue icone, sono tutte scelte che generano un immaginario più vero del vero. La forza di Lindbergh sta proprio nella sua capacità di dominare soggetti che già di per se stessi sembrerebbero indomabili. Li porta sul suo terreno. Una cultura la sua, di radice nordorientale europea, che vive di richiami antichi dove l’umanità si divide in generi, ma non per questo in gerarchie sociali.


L’allestimento della mostra, le immagini scelte, tutto converge a dare la migliore presentazione possibile di un autore a tutto tondo. Mostra da vedere senz’altro. Anzi, andrebbero obbligati a vederla tutti coloro che apprezzarono quella di Steve McCurry. Una pena etica, giusto per dar loro modo di poter comprendere la differenza di valore tra chi il pubblico lo compiace e chi lo sfida a cambiare il modo di pensare.




LIKE IN CHINA


Un resoconto visivo dell’attraversamento di cinque città cinesi (Pechino, Xi'an, Guilin, Yangshuo, Shangai) avvenuto nella primavera del 2017.

Al ritorno dal viaggio, Fulvio Bortolozzo mette mano all’archivio delle fotografie sopravvissute alle quasi tredicimila volte che aveva premuto il pulsante di scatto e inizia a pubblicarne una al giorno con l’hashtag #china sul suo profilo Instagram, cosa che continua a fare ancora oggi.

Nel flusso delle immagini scorrono volti, luoghi, oggetti e situazioni che, anche solo per un istante o viceversa durante lunghi momenti di osservazione, attraggono la sua attenzione. Non costituiscono una narrazione e nemmeno vogliono rappresentare nulla che non sia semplicemente la testimonianza di un passaggio.

Un italiano che si trova in Cina e si guarda attorno seguendo liberamente la sua curiosità sostenuto solo dalla cultura d’origine e dal non sapere quasi nulla di ciò che vede.

L’intento è quello di superare la descrizione didascalica verso un’esperienza percettiva che possa lasciare a ciascuno la libertà di essere condotta come si desidera. In questo senso, Like in China è un contenitore di stimoli e spunti, che possono arrivare a compimento solo nella disponibilità a lasciarsene coinvolgere.


LIKE IN CHINA
Fotografie di
Fulvio Bortolozzo

3 novembre - 30 dicembre 2017

Inaugurazione il
3 novembre, dalle ore 18:30.

Volume OTTO
Via Pinerolo 8, Torino.

Info:
borful@gmail.com



REST QUEST: Mauro Quirini.

©2012-2014 Mauro Quirini.

Come si intitola la serie pubblicata su REST e di quante immagini è composta?
La serie pubblicata il 9 agosto 2015 su REST si intitola Non ricordo dove, le immagini che la compongono sono oltre 100 ed è una serie che non ho terminato, forse non terminerà mai.

Quali intenzioni ti hanno guidato nell'impostazione di ogni serie?
Impostazioni che evitano di essere "descrittive", preferisco siano il risultato di un qualche ricordo memorizzato, e che magari affiori nel momento in cui "riconosco" il momento.

Quali procedure di ripresa e post produzione hai seguito?
Non ho particolari procedure di ripresa, vado-vedo-scatto, molto spesso senza intervenire sui dati di scatto, a parte gli ISO che devo regolare per forza, in quanto fotografo da prima dell'alba ad un'ora dopo, è chiaro che il risultato finale non è decente e mi costringe ad aumentare la luce e intervenire sui colori, un po' di lavoro in meno ovviamente con foto eseguite dopo l'alba. Vado esclusivamente all'alba per evitare interferenze umane.

Qual è in breve la tua storia nel fotografico?
Ho iniziato nel 1998 circa con 35mm e pellicola b/n, poi ho provato molti formati fino al grande formato. Ora scatto solo in digitale e a colori.

A cosa stai lavorando adesso?
Ora sono attirato dai dittici e trittici, un mistero per me, mi piacerebbe lavorare sulle dimensioni dello spazio e del tempo, Spazio: destrutturare l'ambiente per poi strutturarlo di nuovo a mio piacimento. Tempo: eludere la percezione del prima e del dopo. Inoltre, particolarmente nei dittici ed escluso il discorso spazio/tempo, cerco di capire in che consiste la relazione tra le due foto. Parallelamente a tutto ciò, mi diverto con fotografie negli spazi condominiali.

Vuoi aggiungere ancora qualcosa?
Direi di aver detto tutto, poi io sono di poche parole, rimane solo di ringraziarti. Grazie Fulvio.


REST 09/08/2015
ARMENTANO GIACOBINO
GIANNOTTA QUIRINI RADO


Per trovare nel blog le altre interviste di questa serie,
digitare REST QUEST nella casella di ricerca.


Il surrealismo di Eugène Atget.


Torino, sabato 21 ottobre 2017.

Ore 10
Tra la fine dell'Ottocento e gli anni Venti si aggirava per Parigi un fotografo ossessionato da un progetto seriale senza fine: documentare la città in ogni suo aspetto ritenuto memorabile.

Il seminario proporrà un'analisi del percorso seguito da Eugène Atget, con particolare riferimento alla sua valorizzazione artistica da parte dei surrealisti francesi prima e dei fotografi documentaristi americani poiIndicazioni utili per chiunque desideri iniziare a comprendere il complesso rapporto delle  fotografie con l'arte moderna e contemporanea.

Ore 13
Pausa pranzo.

Ore 14
Ripresa del seminario, discussione
e conclusioni entro le ore 17.



DOCENTE:
Fulvio Bortolozzo


DOVE:
Studio Bild
Via Cesare Lombroso 20/A, Torino.
(Metro: Marconi)

INFO E ISCRIZIONI:
Fulvio Bortolozzo
borful@gmail.com

(seminario a pagamento, posti limitati)


CALENDARIO DEI PROSSIMI
SEMINARI DI QUESTO CICLO

3. Torino, 18 novembre 2017.

4. Torino, 16 dicembre 2017.

5. Torino, 10 febbraio 2018.

6. Torino, 10 marzo 2018.

7. Torino, 14 aprile 2018.

8. Torino, 19 maggio 2018.



NOTIZIE UTILI

TRENO
Studio Bild è a 15 minuti a piedi dalla stazione ferroviaria di Porta Nuova e a 10 minuti dalla fermata della metro Marconi. Chi dovesse arrivare da Porta Susa deve prendere la Metro in direzione Lingotto.

PARCHEGGIO
Nei dintorni dello Studio Bild (zona San Salvario) il parcheggio è a pagamento. 1,50€ all'ora dalle 9:00 fino alle 19:00 di sera tranne i festivi; 10€ forfait giornaliero.

REST 11

REST è una rivista On Demand di fotografie senza parole.
I fotografi selezionati per REST realizzano serialità con immagini interessanti.
REST cambia la priorità. La percezione visiva è la prima forma di conoscenza: istintiva, pre-verbale. Se avete bisogno delle parole chiedete direttamente ai fotografi.
REST pensa: se un'immagine non funziona, centinaia, migliaia o milioni di parole non potranno salvarla.

REST
is
an On Demand photographic magazine without words.
The photographers selected for REST carry out good projects with interesting pictures.
REST wants to change the priority. The visual perception is the first form of knowledge: instinctive, pre-verbal. If you need words, ask the photographers directly.
REST thinks: if an image doesn't work, a hundred, a thousand, or a million words won't be enough to save it.


Guarda un'anteprima e acquista.
Preview and buy.


REST 11
AMABILI CAPELLO CATALANO
FERRARA LORUSSO ZANNI


Uscite precedenti.
Previous issues.


REST 10
ANARSON BELLINO EVANS FAVA
GIORDANO MAZZESI MORETTI ZANNI


REST 26/02/2017
ARMENTANO BELLONI CIPOLLINA
MAZZEI RIGAMONTI ZANINI

REST 21/12/2016
CASETTA CORRADI GRASSO
PARAGGIO ROMUSSI TILIO

REST 26/11/2016
SHOW EDITION
CREAZZO FUSCO LOMBARDO
MINERVINI QUIRINI RADO


REST 13/10/2016
LAB EDITION
CAVICCHIO GIORGI MORETTI

REST 01/08/2016
BORRELLI GALLO HERIN
PALADINI RIGOLLI VERGANO


REST 27/05/2016
FUSCO MENARELLO MORETTI

PISANI STOCCHI VITTORI

REST 29/02/2016
ALTERO-VINO CRAVERO DI FONZO
DI LEO LOMBARDO MASSA MICON


REST 13/12/2015
CREAZZO GHIO LABELLARTE
MINERVINI MONI TONOLLI


REST 09/08/2015
ARMENTANO GIACOBINO
GIANNOTTA QUIRINI RADO






REST, ©2015-2017 Fulvio Bortolozzo.
All Rights Reserved


REST QUEST: Giancarlo Rado.

©2014 Giancarlo Rado, serie "Passo Brocon".
Come si intitolano le serie pubblicate su REST e di quante immagini sono composte?
La prima serie si intitola Passo Brocon ed è composta di sei fotografie, la seconda si intitola CSO Django e sono sette fotografie.

Quali intenzioni ti hanno guidato nell'impostazione di ogni serie?
La prima serie accosta ritratto ed ambiente, sono persone che lavorano sul passo alpino: malgari, operai, guardiani di mucche. Una fotografia riprende il mio taccuino di lavoro nel quale la persona scrive un suo pensiero ed a fianco il suo ritratto, l'ambiente severo che i pascoli assumono d'inverno, una galleria paravalanghe.
Nella seconda serie si parla delle prime fasi della nascita di un centro sociale nella mia città, Treviso. Anche qui ritratto ed ambiente, ambienti liberati dal degrado nel quale giacevano e ricondotti a scopi pubblici: sala mostre, sala concerti, laboratori per il recupero delle biciclette, sala studio. I ritratti vogliono indagare le motivazioni del perché essi sono lì tra incertezza di uno sgombero, ricerca personale e lotta politica.

Quali procedure di ripresa e post produzione hai seguito?
Le procedure di ripresa sono sempre le stesse: macchina su cavalletto, dialogo con la persona ripresa, qualche indicazione sul come e dove guardare, senza fretta, si espone e si scatta, due fotogrammi al massimo, gli scatti che sono pubblicati sul REST del 9 agosto 2015 sono quasi tutti uno solo. Ogni persona mi scrive un pensiero sul mio quaderno, quello che vogliono. Le pellicole120 (formato 6x6) vengono sviluppate e acquisite dal laboratorio, i file più o meno sistemati con Photoshop. Ogni soggetto ritratto ha una stampa per sé come ricordo (un 13x13 cm), io stampo quelle che ritengo più significative per mostre future o perché mi piacciono (30x30 cm).

Qual è in breve la tua storia nel fotografico?
La storia del mio fotografico nasce in famiglia con mia madre che sviluppava il bianco e nero e ritoccava le stampe nel negozio del cugino (anni '40 e '50). Io ho cominciato circa 15-20 anni fa fotografando la vita rurale nelle montagne del Trentino.

A cosa stai lavorando adesso?
Adesso continuo la serie Italians, colmando le lacune che inevitabilmente ci sono in questo tema ideale; mi rendo conto che questa serie resterà incompleta nella sua iniziale formulazione. Però succede che mi chiedano delle mostre sui temi che ho sviluppato, ecco allora è possibile fare una mostra sulla donna ed il lavoro, oppure sulla vita rurale nel Nordest, sui giovani che occupano gli spazi abbandonati, sulla coppia, sulle famiglie, ecc.

Vuoi aggiungere ancora qualcosa?
No, solo ringraziarti per la tua attività in favore della fotografia.


REST 09/08/2015
ARMENTANO GIACOBINO
GIANNOTTA QUIRINI RADO


Per trovare nel blog le altre interviste di questa serie,
digitare REST QUEST nella casella di ricerca.


REST QUEST: Francesca Tilio.

©2009 Francesca Tilio, serie ME².

Come si intitola la serie pubblicata su REST e di quante immagini è composta?
La serie è ME², vincitrice del premio Camera d'Oro al Lens Based Art Show di Torino del 2010.
Si tratta di uno dei miei primi lavori fotografici con le parrucche, sicuramente il primo associato ad una performance, diventato elemento fondamentale nei lavori successivi. Le donne che visitavano la mostra, infatti, venivano fotografate con le parrucche e gli oggetti che utilizzavo nei miei set. L'idea di una ME esponenziale, sempre diversa, congelata in vecchie pose cinematografiche e teatrali, custode di storie accennate e svelate in un'unica immagine, si completava con le ME esponenziali interpretate dalle altre donne, modelle estemporanee e surreali, parti integranti del progetto.

Quali intenzioni ti hanno guidato nell'impostazione della serie?
Sono passati diversi anni da quel progetto, avevo iniziato a fotografare da poco. L'ironia, la volontà di vedermi differente, interprete di altre ME, l'amore per il cinema di Alfred Hitchcock e per la fotografia di Cindy Sherman, la possibilità di spendere la mia esperienza teatrale attraverso un mezzo che conoscevo poco ma che mi apriva un mondo gigantesco e sconosciuto.

Quali procedure di ripresa e post produzione hai seguito?
Autoscatto attraverso telecomando a distanza, autoscatto con timer, autoscatto con l'ausilio del mio compagno. La post-produzione è veramente ridotta ai minimi termini.

Qual è in breve la tua storia nel fotografico?
Sono fotografa e creativa marchigiana, di Jesi. Lavoro da anni nell’area performativa attraverso la relazione con le persone e in particolar modo con le donne. Realizzo importanti progetti sull’autoscatto, da ME² al Pink Project, mostra itinerante a sostegno della lotta contro il cancro al seno. Nel 2015 esce il mio primo libro, Le femmine sono numeri dispari, 9 racconti x 9 fotografie x 9 pezzi musicali. Con la regista Federica Biondi sono co-sceneggiatrice del film Vicini, storia tratta da uno dei racconti del libro.

A cosa stai lavorando adesso?
Gipsytudineun blog di viaggi per occhi, orecchie e altri organi. Oggi è diventato una mostra fotografica., un progetto che esce dalla rete per diventare carta. Non un blog per grandi turisti ma per piccoli viaggiatori, un percorso attraverso la poesia della quotidianità. In breve: viaggio, scatto, penso, ascolto. Lo trovate qui:
https://francescatilio.wordpress.com

Vuoi aggiungere ancora qualcosa?
Questo mio ultimo lavoro è totalmente diverso dai precedenti e forse in molti non mi riconoscono vedendolo. In realtà mi somiglia molto, trovo che la dimensione legata al viaggio, alle parole e alla musica, siano lo specchio della ME di adesso. Mi sono interrogata sul senso di Gipsytudine come titolo. Dovrebbe essere una certa attitudine al viaggio, allo spostamento, non solo fisico, e credo che ognuno abbia la propria, di gipsytudine. La mia, ad esempio, è un particolare equilibrio acquisito nel tempo che unisce la continua voglia di partire al desiderio di fotografare il viaggio, con un occhio al fotografico e l'altro alla famiglia. L'attitudine ad essere presente e assente nello stesso tempo. Lo stesso equilibrio che metto in campo nel quotidiano, la stessa presenza e assenza che sono parte di me e del femminile in generale.
Per la prima volta collaboro con un designer, Simone Alessandrini, che ha pensato per la mostra a un allestimento site specific. Una struttura leggerissima in legno, che cambia forma e dimensione a seconda del numero di opere e del luogo di esposizione.
Buona Gipsytudine a tutti.


REST 21/12/2016
CASETTA CORRADI GRASSO
PARAGGIO ROMUSSI TILIO


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We Do The Rest compie quattro anni.

Proprio oggi, 10 settembre, ricorre la data di creazione del gruppo di Facebook We Do The Rest. Tanti auguri quindi a tutti i Resters!

Resistendo però alla tentazione di tirare fuori le frasi celebrative d'uso in questi casi, preferisco soffermarmi sul senso di un gruppo che oggi conta 464 iscritti.

Di recente, ho pensato di orientarne le attività verso una pratica precisa del fotografico, escludendo di conseguenza le altre. Nella nuova descrizione del gruppo si legge:
"Le immagini accettate devono essere prese con la fotocamera senza alcuna preparazione della scena, secondo il metodo prospettico e ottico tradizionale. Altresì è preferibile che vengano accompagnate dal nome del luogo e dall'anno della ripresa.".

Questa scelta nasce dalla considerazione che pur rimanendo del tutto contrario alla rigida suddivisione della fotografia in "generi specialistici", penso tuttavia che esista una sorta di spartiacque concettuale tra l'uso del fotografico per l'osservazione dei fenomeni visibili nei luoghi e altri usi più simili alle tradizionali attività grafiche e pittoriche. Una sorta di specifico operativo che è stato reso possibile dall'invenzione della fotografia e che quindi richiama istintivamente la mia attenzione, insieme a quella di molte persone con cui mi trovo a vivere e dialogare nel comune interesse.

In ogni caso, anche per attuare una sana pratica di apertura mentale verso ciò che non si sente vicino, ma si riesce comunque a comprendere che sia molto interessante, la rivista REST continuerà a pubblicare ogni possibile declinazione visiva del fotografico, senza alcuna preclusione. In questo modo, l'azione quotidiana del gruppo potrà trovare un confronto periodico e quindi occasioni di riflessione importanti, per evitarci il rischio peggiore: chiudersi nell'ennesima parrocchietta a recitare i salmi del proprio credo in opposizione ai fedeli di altre religioni dell'immagine automatica.

REST QUEST: Annamaria Belloni.

©2007-2013 Annamaria Belloni.
Come si intitola la serie pubblicata su REST e di quante immagini è composta?
Il titolo della serie è Il gene rosso e comprende una quarantina di immagini; è un lavoro iniziato nel 2007 e che ho considerato concluso nel 2013, anche se quando vedo in giro qualche bella chioma rossa di solito non resisto alla tentazione di fare ancora qualche scatto...

Quali intenzioni ti hanno guidato nell'impostazione della serie?
L'idea della serie mi è venuta quando, ormai 10 anni fa, ho seguito un servizio in televisione che parlava della prossima estinzione dei rossi: alcuni scienziati avevano infatti calcolato che, a causa della progressiva dominanza degli altri geni, quello rosso, recessivo, sarebbe scomparso entro la fine di questo secolo! Ho subito pensato di cominciare a ritrarre tutti i rossi che conoscevo o che incontravo per strada e cominciare così a fissare le loro immagini senza impostare una catalogazione di tipo seriale, che non mi interessava, ma cercando di fare dei ritratti ambientati anche se non troppo costruiti, anche perché spesso, fermando gli sconosciuti rossi per strada (in Italia e anche all'estero) avevo pochissimo tempo a disposizione e dovevo improvvisare. Ad alcuni di loro ho anche chiesto di parlarmi della loro rossitudine e tutti avevano qualcosa di interessante da dire a questo proposito, consapevoli di fare parte di una minoranza silenziosa, e per questo spesso anche presa di mira. E tutti erano a conoscenza del fatto che si sarebbero estinti. Ne sono nate alcune mini-interviste, interessanti.

Quali procedure di ripresa e post produzione hai seguito?
Sono ancora molto affezionata alla vecchia pellicola 6x6, la maggior parte degli scatti sono stati fatti con una Hasselblad. Poi procedo alla scansione del negativo.

Qual è in breve la tua storia nel fotografico?
Mi occupo di fotografia da oltre 20 anni e dal 1999 gestisco uno studio di fotografia a Piacenza che si occupa sia di lavori commerciali che di quelli di ricerca; ho curato per cinque edizioni il festival internazionale di fotografia Fotosintesi e tengo corsi e workshop nella mia città. Ho collaborato con diverse gallerie sia in Italia che all'estero ed esposto in numerose mostre personali e collettive. L'8 settembre inauguro una grande personale al Fotoforum di Innsbruck con i tre lavori più recenti.

A cosa stai lavorando adesso?
Dopo aver lavorato per alcuni anni al tema della memoria, ora sto sviluppando un nuovo progetto sul rapporto tra l'uomo e la natura e sul loro dialogo dimenticato, dove la natura, spesso offesa e sopraffatta, diventa invece dominante.

Vuoi aggiungere ancora qualcosa?
W i rossi!


REST 26/02/2017
ARMENTANO BELLONI CIPOLLINA
MAZZEI RIGAMONTI ZANINI


Per trovare nel blog le altre interviste di questa serie, digitare REST QUEST nella casella di ricerca.

REST QUEST: Andrea Lombardo.

©2013 Andrea Lombardo.


Come si intitola la serie pubblicata su
REST e di quante immagini è composta?
La serie si chiama My Tokyo Nights. Attualmente è composta da 33 scatti, ma è un progetto che sento di non aver ancora concluso.

Quali intenzioni ti hanno guidato nell'impostazione della serie?
Amo Tokyo, dopo ogni visita ritorno a casa con uno strano e intenso sentore di nostalgia per i luoghi che ho lasciato. Da qui la necessità di riportare indietro con me dei memento visivi che siano trasposizioni fedeli delle mie esperienze e delle sensazioni vissute; che possano nutrire, per quanto possibile, questa specie di nostalgia fino al prossimo viaggio.In questa serie ho raccolto scatti realizzati in diverse camminate notturne in solitaria.

Quali procedure di ripresa e post produzione hai seguito?
Fotocamera in bolla, pellicola medio formato, ottiche normali o grandangolari, con e senza decentramento. In post produzione ho corretto contrasto e colori, per cercare di restituire la naturalezza della scena, per come la ricordavo al momento dello scatto.

Qual è in breve la tua storia nel fotografico?
Da piccolo ho ereditato familiarità ed entusiasmo per il gesto fotografico da mio padre, grande appassionato. Per colpevole pigrizia non ho però mai sviluppato un approccio culturale fino ai 36 anni, quando ho iniziato a frequentare i corsi di un fondamentale insegnante/divulgatore di nome Fulvio, che forse conosci...

A cosa stai lavorando adesso?
Ho diversi progetti in corso, che porto avanti in parallelo da diverso tempo. Un paio riguardano Genova, la mia città, e sono documentazioni di aree e strutture specifiche, riprese in condizioni di luce e meteo ben definite. Un approccio meno emozionale e più topografico. Ho poi una serie aperta infinita, che definisco "biografica" e che rappresenta il corpus principale della mia ricerca. Un altro progetto, ancora vago nella mia mente, che ha a che fare con la memoria, i miei ricordi personali, veri o verosimili, e in cui mi concedo una maggiore flessibilità di procedura. E infine le due serie che porto avanti a Tokyo e che mi forniscono un'ottima scusa per tornarci altre volte.

Vuoi aggiungere ancora qualcosa?
Sì, un ringraziamento a te, per tutto.


REST 29/02/2016
ALTERO-VINO CRAVERO DI FONZO
DI LEO LOMBARDO MASSA MICON



Per trovare nel blog le altre interviste di questa serie, digitare REST QUEST nella casella di ricerca.

La prima Brexit fu a Dunkerque.

Ieri è uscito nelle sale italiane il film Dunkirk di Christopher Nolan, regista che avevo già apprezzato in Interstellar. Ho avuto la fortuna di poterlo vedere in lingua originale sottotitolata, cosa che consiglio a tutti, visto che i dialoghi sono in genere brevi e prevale l'azione visiva.

A mio parere è un film riuscito sotto tutti i punti di vista, anche se non esente da alcune pecche. Un amico mi faceva notare, per esempio, che diverse case della Dunkerque filmica e persino l'imbottitura dei sedili di un treno, verso la fine del film, erano molto più recenti degli anni Quaranta d'ambientazione. Stupisce che una produzione Warner Bros multimilionaria cada su questi dettagli, ma forse ci sono un paio di spiegazioni possibili.

La prima è che Nolan ha preferito girare in pellicola 70mm (praticamente il più grande formato cinematografico possibile) e ridurre al minimo la post produzione digitale. Questo conferisce al visivo una qualità e una verosimiglianza che superano di gran lunga le pur eccellenti invenzioni della computer grafica. Siamo sulla falsariga del mitico Waterloo di Sergei Bondarchuk (1970) per il quale furono impiegati come comparse mezzo milione di uomini dell'Armata Rossa e rimodellato a colpi di ruspa un intero territorio per farlo assomigliare a quello originale. In questo senso, piccole concessioni a degli anacronismi pur di non fotoritoccare il girato in pellicola di scene attorialmente valide sono anche comprensibili.

L'altra spiegazione, del tutto paradossale, ma non priva di interesse, è che in fondo produrre proprio adesso un film simile abbia qualcosa a che fare con la deriva dell'Unione Europea che ha portato alla Brexit, e quindi qualche tocco di "attualità" non guasterebbe affatto. In fondo, ancora una volta oggi gli inglesi si reimbarcano per la loro isola (Home) sospinti dall'accerchiamento tedesco che già ha prevalso sulla Francia e sugli altri paesi europei. Non più con i carri armati e con il sangue versato sul campo, ma con le leve dell'economia e della burocrazia.

Difatti l'ideologia di fondo del film non è tanto nostalgica o bellicista, il nemico non è mai mostrato direttamente e non appare feroce, ma solo inarrestabile per la tremenda efficacia delle sue azioni.  Quello che viene mostrato è invece un volto costante della retorica anglosassone: l'indomabilità dello spirito inglese quando viene coinvolto in una qualsiasi forma di competizione. Cosa peraltro dimostrata storicamente in molteplici occasioni. Con la Gran Bretagna non si potrà mai prevalere se non eliminando fisicamente tutti gli inglesi viventi. Fino a quando un inglese è sul campo, la lotta non è finita e non è vinta.  Molto interessante questo aspetto perché rivaluta sentimenti nazionalistici e persino identità antiche. Forse capita perché a Hollywood si pensa che la Brexit sia una ritirata che sarà molto più costosa del previsto e quindi si sia di fronte ad un nuovo periodo di blood, toil, tears and sweat per gli inglesi, nella fiducia finale però che il "crucco" non  prevarrà.

Tornando allo specifico cinematografico, certamente Nolan, con tutta la sua buona volontà, non è uno Stanley Kubrick, ma essendo quest'ultimo scomparso ormai da tempo, ne è comunque un epigono discretamente convincente.

Per come la vedo io, aveva ragione André Bazin: al cinema bisogna andarci come dei bambini, lasciandosi portare dal regista a "vivere" le esperienze che scorrono sullo schermo, di pancia quindi. Per i ragionamenti c'è tempo dopo. Ed io, nel mio piccolo, sono stato bombardato, sono affondato e mezzo affogato, ma ho anche fatto un fantastico volo su uno Spitfire atterrando infine senza più una goccia di benzina su una lunga spiaggia del nord.  Quindi grazie Chris, al prossimo viaggio insieme.

REST QUEST: Carlo Corradi.

Con questa prima REST QUEST a Carlo Corradi inizia la pubblicazione sul blog delle parole che sono state volutamente escluse dalla rivista REST per far tornare i guardanti a concentrarsi sulle iconografie, prima di ogni altra cosa.
Agli autori fin qui pubblicati, e a quelli che lo saranno, vengono poste alcune domande, sempre le stesse. Le risposte possono dare modo a chi vorrà leggerle di avvicinarsi alle motivazioni e alle procedure delle serie fotografiche. Buona lettura.


©2014-2016 Carlo Corradi (dettaglio)

Come si intitola la serie pubblicata su REST e di quante immagini è composta?
Si intitola IOE (acronimo di Input Output Exception) ed è una serie composta di circa 30 immagini.In realtà si tratta di una serie ancora aperta che è attiva circa dal 2014.

Quali intenzioni ti hanno guidato nell'impostazione della serie?
Volevo fare ritratti dei turisti che affollano Milano e la curiosità mi ha portato ad indagare sull'atteggiamento quasi di estasi che i soggetti mostrano quando fotografano con i loro cellulari.Quindi ho pensato che un luogo sacro sarebbe stato perfetto per ambientare questi ritratti "estatici".

Quali procedure di ripresa e post produzione hai seguito?
Di solito fotografo con una macchina digitale a cui impongo forti sottoesposizioni e causo molto stress al sensore. Infatti quando controllo la foto appena fatta sul display posteriore l'immagine è talmente sottoesposta e scura che riesco a malapena a controllare la composizione. Questa indeterminatezza del risultato però è divertente e fa parte del processo creativo. Una volta in camera chiara, non applico filtri digitali nè miglioramenti all'immagine, come ad esempio la rimozione del rumore o delle macchie lasciate dalla polvere sul sensore, ma semplicemente mi piace far riemergere l'immagine incrementando la luminosità del file e mettendo se possibile enfasi proprio sui difetti naturali dell'immagine.

Qual è in breve la tua storia nel fotografico?
Ho iniziato relativamente tardi a fotografare perchè infatti fino ai 25 anni (ora ne ho 48) ero dedito alla pittura. Poi i miei studi di Ingegneria hanno influenzato molto la mia curiosità verso le nuove tecnologie e mi sono accostato alla fotografia.
Con l'avvento della fotografia digitale ho poi cercato un linguaggio originale che permettesse di vedere le cose a modo mio, attraverso il 'medium'.
Penso che sia importante esplorare e conoscere l'espressività del 'medium', in fondo anche noi siamo 'medium' di qualcosa o di qualcun altro.

A cosa stai lavorando adesso?
Ad un libro fotografico ispirato ad un racconto di Philip Dick, ma che è in effetti una riflessione sulla vita dei miei figli.

Vuoi aggiungere ancora qualcosa?
...mmhh . No.



REST 21/12/2016
CASETTA CORRADI GRASSO
PARAGGIO ROMUSSI TILIO


Guardare le fotografie per quello che sono.

Di recente nella cronaca italiana è apparsa la fotografia di un poliziotto in tenuta antisommossa che tiene tra le mani la testa di una donna africana in evidente stato di sofferenza. La fotografia è stata diffusa come simbolo dell'animo gentile, si scrive di "carezza", di un poliziotto verso coloro che ha l'ordine di reprimere. Altre fotografie prese quel giorno mostrano gli stessi protagonisti, ma qui il poliziotto ha il braccio alzato, come a intimare duramente alla donna di andarsene.

Questo è solo un caso, ma vale per qualsiasi fotografia, quando si tenta di legarne il senso alla cronaca di un evento. Nessuna fotografia è in grado di dimostrare nulla. Non è nel potere di un'immagine prelevata durante un certo tempo di esposizione. Essa si limita a descrivere nel suo limitato sistema tecnologico ciò che sta davanti all'obiettivo per un tempo dato e basta.

Tornando all'esempio d'apertura del post, quella fotografia ci descrive, da un preciso punto di vista e nei limiti di quanto la focale, il tempo d'esposizione e la luce del momento potevano consentire, come sembra un essere umano vestito da poliziotto antisommossa nel 2017 a Roma; come sembra una donna dell'Africa orientale nel 2017 a Roma. Geotaggando la fotografia possiamo essere più precisi ancora: come sembrano quel giorno, a quell'ora in quel luogo. Andare oltre ed attribuire simboli, senso, motivazioni, significati, vuol dire non comprendere che si sta guardando una fotografia e pensare di poterla guardare come fosse un dipinto, un'illustrazione, un'immagine tradizionale, frutto della volontà e delle idee di un preciso essere umano che di quell'immagine ha deciso e realizzato ogni suo dettaglio.

Forse a quasi ormai due secoli dalla loro comparsa nel mondo delle immagini, si potrebbe pure iniziare a guardare le fotografie per quello che sono.

Bisogna prendere e sprecare tempo.

"Ho imparato molto dai fotografi, prima di tutto la modestia. Lo stare ore a guardare qualcosa. A un certo momento mi è venuto proprio un rigetto nei confronti dei letterati, i quali portano con sé questa tradizione falso-umanistica del dire le grosse frasi, dell’usare i grossi aggettivi. Tutte cose che ho sempre aborrito. Quando ho iniziato a collaborare con Ghirri, Basilico, Barbieri e tanti altri fotografi, e insieme abbiamo realizzato il libro sulla Val Padana, ho scoperto un modo di lavorare diverso, che non si concentrava tanto sulla precisione del fatto in sé, quanto sul tempo dedicato all’osservazione, alla proiezione immaginativa sulla cosa vista. Non a caso gli eroi di Luigi Ghirri erano i personaggi dei quadri di Friedrich, con la schiena voltata, intenti a contemplare qualche misteriosa lontananza. Allo stesso modo, per scrivere bisogna prendere e sprecare tempo, ozio. Ecco, quello l’ho imparato da loro".

Gianni Celati


Dall'intervista di Alessandro Bottelli: "Troppi scrittori senz'anima", 2007.


Fotografie nel box.

C'è una curiosa affinità tra la lingua inglese e le fotografie: entrambe sono fortemente contestuali. Per esempio, in inglese il termine "box" è talmente aperto e indeterminato da prestarsi a significati molto diversi sia associandolo con altri termini, sia a seconda dell'ambito in cui viene usato. Così capita alle fotografie che a seconda dell'associazione con altre forme espressive (parole e musica in primis) o degli ambiti in cui vengono viste, cambiano anche totalmente di senso. Forse sta anche in questo aspetto lo straordinario successo globale delle fotografie, come della lingua inglese: in apparenza sono quasi troppo elementari e invece sono estremamente adatte per usi sempre diversi ed innovativi.

La libertà di vivere.

Sta cambiando rapidamente la sensibilità verso ciò che può offendere. Forse a causa della televisione degli anni Ottanta Novanta prima e della rete Internet oggi, sempre più spesso l'espressione coincide con la sua spettacolarizzazione e quindi il pensiero si fa immediatamente azione, offensiva a volte o percepita come tale.

La fotografia ha certamente parte in tutto questo perché l'immagine automatica e le sue derivazioni audiovisive trasferiscono le azioni dal piano dell'esperienza diretta a quello dell'esperienza mediata. Oltre a questo, va considerato il fattore tempo. La parola scritta sulla carta è per sua natura non sincronica come invece quella parlata. La parola detta in televisione o scritta sulla rete recupera invece molta della sincronia del parlato ridotto però ad una forma che espone ad equivoci, fraintendimenti e quindi provoca facilmente reazioni  istintive invece che razionali.

In questo scenario complesso l'offesa aumenta di intensità perché si riducono eccessivamente gli spazi di compensazione della vita reale. Gesti, aggiustamenti del discorso, interventi pacificatori, tutta una serie di azioni che possono evitare di far arrivare l'offesa fino a produrre una ritorsione risultano impediti, quando non persino impossibili. Ecco perché i social network, strumento quanto mai utile e oggi davvero indispensabile, finiscono troppo spesso per degradarsi e divengono "asocial network", ricettacoli di ogni fragilità esibita nella peggiore delle maniere.

Una difesa da tutto questo penso possa stare nel recupero di distanza, nell'accettazione che tutto ciò che scorre davanti a noi non è necessariamente di nostra competenza e non richiede un nostro immediato intervento. La distanza, la riflessione e, aggiungo, una certa riservatezza personale, aiutano a restituire equilibrio alla comunicazione. Soprattutto però aiuta la consapevolezza che le diversità di pensiero e azione non possono essere impedite perché ci offendono. Esistere non può costituire offesa per gli altri. Diversamente ogni integralismo troverà negli spazi mediali tutta la legna che gli serve per bruciare la libertà di pensiero e di critica. La libertà di vivere alla fin fine.

Fontana d'annata.

Apre oggi nella corte medievale di Palazzo Madama a Torino una mostra fotografica di Franco Fontana. Si tratta di 25 stampe di medie e grandi dimensioni in tiratura limitata, in prevalenza realizzate durante il suo primo periodo (fine anni Settanta, inizio Ottanta) e di proprietà della Unicredit Art Collection.

La mostra è curata da Walter Guadagnini, l'attuale direttore di Camera - Centro Italiano per la Fotografia, che come responsabile delle acquisizioni di fotografia d'arte Unicredit fu colui che scelse le stampe ora in mostra.  Si tratta quindi di un'operazione di valorizzazione pubblica di una collezione privata, con i facilmente comprensibili vantaggi economici sul capitale investito, che possono poi eventualmente essere messi a frutto nelle aste di settore.

L'allestimento, pur ben curato, è in realtà recuperato da mostre precedenti e non mi risulta che sia stato stampato un catalogo. Come corollario della mostra, che chiuderà i battenti il 23 ottobre prossimo, sono previsti incontri e altri appuntamenti didattici

Le stampe esposte, alcune delle quali risentono di una non perfetta conservazione, presentano immagini ben conosciute e altre meno delle serie sui paesaggi, compresi quelli urbani. La tesi curatoriale di fondo, espressa anche in conferenza stampa, è che Fontana sia uno dei primissimi pionieri del colore nella fotografia artistica a livello non solo nazionale. L'ardito accostamento implicito a personaggi del calibro di un William Eggleston  o uno Stephen Shore non mi appare però per nulla convincente.

Per l'esperienza diretta che ne ebbi all'epoca, Franco Fontana ebbe un successo immediato nel piccolo mondo antico della fotografia amatoriale italiana, ancora attardata su modelli neorealistici o di purismo accademico, rigorosamente in bianco e nero, proprio per l'uso, quasi blasfemo, delle diapositive a colori, allora pensabile solo in campo commerciale, accompagnate da audaci scelte tecniche (la grana grossa, gli alti valori ASA/DIN, la sottoesposizione, la saturazione delle stampe in Cibachrome, le lunghe focali usate a mano libera con il conseguente micromosso, ecc.). Il tutto conduceva a fotografie poco fotografiche e molto grafiche che nell'esaltazione dei colori industriali dell'epoca trovavano il loro punto di forza. A dare una mano di coerenza erano richiami formali ad esperienze pittoriche degli anni Cinquanta, già abbondantemente esaurite e storicizzate nei tardi Settanta.

Non fu Franco Fontana quindi a portare il colore della fotografia all'arte, ma il suo caro amico Luigi Ghirri, che aveva assorbito e ripreso le lezioni concettuali contemporanee, anche se il cosiddetto mondo dell'arte italiana ha finito per accorgersene davvero, con grave ritardo culturale, solo nel volgere del Millennio.

Detto questo, se Fontana piace, e non vedo perché non dovrebbe, saranno otto euro spesi bene. Diversamente, investirli in qualche monografia a lui dedicata sarebbe forse persino meglio.


Palazzo Madama
Piazza Castello, Torino

Orario
lun-dom 10.00-18.00, chiuso il martedì. La biglietteria chiude 1 ora prima

Tariffe
Biglietto mostra: intero 8 euro, ridotto 5 euro
Biglietto mostra+museo: 15 euro
Gratuito minori di 6 anni, possessori di Abbonamento Musei Torino Piemonte e Torino + Piemonte Card.

La libertà e il pensiero.

Questo articolo contiene miei pensieri, come tutti i precedenti. Per poterli esprimere qui ho dovuto avere accesso al sistema informatico e quindi alla rete telematica. In essa ho dovuto trovare delle risorse gratuite ove collocarli, in questo caso Blogger di Google.

I miei pensieri sono quindi pubblici, nel senso che chiunque abbia accesso alla rete e conosca l'indirizzo può leggerli liberamente e si manifestano per tramite di un potere, quello di accedere alla rete. Però per evitarmi fastidi con la corporazione dei giornalisti ed editori, protetta dalla Legge italiana, c'è in fondo al blog un breve testo che avvisa i lettori del fatto che le parole che leggono qui non sono parte di una testata giornalistica in quanto non aggiornate con periodicità. Sembrerebbe un avviso assurdo e incostituzionale visto che l'art. 21 della Costituzione Italiana recita: " Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione." Eppure già in questo articolo si può rilevare un elemento che i padri costituenti preferirono ignorare: quello del potere. Lo fecero con ogni probabilità per evitarsi l'un l'altro i pericoli di un conflitto intellettuale e politico che sarebbe subito facilmente degenerato in una seconda guerra civile.

Il pensiero è quindi libero, ma la sua manifestazione non è mai senza conseguenze dirette o indirette. Dipende da chi lo manifesta. Se sono parole dette occasionalmente dall'uomo qualunque, quello che i giornalisti di un tempo amavano definire "l'uomo della strada", allora le conseguenze sono praticamente nulle. Ma se a parlare e scrivere è una persona dotata di potere, qualsiasi potere, le cose cambiano subito. Libertà di parola e potere sono strettamente intrecciati tra di loro.

Oggi più che mai la questione lasciata in sospeso all'epoca si fa di drammatica urgenza. La società dell'informazione, definizione che mi pare più aderente di quelle canoniche di "società dell'immagine" o "società dello spettacolo", trasforma immediatamente ogni manifestazione pubblica del pensiero in una realtà fattuale senza confini. Chiunque può pubblicare sulla rete ciò che vuole e chiunque può diffonderlo con la condivisione virale. Questo comporta che ogni pensiero diviene immediatamente azione. Lo capiscono molto bene i diffusori di odio religioso, razziale, politico e via dicendo. Lo capiscono molto meno bene gli attardati difensori delle libertà costituzionali e prima ancora illuministiche. Il mito volterriano del difendere fino alla morte la libertà di chiunque di esprimere opinioni, sta arrivando a conseguenze inaudite: la morte del difensore.

Non ho l'insensatezza di possedere soluzioni o ricette miracolose da elargire, ma ritengo possa comunque essere utile impostare la questione in termini di rapporto tra libertà di pensiero, potere e responsabilità.
 

La libertà di manifestare i propri pensieri non penso possa più essere lasciata all'arbitrio individuale e alla presunzione di buona fede. La libertà senza responsabilità è l'arma più potente per imporre una dittatura molto più efficiente e repressiva di qualsiasi campo di concentramento novecentesco perché viene prodotta direttamente con la partecipazione dei concentrati che erigono con le proprie mani il filo spinato in cui si confinano sperando che questo li salvi dalle complessità del "mondo esterno".

La lama di rasoio è sottilissima, lo capisco, ma la questione va comunque posta con urgenza perché la manifestazione del pensiero oggi coincide più che mai con la sua immediata diffusione e senza una riflessione sul potere e sulla responsabilità derivanti da questa diffusione il rischio della morte del pensiero è più che mai concreto.




Il teatro del nostro sentire.

©Sergio Creazzo.
Pubblico di seguito il testo introduttivo del libro "Guardare ogni giorno - Osservazioni fotografiche nel Ponente ligure" per il quale ho curato l'edizione del lavoro dei tre autori: Sergio Creazzo, Gaetano Paraggio e Roberto Bianchi.

Please scroll down for the english version


Il teatro del nostro sentire

La vicenda di questa pubblicazione è strettamente intrecciata con l'incontro di quattro esistenze e un territorio. Scrivo quattro perché pur non avendo preso alcuna fotografia in Liguria ho assolto al compito di coordinare e condurre in porto l'iniziativa sotto il profilo iconografico, quello che più mi sta a cuore e sul quale forse meglio posso contribuire in positivo all'opera collettiva di persone che in vario modo conoscevo da prima di questo progetto.

La cura, perché di questo si è trattato, ha preso da subito la direzione di una messa in valore dell'espressività che motivava ciascuno degli autori. Il primo elemento discriminante preso in considerazione nella valutazione del materiale prodotto è stato quindi quello dell'autenticità autobiografica. In questo senso, va rilevato che nessuno dei tre autori è originario della Liguria, ma con questa terra hanno tutti intrecciato il loro vivere in vario modo.

Sergio Creazzo vi soggiorna da sempre per recuperare le energie spese nella sua vita lavorativa torinese. Gaetano Paraggio ha seguito sue vicende personali che qui lo hanno portato a più riprese dalla provincia di Salerno dove vive. Roberto Bianchi, di radici toscanissime, risiede a Sanremo dove conduce da decenni la sua vita familiare e professionale.

La necessità, il bisogno, di osservare nei luoghi ciò che vi si può percepire origina anche da un istinto insopprimibile di farli propri, di assimilarli con pazienza e volontà all'ambito di ciò che ci appartiene. Un'indagine visiva che ricostruisca attraverso l'analisi fotografica i tasselli del proprio universo, anche affettivo, qui, ora. Rispecchiarsi per riconoscersi.

Arrivando da un altrove ciò che attira l'attenzione è diverso da quello che forse può interessare chi in Liguria ci sia nato e vissuto magari in famiglie autoctone da generazioni. Difatti Sergio Creazzo si sofferma nella parte orientata all'accoglienza del turista, all'allestimento di quella cosa che chiamiamo "vacanza al mare" e ne riporta frammenti di strutture e ambienti pensati per un godimento transitorio, stagionale. Per farlo, sceglie di aggirarsi fuori stagione o comunque in quelle pause silenziose durante le quali le figure umane sembrano disperse e occasionali. La luce morbida e calda che avvolge le cose riesce a descrivere con precisione e nel contempo a evocare una dimensione mentale, intima. Un ripensare nel tempo per meglio comprendere.

Come per gli altri due autori, la scelta di un approccio lento, meditato, contemplativo e rispettoso delle regole prospettiche e ottiche, consente a chiunque di poter abitare queste immagini mediate sì dalla soggettività, ma ancora vicine, ancora in relazione diretta con i soggetti da cui originano. Una Liguria quindi disponibile ad essere ritrovata in immagine per poi essere riscoperta di persona, seguendo l'indicazione sul terreno, e infine discostarsene verso la propria esperienza dei luoghi.

In questo senso, Gaetano Paraggio percorre anch'esso in gran parte la zona vicina al mare, ma con una più acuta attenzione verso gli aspetti urbanistici e storici già sperimentati nei luoghi di mare d'origine. Un distacco erede dell'approccio topografico statunitense degli anni Settanta, per il quale ogni elemento visibile è interessante nella sua relazione con gli altri, in modo "democratico", senza gerarchie di valore simbolico precostituite a priori. L'impassibilità metodica e la disposizione ad una notevole produttività, quasi un rilevamento indifferenziato ed ossessivo, se pongono maggiori difficoltà nella fase di selezione successiva alle riprese, consentono tuttavia di isolare aspetti altrimenti insondabili rendendoli percepibili ed esperibili. La stessa scelta di luci diurne ordinarie, per quanto curate ed attente, aumenta l'effetto di immersione nel quotidiano banale, dove lo straordinario emerge per successive stratificazioni analitiche.

In ultimo l'approccio di Roberto Bianchi, autore con il quale ho avuto l'onore e il piacere di impostare un suo percorso di crescita autoriale all'interno del quale molti degli spunti maturati in questa serie ligure hanno trovato l'avvio germinale, ci porta su un terreno più variegato che si affaccia anche verso un entroterra particolarmente addensato di contraddizioni e segni paradossali. Il suo è un percorso più ostico di primo acchito, ma assolutamente essenziale per dare un approfondimento ulteriore al lavoro dei suoi compagni di viaggio. Nello svolgersi dell'attraversamento dei luoghi in Bianchi riecheggia il paradigma, direi quasi genetico, della sua Toscana. Le asprezze e gli scarti di senso che qui ritrova con facilità, partono da certe armonie, proporzioni, dolcezze persino, che l'orografia del centro d'Italia disperde a piene mani nelle coscienze dei suoi abitanti. Segni interrotti, spazi marginali, ironie involontarie in parte feriscono la sua consapevolezza e in parte ne riscattano il senso e la presenza attiva. Sembra indicarci i margini del progressivo sfaldamento non per denunciarne l'ineluttabilità, ma anzi nella fiducia che portandoli in immagine sia possibile iniziare a pensarne una possibile ricucitura, anche solo concettuale.

L'insieme del progetto, declinato nelle tre soluzioni autoriali, propone a chi vorrà percorrerne le strade indicate un'alternativa contemporanea alle diffuse iconografie celebrative che finiscono per nascondere sotto le loro luccicanti promesse promozionali qualcosa di più autentico e per questo meno perfetto, ma più vitale. Un teatro sì, ma costruito per recuperare sensibilità e attenzione. Il teatro del nostro sentire.

Fulvio Bortolozzo
Torino, 7 dicembre 2016.




English version


The Theatre of Our Senses

The creation of this book can be best described as the coming together of four beings and a territory. I say four, because while I did not take any photographs in Liguria, I undertook the coordination and production of this project, a work which is close to my heart and perhaps is the most positive contribution I could make to the collective work of these people who, in one way or another, I knew before this project began.

The curation immediately took form as a means to bring to light the expressivity behind each one of the artist’s works. Thus the first aspect taken into consideration as the works were chosen was the evaluation of their autobiographical authenticity. It should, therefore, be specified that while none of the three authors actually hails from Liguria, each of them has in some way incorporated something of this land into their life.

Sergio Creazzo has long chosen Liguria as a refuge from his busy work life in Turin; Gaetano Paraggio’s personal ties were the impetus for his visits from his home near Salerno; and Roberto Bianchi, albeit fiercely Tuscan, has lived and worked in Sanremo for decades.

The drive, the urge to deconstruct or analyze a place finds its origin in the overwhelming desire to make that which is observed become our own, to painstakingly and willingly assimilate it. It is a visual investigation, recomposing by means of photography the puzzle pieces of one’s unique, highly personal universe at this moment in time. Self-reflection as a means of knowing oneself.

An outsider inevitably finds significance in details that are often different from those of a person who was born in Liguria, who perhaps is one of many generations of Liguri. Sergio Creazzo, for example, focuses his attention on the tourist's world, of everything that supports the “beachside vacation,” revealing details of structures and locations that speak of seasonal and temporary enjoyment. He intentionally explores these places during the off-season or depicts those quiet moments when the human presence seems lost or fleeting. The soft, warm light that surrounds his subjects enhances their presence while simultaneously evoking a psychological and intimate dimension. It is a rethinking across time as a means of reaching a greater understanding.

We find in the work of all three photographers a slow, meditative approach, one which is contemplative and respectful of the rules of perspective and optics. The resulting images are ones that the average person can imagine themselves a part of, in which they perceive the author's subjectivity whilst maintaining a direct relationship with the subjects portrayed. The Liguria portrayed here is first revealed as images to the viewer; he or she can then experience it in person, articulating his or her own unique personal experience.
 
Gaetano Paraggio similarly depicts the area along the sea but with perhaps a closer attention to urbanistic and historical details, similar to the approach he has taken in his hometown. This detachment bears similarity to the topographic approach seen in the United States in the seventies, where each visual element is important for its relationship to the others around it, in a so-called democratic fashion, free of hierarchies of preconceived symbolic meanings. This methodic reservedness combined with an exceptional prolificacy, almost indifferentiable and obsessive, while does in fact complicate things when the time comes to edit and choose, makes it possible to isolate certain aspects which would likely be unfathomable, drawing them to one's attention. Even the use of ordinary daylight, however precise and refined it may be, increases the effect of an immersion in ordinary daily life, where the extraordinary is revealed, lending itself to multiple interpretations.

And finally, Roberto Bianchi, a photographer with whom I have had the honor and great pleasure of providing input into his growth and development, from which many of the ideas matured in this Ligurian series got their start. His work takes us to a more varied terrain, one which also casts an eye towards the inland, an area particularly rich in contradictions and paradoxes. His journey seems at first glance a tougher one, but it is absolutely necessary if he is to provide a deeper look at the work of his travel companions. As Bianchi explores these lands, his work echoes the paradigm (perhaps it is genetically embedded) of his homeland Tuscany. He finds a harshness and strangeness that begs to be compared to the harmony, proportionality, even softness, of central Italy's landscape, impressions that remain in its inhabitants subconscious. Interrupted signs, marginal spaces, involuntary ironies: at times painful in their awareness while at other moments they evoke sensations and a feeling of presence. They seem to denounce a developing rupture and the aim is not to accept its inevitability but rather a belief that by presenting these images a repair is possible, even if only conceptually.

This project, in the work of its three authors, offers a unique and contemporary perspective, one which contrasts with the usual celebratory iconography. Beyond the flashy promotional promises one finds a voice that is more authentic, less slick perhaps, but certainly more vivid. A theatre perhaps yes, but one that serves to resuscitate our sensitivity and attention. The theatre of our senses.

Fulvio Bortolozzo
Turin, 7 December 2016.