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Il suo reale valore.

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Ha sempre meno senso pensare e scrivere di "cultura fotografica", come se fosse qualcosa di facilmente separabile dal resto, per via del congegno che produce le immagini; al cui interno tutto inizia e tutto finisce. Certamente ci sono delle peculiarità, e delle procedure operative, che vanno tenute ben presenti per non confondere una fotografia con un disegno o dipinto e viceversa. Tuttavia, alla fine, il terreno d'azione rimane lo stesso per ogni figura, sia essa prodotta automaticamente da una macchina o realizzata a mano. Sarà la capacità di entrare in contatto con l'autentica sede originaria delle immagini, l'essere umano, a determinare il suo reale valore.

Distacco, impassibilità, rigore.

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Molti fotografi italiani nei decenni Ottanta e Novanta del Novecento sembra che avessero riscoperto l'affetto e il sentimento per i luoghi. Dopo i concettuali, e quindi razionali e freddi Anni Settanta, bagnati nel sangue di sconvolgimenti sociali e politici, dalle loro immagini tende a scomparire la cronaca, l'evento eclatante, il protagonismo dell'umanità in subbuglio. Il bianco e nero lascia spesso il posto al colore, un colore non squillante e saturo, se non nella declinazione di Franco Fontana, ma delicato, chiaro, tonale, sussurrato persino. Le presenze umane sono evocate in assenza. Gli orrori urbanistici, di cui la penisola è straripante, rimangono come dimenticati o se ci sono sembrano pacificati, risolti, assolti. La mozione è quella emotiva, della sensibilità alla luce. Luce che sembra tutto condonare. Sembra possibile vivere fuori dalle ansie in un rinnovato recupero di prossimità familiare con i segni sconvolti di un mondo ormai medializzato, confuso tra ...

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