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L'eclisse della qualità.

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©2015 Fulvio Bortolozzo. L'eclisse della qualità. Questo è il primo pensiero, rivedendo Michelangelo Antonioni, mentre la parte finale del suo film L'eclisse scorre davanti agli occhi e la luce diurna attorno a me si riposa. C'è qualcosa di perduto, dimenticato. Una capacità di trattenere le parole, di non dire perché è più importante guardare, instancabilmente, come se le cose, la luce, i rumori stessi, fossero tutto. Esiste un quotidiano, l'eclisse ce lo ricorda. Nel quotidiano si svolge l'esistenza di ogni essere umano. Giorno dopo giorno, per un numero limitato di giorni. Ogni fuga, e ne aumentano di continuo, da questo semplice dato di fatto è una corsa verso il vuoto di una vita allucinata, senza ritorni possibili. Il fotografico, come atteggiamento prima di ogni altra cosa, può essere una chiave utile per riaprire la porta del senso. Mettersi lì, guardandosi attorno, senza interessi precisi o intenzioni particolari, ma con le mani in tasca, strette...

Nonostante tutto.

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©2015 Fulvio Bortolozzo La sensazione, sgradevole, che provo da un po' di tempo a questa parte è quella di vivere dentro la fine storica di qualcosa. Una sorta di regressione progressiva verso forme di convivenza umana via via peggiori. Come se un forellino invisibile stesse svuotando lentissimamente, ma irrimediabilmente, tutto il vaso esistenziale in cui ho avuto la fortuna di nascere e vivere fin qui. Con questa sensazione addosso, la pratica del fotografico diventa una forma di resistenza passiva. Un voler continuare a comportarsi come se nulla stesse accadendo, ma guardandosi comunque attorno. Cercando conferme, accettando smentite. La fuga nelle visioni  multimediali lisergiche non lo ritengo un rimedio utile, nemmeno come placebo oculare. Meglio finire, se di questo si tratta, stando lì davanti alle cose. Un muto osservare, che diventa un esistere, nonostante tutto.

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