Il secondo livello.

 



Giusto ieri sono stato alla Tomba Brion, un complesso funerario nel trevigiano progettato da Carlo Scarpa. Molto famoso almeno tra gli architetti e gli appassionati di fotografia d'architettura del Nord-est.


Ci sono stato in compagnia di un amico fotografo che mi ha fatto vedere con i suoi occhi ogni cosa che avesse attirato la sua attenzione. Ne abbiamo parlato insieme mentre guardavamo. Ci siamo soffermati sugli incredibili dettagli pensati e fatti realizzare con amore artigiano d'altri tempi. Abbiamo percorso e ripercorso gli spazi, osservato la luce, dall'alba al sole alto. Abbiamo valutato i materiali e fatto considerazioni sulle sintesi tra la storia dell'arte occidentale e quella orientale che ad ogni passo ci balzavano agli occhi. Ne siamo usciti arricchiti entrambi. Lui contento di avermi introdotto ad un'esperienza di un luogo che non conoscevo ed io pieno di nuove considerazioni che alimentano le mie aspettative per quando, forse un giorno, ci tornerò, ma di persona stavolta.

Questa è la fotografia che mi interessa nell'intimo, e che cerco di praticare da oltre quarant'anni. Senza nulla togliere all'infinito mondo di tutte le immagini possibili. Una fotografia che faccia fare quella che chiamo un'esperienza di secondo livello. Qualcosa che accade lontano dal luogo e per tramite di fotografie, ma che a quel luogo fa riferimento con l'intento di trasferirne, almeno in piccola parte, gli elementi visivi che lo connotano. Chi già c'è stato lo può riconoscere, chi non lo ha mai visto, può farsene un'idea affidabile. Un ponte, una macchina del tempo e dello spazio. Un'ampliamento della percezione per mezzo di una sua riduzione nei limiti dell'ottica e delle immagini durevoli che se ne ricavano.


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