Permettersi un Ghirri? No, grazie.

Riproduzione dal fotolibro "Kodachrome" del 1978.

Sulla webzine Fotografia Magazine è stata pubblicata il 18 dicembre scorso un'intervista a Eugenio Re Rebaudengo dal titolo "Puoi permetterti di comperare queste fotografie di Luigi Ghirri?" alla quale rimando i lettori che vogliano meglio comprendere i motivi di questo articolo. Qui mi preme solo rispondere alla domanda evocata nel titolo, che fa riferimento all'iniziativa di proporre al mercato collezionistico stampe originali di Ghirri a svariate migliaia di euro ciascuna, contando sulla loro inevitabile rarità, dovuta alla scomparsa prematura dell'autore e alla sua noncuranza in vita delle logiche di tiratura ed edizioni numerate tipiche del mercato di beni d'arte e di lusso.

No, non posso permettermelo di comperarle e però anche se potessi non lo farei, proprio per rispetto di Luigi Ghirri che per tutta la vita si era mosso fuori dalle logiche più commerciali del mercato dell'arte. Ho i suoi libri fondamentali, nelle edizioni originali che comperai quando furono pubblicati e lui non era così conosciuto ed apprezzato come oggi. Li c'è già tutto, non serve altro per studiare, comprendere ed amare questo grandissimo autore. Ho difatti guardato con simpatia, e subito acquistato pur possedendo il rarissimo originale, la ristampa anastatica di "Kodachrome" fatta dall'editore inglese MACK.

Grazie ad iniziative culturali come questa, che ha però dovuto attendere la grande sensibilità di un editore inglese per essere realizzata, si diffonde e difende nel tempo l'opera di Ghirri, non certo facendo diventare dei costosi feticci alcune delle sue stampe, peraltro ormai pesantemente usurate dal tempo.

Luigi Ghirri ebbe all'epoca il coraggio meritorio di perseguire una sua linea di lavoro concettuale in fotografia, senza però accettare di venire considerato pienamente "artista concettuale", come altri suoi amici invece furono. Portò avanti i suoi progetti d'autore, specie all'inizio, basandoli su riprese fotografiche estremamente meditate e preparate, ma poi stampate come fotografie qualunque: così come uscivano dal laborarorio con il trattamento standard, senza infarciture che le rendessero "belle" e preziose. Poi, è vero, si arrese un po' e mise in piedi le serie di progetti sui luoghi con quei toni tutti chiarini e perfettini messi a punto con Ghi, il suo stampatore di una vita intera, ma si trattò in prevalenza di progetti esposti e pubblicati nell'ambito di commissioni pubbliche o di sponsorizzazioni aziendali illuminate. Non si comportò così solo per scelta espressiva, ma anche direi politica. Era anarchico nel suo DNA e non rincorreva certo i salotti esclusivi da arredare con le sue immagini.

Detto tutto questo, potrei anche capire, e perfino condividere, la vendita a migliaia di euro di sue stampe fotografiche se questo servisse a sostenere concretamente l'attività di un Ghirri vivente e attivo, ma siccome serve solo a far fare del business postumo a chi gestisce il suo lascito, la cosa mi risulta particolarmente indigesta.

Scrivere con la luce.


Appunti per gli occhi (2009-2011).
Stamattina la rete mi ha nuovamente manifestato la sua forza di interconnessione mentale. Due interlocutori abituali hanno orientato i miei pensieri in una direzione imprevista.

Il primo, Nello Rossi, assiduo e prezioso frequentatore del gruppo di Facebook We Do the Rest, nel ripubblicare un suo testo del 29 aprile scorso, intititolato Spettri peripatetici e scheletri nell'armadio, scrive: "Ando Gilardi ci ha insegnato che il "vero" illustratore, cioè il sapiente utilizzatore di immagini, parte da queste per poi scrivere: l'esatto percorso inverso di solito seguito da chi confeziona libri giornali periodici e documentari. Quasi sempre, inoltre, le attività di scrittore e illustratore non sono svolte dalla stessa persona." Incontrando queste parole ho sentito qualcosa agitarsi in me ed ho subito così commentato: "Il fotografo dovrebbe scrivere con la luce. Invece mette solo in fila delle icone prodotte da una macchina. Quando conquisterà anche la parola, meglio tardi che mai, sarà finalmente libero e la smetterà di affidare ad altri scriventi il suo semilavorato."

Il secondo, Michele Smargiassi, ha postato nello stesso gruppo il link al suo ultimo articolo, dal titolo Intrepido, tremebondo, visagista, dialettico o solo utile? Nello specifico il tema che affronta è quello di quale sia il ruolo che sta assumendo il fotogiornalista contemporaneo; discorso il suo, tra l'altro, che trovo davvero lucido. Ma il passaggio che ha attratto la mia attenzione, ormai innescata nella direzione indicata da Nello, è questo: "Il fotografo ora è programmaticamente un autore (colui che crea) più che un reporter (colui che “porta a casa”), un commentatore più che un fornitore di “materia prima semilavorata”, un osservatore del mondo più che un comunicatore."

La sintesi che ne ricavo è che oggi più che mai chi fotografa con l'intenzione di esprimere un suo punto di vista sulle cose deve vincere l'afasia nella quale ha pensato fin qui di potersi comodamente rifugiare.  Affidare alle fantomatiche "mille parole" tutto quello che c'è da dire attorno alle proprie immagini, lasciando che altri funzionari della comunicazione le scrivano, non basta più.  Urge la conquista del "verbo", e quindi anche della significazione. Se questo controllo razionale del processo di comunicazione non fosse possibile ottenerlo da soli, allora è tempo di cercare alleanze condivise.

"Fare fotografia" è sempre più solo l'inizio di un complesso percorso che va interamente progettato da un autore, individuale o collettivo. Le parole sono importanti in questo cambiamento. Quelle del fotografo per prime, perché non è più solo una raccolta più o meno controllata di raggi luminosi lo scrivere con la luce.

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La nuova Istanbul di Paola De Pietri.

Dettaglio fotografato dall'opera in mostra.
Da Alberto Peola a Torino si è inaugurata il 4 dicembre scorso una mostra personale di Paola De Pietri dal titolo "Istanbul New Stories". Quest'ultimo lavoro dell'artista è dedicato all'espansione edilizia di Istanbul. Da alcuni anni la Turchia cresce economicamente quasi a ritmi da tigri asiatiche e l'afflusso esponenziale di nuovi abitanti porta alla rapida costruzione di intere zone residenziali su terreni fino a poco tempo fa non urbanizzati. Nel tumultuoso svolgersi di questa vicenda, la De Pietri ha portato l'attenzione sul momento germinale, quello nel quale non esiste ancora una comunità, ma se ne possono già intravedere i primi segni, carichi delle inevitabili contraddizioni. Il progetto si compone di una quarantina di fotografie riprese con una fotocamera per pellicole di grande formato. In attesa di poterlo vedere pubblicato nella sua interezza, si possono ammirare da Peola quasi una decina di immagini stampate in grandi dimensioni.

Dettaglio fotografato dall'opera in mostra.
Consiglio vivamente di visitare questa mostra. La De Pietri già da tempo ha conquistato una sua sintesi espressiva di estremo interesse. In questo caso la mette in atto in un contesto, quello del paesaggio urbano, carico di insidie dovute alla notevole tradizione novecentesca esistente, che annovera autori di tutto rispetto, oltre ai tanti autori contemporanei impegnati a cercare i modi di un rinnovamento. Anche in considerazione di ciò, Paola De Pietri riesce a raggiungere nel lavoro su Istanbul un equilibrio particolarmente felice tra descrizione di quanto osservato, ri-presentazione degli incontri che ritiene essenziali per la definizione del suo pensiero sull'argomento e una convincente soluzione formale, sempre necessaria e mai ridondante. Un approccio questo davvero molto efficace per trasferire nel tempo e nello spazio l'esperienza delle cose con gli strumenti del fotografico.

Paola De Pietri
Istanbul New Stories

5 dicembre 2013 - 31 gennaio 2014

Da martedì a sabato, dalle 15:00 alle 19:00.
Mattino su appuntamento

Alberto Peola Artecontemporanea

Via della Rocca, 29 - 10123 Torino
Tel.+39.011.8124460
Mob. +39.335.6191039
Fax.+39.011.19791942
Email: info@albertopeola.com
Web: www.albertopeola.com


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Di cuore.


Scattare una fotografia è, per me, prima di tutto un gesto istintivo di relazione diretta con qualcosa che mi tocca. Tendo la mano e tocco a mia volta. Non necessariamente la traccia che ne ricavo dev'essere bella o intelligente: mi basta sia sincera, con me stesso, non con altri.

Mostrarla poi è un atto di condivisione. Anche in questo caso, non necessariamente per averne un ritorno. Quella stessa mano che si è distesa per toccare, ora contiene qualcosa e lo porge a chi vuole vederlo. Tutto lì.

Ricordo, o immagino di ricordare, di averlo sempre fatto, fin da bambino, senza fotocamere e senza nemmeno tutte le complicazioni di pensiero che mi avrebbe poi portato negli anni il fotografico.

Questa fotografia l'ho scattata l'altro giorno dal balcone di casa. Non significa altro che il mio piacere d'esserci stato, in quei momenti, davanti a quello succedeva nel cielo, sopra di me. La porgo a chi si ostina a leggermi, insieme ad un grazie. Di cuore.

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CONFINI 11 è a Milano!

Ieri sera si è inaugurata, a cura di Polifemo Fotografia, la tappa milanese della rassegna di fotografia contemporanea CONFINI 11. Io c'ero e l'emozione di vedere per la prima volta "al muro"  le opere selezionate è stata davvero notevole. In attesa di poterla ospitare in marzo a Torino, invito tutti a visitare la mostra di Milano e a partecipare ai CONFINI Labs, una novità didattica ideata dagli amici polifemici, che si estenderà nel tempo alle varie sedi della rassegna. Già che c'ero ho anche scattato qualche foto.

Maurizo Chelucci, direttore artistico di CONFINI.

Nino Cannizzaro, "QUANDO JUPITER GUARDAVA A EST.

Leonardo Brogioni e Angelo Cucchetto.

Fabrizio Intonti, "METANIMALIA".

Fausto Raschiatore.

Domenico Cipollina, "PAESAGGIO IN CORSO".

Giovanna Gammarota.

Domenico Cipollina, "PAESAGGIO IN CORSO".

Alessandro Cirillo, "GENOS".

Maurizio Chelucci e Ivan Margheri.


Carmen Mitrotta, "DEATH FOODS FOR NEW WORLDS".

Michele Ranzani, "INTERNO CON FIGURE".



CONFINI 11
Dal 2 al 20 dicembre 2013
e dal 7 al 17 gennaio 2014

Polifemo | La Fabbrica del Vapore
via G. C. Procaccini 4 | 20154 Milano
02.36521349 | info@polifemo.org



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 E alla fine si perse pure il treno previsto, ma quello dopo no ;-)



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Il bambino di Mario.

La notizia è che Simona Guerra ha dato un nome e un cognome al famoso "Bambino di Scanno". Sì, quello dell'immagine che rese celebre nel mondo della fotografia artistica l'italiano Mario Giacomelli perché il mitico curatore del MoMA di New York, John Szarkowski, se ne innamorò e la volle, unica fotografia italiana esposta, nella mostra The Photographer's Eye del 1966. Sulla falsariga della scoperta di Simona Guerra, il giornalista de La Repubblica Michele Smargiassi è andato a trovare il signor Claudio de Cola e lo racconta in un articolo apparso sul suo blog.

Tutto per il meglio quindi. Il bambino di allora (1957) è ben vivo, ma sta altrove. La mamma è anch'essa in buona salute, come il padre, e vive ancora a Scanno, paesino degli Abruzzi divenuto in quegli anni Cinquanta uno dei luoghi mitici della fotografia, per via dei suoi abitanti vestiti con abiti tradizionali neri e tanto fotogenici (Persino HCB fotografò qui). Fossero i fotografanti odierni più sensibili a questi aspetti del loro oggetto di interesse, e disposti a far cacciare alle amministrazioni locali e agli sponsor qualche soldo, ci starebbero pure bene una bella lapide commemorativa e una celebrazione con relative prolusioni di notabili ed eruditi.

Tuttavia, mi chiedo, e chiedo ai miei venticinque manzoniani lettori, che importanza può avere il sapere chi sia oggi la persona che in quell'icona partorita da Giacomelli divenne "il bambino di Scanno"? Giacomelli non era un fotoreporter, non siamo quindi nemmeno per sbaglio nelle vicinanze della "bambina afgana" di McCurry. Non era nemmeno uno studioso come Hine e non stava facendo un'indagine sociologica su Scanno e i suoi abitanti. Giacomelli era un artista, o se si vuole un poeta. Prendeva dalle tracce fotografiche quello che gli serviva per costruire le sue liriche visive. Cosa si aggiunge allora a quella fotografia rintracciando e parlando con il sig. de Cola, i suoi genitori, parenti e amici? Niente di davvero utile per capirla meglio.

Andiamo perciò oltre e facciamoci altre domande. Perché è così importante nella "storia della fotografia" questa immagine che lo stesso Giacomelli non considerava tra le sue più riuscite? Perché è di un italiano? Perché è stata fatta a Scanno? Perché l'ha detto Dio (in arte John Szarkowski)? Queste sarebbero delle belle domande a cui mi piacerebbe tentassero di rispondere una valente studiosa di Giacomelli e uno stimato specialista giornalistico di fotografia. Alzare l'asticella oltre il livello di Carramba o Chi l'ha visto?, questo sarebbe un bel compito per degli intellettuali. Lo pensava anche Pasolini mi pare... 

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Mondi paralleli.


Torino, 2013.  - ©Fulvio Bortolozzo
In fondo è un'esperienza tutto sommato molto semplice. Della luce che viene trattenuta come traccia iconica visibile in modo durevole su di una superficie piana per tramite di un apparato tecnico. Un'immagine "automatica" insomma. Ci stiamo avviando ai due secoli di storia di questo procedimento e in un lasso di tempo così breve, sette od otto generazioni, esso ha completamente rivoluzionato il rapporto degli umani con le immagini. Da quel fatidico 1839, proprio a causa dell'inarrestabile pervasività sociale del fotografico, stiamo vivendo una esponenziale e paradossale "inversione dell'esperienza": ogni umano nutre ormai la propria mente più delle loro tracce fotografiche che delle percezioni visive dirette dei fenomeni. Una distorsione delle sorgenti del pensiero che trasforma il mondo in un mero set funzionale per immagini ottiche, le uniche ad essere oggetto d'interesse concreto. Ciò che non viene fissato in fotografie, o video, non è nemmeno "esperibile" e non rileva concettualmente. Un'allucinazione collettiva insomma. Eppure lo stesso strumento che provoca tutto ciò, contiene gli elementi essenziali per uscire fuori da questa spirale nevrotica. Per esempio, realizzare fotografie che siano una restituzione verosimile di un visivo esperibile in buona parte anche direttamente di persona nel luogo stesso dove il fenomeno si manifesta può essere una sorta di terapia per l'uscita accompagnata dall'incubo. Fotografare quindi per tornare a far porre l'attenzione di chi osserva le fotografie sulla sorgente dell'immagine e non per alimentare all'infinito il sogno di impossibili mondi paralleli.
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La fotografia sociale, per una sera a Milano.

La prima fotografia di questa breve carrellata sulla serata è giusto che sia per lei: Manuela Cigliutti. L'artefice fondamentale dell'operazione "A noi ci frega lo sguardo", da lei curata per sostenere concretamente l'attività di Comunità Nuova Onlus di Don Gino Rigoldi. L'inaugurazione da Open Care dell'esposizione delle opere donate dai fotografi per l'asta benefica, che verrà battuta da Christie's Italia martedì 22 ottobre prossimo, è stata davvero ben organizzata e coinvolgente. Essere uno degli autori chiamato da Manuela a far parte di questa iniziativa è per me davvero un grande onore.

La serata, dopo un intervento d'apertura di Don Gino Rigoldi, ha trovato il suo punto culminante nei discorsi sulla fotografia sociale pronunciati da Gianni Berengo Gardin, Denis Curti e Grazia Neri. Denis Curti, dopo aver brevemente confermato il trasferimento nella sede di Open Care dell'operatività milanese della Fondazione Forma, ha accennato ai più importanti progetti di alcuni grandi fotografi sociali, tra cui: Lewis Hine, Peter Magoubane, Igor Kostìn, Moises Saman, Larry Towell e Gianni Berengo Gardin, al quale ha poi dato subito la parola perché dicesse qualcosa sullo storico progetto "Morire di classe". 

Il Maestro, con la consueta semplicità, ha messo in rilievo come quel progetto fosse stato condiviso con i soggetti stessi rendendoli partecipi e consapevoli di quanto avveniva. Atteggiamento ben lontanto dallo sfruttamento del dolore di troppa fotografia attuale.

Infine Grazia Neri, con grande emozione, ha tratteggiato il quadro difficilissimo della fotografia sociale in ambito editoriale, sempre più esclusa a favore di fotografie di stock o di produzioni edulcorate e non disturbanti per gli inserzionisti pubblicitari. Ormai quasi solo gli oltre trecento festival e premi internazionali dedicati al fotoreportage supportano il lavoro dei talenti migliori, anche italiani.

Nella tristezza dell'insieme uno spiraglio di speranza, secondo Grazia Neri, potrebbe arrivare proprio da Internet, sempre che riesca ad uscire dalla eccessiva autoreferenzialità di troppi siti e a costituire una rete virtuosa di sostegno alla ricerca e alla progettualità.

Al termine dell'incontro, Denis Curti ha poi voluto leggere alcune parole di Ugo Mulas che non potevano non toccarmi. Nel testo, Mulas descrive la sua intenzione di dedicare un lavoro alla città di Milano, ma svuotata dalle persone. Vista solo nei suoi luoghi, anche interni. Per mettere in luce la vita degli abitanti in loro assenza, per mezzo delle tracce che lasciano. Un modo per mostrare la condizione umana senza che la figura attragga tutta l'attenzione, lasciando ai vuoti di raccontare con più distacco e precisione. Qualcosa in me è risuonato. Non ho mai sentito Ugo Mulas così vicino e attuale. Grazie Denis, grazie a tutti voi, anche per questo.
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L’asta si svolgerà Martedì 22 Ottobre 2013 a partire dalle 19:00
presso la sala del Tiepolo di Palazzo Clerici  (via Clerici 5, Milano).

Modalità di acquisto delle opere qui: http://www.comunitanuova.it/asta2013/


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La Forma del Contrasto.

La notizia è che la Fondazione Forma lascia gli spazi di piazza Tito Lucrezio Caro a Milano in cui iniziò ad operare nel 2005, come società per azioni detenuta al 100% dall'Agenzia Contrasto, dopo aver preso in affitto e ristrutturato parte dei locali dismessi di un deposito dell'Azienda Trasporti Milanesi. Con  il successivo aggiungersi della Fondazione Corriere della Sera si costituì la Fondazione Forma con tre soci: Agenzia Contrasto, Fondazione Corriere della Sera, Azienda Trasporti Milanesi. Questa è la situazione societaria.

Non è chiara invece quella finanziaria. Difficile quindi dire perché ora Roberto Koch, patron di Contrasto, abbia deciso di concludere l'esperienza di Forma, almeno così com'è stata portata avanti fino ad oggi. L'ATM resterà comunque nella Fondazione? Arriveranno o no nuovi soci? Al momento, viene solo dichiarato che Forma cambia operatività e verrà ospitata a Milano, non si sa se in comodato d'uso o con altro accordo, nella sede di Open Care, in via Piranesi 10. Koch se ne va, sbattendo la porta, perché l'Amministrazione comunale di Milano non ha dato concreti (economici) segnali di attenzione alla Fondazione. Come? Per esempio, trasformando l'affitto dei locali ATM (a quanto ammontava?) in comodato d'uso. Ci sarà dell'altro sotto? Non è ancora dato sapere. Ci starebbe bene un bel fotoreportage d'inchiesta, magari però non fatto da un fotografo Contrasto.

Ecco, a parte le ultime parole, fino a qui ho scritto di cose che con il fotografico non c'entrano nulla. O forse no, c'entrano. Almeno in Italia, dove le nozioni di cosa sia pubblico e cosa sia privato ingenerano continue confusioni e invasioni di campo. Il direttore della sede milanese dell'Agenzia Contrasto, e colonna portante della Fondazione Forma, Denis Curti, ebbe già una giovanile esperienza, in quel di Torino, di queste confusioni. Si tratta della vicenda FIF (Fondazione Italiana per la Fotografia), nata dall'unione di alcuni soci pubblici e un socio privato, Luisella D'Alessandro, ma gestita da quest'ultima come fosse casa sua. La fine fu molto triste e per fortuna Denis Curti si trasferì a Milano da Contrasto ben prima di dovervi assistere, ma certo ne ebbe conoscenza.

Abbiamo quindi davvero bisogno in Italia di entità promiscue che ricevano sostegno pubblico (soldi e beni della collettività) per fini privati, ancorché di interesse pubblico?  La politica culturale di uno Stato democratico è affidabile, mani e piedi, alla volontà gestionale, e all'interesse economico, di un privato?

Le mie domande sono banalmente retoriche. Certo che no. Ma la tentazione diffusa di rispondere invece sì è così grande che rimane la prima opzione, l'unica sempre più spesso. Forse nella forma di questo contrasto meglio si spiega la vicenda qui descritta. Non l'unica, sia chiaro, non la più eclatante a livello nazionale, ma per il nostro piccolo mondo fotografico già di notevole dimensione e importante ricaduta socio-culturale.

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Un'opera buona.

©2011 Fulvio Bortolozzo. (opera in asta)

A noi ci frega lo sguardo…
un’opera buona a favore di Comunità Nuova Onlus

Asta fotografica benefica per i 40 anni di Comunità Nuova: Christie’s, 22 Ottobre 2013.
In occasione del 40° anniversario di Comunità Nuova Onlus, il 22 ottobre prossimo sarà battuta da Christie’s un’asta fotografica di beneficenza. 

62 autori di fama nazionale ed internazionale hanno donato una loro fotografia per sostenere l’associazione milanese presieduta da don Gino Rigoldi. Il ricavato della serata sarà interamente devoluto alla comunità educativa per bambini Barrhouse di Milano, un servizio di Comunità Nuova.
La Barrhouse accoglie bambini tra i cinque e i tredici anni, provenienti da famiglie in difficoltà talmente grandi da richiedere, a tutela dei piccoli, un decreto di allontanamento dalla famiglia da parte del Tribunale dei minorenni.

Data la gravità delle condizioni di provenienza, la Barrhouse offre ai piccoli ospiti un ambiente accogliente, protettivo e rassicurante, che consente loro di vivere ed esprimere la loro condizione di bambini. Aiutare i piccoli a recuperare la serenità persa o, in qualche caso, mai avuta, farli sentire amati, portare avanti il loro inserimento nel tessuto sociale e scolastico e tutelarli dal carico di responsabilità e dalle implicazioni dovute ai disturbi della dinamica familiare sono gli obiettivi che ogni giorno gli educatori della Barrhouse perseguono.

Le opere saranno esposte in anteprima sabato 19 e domenica 20 ottobre 2013 alle ore 19:00, presso lo spazio espositivo di Frigoriferi Milanesi (via Piranesi 10, Milano), sede di Open Care – Servizi per l’arte, che realizzerà l’allestimento della mostra. All’inaugurazione della mostra, curata da Manuela Cigliutti, saranno presenti don Gino Rigoldi, presidente di Comunità Nuova, Gianni Berengo Gardin, Denis Curti e Grazia Neri, che racconteranno la loro esperienza nella fotografia sociale.

L’asta si svolgerà Martedì 22 Ottobre 2013 a partire dalle 19:00 presso la sala del Tiepolo di Palazzo Clerici  (via Clerici 5, Milano) e sarà battuta da Christie’s Italia.


[dal comunicato stampa]

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L'ambigua infanzia di Hine.


Dopo aver visto la mostra INFANZIA RUBATA, molto ben realizzata ed allestita, trovo necessario portare all'attenzione dei miei lettori alcuni appunti critici sul lavoro svolto da Lewis Hine.




In primo luogo, i bambini mostrati nelle miserevoli condizioni del loro sfruttamento, nell'ambito dell'iconografia fin qui pubblicata di Hine, sono bianchi. Non un solo bimbo nero compare nelle immagini. Vista l'impossibilità che non ne abbia mai incontrati nelle sue puntuali indagini sullo sfruttamento del lavoro minorile, la scelta di escluderli è sicuramente ideologica e con ogni probabilità è dello stesso autore. In ogni caso resterebbe da capirne il perché.


Hine vive in una civiltà industriale che nei primi anni del Novecento è in tumultuosa espansione. Sta crescendo, centesimo su centesimo, quella middle class che costituirà presto l'ossatura stessa del sogno americano nei decenni a venire. In questo contesto vanno inquadrate sia le nuove politiche sull'immigrazione, sia la nascita dell'attenzione per la condizione infantile, entrambe pensate per gli europei d'origine.

Dorothea Lange, Migrant Mother, 1936.

Situazione che ritornerà negli anni Trenta della Grande Depressione, quando tra il materiale fotografico realizzato per conto della Farm Security Administration la rappresentazione del disagio, anche infantile, sarà incentrata sui mezzadri bianchi, che però erano una componente molto minoritaria del fenomeno della miseria nelle campagne, per lo più riguardante gli afroamericani discendenti degli schiavi ottocenteschi. Bisognerà attendere proprio quella Photo League che salverà l'archivio Hine dalla definitiva scomparsa, per incontrare un'attenzione non occasionale verso la condizione degli afroamericani, anche bambini, un esempio della quale è nella magnifica "Butterfly" del 1949 di Jerome Liebling.

Jerome Liebling, Butterfly, 1949.
In secondo luogo, il lavoro di Hine funziona al massimo grado quando il minore è anche fisicamente bello. Veder soffrire un bambino è sempre molto triste, ma se questo bambino possiede una sua particolare grazia, e quindi bellezza, l'ingiustizia appare come raddoppiata, ancora più intollerabile.



Tra i bambini di Hine, alcuni spiccano per grazia e bellezza. A volte vengono ritratti da soli e questo intensifica l'effetto estetico. Le bambine in primis, oggi possono essere viste attraverso un filtro sentimentale pseudo-romantico, per via anche della distanza epocale. Tutto questo non è voluto da Hine, che adotta anzi una tecnica puramente funzionale alla sua ricerca, ma il fotografico può contenere nonostante tutto l'autonoma forza visiva che il soggetto possiede. In questo senso, il meritorio lavoro di Lewis Hine rischia oggi una deriva che sposta l'attenzione dal fenomeno storico dello sfruttamento cinico e feroce del capitalismo "deregolato" alle considerazioni più o meno genericamente umanitarie della buona coscienza borghese odierna più equa e solidale. Dimenticando così che su vite spezzate fin dai primi anni, fenomeno ancora ben diffuso nel mondo, si continuano a costruire le esistenze dei bambini ipercoccolati nel  primo mondo, anche solo insistendo a consumare ciò che viene venduto a poco prezzo perché troppa vita umana costa meno ancora, quasi niente.

  
Rodolfo Suppo
Giovanni Carlo Bonotto

 INFANZIA RUBATA
Lewis Hine, le immagini
che turbarono l'America


5 ottobre - 3 novembre 2013


Palazzo Einaudi
Piazza d'Armi 6, Chivasso.


Orario di apertura: tutti i giorni, 10-12 e 16:30-19.


Ingresso gratuito.


Info: info@fuocofisso.it


Catalogo in mostra (Fondazione Alberto Colonnetti): 15,00 Euro.
(ben fatto; se ne consiglia l'acquisto anche per sostenere l'iniziativa)


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Il gesto fotografico.

Per la prima volta dall'apertura di questo blog cedo la parola ad un'altra persona: Massimo Tranquillo. Mi ha scritto stamattina chiedendo un parere su una questione, direi, cruciale. Condivido pienamente le sue idee in merito e quindi, come HCB insegna, gli passo la fotocamera perché stavolta la fotografia me la scatti lui.

Caro Fulvio,
aiutami a capire perchè in tutte le letture fatte sulla famosissima fotografia di Henri Cartier-Bresson  "Derrière la gare de Saint-Lazare" non si fa nessun cenno alle condizioni in cui fu eseguita la foto e cioè al fatto che si tratta di un'immagine ottenuta per caso, infilando l'obiettivo in un buco stretto di una staccionata. Non mi riferisco alla nota sul fatto che sia l'unica fotografia tagliata in camera oscura perchè si vede il bordo del legno.

Lo stesso autore, abbastanza divertito, dice in una video intervista che si tratta di un caso, una foto fatta letteralmente alla cieca. Ora, comprendo benissimo che è possibile trarre senso da una foto indipendentemente dai metodi di produzione. Ma penso sia funzionale alla lettura dell'opera stessa, in questo caso, sapere che non c'è lo sguardo dell'autore, che quella non è la sua visione.

Eppure su questa fotografia vengono scritte mirabolanti analisi sulla composizione e sui rimandi, sull'attimo decisivo. Anche su questa immagine hanno costruito il mito di Bresson e del momento decisivo. L'autore, nell'intervista, fa anche di più, indica una fotografia presa penso al funerale di Ghandi, fatta scattare da un ragazzo che era salito su un palo. Bresson divertito dice che ha dato la sua Leica a quel ragazzo pregandolo di fare uno scatto. Quando vedo, vediamo una fotografia che ci piace, facciamo i complimenti all'autore, quindi implicitamente riconosciamo un merito all'autore. Quanto è importante l'autore nella comprensione di un'immagine?

Il sapere le modalità con cui è stata fatta "Derrière la gare de Saint-Lazare" non me la fa apprezzare di meno o mi impedisce di leggerla. Ma il saperlo è un elemento in più della lettura. In questo caso ad esempio prevale il gesto fotografico, più che il risultato ottenuto. Ho come la sensazione che si taccia la particolarità di questa fotografia, perché si presume che potrebbe far cadere i castelli di parole che abili critici (abili con le parole) ci costruiscono sopra. Insomma immagina un autorevole critico che spiega ad una platea con un ricco vocabolario tecnico e colto la Gioconda, e poi all'improvviso salta fuori uno che dimostra scientificamente che l'autore era il garzone di Leonardo. I meriti interni del dipinto non cambiano sicuramente, ma, mi chiedo, il critico avrebbe la prontezza di dire che è un dato irrilevante? E chi lo ascolta lo riterrebbe tale?

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L'anomalia del fotografico.

Collioure (France), 2007.
Vado al cinema fin dalla più tenera infanzia. Dal 1975 rinnovo, quasi senza soluzione di continuità, la tessera AIACE ed ho visto centinaia e centinaia di film, in prevalenza d'autore. Amo il cinema. Eppure non ho mai nemmeno pensato di girare un metro di pellicola. Di fare un mio film.

Entro ed esco dalle gallerie d'arte, dai musei, dalle collezioni; acquisto libri d'arte e monografie dei pittori che prediligo. Amo la pittura. Mai pensato però di fare un quadro nemmeno quando ero al Liceo artistico e men che meno all'Accademia Albertina.

Leggo romanzi da sempre, fin da quelli "per ragazzi" che divoravo ancora bambino, mai pensato di scriverne uno mio.

Sono solo tre esempi personali di come esista comunemente un interesse per un'attività espressiva slegato dal desiderio di praticarla in prima persona. Esistono mercati, anche molto grandi, fatti dalle persone che amano "nutrirsi" di qualche forma d'arte senza per questo mai immaginare di diventarne produttori.

Nel fotografico non è così. Non incontro che estremamente di rado qualcuno che mi dica di amare la fotografia, ma di  non praticarla mai, nemmeno per impulso compulsivo con uno smartphone. Esistono i cinefili, ci sono gli amanti dell'arte, i divoratori di letteratura, ma scarseggiano i "degustatori di fotografie" che non siano poi anche interessati a produrne di proprie in competizione, magari mutatis mutandis, con gli autori che dichiarano di preferire.

Si costituisce così un pubblico amatoriale di natura ambigua, spesso più concentrato sulle proprie produzioni che sulla tradizionale amatorialità per la forma espressiva preferita. Spendono soldi in tecnologia con grande generosità, attenti ad ogni più piccolo cenno innovativo dell'industria, ma si riservano di acquistare più in là un fotolibro, una monografia, un saggio sul fotografico o di approfondire in seminari, incontri e conferenze gli aspetti teorici e storici del fotografico. Corrono ad affollare le mostre dei mostri (sacri), ammannite con furbizia dal marketing di chi possiede le loro icone venerate, in genere provenienti da fotoreporter molto anziani, se non defunti. Eventi rassicuranti pieni di "belle fotografie" che per la loro distanza dalla contemporaneità mettono d'accordo le zie, quelle che fanno la fila anche alle mostre degli Impressionisti, con i nipotini, emulanti cacciatori di momenti, più o meno decisivi.

Nascono e fioriscono contest per far giocare le masse dei fotografanti, pensate persino come parodie della maratona olimpica. Fioccano le serate glam, con tanto di apericena cool, dove farsi notare con la sveglia al collo, sostituita da fotocamere delle marche più desiderate. Segno dei tempi? Non penso. Piuttosto peccato originale. Fin da subito, per un motivo che mi rimane misterioso, il fotografico ha fatto cagliare questa nuova genia di amatori-produttori, come altre arti non hanno saputo fare. Forse la facilità relativa di ottenere cose visibili, non per questo immagini, ma cose appunto? Forse anche altro. Resta il fatto che il peccato lo si continua a scontare con una incapacità del mercato del fotografico, quello autoriale, di fare massa sufficiente di amatori che vogliano investire il loro denaro non per emulare i loro beniamini, ma per avvicinarne, possederne, collezionarne, studiarne le opere. Questa è l'anomalia del fotografico.

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Europa, forse.


©Luca Nizzoli Toetti.
Sta per diventare un libro per i tipi dell'editore Postcart di Roma il progetto fotografico Almost Europe di Luca Nizzoli Toetti. La prevendita sta volgendo al termine (30 settembre prossimo) e questo articolo vuole anche dare ai miei lettori l'opportunità di cogliere in extremis i vantaggi del preacquisto.

©Luca Nizzoli Toetti.
Non è mia abitudine promuovere fotolibri, bensì semmai recensirli, ma nel caso specifico la regola merita un grande strappo perché Nizzoli Toetti si è imbarcato in un'impresa complessa e molto ambiziosa.

©Luca Nizzoli Toetti.


Sulla falsariga dell'epocale The Americans di Robert Frank, e proseguendo nella tradizione, che riconosco anche come mia, delle flâneries evocate da Baudelaire, l'autore percorre dall'esterno quella che viene chiamata la Linea Blu  nella Comunità Europea: il confine verso oriente, un tempo invalicabile. Si muove da Kaliningrad in Russia fino a Istanbul in Turchia.  Anni addietro io stesso pensai a qualcosa di simile, muovendo all'interno dei paesi di nuova adesione però, senza poi mai metterlo in atto. Son quindi, a maggior ragione, ben contento che una persona della sensibilità e valore di Nizzoli Toetti abbia affrontato l'impresa di sondare l'idea di Europa nel suo manifestarsi visibilmente o meno.

©Luca Nizzoli Toetti.

Se nella procedura sul campo ritrovo la lezione di Frank, quindi un approccio decisamente alto, ma anche storicizzato, il sostegno all'operazione è invece assolutamente contemporaneo. Basta navigare sul sito del progetto (www.almosteurope.eu)  per rendersi conto di quanto lavoro sia stato fatto per aumentare al massimo il coinvolgimento a più livelli della rete e non solo. Un esempio importante di ciò che è ormai indispensabile fare per "bucare" la soglia dell'indifferenza provocata dalla sempre più invadente mole delle informazioni che riceviamo.

©Luca Nizzoli Toetti.

La mia speranza, e augurio, è che Luca continui a portarci le tracce delle sue domande, perché tali sono e non mai risposte, sul nostro vivere in una realtà sociale e politica che nelle generazioni a venire auspico continuerà a chiamarsi Europa.

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I bambini di Lewis Hine.


Sabato 5 ottobre prossimo, a Chivasso, nella sede di Palazzo Einaudi, sarà inaugurata la mostra: Infanzia Rubata. Lewis Hine, le immagini che turbarono l’America. La mostra è stata fortemente voluta e autoprodotta da Rodolfo Suppo, titolare dello studio Fuocofisso di Torino, coadiuvato da Carmen Di Vuolo, progettista del catalogo.

Le fotografie si riferiscono all’arco di tempo compreso tra il 1908 e il 1918, quando, su incarico del National Child Labor Committee di New York, Hine percorre in lungo e in largo ventotto Stati americani per testimoniare e denunciare davanti all’opinione pubblica del suo Paese la drammatica condizione del lavoro minorile nelle fabbriche, nelle città, nelle campagne, nei porti, nelle miniere e nelle abitazioni domestiche.

In questi ultimi anni l’attenzione verso questo grande autore americano, ingiustamente relegato nell’oblio fino alla soglia degli anni ‘80 del Novecento, è cresciuta in maniera continua. Parigi, New York, Rotterdam, Milano, Madrid, Wintherturp, Bratislava, per citare solo alcuni significativi esempi, hanno organizzato mostre su di lui, offrendo una panoramica complessiva di tutta la sua attività fotografica.

La mostra di Chivasso si limita ad esporre le fotografie che trattano del lavoro minorile, rappresentando tuttavia, in quest’ambito circoscritto, la rassegna più completa ed esaustiva mai realizzata fino ad oggi in Italia e all’estero. Le immagini, stampate in grandi dimensioni, sono il frutto di un’accurata selezione svolta sul materiale raccolto da Suppo sul sito messo a disposizione del pubblico dalla Library of Congress di  Washington D.C. (un archivio di oltre 5.000 fotografie digitalizzate ad alta risoluzione).

La rassegna, che si concluderà il 3 novembre, oltre a far conoscere al pubblico italiano uno dei più grandi autori della fotografia del secolo scorso, si propone di riportare al centro dell’attenzione il tema del lavoro, evidenziando alcuni aspetti anche drammatici che lo hanno caratterizzato nel corso della storia. I promotori e i curatori della rassegna intendono riavvicinare in particolar modo i giovani alla riflessione su questa realtà, fondamentale per il futuro delle nuove generazioni e per la società in cui viviamo.

(testo basato sul comunicato stampa di Raffaella Bellucci Sessa, Direttrice della Fondazione Colonnetti di Torino)


INFANZIA RUBATA
Lewis Hine, le immagini
che turbarono l'America


5 ottobre - 3 novembre 2013


Palazzo Einaudi
Piazza d'Armi 6, Chivasso.

Inaugurazione il 5 novembre 2013 alle 17:30


Orario di apertura: tutti i giorni, 10-12 e 16:30-19.


Info: info@fuocofisso.it


Alto Patrocinio del Presidente della Repubblica
Città di Chivasso
Fondazione Alberto Colonnetti


Si ringraziano per la collaborazione Giovanni Carlo Bonotto (autore del saggio iniziale del catalogo), Marta Cena ed Elisa Mosca.


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CONFINI 11, la rassegna ha inizio.


©2013 Domenico Cipollina.

CONFINI 11

La rassegna italiana
di fotografia contemporanea

Roma, Gorla Maggiore, Milano, Genova,  Torino,
Trieste, Venezia-Mestre, Pistoia.

"La disponibilità di nuovi strumenti, la seduzione del post-moderno e la molteplicità dei media che caratterizzano la nostra epoca hanno allargato la visione di molti fotografi e stiamo assistendo al definitivo abbattimento dei confini tra la fotografia e le altre forme d'arte.  Confini è la rassegna delle contaminazioni tecniche e linguistiche".  Con queste parole venivano tracciate nel 2001 le linee guida di un progetto che si conferma come un momento di verifica e di incontro con gli autori che utilizzano la fotografia in modo creativo al di fuori dalle convenzioni.

La rassegna Confini é ormai giunta alla sua undicesima  edizione e si è imposta come  principale appuntamento annuale in Italia per presentare nuovi artisti fra quanti propongono un modo alternativo di immaginare la fotografia; autori che, forti di un proprio linguaggio, ci mostrano la loro visione della realtà.

Oggi Confini conta location e partner di grande rilievo nel panorama della fotografia italiana: Clelia Belgrado (VisionQuest), Leo Brogioni (Polifemo Fotografia), Fulvio Bortolozzo (Camera Doppia), Maurizio Chelucci (MassenzioArte), Fulvio Merlak (Sala Fenice), Francesco Tei (PhotoGallery), Fausto Raschiatore (CivicoCinque), Sandro Iovine (Il Fotografo), Claudio Argentiero (Archivio Fotografico Italiano), Angelo Cucchetto (Photographers.it).

Partner che compongono anche la giuria che dopo un’attenta e difficile selezione ha scelto ben 5 autori fra i partecipanti al bando pubblico promosso da Photographers.it ed uno fra gli autori indicati dai curatori.

Nino Cannizzaro  - Quando Jupiter guardava a est

Domenico Cipollina - Paesaggio in corso

Alessandro Cirillo - Genos

Fabrizio Intonti - Metanimalia

Carmen Mitrotta – Death foods for new worlds

Michele Ranzani - Interno con figure

Proprio l’alta qualità dei lavori è stata una gradevole difficoltà per tutti i membri della giuria che avrebbero inserito più autori nella mostra itinerante. Per dare comunque risalto a quanti sono stati inizialmente selezionati,  ma poi non esposti, Confini ne farà conoscere sul proprio sito i lavori in una apposita rubrica mensile. I partecipanti al bando pubblico segnalati dalla giuria sono  visibili al link  http://www.photographers.it/bandichiusi.php?id=35.

Un'anteprima dei progetti di Confini11 sarà proiettata  a Roma Domenica 20 ottobre alle 14,00 durante i Photographers Days da Visiva, la città dell'immagine in via Assisi 117 a Roma.



CONFINI 11

Direttore Artistico: Maurizio Chelucci

Autori: Nino Cannizzaro, Domenico Cipollina, Alessandro Cirillo, Fabrizio Intonti, Carmen Mitrotta, Michele Ranzani


Date:
da ottobre 2013 ad ottobre 2014
Milano chiuderà per le festività natalizie dal 21/12/13 a 6/1/2014

Sedi:
27 /10 - 3/11 2013
Gorla Maggiore (Va) -Torre Colombera, Via Canton Lombardo
a cura di Archivio Fotografico Italiano

14/11 -23/11 2013
Roma, ISA - via Del Commercio 13
a cura di MassenzioArte

2/12 2013 - 17/1 2014
Milano,  Polifemo - via Procaccini 4
a cura di Polifemo Fotografia

30/1 – 15/2 2014
Genova, Vision Quest - Piazza Invrea 4r
a cura di VisionQuest

3/3 – 15/3 2014
Torino,  Spazio Giotto  - via Giotto 11
a cura di Camera Doppia

16 /4 - 16 /5 2014
Trieste, Galleria Fenice - Galleria Fenice 22
a cura di Sala Fenice

8/9 - 5 /10 2014
Venezia/Mestre, Centro Culturale Candiani - Piazzale Candiani, 7
a cura di CivicoCinque

ottobre 2014
Pistoia, ex stabilimenti Permaflex
a cura PhotoGallery e MassenzioArte


Sito: www.confini.euwww.photogallery.it
Email: confinifotografiacontemporanea@gmail.com 
Comunicato Stampa in PDF: www.confini.eu/confini11/Confini11.pdf
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Noi facciamo il resto.

Bazzico su Facebook già da qualche anno. Tra i tanti difetti di questo social network, esistono però anche alcuni pregi che me lo rendono necessario.

Uno dei più importanti è che ho potuto entrare in contatto con persone davvero speciali, che altrimenti difficilmente avrei conosciuto, e con le quali condivido lo stesso interesse per il fotografico e dintorni.

Il problema è però che nel fluire torrenziale e incessante della timeline si rischia di perdersi molto di quanto viene postato; lo stesso scambio di commenti resta poi molto frammentario. Per dare spazio allo scambio di informazioni e alla conoscenza reciproca ho pensato giusto ieri di avviare un nuovo gruppo di discussione. Il luogo è chiuso alla visibilità esterna, per dare modo a chi ne fa parte di intervenire nella massima libertà di espressione, ma resta aperto alle domande di iscrizione di chi ritenesse di potervi contribuire utilmente. Richiamandomi ad un post recentemente pubblicato su questo blog, ho pensato di intitolare il gruppo We Do the Rest. Ed ecco come viene presentato agli iscritti:

"Noi facciamo il resto". La seconda parte del famoso slogan della Kodak apre la strada a forme di relazione con il fotografico tutte da esplorare. Questo gruppo quindi si rivolge a chi usa una fotocamera per aumentare la propria conoscenza sullo stare al mondo. Per chi si limita a schiacciare il bottone, ci sono innumerevoli altri luoghi dove poter continuare a socializzare e divertirsi. Sono ben accette opere fotografiche singole o in serie, riflessioni sul fotografico e dintorni, commenti critici su quanto pubblicato, notizie e link di siti o eventi culturali inerenti al fotografico. Si prega di astenersi da inserzioni pubblicitarie e commerciali, anche se del settore. Tutti i contenuti non ritenuti idonei, a insindacabile giudizio dell'amministratore, verranno rimossi appena possibile.

Per chi fosse dell'idea di chiedere di farne parte, potendo portarvi dei contributi utili, ecco il link:
https://www.facebook.com/groups/wedotherest/






Veloce, lento o di qualità?

©2010 Fulvio Bortolozzo.
Intervengo con piacere in un discorso aperto da Sandro Bini sul suo blog Binitudini e proseguito da Rosa Maria Puglisi su Lo specchio incerto. Ad essi rimando direttamente chi desiderasse seguire dall'inizio i ragionamenti messi in campo.

In estrema sintesi, il tema è quello dei cambiamenti, direi antropologici, che stanno avvenendo nel mondo fotografico per l'avvento delle tecnologie smart di produzione e condivisione delle immagini.

La contrapposizione messa in evidenza da Sandro è quella tra la fotografia fatta con il cellulare, diffusa quasi all'istante in rete, e la  tradizionale fotografia lenta che prevede la ripresa (magari su pellicola), lo sviluppo (o la postproduzione), la selezione delle immagini e alla fine la presentazione al pubblico: di amici e parenti, come nelle fantozziane serate di proiezione delle diapositive d'antan, o anche ai visitatori di mostre e ai lettori di edizioni cartacee, nel caso di lavori professionali, d'arte o di "amatorialismo evoluto" (resta poi da capire quale Darwin abbia deciso chi è evoluto e chi no...) .

Il dilemma quindi è se non si sia perso per strada qualcosa di essenziale nel passaggio dalla procedura lenta a quella veloce e se non ci sia un vantaggio a favore della prima che merita ampiamente di essere recuperato. Sandro sembra pensare di sì, o almeno così capisco io, e Rosa Maria invece è più cauta, non attribuendo necessariamente ad una procedura il fatto di essere migliore di un'altra.

Io proporrei ai miei gentili amici di blogging di mettere al centro della conversazione il tema della qualità. Un fotografico di qualità, quali caratteristiche dovrebbe avere per essere riconosciuto come tale? Dove per fotografico intendo non solo un gesto tecnico specifico, ma proprio un approccio concettuale all'immagine profondamente influenzato dalla possibilità, ormai semplificata e diffusissima, di poter ottenere immagini durevoli mettendo in azione appositi congegni.

In proposito, prima di passare la palla, dico la mia. Un possibile metodo per dividere il grano dal loglio potrebbe essere quello di provare a valutare se una data immagine fotografica, o serie d'immagini, abbia una qualche chance di poter diventare un classico (in senso calviniano) o invece non possa serenamente essere vista e poi dimenticata. Nella storia della fotografia, almeno quella fin qui tramandata, solo difatti le fotografie che hanno saputo superare la loro epoca di produzione, rimanendo fonte d'interesse per le generazioni successive, hanno dato concreta dimostrazione di possedere una qualche effettiva qualità. Qualità culturale in senso ampio, non solo artistica quindi. Certo anche il criterio di qualità è soggetto alle oscillazioni del gusto e quindi immagini che oggi si possono sentire come orrende (vedi un mio post, per esempio), potrebbero un domani essere persino rivalutate. Resta però il fatto che almeno il dibattito si sposterebbe dalle procedure, dalle tecnologie e dalle questioni più o meno estetiche alla questione fondamentale: la qualità. Per come si può capirla e riconoscerla nel corso del tempo.
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Kabir Nouvelle Vague

©2013-2007 Fulvio Bortolozzo.
2007-2013 (trittico)
Una fabbrica abbandonata di Torino diventata abitazione precaria di vite difficili. Qualcosa però è accaduto. Restano, tra il disordine dell'abbandono, due fotoritratti. Due persone giovani, una donna e un uomo, magrebini penso. Due fotolaboratori diversi li hanno realizzati: Kabir e Nouvelle Vague. Altro non so. Forse potrei telefonare, i numeri sui cartoncini ci sono. Ma quello che mi interessa sapere è già qui, davanti a me.


 

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