La dittatura degli ignoranti.

Viviamo un tempo nuovo, già da un po' a dire il vero, nel quale il contrario della conoscenza, l'ignoranza, è divenuto un valore positivo e per questo praticato con soddisfazione, facendosene pure vanto.

La ribellione iniziò dalle parti del '68, quand'ero ancora un bambino. Lentamente, ma implacabilmente, alcune figure sociali di riferimento, come il maestro, il professore, l'intellettuale, l'esperto, insomma tutte quelle persone che avevano dedicato molti anni della loro vita ad acquisire conoscenze specifiche vennero via via perdendo di autorevolezza.

Prima bastava un loro cenno per zittire chi osava interloquire inadeguatamente su discorsi di loro competenza, poi pian piano si iniziò a "contestare" quello che dicevano, senza però sovente portare argomenti contrari di un qualche razionale valore critico.

Un modello di cultura autoritaria e gerarchica, basata sull'autoreferenzialità reciproca dei suoi componenti dominanti, si sgretolava sotto i colpi dell'opposizione dei discenti, sempre meno convinti che ciò che veniva loro ammannito fosse davvero meritevole di apprendimento.

Sembrava l'inizio di un'epoca felice e libertaria dove ciascuno poteva decidere per se stesso cosa imparare o anche di non imparare un bel nulla. Viva la libertà culturale nella quale tutto quello che c'è da capire e sapere lo si decide senza condizionamenti altrui.

Già. Evviva. Peccato che la conoscenza inizi proprio dalla presa di coscienza della propria ignoranza. L'ignorante soddisfatto di esserlo è l'essere più felice che esista sulla Terra. E chi l'ammazza? Mangia, beve, dorme, "fa all'ammore", sentenzia su tutto e tutto gli appare semplicissimo: bene e male, bianco o nero. Non si può sbagliare mai, perché solo certezze e sicurezze albergano nel suo spazioso, in quanto deneuronalizzato, cranio.

Chi cerca invece di sfuggire, scioccamente, a questa sublime condizione edenica si trova in guai serissimi. Tutto diventa complicato, ambiguo, inspiegabile persino. Insomma, conoscere equivale a voler coraggiosamente affacciarsi oltre il ciglio dell'abisso di ignoranza in cui si era fin lì vissuti. Ma la salita riserva sorprese, errori, ritorni al punto di partenza e, soprattutto, ogni cengia conquistata, che pare già ben in alto, rivela che ce n'è un'altra ancora sopra, e poi un'altra e la salita non finisce mai. Sì, perché conoscere significa scoprire che quanto non si conosce è immenso e ad ogni passo l'immensità aumenta.

Perché allora dannarsi l'anima in questo modo orribile? Meglio, molto meglio rimestare sul fondo melmoso dell'abisso, evitare ogni rapporto con i pazzi che vorrebbero farci salire, con la speranza di uscirne. Anzi, aiutiamoli a guarire, contestiamo i maestri, spieghiamo ai professori come si insegna, agli esperti quello che devono sapere, abbiamo tutti un cugino che ne sa più di loro.

Riduciamo all'impotenza questa minoranza di arroganti saputelli che pretendono di spiegarci cose che non ci servono per nulla. Mettiamo al loro posto gente comprensibile, che dice e fa cose che si conoscono e si fanno. Rassicura vivere al calduccio della propria condivisa ignoranza.

Spero vivamente che la ricreazione finisca prima o poi e che arrivi il momento in cui alle moltitudini di teste affioranti dalla melma dell'abisso venga dato l'ordine di tornare a sedersi, immergendosi così del tutto. Dalla mia piccola cengia poco sopra la melma non verserò nemmeno una lacrima di commiserazione.

Sono ignorante, e tanto, ma non mi piace esserlo e ogni giorno che mi resta combatterò questa mia condizione indegna di un essere davvero umano. Gli altri facciano un po' come vogliono. Viva la libertà!