Fotografia criminale (parte I).


Per qualche congiunzione astrale, in questo momento ben tre mostre torinesi contengono riferimenti più o meno diretti alla fotografia criminale. Intesa come applicazione scientifica della tecnica fotografica allo scopo di determinare la veridicità di alcuni fenomeni. Non tanto documento quindi, quanto vera e propria "prova", processuale persino. Sarebbe per questo piuttosto interessante metterle insieme in un unico testo, ma per non tediare oltre misura con pistolotti chilometrici inadatti ad un blog, ne scriverò in tre articoli separati.


Inizio dalla mostra più ampia e ambiziosa. Quella ospitata da Camera, Centro Italiano per la Fotografia. Si tratta della seconda mostra dopo quella d'apertura, l'antologica dedicata a Boris Mikhailov. Il titolo è "Sulla scena del crimine. La prova dell’immagine dalla Sindone ai droni. Una coproduzione franco-anglo-olandese ideata da Diane Dufour e altri, nella versione allestita per Camera da Marco Palmieri.


Il tema della crime scene è certamente stimolante, per via delle molte ricadute che continua ad avere in arte contemporanea, ma in realtà tutto si risolve nella presentazione di alcuni casi di studio, discontinui per epoca e ambito — tra cui per sommi capi quello sindonico, ma senza nessuna citazione dell'archivio Lombroso, per esempio —, che rimangono tuttavia all'interno di un interesse tecnico-scientifico. Qualcosa che avrei visto bene in un Museo di Scienze e Tecnologia per intenderci.


Forse però sono stato disorientato dall'aspettativa che mi ero creato alla prima mostra: quella di veder nascere finalmente un'istituizione in grado di sostenere il lavoro autoriale, non importa se nostrano o straniero, anche secondo una logica innovativa di scambi con istituzioni estere, perché no. Non certo quindi un Museo della Fotografia concepito come contenitore di tutto ciò che può essere fotografico: dalla medicina, all'astrofisica via, via fino alle gallerie d'arte.


Per fortuna alla fine del percorso espositivo, invero un poco claustrofobico, si arriva all'oasi Lise Sarfati, fatta di luce, spazio e alcune stampe di grandi dimensioni di Oh Man, un suo lavoro recente. Il concetto che lo regge non è fortissimo, ma riesce comunque a risollevare il morale.


Nel corridoio poi sono esposte alcune stampe spillate di Antonio Ottomanelli dalla serie Kabul + Bagdad. Un approccio interessante al tema della fotografia dei teatri di guerra, in specie di ambito urbano.

Stavolta infine va rilevato che il Leica Store, non fa gioco di squadra è presenta stampe di fotografia sportiva automobilistica che vogliono dimostrare le strabilianti qualità tecniche delle preziose fotocamere del marchio.

Insomma, se son rose fioriranno...