Ai sassi, ai biscotti e alle nuvole.

©2014 Fulvio Bortolozzo.
Non funziona così, o almeno non dovrebbe. Una fotografia non è un sasso che può assumere ogni sembianza proiettatagli sopra a capriccio di chi lo tiene in mano. Non è un biscotto, il cui profumo o sapore riporta ai tempi "che furono" di chi lo sta mordicchiando. Non è una nuvola che per pochi istanti assume le forme del desiderio di chi la trattiene negli occhi. No, non è questo. O meglio, può esserlo perché non c'è modo di impedire a nessuno di fare e capire ciò che vuole di qualsiasi cosa, ma certo è un pessimo modo, autoreferenziale fino alla più estrema vanità, di costruire una relazione con una fotografia.

Sì, siamo animali "psicologici", i più complessi mai apparsi sul pianeta. Tutto soggiace ai nostri flussi psichici, ogni istante del nostro esistere ne è permeato completamente. Il successo di questa nostra specie sociale mortifera e implacabimente distruttrice di risorse è proprio lì. Però c'è un limite a tutto questo. Debole, incerto, ma c'è. Una parte del nostro essere organizza le cose in modo diverso, che si usa definire "razionale". Un prima e un dopo, causa ed effetto, dire per fare, rifare per migliorare. Catene logiche di pensiero che conducono anche a svariate mostruosità, come le troppe novecentesche, ma non solo.

Sono in ritardo di circa tre secoli, lo so. Non penso però di cercare di colmarlo questo ritardo, di affrettarmi a raggiungere l'epoca del post-tutto. Resto fedele alle promesse del secolo dei Lumi. Non a caso come metafora si scelse la luce. Una radiazione, pare, che grazie al sistema biologico occhio/cervello, porta conoscenza, comprensione. A patto di saperla ricevere in modo aperto a ciò che ne viene riflesso sulla retina. Non leggere, non interpretare, non riempire ogni percezione visiva di concetti, pensieri, sensazioni che la trascendono, la precedono e la imprigionano in schemi della mente, impedendo così alla luce di entrare nel nostro cervello e di agire veramente con tutta la sua efficacia.

L'ho presa larga, Sì, troppo. Ma tutto si tiene. In una fotografia, c'è posto per tutto e il contrario di tutto, ma qualcuno l'ha presa mettendosi davanti a qualcosa e prendendola l'ha riempita di sè, di ciò che sapeva e di ciò che ha saputo, forse, solo dopo averla fatta, magari tanto tempo dopo averla fatta. Forse partire da lì e restare lì, nelle vicinanze dell'origine di quella traccia, è il modo migliore di mettersi in relazione con una fotografia. Lasciando il resto delle fantasticherie ai sassi, ai biscotti e alle nuvole.

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