Più forte della propria.

La libertà dell'essere umano è forse l'aspetto che più connota la civiltà occidentale tra le altre del pianeta. Oggi questo diritto fondamentale a decidere di se stessi e del proprio destino è soggetto a sempre più sanguinosi tentativi di soppressione.

In apparenza i motivi sono di natura religiosa, nella realtà dei fatti però si tratta dell'eterno conflitto tra la libertà e la forza. Il pendolo della storia oscilla tra l'una e l'altra senza mai trovare il punto d'equilibrio definitivo e mai lo potrà trovare. La libertà difatti  non può essere davvero esercitata senza che l'uso della forza sia messo a sua difesa, come monito a chi osasse minacciarla. Questo accade perché la massima espressione di libertà risiede proprio nella capacità di usare la forza a piacimento, senza che alcuna altra forza, e quindi altra libertà, riesca a impedirlo. I latini la chiamavano "pax romana".

Risiede per questo nella libertà stessa il seme che ne può determinare la soppressione. Il suo eccesso provoca soprusi, ovvero invasioni di libertà altrui, e alimenta reazioni di forze ostili.

Non resta perciò che imparare ad esercitare la propria libertà in modo empatico e prudente, commisurato alla forza a disposizione per la sua difesa e alla necessità imprescindibile di non invadere le libertà altrui. Oppure prepararsi a rinunciarvi per obbedire infine, per forza, a qualche libertà più forte della propria.


Almeno per adesso.

I flussi mediatici del momento mostrano un bambino siriano di Aleppo coperto di polvere scura su tutto il corpo, vestito come vestivano me alla sua età, con molto sangue sul volto. Sta seduto attonito sul grande sedile arancione di un'ambulanza. Il tutto avvolto in una luce forte e fredda, quasi da studio fotografico.

Interessante notare che è un frame di un video. Lo scrivo perché penso sia un'immagine che può piacere davvero molto ai giurati del prossimo World Press Photo e quindi potrebbero anche nell'occasione sdoganare la videocamera come strumento fotografico. Tanto le più recenti fotocamere sono già delle videocamere di alta qualità. Quindi il momento decisivo e bla bla bla non è altro oggi che uno dei 25 fotogrammi ripresi in un dato tempo, basta scegliere quello giusto, dopo, con tutta calma.

Quello giusto per cosa? In questo caso, per fornire ai flussi mediatici un'immagine semplice ed efficace, facile da vedere e ricordare, non troppo cruda, ma abbastanza da commuovere. Insomma l'icona che ci vuole per orientare l'attenzione dei medializzati verso la tragedia umana in corso in Siria. Come lo fu, tempo addietro, quella del bimbo morto su una spiaggia. Sempre vestito come me alla sua età e in una posizione da bambolotto senza vita che non poteva lasciare indifferenti.

I bambini, non solo in Siria, muoiono ogni giorno come le mosche in tutto il mondo. Per fame, in genere, ma anche per malattie e violenze varie. Per quanti ne muoiono ne nascono altri, anche di più, che affrontano pericoli estremi nel tentativo di diventare adulti. L'UNICEF, per citare una delle istituzioni più famose sul tema, ci sbatte il capo da anni fino alla disperazione. Però tutti questi morti non suscitano sufficiente emozione perché milioni di adulti si sollevino una buona volta tutti insieme per porre fine a questo infanticidio.

Non resta che anestetizzarsi con un'icona come quella del bimbo di Aleppo, che ti assomiglia, che assomiglia a com'eri tu quando ti tenevano in braccio i tuoi genitori o i tuoi zii e nonni. Sei tu, ce l'hai fatta, non sei finito in quel modo lì, morirai d'altro, da adulto. La televisione si può spegnere, il cellulare anche, il computer pure. Basta che qui non capiti niente. Almeno per adesso.




Io fotografo.

Lo so come funziona.
Arrivi ad un punto che ti sembra quasi di impazzire. Chi ti è vicino sembra non capire nulla o all'improvviso ti rendi conto che non può capire nulla. Le parole ci sarebbero forse, ma ce ne vorrebbero troppe e poi? A cosa varrebbe? Una volta che l'hai detto, il silenzio stupefatto finirebbe per seppellirti in una solitudine anche peggiore. Non c'è speranza, senti qualcosa che è chiaro solo a te, dannatamente solo a te.

Il bisogno nasce così. Come una fame improvvisa e irrefrenabile da soddisfare subito. Ti prende proprio alle viscere e non ti lascia. Non puoi far finta che tutto sia come prima, devi per forza tirar fuori quello che ti sta arroventando la testa. Con quello che sai, con quello che puoi. C'è chi usa una penna, altri usano uno scalpello. Io fotografo.

REST 01/08/2016

























REST contains photographs without words.
The photographers selected for REST carry out good projects with interesting pictures.

REST wants to change the priority. The visual perception is the first form of knowledge: instinctive, pre-verbal. If you need words, ask the photographers directly.

REST thinks: if an image doesn't work, a hundred, a thousand, or a million words won't be enough to save it.

Photographers:
Franco BORRELLI, Matteo GALLO, Sophie-Anne HERIN, Mattia PALADINI, Luana RIGOLLI, Marco VERGANO.


Preview and buy.

REST 01/08/2016
BORRELLI GALLO HERIN
PALADINI RIGOLLI VERGANO
Format: US Letter.
64 pages; 50 colour plates.
ISBN: 9781367361331.
blurb.com




Previous issues.

REST 27/05/2016
FUSCO MENARELLO MORETTI

PISANI STOCCHI VITTORI

REST 29/02/2016
ALTERO-VINO CRAVERO DI FONZO
DI LEO LOMBARDO MASSA MICON


REST 13/12/2015
CREAZZO GHIO LABELLARTE
MINERVINI MONI TONOLLI


REST 09/08/2015
ARMENTANO GIACOBINO
GIANNOTTA QUIRINI RADO






REST, ©2015-2016 Fulvio Bortolozzo.
All Rights Reserved


Un momentaneo distacco dal corpo.

Se c'è una cosa che dovrebbe trovare tutti d'accordo è la relatività dell'esperienza di ciascun essere umano. Tutto inizia e finisce nel corpo, luogo insuperabile del nostro vivere. Gli umani nascono con un corpo e di quello vivono fino alla sua fine biologica.

Il mondo esiste in quanto risultato delle percezioni fisiche del corpo umano. Ciascuno quindi vive in un proprio mondo che negli anni ha imparato ad attraversare. La mente elabora di continuo i dati sensoriali fornendo in tempo reale, o quasi, la sintesi che serve per mantenere la vita nel corpo fino a che la natura non finirà per impedirlo.

Su queste basi, sembrerebbe che si sia condannati a vivere in un'assoluta soggettività e autoreferenzialità. Soccorre invece la comunanza di specie. Essendo tutti nella medesima condizione, esiste una "zona grigia" nella quale le singole esperienze possono sovrapporsi e risultare familiari e riconoscibili anche ad altri oltre al diretto interessato. Le immagini lavorano proprio in questo ambito e quelle fotografiche possono arrivare alle conseguenze più avanzate generando convincenti simulazioni visive del mondo. Così convincenti da poter essere abitate dalla mente operando un momentaneo distacco dal corpo.

Mi pare una sconfitta.

Ho potuto assistere alla presentazione finale del lavoro svolto dagli studenti del Masterclass Visual Storytelling in the Digital Age a cura dell'International Center of Photography di New York e svoltosi a Torino dal 4 al 29 luglio 2016 presso Camera Centro Italiano per la Fotografia.

Si trattava della prima volta che la rinomata scuola di fotografia americana portava in un'altra parte del mondo un programma così lungo da costituire un vero e proprio riassunto intensivo di un loro corso annuale. Occasione quindi eccezionale per i partecipanti di mettersi alla prova ad una piccola frazione del costo, davvero molto elevato, che avrebbero pagato per stare un anno a New York a frequentare l'ICP.

Il tema del corso torinese era incentrato sulle tecniche del racconto fotografico per il web 2.0. Purtroppo, per motivi miei di tempo, ho potuto vedere solo la prima parte dei lavori, ma ritengo siano stati sufficienti per farmi un'idea approssimata su quanto sia stato proposto agli allievi e da essi appreso.

In sintesi, l'orientamento prevalente è verso il multimediale. Brevi storie di pochi minuti, meno quindi di un documentario cinematografico corto, con degli inserti video girati dalla fotocamera, un parlato della persona oggetto della storia e immagini fotografiche fisse di precisazione del contesto. A volte con sottofondo musicale o anche solo con rumorismo in presa diretta.

Trovo che i partecipanti abbiano dato in generale una buona prova di loro stessi, il che avvalora il fatto che i docenti abbiano lavorato con successo. Se consideriamo poi che la lingua del corso era l'inglese e che i partecipanti non erano solo italiani, il lavoro svolto è stato ancora più efficace e riuscito.

Le mie perplessità non sono quindi rivolte verso la professionalità dei docenti o le capacità dimostrate dagli allievi, ma proprio verso il concetto di visual storytelling messo in atto. Mi pare che sia un'applicazione del fotografico molto riduttiva e rivolta ad un pubblico di alfabetizzati connessi che abbiano scarse, o anche nulle, capacità di relazionarsi autonomamente con delle immagini senza l'aiutino delle stampelle di parole e suoni/rumori. Scivoliamo quindi in un terreno vago che si avvicina al cinema documentario, assorbendone alcune caratteristiche fondamentali, dove la visione delle immagini fotografiche fisse si disperde nel flusso temporale prestabilito. Capisco che "il mitico mercato" possa chiedere questo, non so poi fino a che punto, ma già il cinema è da sempre "fotografia che ti illude di muoversi". Capirai la novità...

Fosse una scuola di cinema, lo comprenderei molto bene. Per una scuola di fotografia invece mi pare una sconfitta.


Scusate il francese.

La misura del tempo è il denaro, così come quella del denaro è il tempo. Più tempo a disposizione per se stessi equivale a meno denaro guadagnato e viceversa. Con le dovute eccezioni, perché se qualcuno prima di noi ha sacrificato il suo tempo per guadagnare denaro in eccesso rispetto alla durata della sua esistenza, questo può essere speso per avere tempo libero dalla necessità di guadagnare nuovo denaro per vivere. In ogni caso il denaro non si crea e non si distrugge, passa semplicemente di mano. La vita no. Ha un inizio e una fine. Quindi il tempo esistenziale non è una variabile infinita, come lo è invece potenzialmente il denaro.

Misurare il tempo della vita con il denaro è quindi un errore, come il sommare mele con pere. Sono cose ben diverse e separate. La vita è unica, irripetibile e scorre inesorabilmente verso la sua fine. Non c'è davvero nessuna quantità di denaro che possa compensare una singola vita umana.

In linea di principio, ogni essere umano dovrebbe perciò poter vivere pienamente seguendo i propri desideri, e persino capricci, nel limite dei desideri, e capricci, altrui. Il mondo però è come la vita: una entità finita, con un limite fisico insuperabile. Più esseri umani vivono, meno spazio vitale c'è per ciascuno di loro. La scarsità, il limite, è all'origine del prezzo di una vita. Non in tutto il mondo questo prezzo è uguale. A stabilirlo sono diversi fattori, il primo dei quali è l'economia di mercato, quella basata sul denaro.

Ogni essere umano ha un prezzo per il suo tempo esistenziale e non dipende dalla sua volontà che in minima parte. A decidere il prezzo è quanto sono disposti altri umani a riconoscergli come controvalore del suo tempo. La domanda determina il prezzo dell'offerta, non viceversa. La rarità dei risultati ottenuti dal tempo esistenziale di un essere umano fa aumentare il prezzo, ma solo se c'è una domanda capace di apprezzare e richiedere quei risultati. In ultima istanza, la nostra vita dipende da quanto gli altri esseri umani sono disposti a spendere perché essa continui.

Comperare un paio di scarpe a 5 euro è uno dei modi perché qualcuno continui a vivere, ma male, molto male. Accettare di rimandare l'acquisto e pagare 100 euro per scarpe realizzate nel rispetto delle vite di chi le produce, il che significa che quel tempo è pagato in modo congruo per condurre una vita dignitosa oltre la soglia della pura sussistenza, è un modo per riportare il denaro al servizio della vita umana.

Tutto il pistolotto per dire che sono gli schiavi a tenere in schiavitù gli altri schiavi, per godere di qualche piccolo vantaggio materiale immediato. Aveva ragione il buon vecchio zio Marx, senza la coscienza, non necessariamente e solo di classe, il mondo è un'immensa montagna di merda. Scusate il francese.


In qualche modo arginata.

Ci sono delle componenti basilari nella produzione di immagini contemporanea che non possono facilmente prescindere dal livello tecnologico raggiunto dalla comunicazione telematica.

Penso che chiunque dia per scontato di poter vedere sostanzialmente qualsiasi cosa dal suo smartphone. Lo smartphone e similari strumenti mobili di connessione, molto più di quanto a suo tempo fece il personal computer, costituiscono in ogni ambito la principale fonte di relazione e informazione interpersonale a distanza. A volte è persino così invasiva da sostituirsi alla relazione diretta anche tra le pareti domestiche (inviare un WhatsApp al figlio barricato nella sua stanza per dirgli che la pappa è pronta, invece di andarlo a stanare di persona, non è più un comportamento così surreale come sarebbe potuto sembrare fino a pochi anni fa).

Ne consegue che l'educazione visiva, la capacità di guardare e capire le immagini, è una pratica autodidattica che si svolge ogni giorno inconsapevolmente sui display, come prima si svolgeva sul monitor dei PC, prima ancora sugli schermi dei televisori e prima di tutto su quelli del cinema.

Sostanzialmente viviamo in un mondo iperfotografico, dove tutto viene visto per tramite di sistemi elettronici ottico-fotografici su schermi in prevalenza retroilluminati. Una realtà che non è più parallela, ma primaria. Le teste chine degli umani sui loro smartphone et similia ovunque essi siano o qualsiasi movimento stiano facendo, ne è la riprova quotidiana. Il mondo potrebbe anche smettere di esistere all'improvviso, nessuno se ne accorgerebbe finché durasse la connessione, tanto si vive tutti ormai su un pianeta duplicato all'infinito. Ansia di immortalità, in qualche modo arginata.



Stieglitz secondo Frillici.

Ho dato una prima lettura al breve saggio di Pier Francesco Frillici intitolato L'esperienza del risveglio - Alfred Stieglitz nella fotografia e nell'arte del suo tempo A pubblicarlo è l'Editrice Quinlan di Roberto Maggiori. Non sarò mai abbastanza grato all'intensità e qualità delle scelte editoriali di Maggiori. Un nutrimento più unico che raro nel panorama culturale italiano.

Di Frillici avevo già molto apprezzato Sulle strade del reportage - L'odissea fotografica di Walker Evans, Robert Frank, Lee Friedlander, edito sempre da Maggiori. Come in quel caso, anche ora riesce a dare prospettive nuove di lettura su autori ed eventi ai quali in apparenza sembrerebbe impossibile aggiungere qualcosa.

La vicenda umana e artistica di Alfred Stieglitz è nodale per comprendere gli sviluppi dell'arte moderna negli Stati Uniti e non solo. Il fatto di essere partito dall'ambiente del Pittorialismo fotografico  ha impedito a lungo il riconoscimento complessivo del suo operato. Anni fa trovai persino un testo nel quale veniva citato solo come importante collezionista e gallerista di pittura, senza il minimo cenno al suo essere innanzitutto un artista che si esprimeva nel fotografico.

Il merito principale di Frillici è quello di ricollocarlo nella posizione che gli compete, al centro del dibattito sull'arte, aggiungendovi addirittura un'interessante ipotesi critica, quella cioè di aver anticipato il superamento dell'arte come oggetto verso l'arte come esperienza condivisa, che solo in anni a noi più vicini ha trovato piena diffusione

Lì c'è del mio.

Un post solo per segnalare il cambio di nome del blog.
L'idea è quella di scrivere di quello che mi interessa, senza limiti di nessun genere. Alcune cose a cui fin qui mi sono dedicato con entusiasmo ora mi vanno strette. Il tempo passa, tutto scorre verso una fine, resistere alla corrente non mi è possibile, la seguo quindi con piccoli aggiustamenti di rotta. Lì c'è del mio.

Per tutto il tempo che serve.

Insomma, per farla breve, nei commenti degli amici di Facebook al post di ieri, emergono tre linee di pensiero.

La prima condivide la mia ipotesi sull'assenza di fiducia odierna nella possibilità del fotografico di veicolare senso con una serialità nuda e cruda. E qui emerge anche la tesi che la sfiducia nasca da incapacità dei "fotografi seriali" di far bene il loro lavoro, ma non era mia intenzione spingermi su un terreno critico così scivoloso.

La seconda propende per una "mutazione genetica", nella quale si perde la forma classica della serialità a favore delle commistioni con parole, impaginazioni, cartotecnica e altro, dove l'opera finale è un oggetto nel quale il fotografo interviene sì, ma solo in parte. Quindi prevale una logica di produzione collettiva, che coinvolge più figure e competenze, a meno che non siano riassunte in un'unica persona la quale però a questo punto non sarebbe solo un fotografo.

E qui nasce la terza possibilità: l'artista.
Ebbene sì, nel momento storico in cui fotografare equivale tecnicamente quasi come a bere un bicchier d'acqua, arriva la necessità di ricreare un distacco tra l'indifferenziata produzione tsunamica in costante aumento e qualcosa che si vorrebbe fosse "di più" (artistico?). Certamente da un file ad un oggetto, come il "libro d'artista" per esempio, già c'è un crollo verticale dei numeri. Ma restano numeri importanti, se li mettiamo a confronto con i numeri del mondo dell'arte contemporanea. Tanti libri d'artista circolano. Quasi più libri che potenziali acquirenti. E allora?

Soccorre forse ciò che accade in altri contesti. Per esempio, le parole sono liberamente e gratuitamente a disposizione di tutti. Per questo se ne consumano, in specie sulla rete, molte di più di quante davvero ne servirebbero. Ammetto subito di essere parte del problema, così risparmio di farmelo notare. Però nel flusso delle parole inutili, quelle importanti non hanno smesso di esistere. Sono più disperse e sommerse, ma esistono. Così nella musica e via dicendo.

Ritornando quindi al libro come contenitore di serialità fotografiche autonome, non penso proprio che sia diventato obsoleto a fronte di nuove e meravigliose possibilità visive, dal libro d'artista al multimediale 2.0. Semplicemente è un'opzione che più di un tempo richiede capacità di realizzazione e un pubblico in grado di guardare, e riguardare, ciascuna fotografia per tutto il tempo che serve.



Un oceano tutto nuovo.

Con questo post inizio a sperimentare una "versione mobile" della redazione del blog. Dallo smartphone tutto diventa rudimentale e devo per ora rinunciare alle immagini. Chiedo quindi perdono per ciò che non funzionerà come al solito.

Andando al dunque, sto notando come sia in aumento esponenziale la produzione di libri fotografici, in genere ma non solo autoprodotti, nei quali oggettualità e grafica prevalgono sul fotografico.

Per la mia esperienza e sensibilità, la forma "libro" o "album" è un contenitore che permette di presentare una serie di fotografie secondo un ordine autoriale non vincolato all'oggetto specifico, ma relativo al progetto originario.

Mi chiedo quindi se questa tendenza contemporanea non sia anche provocata da una perdita di fiducia nella possibilità che la serie fotografica sia ancora in grado di contenere un senso, almeno bastante, a venir rintracciato e compreso nel mare magno che inflaziona le esperienze visive in cui siamo costantemente, e sempre più, immersi. Per me lo è, ma sono un naufrago del mare novecentesco che si tiene a galla, spero, in un oceano tutto nuovo.

Più avanti nel tempo.

La prima serata del nuovo ciclo di incontri di Phom, stavolta dedicato al rapporto tra fotografia e parola, ha visto come protagonisti Giorgio Falco e Sabrina Ragucci, i co-autori dell'opera "Condominio oltremare", della quale ebbi già modo di scrivere su questo blog.

Trovate il post QUI.

Certamente ha ragione Marco Benna, il boss di Phom, quando dice che scopo degli incontri è quello di sentire dalla viva voce dei protagonisti quale sia la loro esperienza delle cose e il senso che pensano possa e debba avere ciò che fanno. Nel caso di Falco e Ragucci è stato proprio così. Avevo già espresso delle perplessità sulla coesione, a mio avviso mancata, tra le parole del romanzo breve di Giorgio Falco e le 59 fotografie di Sabrina Ragucci che vi si innestano in vario modo all'interno, con l'intenzione di creare un controcanto, un "innesco" come dicono loro, qualcosa in grado di espandere l'effetto delle parole e di introdurre ulteriori sfumature di pensiero attraverso l'evocazione muta, reticente anche, portata dal visivo delle fotografie.

Durante la serata lo scrittore ha presentato chiaramente il suo punto di vista sul rapporto con le immagini, ma anche con i suoni o con ogni altra esperienza fenomenica e sensoriale che possa alimentarne la letteratura. Difatti, a mio modesto parere di lettore, il romanzo riesce bene a combinare diversi apporti esperienziali, e solo in parte strettamente autobiografici, per costruire un'unità narrativa compiuta in se stessa, muovendosi per di più su vari registri stilistici.

Diverso il discorso per le fotografie, che seguono un'altra linea di osservazione dei luoghi. Pur basandosi su riferimenti precisi alla migliore fotografia contemporanea (L'autrice cita espressamente: il lavoro fotografico di Dan Graham; Lewis Baltz, che considera suo importante maestro; Guido Guidi e altri ancora) il corpo fotografico mantiene tuttavia una certa necessità di appoggiarsi alla parola scritta per trovare il suo compimento, finendo, a mio parere, per soggiacere al testo, più che accompagnarlo o contrappuntarlo.

Sia come sia, il loro libro l'ho comperato e lo conservo con piacere, in attesa di rileggerlo e riguardarlo ancora. Più avanti nel tempo.

Vale più di mille immagini.

Sto riemergendo da un fine settimana a Gonzaga, nell'Oltrepò mantovano, davvero appagante e intenso.

Le cronache storiche dicono che, in un giorno imprecisato del 1488, il signor Corradi, meglio conosciuto come Francesco II Gonzaga marchese di Mantova, cadesse da cavallo poco fuori del paese in direzione di Reggiolo. Non diventò per questo un santo, ma sopravvisse e un paio d'anni dopo iniziò a far costruire nel luogo miracoloso una chiesetta dedicata alla vergine Maria, con annesso convento e semplice ma delizioso chiostro. Ebbe quindi l'intuizione straordinaria, bisogna dargliene merito, che negli anni 2000 quella sarebbe stata la sede ideale per un Festival di fotografia organizzato dal Collettivo diecixdieci, ossia sei giovani gonzaghesi e limitrofi, di quelli che avercene di più in tutta Italia. Mi pare giusto ricordarne i nomi, da sinistra a destra come si vedono nella fotografia d'apertura di questo post: Giulio Gibertoni , Pietro Millenotti, Massimo Caramaschi, Damiano Bonazzi, Alessandro Malavasi, Luana Rigolli.

Han fatto tutto da soli e di testa loro, con il sostegno di altri giovani, Marco Brioni in primis, ma anche di Francesca e i suoi genitori della Taverna del Tasso a Brusatasso, che mi hanno visto naufragare dolcemente nelle meraviglie della loro tipica cucina mantovana fatta in casa. O anche con tutta l'ospitalità alberghiera locale, rappresentata da Il Rifugio, che di stelle ne ha due sull'insegna perché altre due qualche vandalo deve avergliele rubate nottetempo. Ora smetto però, ché senno sembro la pubblicità tv della chiesa cattolica per l'8 per mille. Comunque davvero, "chiedetelo a loro" perché questo piccolissimo Festival sia un così luminoso raggio di luce. E loro forse non sapranno cosa rispondervi perché son così, come li vedete nella fotografia. Se non fosse fuori moda si potrebbero definire "genuini": frutti di una campagna ancora generosa in qualche suo angolo più autentico. Grazie a loro ho potuto incontrare, nella situazione migliore possibile per conoscersi, autori mai visti prima o dare corpo e presenza ad autori conosciuti e anche a dei Resters con cui magari ci si trovava in We Do The Rest da tempo, o ancora stare insieme a chi già conoscevo, ma che per via della distanza non posso frequentare quanto vorrei, come l'amico Steve Bisson di Urbanautica, o infine ritrovare amici, anche del tutto inattesi, che mi han voluto sorprendere d'affetto.

Spero di aver lasciato, come sempre cerco di fare, qualcosa di utile a chi mi ha incontrato, qualcosa che sia d'aiuto nei percorsi di ciascuno, per quello che io posso capire e mettere a disposizione.

In ultimo un'osservazione fotografica. Prima di andare a Gonzaga la fotografia in posa dei sei giovani era per me come la mappa di qualcosa di sconosciuto. Solo Luana l'avevo già brevemente incontrata in altra occasione fotografica, ma gli altri erano un mistero. Oggi, ogni volto, ogni persona è qualcosa di vissuto. Nei loro occhi, nella loro postura, rivedo le cose accadute, i discorsi fatti, le esperienze condivise. La fotografia d'osservazione, anche se fatta in posa, ha questa magia. Non servono innumerevoli scatti di ogni cosa che capita mentre capita. Serve poco. Serve una descrizione fotografica di come sembrano le cose, qualcosa di così verosimile che ci si possa infilare dentro con la testa e sognare o ricordare. Una "vera fotografia" (cit. Gianni Berengo Gardin) vale più di mille immagini.

Può trovare qualche soddisfazione.

Tanti sono i motivi per cui si può decidere di mettere mano ad una fotocamera per prendere una fotografia di qualcosa. Nella maggior parte dei casi si fa per uno scopo utile. In altri casi potrebbe essere solo un'occasione di divertimento fine a se stessa. Vi sono anche casi nei quali prendere una fotografia è la risposta ad un bisogno, un'urgenza insopprimibile.

In genere, questi ultimi sono i casi nei quali la fotografia può diventare un'occasione di riflessione, di scoperta e di conoscenza. Ciò può avvenire perché l'immagine che si ottiene da una fotocamera ha inevitabilmente qualche relazione di verosimiglianza con il nostro modo di vedere, quello del sistema occhi/cervello.

Una verosimiglianza però fedele alle leggi fisiche cui è soggetto il congegno fotocamera. Quindi mai perfettamente sovrapponibile a quanto noi vediamo. C'è sempre uno scarto, una differenza. In quello scarto, in quella differenza, l'urgenza può trovare modo di placarsi, almeno in parte; il bisogno può trovare qualche soddisfazione.






L'italiano non è l'italiano.

In questi ultimi giorni la mia fiducia nella condivisione di un pensiero razionale è entrata in crisi. Osservo accadimenti e comportamenti dettati da un relativismo di comodo, che non ritiene più dirimenti i fatti, escludendoli dal ragionamento o peggio considerandoli come fossero semplici opinioni, di parì dignità quindi con ogni altra possibile.

Cerco per questo consolazione in uno dei maestri del pensiero, del ragionare.

 
Il magistrato si era intanto alzato ad accogliere il suo vecchio professore. «Con quale piacere la rivedo, dopo tanti anni!».
«Tanti: e mi pesano» convenne il professore.
«Ma che ne dice? Lei non è mutato per nulla, nell’aspetto».
«Lei sì» disse il professore con la solita franchezza.
«Questo maledetto lavoro… Ma perché mi dà del lei?».
«Come allora» disse il professore.
«Ma ormai…».
«No».
«Ma si ricorda di me?».
«Certo che mi ricordo».
«Posso permettermi di farle una domanda?… Poi gliene farò altre, di altra natura… Nei componimenti di italiano lei mi assegnava sempre un tre, perché copiavo. Ma una volta mi ha dato un cinque: perché?».
«Perché aveva copiato da un autore più intelligente».
Il magistrato scoppiò a ridere. «L’italiano: ero piuttosto debole in italiano. Ma, come vede, non è poi stato un gran guaio: sono qui, procuratore della Repubblica…».
«L’italiano non è l’italiano: è il ragionare» disse il professore. «Con meno italiano, lei sarebbe forse ancora più in alto».
La battuta era feroce. Il magistrato impallidì. E passò a un duro interrogatorio.

Leonardo Sciascia, "Una storia semplice", Ed. Adelphi (pagg. 43-44).

Bianco, ingenuo, valdostano.

È aperta da PHOS a Torino, una doppia personale di fotografia intitolata "Bianco - Ingenuo". Gli autori sono Sophie-Anne Herin e Mattia Paladini. Ad unirli è il luogo dove hanno preso le loro fotografie, che è anche il loro luogo di nascita: la Valle d'Aosta.
Il potere dell'immaginario collettivo sedimentato in chi non vi risiede, si mette subito in moto al solo leggere quel nome: alte montagne innevate, o verdissime d'estate, alpeggi, baite, cieli azzurri e pittorescamente attraversati da nuvole fioccose, succulenterie gastronomiche servite in ambienti impreziositi da legno e pietra lavorati da abili artigiani, ecc. ecc. Luoghi per vacanze meravigliose insomma.

Invece no. Esistono altre dimensioni esperienziali in quella valle, e nelle zone alpine in genere. In questo senso, la doppia personale è quanto mai felice nell'accostarne due molto distanti tra di loro che in sinergia disegnano iconografie inattese in grado di arricchire l'immaginario con altri aspetti fino ad ora non considerati.

©2015 Sophie-Anne Herin

Herin costruisce una vera e propria esperienza sensoriale allestendo una stanza della galleria con tre piccoli lightbox a parete immersi nel nero più profondo percorso da una sottile profumazione, come se ci si trovasse in una camera oscura sui generis. Nell'unica incerta e ipnotica luce dei lightbox, anche per via del lieve pulsare dei led, si intuiscono forme, più che vederle davvero. Rocce, versanti montani, vegetazione, evocazioni rossastre di qualcosa di magmatico. Una visione della montagna che rispecchia il sentire di chi ci è nato e vissuto in un rapporto di rispecchiamento psicologico ed esistenziale profondo. Il "bianco" del titolo suona paradossale in tutto questo nero da cui emergono vaghe forme rossastre. Tuttavia contiene una chiave interpretativa necessaria verso il candore di chi si apre al mondo senza barriere, senza pelle persino, sia come sia, purché sia vita vissuta.

A contraltare c'è l'ingenuità dichiarata da Paladini che invece attraversa un paesaggio valligiano urbanizzato. Luogo della contemporaneità con le sue strutture di servizio per le varie attività di collegamento, sportive, residenziali e produttive. La scelta iconografica segue la falsariga della tradizione neotopografica americana, nella quale anch'io mi riconosco e questo mi consente di "abitare" con una certa familiarità le fotografie esposte. La scelta delle luci, e quindi delle cromie, spinge su un piano di seduzione e meraviglia ciò che viene offerto nell'inquadratura. In questo risiede l'ingenuità apparente, nel non voler prendere una posizione critica verso l'incontro, ma di fermarsi prima, come un bambino che scopra cose mai viste e si stupisca, senza giudizio, senza opporvisi. In questo modo, seguendo il suggerimento dell'autore, possiamo recuperare inannzitutto il piano della presenza e della descrizione. Poi ognuno deciderà come classificare tutto questo. Dopo, a casa, con calma.

Chi può, vada a vedere questa iconografia della Valle d'Aosta esposta da Phos. Quando ripenserà a quella valle, immagini meno banali verranno alla mente e questo sarà un beneficio impagabile davvero.



PHOS

Centro Polifunzionale
per la Fotografia e le Arti Visive

Via Giambattista Vico, 1
10128, TORINO, Italia


Orari di apertura mostre:

Lun. Mer. Ven. 15.30 – 18.30

oppure su appuntamento


Info:
f+39 011 7604867
+39 333 7470186
phos@phosfotografia.it





Valore iconografico.

Il trasferimento in forma di fotografia dell'esperienza di osservazione in un luogo comporta lo spostamento definitivo di quell'esperienza nell'universo parallelo delle immagini. Questo significa che la relazione con ciò che "è stato" rimarrà recuperabile e osservabile solo attraverso l'immagine che ne deriva come traccia durevole.

L'idea che sia possibile proseguire l'esperienza di osservazione, o anche amplificarla e persino migliorarla per tramite di un'immagine che la trasferisca in un tempo e in uno spazio diversi, quasi sempre lontani e successivi al termine dell'esperienza, si sostiene su due considerazioni che vanno a loro volta osservate con attenzione.

La prima è che ci sia una contiguità verosimile dell'immagine fotografica con quanto è stato osservato direttamente. Questo si ottiene con la conoscenza e l'applicazione della tecnologia fotografica orientandola in modo che soddisfi al meglio lo scopo.

La seconda, più complessa, è che l'immagine contenga aspetti iconografici caratterizzanti dell'esperienza, pur in forma ridotta e parziale. Su questo punto però si rende necessaria l'azione del tempo nel lungo periodo. La sopravvivenza dell'immagine sarà difatti una concreta testimonianza del suo valore iconografico.

Fino a smarrirsi.

(...) non posso fare a meno di vedere la città come un grande corpo che respira, un corpo in crescita, in trasformazione, e mi interessa coglierne i segni, osservarne la forma, come il medico che indaga le modificazioni del corpo umano per leggerne la natura. Cerco incessantemente nuovi punti di vista, come se la città fosse un labirinto e lo sguardo vi cercasse un punto preciso di penetrazione.

Mi interessa leggere la sua dimensione estetica come sublimazione della sua morfologia. È per questo forse che il mio interesse e la mia attenzione non sono rivolti alla bellezza in sé, per esempio ai grandi monumenti  o all'architettura come espressione di cultura e storia, ma preferibilmente alla "città media" e in particolare alle periferie e alle zone medie, quelle nelle quali, dal punto di vista dell'architettura, la qualità dell'ambiente urbano si diluisce fino a smarrirsi.

Gabriele Basilico

Da:
Architetture, città, visioni
Riflessioni sulla fotografia

a cura di Andrea Lissoni
Paravia Bruno Mondadori Editori, Milano, 2007.
ISBN 9788842420484

Funzionare come immagini.

Nel momento in cui un'osservazione diretta dei fenomeni viene trasferita in fotografia avviene un cambiamento definitivo. Dell'esperienza in corso rimane solo una traccia ottica bidimensionale determinata dall'azione tecnica di un congegno che segue leggi fisiche di funzionamento. Questa traccia riporta l'azione della luce su una superficie ad essa sensibile. Azione simultanea che avviene durante un tempo dato di passaggio della luce attraverso l'apparato ottico, foss'anche un semplice foro.

Ciò che si ottiene, una fotografia, viene per convenzione chiamato anche "immagine". E qui nascono alcuni problemi causati dall'insufficienza del linguaggio scritto/verbale nel descrivere precisamente le cose, specie se complesse come quelle che si riuniscono nella parola "immagine".

Un'immagine è molte cose insieme. Partendo dalle più difficili da afferrare, si può dire che le immagini sono quelle figure effimere di cui facciamo esperienza specialmente nel sonno. I sogni senza immagini non esisterebbero. Evidentemente in noi avvengono dei "ribollimenti visivi" che si alimentano della materia portata nel corpo dall'attività bioculare dello stato di veglia. Questo rimescolamento è in grado di influenzare il nostro comportamento cosciente e forse persino di sostituirlo nei casi più gravi di perdita del controllo sulle nostre azioni. La metafora che mi viene più facile è quella del vulcano e del magma che in esso ribolle continuamente. Si tratta della materia plastica di cui è fatto il pianeta, ma allo stato ancora ipotetico. L'eruzione, distruttiva nell'immediato, rende possibile nel lungo periodo una rinascita planetaria in forme diverse e nuove.

Analogamente, le immagini interiori, di cui si può percepire l'agitarsi nel sogno, sono la fonte primaria di ciò che facciamo ogni giorno. Questa potente funzione esistenziale è apparsa evidente agli umani fin dai primordi della loro vita sulla Terra. Il controllo e il condizionamento dell'attività iconica di ciascun essere umano è stato sempre il terreno fondamentale di relazione e socialità. Per questo motivo, lavorare sul proprio aspetto, per esempio, in specie nelle civiltà di più antica storia come quelle orientali e mediterranee, è la prima azione visiva messa in atto. L'umanità per modificare il mondo deve prima di tutto modificarne l'aspetto. Se questo aspetto si collega efficacemente all'attività visiva interiore collettiva di una comunità, le immagini conseguenti esprimeranno appieno il loro potere di sostituzione e trasformazione della realtà esperibile in realtà iconica, quindi umana.

Quando le fotografie accedono a questo livello concettuale, entrano di fatto nel complesso processo di percezione iconica del mondo e contribuiscono a modificarlo. Per fare questo però, devono superare la soglia di base: funzionare come immagini.