Trippa per gatti.

©2014 Fulvio Bortolozzo.

Vero, falso. Semplice a dirsi, impossibile a determinarsi, se non con un atto di fede. Il linguaggio scritto stesso che sto adoperando ora è una falsificazione di ciò che si agita nella mia mente mentre scrivo. Sto quindi scrivendo il "falso", ma lo faccio per riportare come posso il "vero" di ciò che penso di pensare.

Un gioco di specchi senza fine, una condizione umana ineliminabile. Inutile insistere, si torna sempre da capo a dodici. Sarebbe quindi anche ora, ma non sarà così purtroppo, di piantarla lì con le troppe chiacchiere sulla verità e sulla falsità nel fotografico. Come per ogni linguaggio ed espressione umana, verità e falsità sono sempre presenti e variano di combinazione in infiniti modi.

Può essere anche possibile analizzare questi modi, ma essendo infiniti non è che se ne ricavi chissà che risultato epocale. Capiti i primi 100, se ne stanno già usando in giro per il mondo migliaia d'altri di nuovi.

Allora più che insistere a dividere il falso dal vero in una fotografia, sarebbe più utile concentrare l'attenzione sul pensiero che in essa è rivelabile. Non esiste difatti nessuna fotografia che non sia il risultato di un pensiero, fosse anche solo quello del produttore della fotocamera o della fotocamera stessa. Proprio nell'intersecarsi di questi pensieri c'è finalmente dell'ottima trippa per gatti.


L'anima, nel migliore dei casi.


©2014 Fulvio Bortolozzo.
Fotografare è un atto tecnico, prima di tutto. Bisogna mettere in azione un congegno. Un gesto complesso che oggi può essere diretto e semplice quasi come il puntare qualcosa con il dito indice. Gesto quest'ultimo che le antiche madri insegnavano ad evitare ai loro figli, perché ritenuto molto maleducato. Come il fissare troppo intensamente e a lungo una persona. Selezionare, scegliere con lo sguardo è quindi qualcosa di aggressivo e sovversivo perché estrae dal contesto indifferenziato una percezione in particolare.

Non esiste una neutralità dell'atto fotografico. La si metta come si vuole, è un prendere, un portare via qualcosa. L'anima, nel migliore dei casi.

Uno strano specchio in forma di finestra.

©2014 Fulvio Bortolozzo.
Più che con il disegno o la pittura, con una fotocamera si mette in atto un'azione che origina da ciò che si è in grado di percepire.

La percezione è un'attività molto complessa che impegna a fondo il cervello umano.

Nella percezione rientrano anche i pensieri. Se una cosa puoi pensarla allora puoi percepirla. Riconoscerla. Termine ultimo del percepire è difatti il riconoscere, portare a livello di coscienza qualcosa e quindi averne consapevolezza. Il semplice abbandonarsi al flusso visivo degli occhi non produce nulla di tutto questo. Deve intervenire una scelta, una soglia di attenzione va superata. Qui iniziano, e finiscono, le possibilità del fotografico. L'azione tecnica che ne consegue rispecchia ciò che il fotografante è in grado di pensare: se hai pensieri banali farai fotografie banali. In questo senso, una fotocamera è davvero uno strano specchio in forma di finestra.

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Fino alla prossima fotografia.

©2014 Fulvio Bortolozzo.
La questione fondamentale, quella dalla quale tutto deriva è quella del tempo. Al di là di funzioni e finalità. Oltre ogni aspetto professionale o d'amore, perché nel fotografico si lavora e si ama, così almeno si usa pensare. Superando tutte le parole che si affacciano alla mente, per quanto acuminate o confuse, resta una questione di tempo.

Quale tempo? Il mio. Un tempo dato, forse persino predeterminato. Il mio perché riguarda me, ma è anche il tuo, che stai ora impiegando per leggermi.

Se questa misura del tempo umano è finita, com'è nei fatti biologici per quanto le religioni si sforzino da sempre di inventare prolungamenti di varia natura, allora ecco che diventa uno dei temi di riflessione più interessanti.

L'approccio fotografico alla questione del tempo è terribilmente semplice: lo sposta. Nel prendere una fotografia si spende del tempo esistenziale finito, il proprio. Anche solo per una frazione di secondo, che poi è sempre molto di più per quanto veloci si possa essere. Il gesto tenderà però a non restare isolato, si vorrà osservare, anche solo di sfuggita su un piccolo display, la traccia visiva che la fotocamera ha trattenuto. Altro tempo. Infine c'è la diffusione della traccia, quasi immediata oggi, ma in casi sempre meno frequenti ancora ripetuta più in là, magari molti anni dopo. Altro tempo, stavolta anche di altri.

Cosa c'è da guadagnare nell'impiegare del tempo per prendere ed osservare fotografie? Molte spiegazioni convincenti si possono leggere e sentire. Alla fine però forse una sola resta davvero sempre valida: l'oblio.

Dimenticarsi di dover per forza esistere in un tempo dato, in un flusso esistenziale che non ha inciampi, ritardi e nemmeno ritorni possibili. L'illusione di eternità presente in ogni fotografia aiuta a provocare una vertigine, un delirio all'interno del quale, invece di impazzire come si dovrebbe, si possa continuare a vivere la propria  vita. Almeno per un altro po' di tempo, fino alla prossima fotografia.

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Questo Paese a Corigliano Fotografia 2014.


28 giugno 2014
Presentazione del progetto a Corigliano Fotografia 2014.


Questo Paese
Osservazioni fotografiche
nell'Italia contemporanea


A cura di Fulvio Bortolozzo

Fotografie:
Antonio Armentano, Roberto Bianchi, Sandro Bini, Nino Cannizzaro, Luca Capello, Ilenio Celoria, Domenico Cipollina, Carlo Corradi, Claudia Corrent, Benedetta Falugi, Paolo Fusco, Mauro Thon Giudici, Salvatore Lembo, Andrea Lombardo, Luca Migliorini, Luca Moretti, Gaetano Paraggio, Mattia Parodi, Bruno Picca Garin, Giancarlo Rado, Mattia Sangiorgi, Tiziana Sansica, Franco Sortini, Giacomo Streliotto, Rodolfo Suppo.

Progetto editoriale:
©2014 Fulvio Bortolozzo

Tutte le fotografie sono di proprietà esclusiva dei loro Autori.

We Do The Rest
https://www.facebook.com/groups/wedotherest

Video girato senza tagli da Mauro Thon Giudici.

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Da Ghirri ai ghirrini.

©2014 Fulvio Bortolozzo, dalla serie "Appunti per gli occhi".
Da qualche giorno tra i blog di fotografia che seguo più assiduamente mi è apparsa una specie di ola, di quelle che si vedono sugli spalti alle partite dei Mondiali di calcio. La vedo iniziare da Michele Smargiassi il 18 giugno scorso con un post intitolato "Considerazioni di un idiota sulla foto d'arte" , prosegue il 21 giugno con "L'equivoco ghirriano" di Efrem Raimondi e la vedo arrivare dalle mie parti oggi con il post "La soglia" di Enrico Prada. Non resisto quindi all'idea di alzarmi anch'io in piedi per consentirle di andare oltre, se qualcun altro vorrà raccogliere questa espressione spontaneista di festosa partecipazione.

Conosco l'opera di Ghirri fin quasi dal suo inizio. Nel senso che, inconsapevole giovincello pastrocchiante con le fotocamere per tirarne fuori qualcosa di "mio", mi imbattei nell'edizione fresca di stampa di "Kodachrome", il primo libro fotografico "autoedito" da Luigi Ghirri nel 1978. Mi si aperse all'epoca un mondo nuovo fin dalla prima fotografia del libro. Non sto ora a farla lunga per non annoiare con dei casi privati, ma se c'è una cosa che da allora non ho più sentito il bisogno di cambiare è l'approccio concettuale al fotografico. Fare fotografie per porre domande, per mettere insieme rifllessioni sulle immagini, in particolare fotografiche ma non solo, e sulla opportunità che possono dare come esperienza di conoscenza del mondo visibile a cui apparteniamo tutti.

Oggi circola con successo una specie di Bignami di quanto Luigi Ghirri pensò e fece:  Lezioni di fotografia edito da Quodlibet. In sostanza una trascrizione di quanto disse in un ciclo di lezioni. Risente dell'approssimazione del trascritto da un parlato, ma soprattutto innesca facilmente l'equivoco nel lettore non avveduto di poterlo assumere come abbecedario sul da farsi. Un po' come successe sfortunatamente all'introduzione del libro "Images à la sauvette" scritta da Henri Cartier Bresson e divenuta nel tempo la bibbia del fotografare per stuoli di fotoamatori italici di varie generazioni.

Dipenderà forse dalla cultura cattolica in cui nasciamo, viviamo e moriamo, ma l'idea che esista sempre un santo da qualche parte con delle tavole della Legge in mano sembra ineliminabile anche nel fotografico. In attesa che venga messo sul suo dovuto altarino San Vaccari o finalmente sia eretta e dedicata una cattedrale (apocrifa e con i baffi of course...) a San Duchamp, si rischia di veder sorgere ora miriadi di chiese e cappellette a San Luigi Ghirri, piene di fedeli, che Efrem chiama "epigoni", ma io preferisco chiamare "ghirrini" per definirne meglio il culto. Ad unire i fedeli vi sono alcuni stilemi visibili, necessari per la riconoscibilità di appartenenza. Un paio in particolare: fotografie molto sovraesposte (i più fanatici sembra che usino conegrina) e la predilezione per luoghi vuoti, soglie ed ogni altro topos già fotografato da Ghirri.

Questa fede si estende al mercato dell'arte nostrano e fioriscono così le opere post-ghirriane che alimentano i dubbi dei finti idioti sulla insensatezza di tutto questo mercanteggiare.

Sì, perché oggi aderire alla chiesa di Ghirri predispone alla salvezza. Il miracolo accade. Una stampa fotografica diviene opera d'arte e il raggio di luce celestiale che ricade sul capo del fotografante ha il potere benedetto di trasformare l'acqua (del rubinetto) in purissimo vino DOC, cioè il "macchinista" si trasforma in "Artista" tout court.

Ecco così che il Luigi autoironico, che ascoltava Bob Dylan mentre pensava e viaggiava per i suoi luoghi, quello che si divertiva come un bambino a stupirsi ogni volta degli infiniti giochi tra realtà e finzione delle immagini fatte di luce, ecco che questo primo e fondamentale Ghirri scompare. Lascia il posto ad un normatore serio e ingessante. Un idolo da adorare e ripetere come un'icona greco-ortodossa sempre uguale a se stessa e sempre meno buona della precedente.

Basta, mi risiedo. L'ola continui pure adesso oltre di me.

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Un senso predeterminato.

©2000 Fulvio Bortolozzo, dalla serie "Alphaville".
Prendere fotografie è un atto semplice oggi. Lo sarà ancora di più nel futuro. Chissà che non mi tocchi di vedere il primo umano dotato di camera innestata fisicamente nel cranio e connessa ai centri cerebrali deputati alla visione. Basterà allora attivare la scintilla dell'intenzione per ricavarne l'immagine fotografica ed estrarla da fessure che chiunque può fantasticare quali e come saranno. Forse però immagino solo carrozze con motori a scoppio al posto dei cavalli.

Nel futuro la stessa intenzione cerebrale sarà magari trasmissibile come flusso elettromagnetico tra un umano e l'altro o molti. La macchina fotografica, oggetto da museo, scomparirà del tutto sostituita da connessioni neuronali intra ed extraindividuali. L'inconscio quindi sarà finalmente libero dalla tecnologia e si esprimerà direttamente? Temo proprio di no, anzi.

L'umanità bionica che abbiamo di fronte sarà sempre più parte della macchina e sua espressione funzionale. L'estinzione della specie avverrà all'interno di dispositivi tecnici. In fondo è questo che già oggi i più desiderano ardentemente: scomparire dietro le proprie reflex e smartphone in un mondo parallelo dove tutto abbia finalmente un senso predeterminato.


Osservare, semplice a dirsi.

©2014 Fulvio Bortolozzo.
L'osservazione è una pratica di conoscenza, o almeno a questa è idealmente rivolta. Difatti sta alla base del metodo scientifico. La consapevolezza che non sia un atto neutrale ne complica però lo statuto. L'osservazione finisce quindi per avere sempre una doppia direzione analitica: quella che conduce dall'osservatore verso il soggetto, ma anche dall'osservatore verso se stesso.

Ogni risultato di un'osservazione contiene quindi elementi analitici ambivalenti e nell'identificarli correttamente risiede il successo dell'operazione.

A complicare ulteriormente le cose nel fotografico arriva la macchina. L'osservazione da cui si traggono tracce fotografiche contiene quindi ben quattro direzioni analitiche differenti. Oltre alle due precedenti, si aggiungono quelle automatiche messe in atto dal dispositivo: dalla fotocamera verso il soggetto e dalla fotocamera verso se stessa.

Ecco quindi che in una fotografia, molto diversamente da una immagine manuale, esistono dinamiche analitiche che se non comprese correttamente conducono a banalizzazioni e fraintendimenti come quello che essa sia, semplicemente, "la registrazione della realtà".


Come fossero ecografie.

Facciamo un piccolo spostamento tra immagini automatiche. Passiamo da quella basata sulla luce a quella che nasce dagli ultrasuoni. Forse così si può meglio mettere in evidenza la messe di parole a vuoto che vengono consumate sul fotografico, in specie quando lo si relaziona alla pittura o alla narrativa letteraria.

Spero che nessuno tra i miei lettori, che non sia stato preparato professionalmente a farlo, pensi di poter guardare il visivo ecografico sostenendo di poterne trarre indicazioni diagnostiche pertinenti. Difatti alla voce "Ecografia" si legge su Wikipedia: "L'ecografia è, in ogni caso, una procedura operatore-dipendente, poiché vengono richieste particolari doti di manualità e spirito di osservazione, oltre a cultura dell'immagine ed esperienza clinica".

Non cambia nulla per il fotografico. La falsa credenza che una fotografia riproduca ciò che sta davanti alla  fotocamera come potrebbe farlo il sistema umano occhio/cervello è all'origine sia della vulgata la quale prevede che chiunque possa trarre da una fotografia elementi pertinenti senza essersi mai preparato a farlo, sia della necessità modaiola, ora di ritorno seguendo le oscillazioni del gusto, che una fotografia per essere "artistica", e poter quindi esprimere la soggettività di chi la fa, debba diventare un paciocco il più differente possibile dal banale aspetto che di solito ha un'immagine automatica trattenuta da una fotocamera. Oppure, ed è peggio, che se sembra "solo una fotografia" debba essere però "chiarissima" (ai miei tempi si sarebbe detto "sovraesposta"), riempita di persone catatoniche (meglio una per foto), come fossero state in precedenza pietrificate da un qualche dio vendicatore, e presa in luoghi qualsiasi, ottimo se abbandonati o talmente ripresi in dettaglio da poter essere topograficamente appartenenti all'indistinto ovunque planetario.

Ecco, magari pensando all'ecografia, e qui il prefisso "eco" acquisterebbe un significato di sostenibilità visiva, si potrebbe tentare di tornare a prendere e fare fotografie per quello che sono: dati tecnici organizzati da un dispositivo che ha una relazione tutta da comprendere, e per nulla scontata, con la complessità della percezione umana.
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Il falso problema della fotografia come arte.

©2014 Fulvio Bortolozzo.
Da diverse parti, e troppi anni ormai, arrivano sempre nuove voci a porre una questione assillante: "La fotografia è un'arte?". Da cui consegue: "Se sì, che genere di arte è?". A giudicare dal recente convegno internazionale di Cinisello Balsamo, al quale ero presente, mi pare di capire che simili domande sul sesso degli angeli assillino solo più i cervelli di miei compatrioti dediti al godimento dell'intelletto. Nel resto del mondo occidentale e occidentalizzato sembra che si studino i fenomeni culturali per come si presentano, cercando poi di darne semmai conto senza per forza incasellarli in qualche categoria aprioristica. Una logica semplice e pragmatica che non ha molta fortuna in una tra le maggiori Culle dell'Arte (così almeno ci viene rappresentata l'Italia nel selfie autoconsolatorio inoculatoci nella mente fin dalla più tenera infanzia).

Cosa sia l'arte, cosa sia la fotografia sono questioni oziose prese nei loro termini generici e senza alcuna logica soluzione. Sarebbe infinitamente più utile se chi ama scervellarsi sulle cose cercasse di comprenderne l'eventuale coerenza interna, la compiutezza teorica e pratica che distingue un dato fenomeno dagli altri esistenti e quali siano i motivi per cui meriterebbe di essere posto maggiormente all'attenzione degli interessati. Questo però richiederebbe uno studio paziente, ricco di incognite, anche per le persone più competenti, e dagli esiti sempre incerti e provvisori. Si tratterebbe insomma di mettersi in gioco, assumere dei rischi culturali, essere disponibili ad ammettere i propri errori e a ricredersi di fronte al lavoro di altri colleghi più brillanti. Tutte cose che afferiscono all'onestà intellettuale e alla capacità di confronto dialettico e costruttivo. Meglio passare comodamente gli anni a continuare a chiedersi se la fotografia sia arte e quale arte sia...

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Riportare per chi?

Grazie all'amico Sandro Iovine ho avuto occasione di partecipare all'apertura della mostra personale del fotogiornalista professionista Ugo Lucio Borga alla galleria di Paola Meliga in via Maria Vittoria 46/c a Torino.

Borga presenta il progetto "In the name of God" sulla guerra civile, per molti aspetti ormai endemica, che si svolge nella Repubblica Centrafricana, uno dei paesi più poveri della Terra. Per la realizzazione del suo lavoro l'autore ha trovato la collaborazione dell’Onlus Amici del Centrafrica, organizzazione operativa nel paese, e dell’Associazione Six Degrees di Torino. Scopo della mostra oltre al voler documentare l'ennesima tragedia umanitaria di cui poco o nulla si viene a sapere dai media mainstream è anche quello di raccogliere fondi attraverso le donazioni.

L'approccio di Borga al tema è basato sulle migliori tradizioni del fotogiornalismo internazionale, sia sotto il profilo espressivo sia per quanto riguarda l'approfondimento conoscitivo sul campo di quanto va a fotografare. La selezione d'immagini esposte negli spazi di Paola Meliga riesce a darne conto, anche grazie ad un apparato testuale ben redatto e pieno di notizie utili per avvicinarsi alle situazioni riprese.

Un lavoro in sintesi efficace, professionale e meritevole che consiglio vivamente di voler vedere prima della chiusura della mostra prevista per fine giugno / luglio.


Dettaglio da una foto di Ugo Lucio Borga.

Detto questo, vorrei aggiungere che anche a me è arrivata, ieri per caso da un amico, la notizia della morte di un altro fotogiornalista, Andy Rocchelli di Cesuralab. Non sono un esperto del settore, mi limito ad incontrare le fotografie, e le vicende di chi le fa, man mano che il quotidiano mi porta ad esse. Nonostante questo, forse anche perché da poco avevo scambiato due parole con Ugo, ho provato un senso di malessere persino fisico. Sapere che ci sono in giro per il mondo delle persone che rischiano la loro vita per riportare da luoghi pericolosi delle fotografie mi sembra ogni giorno di più un atto inutilmente eroico. Riportare fotografie, cioè semplici pezzi di carta un tempo, ma oggi in prevalenza file che finiscono per ammuffire negli hard disk perché non vengono richiesti, pagati e diffusi da quasi nessuno.

Per chi fotografare in un mondo dell'informazione dove "(im)prenditori editoriali" senza scrupoli costruiscono profitti per i loro azionisti anche sottopagando, o non pagando affatto, chi porta loro il materiale informativo? Materiale che resta essenziale per poter distinguere un fogliaccio di pettegolezzi da una vera testata che faccia giornalismo d'inchiesta. Per l'opinione pubblica? Quale? Esiste davvero in Italia un'opinione pubblica in grado di distinguere, e pagare (comperando le testate su cui appare e lasciando le altre ai resi delle edicole), la fotografia giornalistica da una fotografia purchessia, magari rimediata "aggratis" dal web dai soliti grafici istigati al furto dai loro superiori con la minaccia del "contenimento dei costi", cioè dal fatto che se non lo fanno il loro posto di lavoro diventa inutile?

Temo che la risposta sia nel complesso negativa e che le cause di questo vuoto pneumatico siano molte e anche contraddittorie tra di loro. In ogni caso vorrei almeno che chi già lavora senza protezioni adeguate e a sue spese, rischio e pericolo non finisse almeno nel tritacarne della notizia del giorno, come fosse una sorta di sacrificio umano dovuto per poter prolungare di altre ventiquattr'ore l'agonia della "macchina imballata dell'intermediazione informativa" e di chi ci campa malamente sopra.

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Questo Paese.

©2013 Giancarlo Rado.
Diego Rizza, la moglie Anna Zurek , il figlio Tomek e Savanna ritratti in Malga Fossernica di Dentro , Caoria, Trentino, prima della chiusura dell'alpeggio estivo.


Questo Paese
Osservazioni fotografiche nell'Italia contemporanea

A cura di Fulvio Bortolozzo

Fotografie di:
Antonio Armentano, Roberto Bianchi, Sandro Bini, Nino Cannizzaro, Luca Capello, Ilenio Celoria, Domenico Cipollina, Carlo Corradi, Claudia Corrent, Benedetta Falugi, Paolo Fusco, Mauro Thon Giudici, Salvatore Lembo, Andrea Lombardo, Luca Migliorini, Luca Moretti, Gaetano Paraggio, Mattia Parodi, Bruno Picca Garin, Giancarlo Rado, Mattia Sangiorgi, Tiziana Sansica, Franco Sortini, Giacomo Streliotto, Rodolfo Suppo.

Sono passati trent'anni esatti dalla pubblicazione del mitico libro
Viaggio in Italia, curato da Luigi Ghirri e contenente immagini sue e di altri diciannove fotografi dai quali ebbe origine quella che verrà successivamente definita la “scuola italiana di paesaggio”.

Il tempo trascorso da allora ha visto succedersi così profonde trasformazioni culturali, tecnologiche, sociali, economiche e politiche da fare oggi di
questo Paese qualcosa di molto diverso da quello che appariva nelle fotografie di Viaggio in Italia.

Nasce da qui l'esigenza di rimettere mano all'iconografia dei luoghi, e di ciò che vi accade, di ripensare la stessa procedura progettuale da cui essa origina, nel tentativo di poter ritrovare un'adesione visiva più coerente con i fenomeni che si osservano oggi.

Il nostro progetto editoriale non cade certo nel vuoto, sappiamo bene che esistono meritevoli iniziative di altri fotografi, associazioni, gruppi, istituzioni pubbliche e private contenenti interessanti proposte per un rinnovamento che anche a noi preme.
 

Il contributo che desideriamo portare alla comunità fotografica italiana proviene dall'esperienza sociale della rete. Il progetto Questo Paese nasce difatti all'interno del gruppo di Facebook We Do the Rest aperto nel settembre del 2013 dallo scrivente. Nel gruppo sono venuti ad incontrarsi diversi fotografi interessati ad impiegare il loro strumento tecnico per ottenere una restituzione verosimile di quanto osservato nel quotidiano. L'insieme delle fotografie di ciascuno mette in evidenza la costante di un approccio sempre critico e problematico ai temi prescelti. In questo senso, il progetto del libro vuole essere l'occasione per riunire alcune tra le proposte più convincenti emerse dal gruppo. Proposte svolte nel solco di una volontà di superamento dei modelli tradizionali di riferimento nella direzione di un vero e proprio rinnovamento iconografico.

A completamento delle sinergie rese possibili dal social networking, alcuni blogger e altri scrittori della rete, che fanno anche parte di We Do the Rest, contribuiscono al progetto con dei testi critici scritti per l'occasione.

In mostra a Corigliano vengono presentate solo alcune delle immagini di dieci dei venticinque fotografi coinvolti complessivamente nel progetto editoriale definitivo, ancora in corso di realizzazione. Un'anteprima quindi, molto utile però per ricevere un primo riscontro da un pubblico competente e interessato come quello di questa consolidata manifestazione.

(testo di presentazione della mostra collettiva inserita nel programma di Corigliano Calabro Fotografia, 27-29 giugno 2014)


The english version of this text is in the blog On Landscape

©2013 Antonio Armentano, Montebello Ionico (RC), Saline.
©2012 Nino Cannizzaro, Palermo - Messina.
©2014 Claudia Corrent, Isola di Burano (VE).
©2013 Benedetta Falugi, Follonica (GR).
©2013 Mauro Thon Giudici, Milano.
©2009 Salvatore Lembo, Roma, Testaccio.
©2012 Andrea Lombardo, Genova.
©2011 Gaetano Paraggio, Battipaglia (SA), litorale.
©2014 Giacomo Streliotto, Cartigliano (VI).

L'amore vola o almeno dovrebbe.

Vorrei segnalare ai miei lettori un film appena uscito di Paolo Severini dal titolo "L'amore vola". Non è ancora chiara quale sarà la sua distribuzione, ma se vi capitasse a tiro in qualche modo non perdete l'occasione di vederlo. Si tratta di un montaggio di interviste realizzate a Torino dallo stesso regista a persone in difficoltà, per traumi subiti o malattie degenerative.

Il tema verso il quale conduce gli intervistati è quello della loro sessualità. Argomento quanto mai difficile da affrontare per tutta una somma di motivi. Al di là delle questioni toccate, sono rimasto molto colpito dall''approccio particolarmente equilibrato e sensibile messo in campo dal regista/attore Severini. Usando la camera con apparente disinvoltura, e persino sciatteria stilistica, costruisce invece una raffinata spirale di coinvolgimento. Non solo le persone intervistate finiscono per dire più di quanto avrebbe mai pensato possibile, persino con persone a loro intime, ma lo stesso spettatore, superato l'impatto iniziale, rimane come assorbito in un mondo che scopre man mano essere profondamente il suo, nonostante sia nella condizione che viene definita di "normodotato". Piani emotivi e di ragionamento capovolti, dove la malattia o il trauma sono solo evidenze superiori di una condizione affettiva e sessuale generale. Un piccolo capolavoro concettuale questo, che rende merito al cinema come strumento non solo di esibizione o narrazione, ma anche di riflessione critica su ciò che ci capita mentre stiamo pensando ad altro: la vita.

L'amore vola (2014)
Un film di Paolo Severini

(comunicato stampa)

Una storia torinese, anzi italiana.

©2014 Fulvio Bortolozzo.
Lunedì 19 maggio 2014, ore 18. Circolo dei Lettori di via Bogino a Torino, saletta completamente colma per la presentazione del libro di Daniela Trunfio edito da Prinp intitolato "Fondazione italiana per la fotografia. 1985-2006". Partecipano, oltre all'autrice, l'editore Dario Salani, Lorenza Bravetta, responsabile di Magnum Photos per l'Europa continentale e il giornalista de La Stampa Rocco Moliterni in veste di moderatore.

L'opera raccoglie una documentazione sull'attività svolta dalla Fondazione insieme alla testimonianza diretta dell'autrice che ne percorse la vicenda al fianco di Luisella D'Alessandro, l'artefice fondamentale.

Tema molto complesso questo della FIF, ancora da chiarire in vari punti, che ho avuto l'occasione di seguire direttamente in alcune sue fasi. Durante la presentazione sono state messe in evidenza le luci incontrovertibili dell'azione di Luisella e della sua creatura. Come accade sovente in Italia, tutto nasce da una insopprimibile passione personale che nel tempo raccoglie attorno a sè consenso, forze e sostegno fino a raggiungere anche traguardi impensabili. Specialmente nella fase iniziale, quella delle Biennali di Fotografia organizzate dall'Associazione Torino Fotografia, prima quindi di divenire Fondazione e stabilire la sua sede in via Avogadro, la spinta propulsiva culturale che venne espressa fu straordinaria. Dal nulla Torino divenne in breve tempo uno dei luoghi della cultura fotografica internazionale e l'unico a livello nazionale con un'offerta di così varia ed elevata qualità. All'epoca ero un giovane che godeva del privilegio di ritrovarsi in una città dove approdavano i lavori di grandi maestri accanto a quelli di miei coetanei emergenti e venivano a tenervi conferenze nomi eccellenti. Ricordo ancora la forte impressione che mi fece, per esempio, sentir parlare Vilém Flusser e Franco Vaccari durante Torino Fotografia '85.

Come però molte altre storie italiane insegnano, passare dalla passione alla costruzione di un sistema strutturato e coerente non è cosa scontata e qui vengono fuori le ombre, non messe in evidenza dall'autrice durante la presentazione del libro. L'avventura della Fondazione pose nuovi problemi di gestione: organizzare il personale dipendente, svolgere l'attività didattica, programmare la stagione espositiva, tenere sotto controllo un bilancio vincolato alle contribuzioni pubbliche, stabilire rapporti di fiducia con i fornitori, mantenere una progettualità istituzionale all'altezza del panorama internazionale. Questioni sulle quali l'originale forza propulsiva non riesce a convertirsi in un sistema di lavoro davvero efficace e finisce progressivamente per impantanarsi, anche per le oggettive responsabilità del gruppo dirigente, fino al drammatico epilogo finale del commissariamento per via di  bilanci poco trasparenti e molto dissestati.

E qui si passa dal dramma alla tragedia. Con la Fondazione viene buttata via anche la cultura fotografica. Dovrebbe continuare ad occuparsi di fotografia la Galleria d'Arte Moderna e Contemporanea, che sotto la direzione di Pier Giovanni Castagnoli aveva condotto una sorta di "guerra fredda" contro Luisella D'Alessandro a colpi di mostre di grandi fotografi. L'episodio forse più eclatante e, per certi aspetti, comico, avvenne nel 2002 con la doppia mostra personale simultanea di Nino Migliori in GAM e Fondazione. Purtroppo però sembra che il fallimento dell'esperienza FIF avesse reso la parola "fotografia" una parolaccia, da evitare il più possibile e la GAM finisce per disinteressarsene, evitando accuratamente di aprire un Dipartimento di Fotografia, come invece in precedenza veniva ipotizzato.

 Nel 2007 chiuderà poi i battenti anche la Libreria Agorà di Rosalba Spitaleri e Bruno Boveri, impresa privata che mai ebbe un qualche sostegno dalle istituzioni pubbliche nei circa trent'anni di costante e assidua attività di altissimo livello per la promozione della cultura fotografica italiana e internazionale. FIF e Agorà non trovarono mai forme continuative di collaborazione, ma per me sono sempre state tra loro complementari come un prezioso polo tutto torinese e unico in Italia nel suo genere, tanto che da allora nulla di anche lontanamente simile è mai più apparso in città.

Questo però è il triste passato. Dopo lunghi anni di traversata nel deserto, arriva la Magnum Photos a rialzare qualche bandierina. Sì, sono state fatte finora solo mostre di loro autori storici. Però piacciono al pubblico torinese. Su questa prima base, partirà qui a Torino nel 2015 l'esperienza innovativa di Camera, nella quale Magnum Photos avrà parte importante insieme a Intesa San Paolo ed Eni, con il beneplacito dell'amministrazione comunale. Lorenza Bravetta era alla conferenza per presentare questa novità e per raccogliere il testimone, ma con i dovuti e doverosi distinguo, delle passate vicende locali. Chi vivrà, vedrà. Per ora non mi resta che auspicare una rinascita della cultura fotografica a Torino che sia all'altezza del mutato panorama contemporaneo e in grado di promuoverne le nuove tendenze evolutive.

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Una giornata a Villa Ghirlanda.

©2014 Fulvio Bortolozzo.
Sabato 17 maggio 2014 si è tenuto al MuFoCo di Villa Ghirlanda a Cinisello Balsamo, il convegno internazionale "Quale museo di fotografia oggi?" Tutte le informazioni tecniche si possono consultare ai link inseriti nella frase precedente.

Nel seguirne i lavori ho ricavato davvero molti stimoli e riflessioni che non è proprio possibile esprimere compiutamente in questa sede senza scivere un post talmente lungo da risultare assolutamente indigeribile anche ai miei lettori più affezionati e volonterosi. Mi limiterò quindi a qualche spunto tra i più interessanti che mi vengono in mente.

Innanzitutto, mi preme ringraziare Roberta Valtorta e il suo staff per l'impegno che mettono in ciò che fanno. L'accoglienza è stata ineccepibile. La sala del convegno era predisposta con attenzione, fatta salva l'assenza della connessione Internet rilevata dall'ultimo relatore olandese (punto su cui tornerò in seguito). Le traduzioni simultanee sono state condotte con professionalità e precisione, rendendo realmente agevole seguire gli interventi degli ospiti stranieri. Il buffet della pausa pranzo ha dato concreto ristoro in spazi adeguati per poter anche conversare con gli intervenuti godendo in qualche misura della splendida giornata di sole.

Sotto il profilo organizzativo direi quindi che tutto è filato liscio. Entrando più nel merito dei lavori, devo però rilevare che lo spazio del mattino, superati gli imprescindibili saluti delle autorità, è stato fin troppo occupato da ottimi relatori italiani, la sempre bravissima Marina Miraglia in primis, impostati però alla "vecchia maniera", consegnando così a Martin Barnes del Victoria and Albert Museum di Londra e a Sandra Phillips del MoMA di San Francisco un pubblico già ben riempito di concetti anche estremamente complessi, divulgati con letture non certo attoriali di lunghi e densi documenti. Per fortuna Martin e Sandra vivono nel terzo millennio e quindi hanno supportato i loro ottimi interventi con slides pertinenti ed efficaci nell'accompagnare i loro peraltro più pragmatici ed operativi discorsi.

Nel pomeriggio Karen Irvine del MCA di Chicago ed Elina Heikka del FMP di Helsinki hanno allungato ulteriormente le distanze tra le esperienze museali nostrane e quelle del resto del mondo occidentale. Addirittura l'ironia di Elina ci ha fatto intravedere accostamenti surreali tra i centri commerciali, in stile IKEA con tanto di ristoranti per gourmet culturali, e la funzionalità quotidiana di un museo che vuole essere davvero contemporaneo anche nel modo di relazionarsi con i cittadini-consumatori. A seguire, Duncan Forbes del Fotomuseum di Winterthur in Svizzera ha dato la dimensione finanziaria in cui si inserisce la musealità oggi. Di Svizzera non ha detto molto, d'altronde si ricorderà la famosa battuta di Orson Welles ne "Il terzo uomo", ma in compenso il suo ritratto economico sentito qui in Italia risulta davvero impietoso.

Pausa gelato non prevista. Mandarino e cioccolato bianco. Sempre cinese, come a Reggio Emilia. Sempre 2 euro. Rientro, arrivo in sala di una politica locale, in diretta da New York. Roberta Valtorta rileva il rientro di partecipanti risultati assenti. Forse perché era all'ìmprovviso tornata la politica a farsi due conti sulle quantità di presenze?

Francesca Fabiani del Maxxi di Roma ci spiega che la fotografia, in sè e per sè, lì da loro non esiste. Si chiama "arte contemporanea" o "architettura". Scoraggiante. Accompagna la sua relazione con immagini dalla collezione, tutte della sezione "architettura", dove lei opera. Tutte di nomi noti, e loro cooptati prossimi, della cosiddetta "Scuola del paesaggio italiano" originatasi all'epoca di Ghirri e proseguita in varie declinazioni fino ad ora.

In ultimo, ma davvero non per ultimo, spunta fuori lo spumeggiante intervento di  Bas Vroege di Paradox a Edem nei Paesi Bassi. Non un museo, ma una felice gabbia di matti direi. In pochi minuti consegna i musei come li conosciamo all'archeologia. Esiste non da oggi, ma da vent'anni ormai, un intero mondo là fuori nella nel virtuale e nella rete dove il fotografico si declina e confronta con una somma crescente di tecnologie e modi di produzione e fruizione. Un fuoco pirotecnico, rapidamente spento però dall'assenza di connessione Internet della sala e dal rilievo finale di Roberta Valtorta che dichiara aver in effetti lasciato a prender polvere sugli scaffali, disinteressandosene, CD-ROM e altre diavolerie elettroniche non ai sali d'argento e non visibili direttamente senza l'ausilio di macchine e programmi specifici.

Questo è il punto. Scrivo queste righe in un blog, su Internet. Nell'epoca geologica precedente le avrei scritte su un foglio per me, la mamma e i 4 amici che qualsiasi cosa faccia mi vogliono bene lo stesso, perché sono il classico signor Nessuno. Sarà un bene? Sarà un male? Tranne che nelle logiche di valenti, perché valenti lo sono per davvero, studiosi italiani che si trovano poi magari anche a condurre dei musei, per la verità con uno stile un pochino Luigi XIV, in tutto il resto del pianeta ci si confronta giorno per giorno con ciò che accade, si perseguono politiche di conoscenza, riconoscimento e valorizzazione senza confini  ed abbassando al massimo grado le barriere tra i cittadini e ciò che si desidera trasmettere per elevare il loro "bagaglio culturale" (anche se l'idea di "bagaglio" oggi mi fa un po' orrore...).

Da noi si discute: se la fotografia sia arte e quale arte sia; di quanti denari debba cacciare la politica per mantenere in piedi i musei, cioè dei posti di lavoro, come all'Alcoa di Portovesme per capirci; di come fare se i pochi eroi autoreferenziali che reggono le cose buone esistenti finissero per gettare la spugna di fronte alla totale ingratitudine delle istituzioni e all'indifferenza della cittadinanza. Sì perché il MuFoCo non è perfetto, ma dietro il MuFoCo, dovesse sparire, anche così com'è condotto oggi, c'è il parco di Villa Ghirlanda con coppiette, persone per bene e tamarri intenti beatamente a godersi il sole ignari, e ignavi, di tutto e di tutti. Italiani...
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Le fiabe esistono davvero, al cinema.

Grace Kelly in una scena del film "Caccia al ladro" (1955).
Lo abbiamo visto ieri sera appena uscito nelle sale. Sì, c'è ancora da qualche parte nel mondo una fiaba vecchio stile. Mai troppo lontano dal centro dell'inquadratura c'è una principessa, bella e impossibile. Attorno zucchero filato, tanti colori e la Costa Azzurra. Poi c'è il cattivo, cattivissimo. Lui vuole bombardare la fiaba, riportarvi dentro la durezza della vita di sempre. Ma non potrà. La principessa si alza in volo, allarga il suo mantello e copre di fiori di Cartier e nuvole di Dior il principato, la sua famiglia, il suo dono d'amore. Tutto finisce bene, per qualche anno ancora. Poi la vita riuscirà infine a portarsi via la fiaba, su una curva tra Cap D'Ail e La Turbie, chiamata la "coda del diavolo" appunto. Ma questo ci viene risparmiato. Si esce con negli occhi una principessa dello schermo che ne ha splendidamente incarnata un'altra. Le fiabe esistono davvero, al cinema. Grazie principessa. À la prochaine fois.

Grace di Monaco (2014)
Regia di Oliver Dahan.
Nicole Kidman, Tim Roth.

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Ai sassi, ai biscotti e alle nuvole.

©2014 Fulvio Bortolozzo.
Non funziona così, o almeno non dovrebbe. Una fotografia non è un sasso che può assumere ogni sembianza proiettatagli sopra a capriccio di chi lo tiene in mano. Non è un biscotto, il cui profumo o sapore riporta ai tempi "che furono" di chi lo sta mordicchiando. Non è una nuvola che per pochi istanti assume le forme del desiderio di chi la trattiene negli occhi. No, non è questo. O meglio, può esserlo perché non c'è modo di impedire a nessuno di fare e capire ciò che vuole di qualsiasi cosa, ma certo è un pessimo modo, autoreferenziale fino alla più estrema vanità, di costruire una relazione con una fotografia.

Sì, siamo animali "psicologici", i più complessi mai apparsi sul pianeta. Tutto soggiace ai nostri flussi psichici, ogni istante del nostro esistere ne è permeato completamente. Il successo di questa nostra specie sociale mortifera e implacabimente distruttrice di risorse è proprio lì. Però c'è un limite a tutto questo. Debole, incerto, ma c'è. Una parte del nostro essere organizza le cose in modo diverso, che si usa definire "razionale". Un prima e un dopo, causa ed effetto, dire per fare, rifare per migliorare. Catene logiche di pensiero che conducono anche a svariate mostruosità, come le troppe novecentesche, ma non solo.

Sono in ritardo di circa tre secoli, lo so. Non penso però di cercare di colmarlo questo ritardo, di affrettarmi a raggiungere l'epoca del post-tutto. Resto fedele alle promesse del secolo dei Lumi. Non a caso come metafora si scelse la luce. Una radiazione, pare, che grazie al sistema biologico occhio/cervello, porta conoscenza, comprensione. A patto di saperla ricevere in modo aperto a ciò che ne viene riflesso sulla retina. Non leggere, non interpretare, non riempire ogni percezione visiva di concetti, pensieri, sensazioni che la trascendono, la precedono e la imprigionano in schemi della mente, impedendo così alla luce di entrare nel nostro cervello e di agire veramente con tutta la sua efficacia.

L'ho presa larga, Sì, troppo. Ma tutto si tiene. In una fotografia, c'è posto per tutto e il contrario di tutto, ma qualcuno l'ha presa mettendosi davanti a qualcosa e prendendola l'ha riempita di sè, di ciò che sapeva e di ciò che ha saputo, forse, solo dopo averla fatta, magari tanto tempo dopo averla fatta. Forse partire da lì e restare lì, nelle vicinanze dell'origine di quella traccia, è il modo migliore di mettersi in relazione con una fotografia. Lasciando il resto delle fantasticherie ai sassi, ai biscotti e alle nuvole.

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A zonzo per Reggio.

©2014 Fulvio Bortolozzo .
Come un bambino. Così, senza altro filo che lo svolazzamento leggero qui è là. Bello, che schifo, boh. Il festival della Fotografia Europea di Reggio Emilia, giunto alla IX edizione, l'ho visto come ho potuto nelle poche ore di una scappata domenicale. Troppo poco per potermi permettere ora di pontificare qui su cosa vada o non vada. Evitiamocelo quindi. Però, qualche appunto emozionale, qualche svolazzo di pensiero m'e rimasto e come mi esce lo confido ai miei manzoniani lettori.

Un senso iniziale di ripetizione. Si va a San Pietro, si compera il biglietto forfettario, poi si comincia dalla punta dell'iceberg: Luigi Ghirri. Di Ghirri avevo visitato la mostra Project Prints allestita alla Manica Lunga del Castello di Rivoli un paio d'anni fa. Con delle cose indubbiamente da rivedere, dava però conto di un percorso autoriale usando un apparato allestitivo e didascalico davvero ben fatto. Penso che anche chi non conosceva proprio nulla dell'opera di Luigi Ghirri potesse uscirne con utili elementi da cui partire alla scoperta di un nuovo mondo. Qui a Reggio Emilia invece tutto mi è apparso confuso, accennato, disperso. Sarà stato il luogo, con quei corridoi e muri grigiastri male illuminati, o le foto raggruppate qui e là come lo spazio consentiva. Non so. Me la sono girata due volte, ma proprio mi sarei trovato in difficoltà se avessi dovuto imparare lì qualcosa su Luigi. Vabbè, colpa mia senz'altro.

Proseguendo lo svolazzamento, rilevo la repulsione istintiva che mi ha provocato l'installazione dei fotolibri, così come non mi aveva divertito per nulla quella dei View Master all'ingresso della sede espositiva. Comunque, indossando i guantini bianchi regolamentari, ho provato a sfogliare qualche fotolibro. Sarà stata la giornata storta mia, ma l'assommarsi di fotografie minimali con i soliti particolari insipidi fotografati come per caso, la gente di spalle, le situazioni qualsiasi, ecc. ecc. invece di farmi scattare l'anima poetica, mi hanno creato un rigetto concettuale. Mi sembrano ormai tutti uguali, tutti figli di un approccio paraletterario che vede nel fotografico l'occasione di esternare chissà quale spleen esistenziale con immagini che per essere pensate ed eseguite da una persona di media capacità fototecnica non richiedono più di un pomeriggio.

Vabbè, uscendo dai chiostri di San Pietro, per fortuna la città di Reggio Emilia mi offriva un sole ed uno struscio quanto mai rinfrancanti. Dopo un bel gelato e un buon caffè cinese le cose son girate meglio. In via Secchi 11 c'era No Place Like Home curata da Francesco Zanot con fotografi Magnum Photos, che meritava per davvero di essere vista. Almeno secondo me. A parte il solito beffardo Martin Parr, con un wall da parati dissacratorio e autorironico sulle villette middle class, il resto della mostra dava sensazioni, pensieri, reazioni. Chi mi segue sa che a Magnum non risparmio nemmeno un centesimo di critica sulle loro iniziative, ma stavolta, sarà merito del curatore, la mostra l'ho trovata proprio convincente e ben fatta.

Altra mostra che merita assolutamente di essere vista è Planasia di Silvia Camporesi alla Sinagoga. La bravura dell'artista non è una novità. La cura dell'allestimento e della realizzazione delle opere, anche  oggettuale (le stampe piccole sono colorate a mano), si mantengono ben all'altezza della sua consolidata finezza concettuale. Una bella boccata d'ossigeno.

Lì vicino è anche visibile una vera chicca, da I Libri Risorti di via Migliorati. Alcune immagini di libri e dischi su scaffali prese da Luigi Ghirri sono state incorniciate da Cecè Casile, ottenendo così un'installazione di particolare suggestione percettiva. 

Infine, ma non per ultimo, anzi per primissima cosa, ho visitato la doppia personale di Antonio Armentano e Ombretta Gazzola al Palazzo Rocca Saporiti, un po' fuori mano, vicino all'ospedale di Reggio Emilia. Nel primo caso c'è un lavoro sul confine del mare ricco di sensibilità per le luci e gli spazi, nel secondo un'acuta attenzione per l'arte casuale che appare, a volte effimera, sulle soglie e negli angoli del quotidiano.

Tutto qua o poco più. La manifestazione è talmente piena di mostre e appuntamenti che poche ore non sono che un assaggio. Chi può quindi se la goda in almeno un paio di giorni. Molte cose resteranno visibili nell'arco dell'estate e il biglietto cumulativo non ha scadenza.

Ci sarebbe poi da fare un ragionamento sul meccanismo, anche economico, che sta dietro un festival della fotografia italiano, ma sarà per un'altra volta, appena quel tanto di adulto che da qualche parte ho sviluppato salterà di nuovo puntualmente fuori.
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Una sbirciatina ottica.

©2000 Fulvio Bortolozzo.
Secondo un recente sondaggio condotto dalla banca d'investimento Piper Jaffray su cinquemila adolescenti statunitensi, il social networking giovanile starebbe lentamente, ma inesorabilmente, abbandonando Facebook a favore di un insieme di forme di connessione più private di messaggistica istantanea. Tra tutte spicca Snapchat, con la quale è possibile inviare fotografie dagli smartphone ai propri amici solo per un certo numero di secondi prima che la loro visibilità venga definitivamente annullata.

Al di là delle questione sociologiche connesse, che in questo contesto non mi interessano, trovo rilevante registrare un'ulteriore passo in avanti del fotografico, in questo caso anche video, verso un uso sempre più limitato nel tempo. La visione dell'immagine fotografica si fa brevissima, pochi secondi e subito dopo viene perduta. Una sorta di sbirciatina ottica insomma. Sembra proprio che il percorso del fotografico, nell'uso quotidiano e personale, stia inseguendo il linguaggio orale. Verba volant e così le icone automatiche parrebbero voler anche fare, lasciando al linguaggio scritto, che sto impiegando adesso, funzioni sempre più residuali e noiosamente elitarie. Cosa voglia dire questo è ancora davvero presto per dirlo, ma l'umanità che sta crescendo oggi, almeno quella più esposta alla connessione telematica, sembra che ci stia inziando a sguazzare, e con una certa soddisfazione anche.

Non c'è mai tempo.

©2011 Fulvio Bortolozzo.



















Insomma, l'ennesima querelle sul fotografico è in circolazione un po' ovunque. Stavolta si tratterebbe di una persona partecipante ad una manifestazione di piazza a Roma, giovane e donna, che per qualche motivo finisce stesa a terra, e, mentre un altro manifestante steso accanto a lei tenta di proteggerla, viene scambiata per uno zainetto da un agente in servizio di ordine pubblico. Siccome chiunque di noi quando vede uno zainetto per terra non può resistere alla tentazione, l'agente vi sale sopra con una gamba su cui appoggia per qualche momento il peso del suo di corpo. Non so se i fatti si siano svolti così. Non c'ero. Non ho visto e sentito direttamente. Sono uno dei milioni di ciechi e sordi che provano a vincere il loro isolamento in vite private e separate le une dalle altre per mezzo di ciò che i cosiddetti "mezzi di comunicazione di massa" fanno arrivare a tutti noi.

A complicare questa come le altre vicende, c'è di mezzo l'ignoranza dei più, nel senso etimologico del termine, sul funzionamento dell'immagine fotografica. Anche di coloro che dovrebbero capirne qualcosina, come i giornalisti di penna, per esempio. Partono così tante illazioni, considerazioni, invettive, ecc. ecc. basate sul nulla mischiato col niente.

Un'immagine fotografica non si fa, si prende. Accade. Una macchina messa davanti alle cose ne conserva tracce visive. Lo stesso umano che la impugna non sa bene cosa conterrà la fotografia che sta prendendo, specie se mette in azione la macchina durante momenti concitati. Tutto rimane poi bloccato, fissato, reso immutabile, anche ciò che è durato nel tempo frazioni infinitesimali di secondo. Oppure resta una porzione temporale molto ridotta di ciò che è durato invece per un tempo lunghissimo, infinito per chi lo vive.

Insomma se da un'immagine fotografica escludiamo l'analisi e la considerazione del tempo di cui è fatta prima, durante e persino dopo, mentre la si guarda, si rischia di non capire cosa si sta guardando, di immaginare cose che non esistono o non vedere cose che invece sono lì davanti ai nostri occhi.

Ma non c'è tempo, Si fanno fotografie perché sembra che questo tempo lo recuperino, consentano di spostarlo e usarlo a nostro piacimento. Poi però non c'è tempo per estrarre da questa condensazione temporale che sono le fotografie il flusso degli eventi da cui originano e analizzarlo, passo a passo.

Non c'è mai tempo per tentare di mettersi in gioco e capire, o almeno ordinare in qualche modo i dati visivi di una fotografia. C'è solo il tempo per coprirla di parole, per elevarla a simbolo di un ragionamento o di quello opposto. C'è sempre tempo per mantenersi ciechi e sordi nonostante gli strumenti che si dovrebbero adoperare per tentare di liberarci dalla schiavitù del tempo e dello spazio in cui siamo nati e viviamo.
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Il vangelo secondo Matteo.

©2014 Fulvio Bortolozzo.
In questi giorni sono comparsi in vari luoghi di Torino dei manifesti di propaganda elettorale del Partito Democratico con un'iconografia quanto meno curiosa. Vi si vede parte di una fotografia, probabilmente presa al volo durante un incontro pubblico, in cui i soggetti, Sergio Chiamparino e Matteo Renzi, assumono per qualche istante un atteggiamento molto simile all'iconografia classica della pittura cattolica controriformista del primo Seicento.

Chiamparino pare mettersi in posizione di omaggio e ricezione di qualche viatico proveniente da un Renzi illuminato nel volto da una luce proveniente dal basso che lo rende come pervaso di chissà quale aura spirituale. Il tono fortemente giallo rossastro e saturo dell'immagine aumenta l'effetto d'insieme.

Per un confronto diretto, tra i molti esempi possibili, ecco qui due dettagli da dipinti secenteschi.

Caravaggio, "L'incredulità di San Tommaso", 1600-1601.


Francisco Ribalta, "Cristo abbraccia San Bernardo", 1625-27.









































Ora, al di là di quanta sia stata la consapevolezza culturale della citazione visiva in chi ha deciso di usare proprio questa fotografia per la comunicazione elettorale del PD a livello di Regione Piemonte, il fatto stesso che sia stata ritenuta adatta e autorizzata alla diffusione dagli organi dirigenti del partito rivela molto del pensiero salvifico di matrice cattolica che alberga nell'inconscio di chi vede in Renzi un messia politico da cui addirittura ricevere l'imprimatur apostolico che emendi dai peccati già commessi e predisponga alla salvezza della vittoria nelle urne. Laicità e iconografia del pensiero progressista, dove mai sei finita?

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Arricchirci l'un l'altro così.

©2014 Fulvio Bortolozzo.
Sì, son stati bei momenti quelli su Poli.Radio. Grazie al padrone di casa Daniele Ferrini, i discorsi son potuti fluire nelle giuste direzioni con i giusti tempi radiofonici. Competenza nell'uso del mezzo e sensibilità sincera per i temi messi in campo dai suoi interlocutori. Un mix fondamentale per fare qualcosa di veramente utile per chi interviene e per chi ascolta.

Devo anche dire che prendere parte ad una trasmissione che vedeva coinvolti in questa puntata, come nella precedente, persone con cui condivido interessi e riconoscimento reciproco mi sta facendo riflettere sulle grandi potenzialità delle reti virtuose. In una web radio, nei blog, su Facebook, nei forum o in qualsivoglia altro modo, mettere in rapporto diretto chi  altrimenti forse mai avrebbe potuto incontrarsi là fuori, nel "mondo reale" è qualcosa di entusiasmante e che rende la rete un luogo davvero speciale. Insostituibile ormai.

Grazie Daniele, grazie di cuore a tutti voi, amici miei di connessione. Continuiamo il più a lungo possibile ad arricchirci l'un l'altro così.

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Istantanee da un blog.

 
©2014 Fulvio Bortolozzo.

 [dal comunicato di Poli.Radio]

Daniele Ferrini ai microfoni, Ferrante Orcese e Stefano Borreca al mixer vi aspettano oggi, martedì 8 Aprile dalle 21 alle 23. Potete ascoltarci dal sito di Poli.Radio (www.poliradio.it/tock/player_audio.php) e tramite app gratuita Tunein disponibile per dispositivi iOS, Android e Windows8 cercando la stazione Poli.Radio.
 http://www.poliradio.it/rock/player_audio.php

Qui a pictures.of.you crediamo che le parole e le immagini possono creare percorsi dove la bidimensionalità delle fotografie e la volatilità del verbo permettono di impostare nuove coordinate multisensoriali. E sappiamo che ai nostri ascoltatori questo connubio è molto gradito. Visto il successo del primo appuntamento dedicato al mondo dei blog fotografici, abbiamo preparato una nuova puntata a tema per scoprire nuovi spunti per diffondere la fotografia oltre i suoi confini naturali.

Se il digitale ha cambiato il modo di vivere e condividere la fotografia, allo stesso modo la rete ha visto una proliferazione sempre maggiore di blog a tema.
Vi presenteremo altri quattro blog fotografici, quattro modi diversi di raccontare la fotografia, quattro modi diversi di capire quali pensieri e riflessioni si celano dietro un click.

Ospiti della puntata:
- Efrem Raimondi, fotografo a autore di un blog polemico, e noi lo metteremo alla prova.
http://blog.efremraimondi.it/

- Sandro Bini, responsabile di Deaphoto, Associazione Culturale per la didattica, progettazione e documentazione fotografica, autore del Blog "Binitudini".
http://binitudini.blogspot.it/

- Fulvio Bortolozzo, responsabile di molte attività legate alla fotografia e autore di "Camera Doppia"
http://borful.blogspot.it/

- Toni Thorimbert, fotografo di moda, art director a autore del suo blog dietro le immagini
http://tonithorimbert.blogspot.it/

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Seguite pictures.of.you sulla pagina Facebook per la parte visiva dei nostri contenuti:

https://www.facebook.com/events/683235148385334/

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Una lezione all'Università.

©2014 Fulvio Bortolozzo.
Anche quest'anno, visto il grande apprezzamento ricevuto l'anno scorso, mi è stato chiesto dal Prof. Giancarlo Pinto e dall'amico Ilenio Celoria di tenere una lezione all'Università degli Studi di Genova sulla Fotografia di architettura e territorio.

La lezione è prevista per lunedì 7 aprile prossimo, alle ore 14:30, nell'aula 4H del Dipartimento di Scienze per l'Architettura della Scuola Politecnica (ex Facoltà di Architettura), in Stradone Sant'Agostino, 37.

Il mio discorso sarà dedicato ad alcuni autori e momenti storici che ritengo fondamentali per chi si interessa dello strumento fotografico come mezzo di osservazione e analisi dei luoghi, in particolare di quelli urbanizzati.

Sarò ovviamente molto grato agli amici genovesi che volessero onorarmi della loro partecipazione a questo appuntamento.

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Che bel quadro, sembra una foto!



Il Fotoclub MOLTOMOSSO, nell'ambito della manifestazione Il weekend della Fotografia, presenta

DOMENICA 6 APRILE
Incontri con i fotografi

Ore 14:30
Fulvio Bortolozzo
Che bel quadro, sembra una foto!
Avventure, disavventure, personaggi e aneddoti di una storia d'amore mai finita tra pittura e fotografia.

A seguire:
Erminio Annunzi, Progettualità nella fotografia di Paesaggio.
Alessandro Brunello, Fotografia nel cinema: Punti di Vista.

Al termine degli incontri i fotografi ospiti saranno a disposizione dei presenti per visionare le loro fotografie e dare consigli e suggerimenti.

Per concludere, Foto Aperitivo per tutti i presenti.

Sede della manifestazione:
Centro Socio Culturale Coop, galleria di via Repubblica 15, Novate Milanese.
Programma: www.moltomosso.it
info: info@moltomosso.it




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Un dialogo silenzioso con le cose.

©2014 Fulvio Bortolozzo.
Oggi il fotografo restringe il suo campo d'azione alla sfera delle esperienze e delle sensazioni personali, con le quali solamente può avere un rapporto di "verità". (...) Per cercare di visualizzare i dati di un'esperienza che consiste spesso in un dialogo silenzioso con le cose circostanti, fino a sfiorare stati di assorta meditazione, il fotografo contemporaneo finisce per creare un'immagine emblematica dell'ambiente.

(...) L'ambiente viene "messo a nudo" sia per una stringente necessità morale di chiarificazione del proprio essere ed esistere nella realtà attuale (...) sia per un'adeguata tendenza formale a spogliare l'immagine da elementi visivi troppo accentratori o di facile effetto visivo. Il concetto di nudità (...) deve essere cioè inteso nel senso della rinuncia alla spettacolarità e all'esotismo, e ai sistemi di segni visivi che hanno perpetuato molte concezioni fuorvianti della realtà ambientale; non solo, ma rinuncia al concetto illusorio di documentazione e archiviazione dell'ambiente. L'ambiente è una realtà mobile, troppo viva per essere "documentata".

Roberto Salbitani

Da Testo elaborato successivamente a un'intervista iniziata nel 2008 e mai conclusasi di Fausto Raschiatore e Roberto Salbitani.
Pubblicato in Roberto Salbitani, Storie di un viaggiatore a cura di Roberta Valtorta, Postcart, 2013.

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Bella proprio per questo.

©2006 Fulvio Bortolozzo.
C'è un equivoco duro da chiarire, anzi durissimo. Riguarda l'aspetto visibile delle cose. Nel pensiero comune è diffusa la credenza che esista una relazione diretta tra come le cose si presentano alla vista e come sono nell'essenza loro. Quindi una persona bella d'aspetto, o ritenuta tale da un canone della cultura d'appartenenza, è anche ritenuta buona d'animo o comunque positiva. Si desidera frequentarla anche solo perché ci "decora" la vita. La grande bellezza nasce qui: bei fiori, belle figliole e bei figlioli, bei palazzi, bei giardini, begli oggetti, belle spiagge, bei tramonti, ecc. ecc. La vita è bella in questo preciso modo o così dovrebbe sempre esserlo.

Peccato che le cose non stiano davvero in questa maniera. Non esiste una relazione di conseguenza diretta tra un canone formale visibile e il suo contenuto. Così abbiamo persone belle nelle forme e moralmente ignobili, luoghi belli nelle armonie di colori e luci e contaminati nella sostanza, cose belle e fonte di oppressione, ecc. ecc.

Il fotografico cosa c'entra con tutto questo? C'entra perché può essere adoperato per dare credibilità alla fiaba. Perché può consentire di credere, e far credere, che la bellezza esista in quanto tale e sia così come la desideriamo: pura, positiva, rigenerante, salvifica. La bellezza esteriore dico, quella visibile. Tutta la fotografia pubblicitaria e gran parte della fotografia amatoriale di tipo autoconsolatorio producono icone così concepite.

 Il fotografico può però anche essere usato per non cadere nell'inganno. Per mettersi di fronte alle cose senza volerne trarre consolazioni o romanzi rosa. Per guardarle senza opinione preconcetta. Per ricominciare a nutrirsi di silenzio e contemplazione senza per forza ricavarne qualcosa con cui riempire la mente di parole. Per non dirle queste parole. Esiste un livello di esperienza che coincide con lo stare al mondo e precede il parlare del mondo, lo rende persino non necessario. Per attivarlo è indispensabile zittirsi e guardare. La traccia fotografica che se ne ricava può nuocere gravemente alle fantasticherie e riavvicinarci alle cose in quanto tali. Non perché le contenga, sarebbe l'ennesimo inganno, ma perché vi rimanda nel tempo e nello spazio, lì dov'è nata; per ripensare un'esperienza, per riviverla nella mente. Un'immagine che non cerca di dimostrare nulla, nemmeno che esista per forza la bellezza. Bella proprio per questo.

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Il lunedì del fotografico.

©2014 Fulvio Bortolozzo.
Apro stamattina la mia finestra sulla rete e trovo nella valigia di Van Gogh, il delizioso blog di Enrico Prada, la notizia che un volto fotografato non possa non raccontare la sua vita. Quella del volto che racconta la vita è forse uno dei luoghi comuni letterari più consumati. Un volto non mi racconta nulla. Espone se stesso e gli accidenti eventuali che il tempo dell'esistere gli provoca semmai. Nulla dice sui perché e per cosa. Nè se lo vedo di persona, né se lo vedo in una fotografia o altra immagine. Senza parole, senza informazioni, resta lì muto e rassegnato a farsi proiettare addosso tutti i film che la mia eventuale fervida fantasia s'incapriccia di inventarsi.

Passo oltre e mi imbatto in Fotocrazia, l'ottimo flusso di pensieri di Michele Smargiassi. Stavolta leggo che una delle chiavi del successo di quella peste oculare di Instagram sarebbe l'uso del fotografare sociale per creare identità di appartenenza condivise, attraverso l'adesione ai filtri e filtrini che omogeneizzano chi vi pubblica. Praticamente nell'essenza uno dei fenomeni che da sempre distinguono l'umanità dagli altri esseri viventi sul pianeta. Non essendo dotati che di corpi nella maggior parte talmente sgraziati da essere inguardabili e troppo debolmente dotati per poter davvero sperare di sopravvivere individualmente, gli umani da quando esistono si coprono di cose depredate alla restante natura minerale, vegetale e animale. Non contenti alterano il loro corpo con orpelli, segni, coloriture, ferite persino, proprio per costruire una delle invenzioni fondamentali per la sopravvivenza della specie: l'identità e l'appartenenza di gruppo. Poi, visibilmente costruite le identità artificiali, iniziano pure a combattersi, una banda contro l'altra, poco importa se le insegne sfoggiate sono labbra deformate da anelli di metallo o colli stretti da cravatte appena disegnate da uno stilista di successo. Davvero nulla di nuovo sotto il sole.

Per fortuna leggo anche da qualche parte che un gommone carico di alcuni leghisti è affondato vicino a Malta. Un piccolo sorriso e un caffè. Lunedì, è solo lunedì mattina e la domenica è ancora troppo, troppo lontana.

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