REST 14


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In questo numero:
In this issue:

Attilio BIXIO
Daniela DIONORI
Sonia FERRARI
Michele GINEVRA
Anna LORDI
Angelo ZZAVEN


REST è una rivista On Demand di fotografie senza parole.
I fotografi selezionati per REST realizzano serialità con immagini interessanti.
REST cambia la priorità. La percezione visiva è la prima forma di conoscenza: istintiva, pre-verbale. Se avete bisogno delle parole chiedete direttamente ai fotografi.
REST pensa: se un'immagine non funziona, centinaia, migliaia o milioni di parole non potranno salvarla.

REST
is
an On Demand photographic magazine without words.
The photographers selected for REST carry out good projects with interesting pictures.
REST wants to change the priority. The visual perception is the first form of knowledge: instinctive, pre-verbal. If you need words, ask the photographers directly.
REST thinks: if an image doesn't work, a hundred, a thousand, or a million words won't be enough to save it.


REST, ©2015-2018 Fulvio Bortolozzo.
All Rights Reserved


Puntuale come l'influenza.


Eccolo qua di ritorno.

Il circo mediatico del fotogiornalismo internazionale per eccellenza: Il World Press Photo, proprio come il classico malanno di stagione. E siccome l'aggressività di virus e batteri è in aumento, anche il WPP non fa eccezione. La formula per decidere quale sia la fotografia dell'anno è cambiata. Adesso abbiamo la rosa ristretta di candidati e solo allo show finale di Amsterdam (a proposito va rilevato che in effetti la città è davvero la sede più azzeccata per questo concorso), solo allora sapremo chi sarà il vincitore. Magari con la classica sospensione di qualche istante dell'annuncio per creare maggior pathos tra gli astanti. "The winner is...".

Uno show autoreferenziale per un settore in crisi nera da tempo. Il fotogiornalismo è da tanti anni diventato fotosensazionalismo nella battaglia persa sulla carta che si tenta di tornare a vincere sulla rete.

I giurati hanno dovuto esaminare 73.044 fotografie, scattate da 4.548 fotografi provenienti da 125 paesi. Nemmeno allo Stanley Kubrick di Arancia meccanica era venuta in mente una cosa talmente sadica.

Che senso ha tutto questo? Nessuno. O meglio è marketing. Questo post cade nella trappola e fa quello che al WPP si aspettano: che se ne parli, ovunque e comunque. Lo faccio volentieri lo stesso. L'influenza te la devi prendere e starci male fino a quando non ti passa. Ogni anno.

Carlo Mollino. Il messaggio dalla camera oscura.


Torino, sabato 10 marzo 2018.

Ore 10
Analisi del libro Il messaggio dalla camera oscura di Carlo Mollino (1905-1973). In questo saggio, pubblicato nel 1949, Carlo Mollino propone una sua originale interpretazione della storia della fotografia fortemente orientata all'approccio iconografico. 309 fotografie in bianco e nero e 15 a colori si intrecciano con le 124 pagine di testo. Un'opera ancora in grado di fornire interessanti spunti di riflessione e mai veramente presentata nella sua complessità nelle tre grandi mostre retrospettive torinesi e nei relativi cataloghi:  Fondazione Italiana per la Fotografia, 2003 - GAM, Castello di Rivoli, 2006 - Camera Centro Italiano per la Fotografia, 2018.

Ore 13
Pausa pranzo.

Ore 14
Ripresa del seminario, discussione
e conclusioni verso le ore 16:00.



DOCENTE:
Fulvio Bortolozzo


DOVE:
Studio Bild
Via Cesare Lombroso 20/A, Torino.
(Metro: Marconi)

INFO E ISCRIZIONI:
Fulvio Bortolozzo
borful@gmail.com

(seminario a pagamento, posti limitati)


CALENDARIO DEI PROSSIMI
SEMINARI DI QUESTO CICLO

7. Torino, 14 aprile 2018.

8. Torino, 19 maggio 2018.



NOTIZIE UTILI

TRENO
Studio Bild è a 15 minuti a piedi dalla stazione ferroviaria di Porta Nuova e a 10 minuti dalla fermata della metro Marconi. Chi dovesse arrivare da Porta Susa deve prendere la Metro in direzione Lingotto.

PARCHEGGIO
Nei dintorni dello Studio Bild (zona San Salvario) il parcheggio è a pagamento. 1,50€ all'ora dalle 9:00 fino alle 19:00 di sera tranne i festivi; 10€ forfait giornaliero.

Il lato oscuro di Facebook.


Insomma è finalmente capitato!

Dopo anni e anni di partecipazione a Facebook, sono stato bannato per 24 ore dal social per aver pubblicato un contenuto ritenuto in contrasto con "gli standard della comunità". Fin qui, sarà capitato a tanti e anche di peggio. La cosa però che mi ha fatto uscire dai gangheri è la particolarità dell'evento,

Il contenuto si può vedere qui sopra in forma censurata per gli occhi degli ipocriti puritani americani che non sanno distinguere un'opera d'arte dalla pornografia. Merce quest'ultima della quale tra l'altro sono proprio gli americani, e di gran lunga, i più grandi esportatori globali.

Si tratta di una fotografia tra le più famose di un grande nome della fotografia internazionale: Helmut Newton (1920-2004). Un'immagine carica di autoironia e per nulla volgare. Il titolo è "Self-Portrait with Wife and Models" ed è del 1981. Newton espose in vita ovunque e anche in contesti d'arte. Vidi le sue fotografie in mostra per la prima volta a Torino, durante la Biennale della Fotografia 1985. Espose stampe di dimensioni spettacolari delle sue "gigantesse" al Museo dell'Automobile.

Va bene i tempi sono cambiati, in peggio, però la cosa inquietante è che il mio banno è derivato dall'aver condiviso un link dal sito della casa d'aste Christie's in un commento ad un post a tema artistico. Il tutto avveniva all'interno del mio gruppo di studio We Do The Rest, che è chiuso agli estranei e i cui contenuti possono essere visti solo dai membri, attualmente poco più di 500, tutti miei amici su Facebook, adulti e perfettamente consapevoli.

L'azione del social è stata repentina e senza possibilità di alcuna obiezione. La mia partecipazione, sempre più che corretta, e il fatto che non avessi mai prima condiviso nessuna immagine di nudo, non sono valse a nulla. I casi sono quindi due: qualcuno all'interno del mio gruppo attendeva silente da mesi l'occasione giusta per farmi bannare (e sarebbe il caso più rassicurante perché viviamo sempre esposti a invidie e scontri, siamo esseri umani) oppure, ed è il caso più inquietante, ormai tutto è nelle mani censorie di algoritmi talmente mal programmati da riconoscere un organo sessuale senza però discernere il contesto.

Questo alla fine è una forma subdola di tecnofascismo che con la scusa della morale (quale morale?) chiude le comunicazioni umane in ambiti sempre più ristretti e decisi da chi detiene il coltello sociale dalla parte del manico. Ovviamente invece, troppe pagine e commenti pubblici, visibili da tutti, di incitamento all'odio sono considerati rispettosi degli standard della comunità. Corretto! L'odio, dopo il sesso, è il miglior generatore di traffico, buono per la pubblicità. Così si fanno bei quattrini, ma la pubblica decenza sessuofobica è salva.

Bene, non ci sto. Ho chiuso il profilo. Ora, tramite un caro e antico amico, Luigi Walker, mi limiterò a pubblicare le notizie delle mie attività per coloro che le seguono con interesse . Fine della musica.

Aggiornamento.
Da un generoso esperimento di un amico abbiamo potuto appurare che probabilmente l'algoritmo lavora direttamente su link già segnalati in precedenza e banna in automatico per 24 ore. Tecnofascismo preventivo quindi. Un futuro radioso ci attende.

L'ultima luce.


Thomas Weski: Che cosa l'ha spinta a fare quelle fotografie?

Robert Adams: Il piacere. La luce era irresistibile. Una volta, al termine di una lunga giornata estiva trascorsa a fotografare, ricordo di essermi ritrovato talmente esausto per aver cercato di cogliere l'ultima luce sui sobborghi da non essere neppure in grado di usare la macchina fotografica. E mi chiesi quando mai la luce sarebbe stata ancora così.

Dalla seconda edizione di The New West. (pag.76)





Già scrivendone scompare.


Vedi, una cosa affascinante delle immagini è che sfuggono alle categorie del ragionamento razionale, base della conoscenza intellettuale e scientifica. L'immagine, anche quella fotografica, è o non è. Funziona o no. L'autore è un tramite, felice quando riesce a farla funzionare. Spesso è incolto, impreparato, ma sensibile e intuitivo abbastanza da provare e a volte riuscire. Dopo, a cose fatte, si può dissezionare il cadavere alla ricerca della sua biologia, ma il succo, la famosa "anima", non c'è. Ecco perché le immagini sono sfuggenti, e le migliori ancora di più. Non c'è percorso analitico che tenga. Non è l'elogio del buon selvaggio e nemmeno il libera tutti ad ogni porcheria autoreferenziale. Si tratta di un piano di conoscenza altro, immediato e sintetico. Già scrivendone scompare.