Immagini alla ricerca di occhi.

Una fotocamera è un oggetto tecnologico basato su alcune leggi fisiche fondamentali. Di per sé, non dovrebbe suscitare più interesse di una lavatrice. Se invece ha un successo così inarrestabile presso milioni di persone è perché ciò che produce non è solo un servizio utile alla persona, come dei panni puliti per esempio, ma  qualcosa di più, molto di più.

Il risultato di una fotocamera è un'immagine. Ottica, bidimensionale, oggi persino immediata, simultanea, plurimateriale e temporanea, nel senso che può apparire all'istante su display o monitor per ogni dove e per un tempo definito da chi guarda o da chi la fa guardare.

Il limite di questo tipo d'immagine resta l'accessibilità. Senza l'uso di una dotazione tecnologica almeno sufficiente essa non appare. Quindi la precondizione per fruirne è quella di appartenere al gruppo umano di quanti sono dotati delle necessarie apparecchiature. L'industria del settore ogni giorno che passa raggiunge con i suoi prodotti un numero sempre maggiore di umani a costi sempre meno elevati e quindi le barriere dell'accessibilità tendono a scomparire. Non a caso di recente il governo italiano ha deciso di far pagare il canone per il servizio radiotelevisivo pubblico nella bolletta dell'energia elettrica. La corrente elettrica diviene l'ultima barriera esistente al flusso delle immagini e quindi chi è allacciato è automaticamente connesso o connettibile con le immagini sonorizzate, non solo della televisione, ma anche di ogni altra apparecchiatura apposita, smartphone inclusi.

Ora, oggi, adesso, continuare a seguire le orme del pensatore marxista Pierre Bordieu, che nel 1965 derubricava l'uso della fotocamera ad intrattenimento dopolavoristico e pseudoartistico (arte media) della disprezzabile classe media, mi appare paragonabile a sostenere l'attualità del sistema tolemaico.

La rivoluzione copernicana nella quale siamo immersi porta in se stessa la scomparsa della novecentesca "classe media" come centro gravitazionale attorno al quale ruota la società. Le immagini ottiche tecnologiche sono alla portata di tutti, dal più aristocratico al più misero degli umani urbanizzati, entro una certa minima soglia di sopravvivenza. Prendere fotografie ormai è un'attività comune, quasi come respirare. L'umanità si divide solo più tra inclusi ed esclusi nel rito del consumo culturale, senza barriere intermedie possibili. Quindi l'arte media non esiste più, esistono solo immagini alla ricerca di occhi.

 


REST 27/05/2016


REST contains photographs without words.
The photographers selected for REST carry out good projects with interesting pictures.

REST wants to change the priority. The visual perception is the first form of knowledge: instinctive, pre-verbal. If you need words, ask the photographers directly.

REST thinks: if an image doesn't work, a hundred, a thousand, or a million words won't be enough to save it.

Photographers:
Paolo FUSCO, Davide MENARELLO, Luca MORETTI, Sandro PISANI, Gianmarco STOCCHI, Michele VITTORI.


Preview and buy.

REST 27/05/2016
FUSCO MENARELLO MORETTI
PISANI STOCCHI VITTORI
Format: US Letter.
64 pages; 58 colour plates.
ISBN: 9781367660489.
Blurb.com



Previous issues.

REST 29/02/2016
ALTERO-VINO CRAVERO DI FONZO
DI LEO LOMBARDO MASSA MICON


REST 13/12/2015
CREAZZO GHIO LABELLARTE
MINERVINI MONI TONOLLI


REST 09/08/2015
ARMENTANO GIACOBINO
GIANNOTTA QUIRINI RADO






REST, ©2015-2016 Fulvio Bortolozzo.
All Rights Reserved


Voi siete Here.


Anche se riguarda solo "Torino Torino", come si diceva una volta per specificare che si era di Torino città e non della provincia, bisogna comunque dirlo in inglese. E allora eccoci qui, anzi no Here!


Here vuole essere l'inizio di un progetto culturale a lungo termine completamente autogestito dalla Assemblea Cavallerizza, un gruppo eterogeneo di cittadini che da un paio d'anni occupano la fortemente degradata  Cavallerizza Reale di Torino per protestare contro l'abbandono colpevole in cui la lascia l'Amministrazione comunale. Questa, tra l'altro, pare essere una specialità fassinista, visto che anche il Palazzo del Lavoro, l'ex Borsa Valori e il Torino Esposizioni seguono la stessa sorte. Ma sono "robe moderne" e pensavo quindi fosse indifferenza per tutto ciò che non ci avevano lasciato i qui sempre più beneamati Savoia. Invece no, ce n'è anche per loro.


Tra le varie iniziative di resistenza civile dell'Assemblea c'è una raccolta firme per indire un referendum che permetta di mantenere pubblica la proprietà del sito invece di dismetterlo a favore del tritacarne speculativo privato. Ho firmato.


Tornando a Here, si tratta di una mostra collettiva d'arte contemporanea nata da una call ("chiamata" per gli italofoni duri e puri) partita a marzo che ha raccolto l'adesione di quasi 200 artisti locali e qualche allogeno, dai più riconosciuti ai più emergenti. La mostra si estende sugli ultimi tre dei quattro piani di uno degli edifici più imponenti della Cavallerizza: l'ex Accademia militare sabauda. Bisogna dire che negli anni Settanta l'edificio fu adibito ad appartamenti in uso a dipendenti statali e loro famiglie per affitti irrisori. Alcuni vi abitarono per decenni e le modifiche che apportarono agli appartamenti furono in qualche caso notevoli.


Di quel periodo restano macerie e rovine che molti degli artisti coinvolti nella call hanno provveduto a rimuovere con le proprie mani da 150 stanze di 42 alloggi. Sulle pareti dei corridoi a fianco degli ingressi degli alloggi sono state esposte piccole stampe fotografiche che documentavano l'orrendo "stato dell'arte" trovato all'inizio. Lo stesso scherzetto il Comune lo giocò lo scorso anno a quelli di The Others per l'uso della ex Borsa Valori e a quelli di Paratissima per il Torino Esposizioni. C'è qualcosa di rieducativo e maoista nell'ideologia della Giunta comunale. Ce l'hanno con la vanitas degli artisti e li puniscono trasformandoli in sguattere del Guatemala, se proprio vogliono ostinatamente esporre le loro amate opere.


C'è da dire che mi sono eventualmente risparmiato la fatica del desbarassu (in lingua celtoligure: sbarazzarsi di quello che non serve) perché pur vivendo praticamente sulla rete H24 7/7 sono riuscito nella fantastica impresa di non saperne proprio nulla sia della call sia della successiva mostra fino ai primi report pubblicati da amici e conoscenti su Facebook. Sì, lo so, da oltre un trentennio mi rifiuto di leggere La Busiarda mentre il 99,9% dei miei concittadini se ne guarda bene dal non farlo per evitarsi proprio di essere tagliati fuori da ciò che succede in città. Se non lo pubblicano non esiste, se lo pubblicano ci si deve andare in massa perdio! Noblesse oblige!


Ad ogni modo... chi ne scriveva bene, chi male, mi sono alla fine incuriosito e nelle ultime due ore dell'ultimo giorno ho fatto un'incursione con mia moglie.


Che dire? Sembrava una The Others de noantri, sì è vero. Però... però... Le stanze non erano propriamente delle celle e non così libere dal loro passato. Poi l'affaccio dalle finestre sul parco Reale, sulla Mole e su Torino... che spettacolo mozzafiato, che competizione con le opere esposte. La visita meritava anche solo per vedere le stanze con ciò che restava del loro passato e le vedute torinesi. Come capisco gli speculatori... ma a quanto potrebbero mai vendere degli appartamenti di lusso in quel posto lì? Sarà molto dura impedirlo ragazzi.


Qualche artista l'ha capito più di altri e ha provato a giocarci: con le stanze, con le vedute. Qualcun altro ha fatto finta di niente e si è comportato come fosse in una normale galleria. Tutti però, a mio avviso son rimasti sommersi dal luogo. Forse sarebbe ora di piantarla lì con queste location (dai, sfoggio anch'io un poco di anglisch) post-qualcosa e farsi fare e dare luoghi pensati per esporre l'arte contemporanea. Punto. Non penso ci sia bisogno per forza di ingrassare qualche archistar per ottenere un parallelepipedo bianco ben illuminato e attrezzato. In fondo la famosa "scatola da scarpe" della Fondazione Sandretto può già fare in parte da modello.


In ultimo, un aneddoto autobiografico. Mia moglie scova alcune mie piccole opere nelle stanze dei 20x20 dell'iniziativa SEGNI voluta da Delia Gianti nel 2005 e ora acquisita ed esposta dal CCCT Birrificio Metzger. Lacrimuccia. Senza saperlo, esponevo Here anch'io!


Le anime nuove.


Ieri, 18 maggio 2016, nell'Aula magna dello IED di Torino, Francesco Jodice (1967) ha parlato del suo lavoro in un incontro aperto al pubblico, dopo aver tenuto una lezione riservata solo agli studenti.

In apertura dell'incontro si è subito presentato qualificandosi come artista. Non fotografo quindi, ma artista che lavora all'interno delle arti visive, usando anche la parola quando serve. Poi è passato a parlare di un suo lavoro recente sul Grand Tour rivisitato, composto da tre serie di fotografie prese con una fotocamera per il formato 4x5" su pellicole negative a colori. Le serie sono rispettivamente dedicate a Capri, Venezia e al Monte Bianco.


In realtà sul sito dell'artista le fotografie di Capri sono pubblicate come lavoro a se stante, del 2013, con  il titolo Capri. The Diefenbach Chronicles. Il progetto include 11 fotografie intercalate da 8 pagine estratte da vari testi e cancellate con vernice nera, tranne che per una singola frase, evidenziata quindi per assenza del testo restante. Le fotografie sono state prese direttamente da Jodice di notte in luoghi naturali dell'isola (tranne due riproduzioni di tele del Diefenbach) con una posa così lunga da condurre a fortissime sovraesposizioni. La luce ed i colori che se ne ottengono sono quelli stranianti di un impossibile giorno senza luce solare diretta, e tutto ciò che si muove, come il mare per esempio, risulta fluido e vaporoso o per nulla presente se il movimento è troppo rapido. Le stampe sono di grandi dimensioni. Una stampa in particolare, quella di un faraglione isolato, è stata così fortemente apprezzata dai collezionisti e dal pubblico da divenire una vera e propria icona dell'opera di Jodice.

Le serie su Venezia e il Monte Bianco, presentate subito dopo, sono evidentemente posteriori e seguono più o meno lo stesso approccio progettuale di Capri. Non si può quindi nemmeno escludere che il lavoro evolva ulteriormente in futuro, secondo la logica processuale dell'artista che trova nel work in progress un continuo terreno di sviluppo e verifica.


Al termine dell'incontro Jodice ha fatto vedere un breve film, Atlante (9' circa), che monta insieme spezzoni di film di altri registi e un suo girato alla statua ellenistica dell'Atlante Farnese conservata al Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Questo rimontaggio citazionista di film già esistenti mi ha ricordato una analoga operazione di Botto&Bruno visibile alla Fondazione Merz. Artisti tra l'altro generazionalmente vicini a Jodice.

L'insieme di questi lavori, e di molta parte della sua opera, se non tutta, ruota attorno all'idea che stiamo vivendo il declino dell'Occidente, della sua cultura e della sua arte. Una visione apocalittica, ricalcata sul precedente storico della caduta dell'Impero Romano, che tormenta Jodice e lo spinge all'urgenza di realizzare le sue opere come forma di impegno etico e civile, nel tentativo di risvegliare le coscienze.


A dimostrazione delle sue tesi porta il rapidissimo lasso di tempo che intercorre tra le epoche felicemente produttive della cultura, che situa dall'antichità classica al limite estremo degli anni Dieci, forse Venti, del Novecento, fino al trionfo di Masterchef (sic), della junk tv quindi. Altro paragone deteriore lo fa tra il Corriere della Sera di Pier Paolo Pasolini e quello di Beppe Severgnini. Solo esempi, senza nulla di personale indubbiamente, per dire che qualcosa si dev'essere rotto irrimediabilmente.

A mio parere a rompersi è stata invece la cultura elitaria borghese occidentale, quella davvero "alta", quella che imita l'aristocrazia senza averne però i quarti genealogici. Quella industriale nazionalista, responsabile di ben due guerre mondiali, che deve cedere il passo alla borghesia finanziaria globale. Con essa scompare l'alta cultura, immune e protetta da quella triviale e bassa delle classi inferiori. Non è più tempo dei Luchino Visconti, aristocratico per davvero e comunista pure, ma del talent e del contest. A giudicare su cosa sia arte non è più Lorenzo il Magnifico, ma un milione di clic sui social. Temo che la decadenza che fa soffrire Francesco Jodice non sia quella dell'Occidente, ma di una certa classe dominante privilegiata, intellettuale e colta, a cui lui appartiene di diritto per ascendenza, frequentazioni e formazione; che per di più lo colleziona, riconoscendolo come suo pari.

Warhol docet, oggi più che mai, volenti o nolenti. E non è perciò questo un tramonto senza altre albe. L'Occidente vive ancora, e vivrà a lungo, rimescolando tutto in forme diverse: barbare per le anime belle, vitalissime per le anime nuove.


Molto di più.


Il 21 aprile scorso mi è capitato di incontrare a Torino "Zines of the Zone". Si tratta di una biblioteca itinerante dedicata al self publishing fotografico: fotozine e fanzine che utilizzano le immagini fotografiche (anche come documentazione) e qualsiasi tipo di materiale stampato legato alla fotografia.


Dal gennaio 2014,  Julie Hascoët e Guillaume Thiriet (due gentilissimi e disponibili giovani francesi di Nantes) viaggiano attraverso l'Europa con un furgone per mostrare la loro collezione, organizzare eventi istantanei, raccogliere nuovi libri e conoscere editori locali. Purtroppo sono rimasti in città quel giorno e basta, per questo ne scrivo solo ora.


I libri li ho trovati su degli appositi espositori pieghevoli installati per l'occasione nel fucking bar and art gallery RAT di via San Massimo. Ho potuto sfogliarmeli con tutto comodo, essendo arrivato puntuale all'apertura dell'evento, cioè in larghissimo anticipo sul "frequentatore-tipo" del locale.


Devo dire che nel mare magno di velleitarismo anarco-impossibilista ho trovato alcune cose davvero pregevoli, che davano senso allo sfogliamento del tutto, e che meritavano persino di essere ripresentate in contesti meno caotici.


Questo mi spinge a pensare che il self publishing sia davvero, nell'attuale momento storico, il canale più effervescente e culturalmente interessante per il fotografico. Molto più della rete, dell'editoria convenzionale e del circuito galleristico e istituzionale. Molto di più.



Mai separatamente.

"Documents pour artistes" così la leggenda dice che ci fosse scritto su di un cartello affisso da Eugène Atget sulla porta del suo studio abitazione. Non ci sono, almeno a mia conoscenza, riscontri oggettivi che davvero quel cartello sia mai esistito, però avrebbe potuto, anzi dovuto, esistere perché riesce a condensare perfettamente l'essenza della lezione di Atget. Lezione, per mio conto, ancora pienamente valida oggi.


Difatti la definizione di "documento fotografico" è un sostanziale ossimoro, semmai potrebbe esserci un "documento fotografico-artistico", nel senso che può attivarsi se interrogato come oggetto d'arte o da un artista perchè solo se una fotografia riesce a spostare il pensiero di chi la prende e di chi la incontra essa può assolvere ad una concreta funzione documentaria e artistica insieme. Sempre insieme però, mai separatamente.


Inabitabile magari per me.

Alla Fondazione Merz di Torino è aperta fino al 19 giugno prossimo la personale di Botto & Bruno. Prima cosa: andateci. Consiglio calorosamente i miei concittadini, e non solo, di immergersi nelle grandi scenografie allestite per l'occasione. Forse mai come prima d'ora il mondo visionario dei due artisti torinesi prende corpo, e luogo, con una simile avvolgente forza iconografica: un'esperienza davvero totalizzante.


Le tecnica del collage digitale fotografico, affinata negli anni, vede gli ormai neocinquantenni autori (non si direbbe affatto vedendoli, ma i dati anagrafici recitano così) pienamente padroni del loro universo post industriale. Ogni minimo elemento fotografico si inserisce nell'insieme del montaggio contribuendo ad arricchirlo e nello stesso tempo rendendo credibile l'incredibile fin sulla soglia del tangibile, del percorribile.


E proprio percorrere e ripercorrere l'allestimento passeggiando lungo le pareti è il modo migliore di goderne il profluvio barocco che contiene. Tra le stazioni/installazioni previste ci sono anche la "grande cisterna", buona per meditazioni o sospensioni ansiolitiche della visita, e il verosimile, ma mai esistito, "cinema Lancia" dove viene proiettato un loro montaggio cinematografico recente da tre film d'autore, dedicato all'infanzia. Nelle sale superiori altri video stavolta originali, girati dagli artisti da posizione elevata con forti teleobiettivi sui giochi di bimbi a Porta Palazzo. Da rilevare le musiche che sono anche in parte concepite ed eseguite da Botto e Bruno, a testimoniare il loro forte interesse per un complessivo controllo multimediale e multisensoriale della progettualità messa in atto.


Durante la mia visita c'era una scolaresca di bambini che fringuellava dietro alle loro maestre. Questo mi dava da pensare su quanto loro potessero recepire dello strano pianeta devastato che si raffigurava tutto intorno. Non mi sarà mai dato saperlo. Qualcuno di loro forse se lo ricorderà a lungo e arrivato alla mia età ne parlerà ai nipotini, chissà.

Forse invece sono iconografie davvero molto lontane ormai. In fondo, sono allestite proprio in uno spazio ex industriale perfettamente recuperato ad un uso culturale, quindi smentendo nei fatti il pessimismo apocalittico rappresentato nella mostra.


Io stesso, figlio di operai FIAT e vissuto anche a San Paolo, non mi ci ritrovo per davvero. Posso pensare, per esempio, ai racconti che mi si facevano della guerra: morte, distruzione, dolori, paure, ma io crescevo lo stesso, e anche felicemente nel mio piccolo, in una Torino piena di condomini abitati da famiglie di operai e impiegati che avevano per i loro figli previsioni piene di discreto ottimismo. Sarebbero andati a studiare alle "scuole alte", chi per diventare dottore, chi artista, e non avrebbero conosciuto che qualcosa di meglio, molto meglio.

Questo quindi non mi preparava affatto alla guerra, anche se mi facevano vedere film, fotografie, mostre e leggere libri, articoli. Così penso che i bambini d'oggi cresceranno immemori, o comunque innocenti, del passato industriale e delle macerie di illusioni che ci lascia. Costruiranno un mondo completamente diverso, tutto per loro. Inabitabile magari per me.


Botto & Bruno
Society you’re crazy breed
a cura di Beatrice Merz e Maria Centonze

Fino al 19 giugno 2016.

FONDAZIONE MERZ
Via Limone 24 Torino
Tel. 011 19719437
info@fondazionemerz.org
www.fondazionemerz.org

Proprio per quel motivo.

Sono qui che vago in ampi spazi tra venditori di hot dog e grandi stand più o meno sfavillanti, in mezzo a robe da chef, salutismi, giochi e lazzi, vinerie, magliette, istituzioni locali, regionali, nazionali, vele vaticane.

Grandi editori, medi editori, piccoli editori, sì ci sono anche, alcuni, ma se faccio il conto dei chilometri e dei metri quadri, calcolando un biglietto scontato otto euro perché orgoglioso possessore della Tessera Musei, se faccio tutti i conti per bene, mi ritrovo in un salone pieno di vuoto, di chiacchiere e distintivi, in cambio del  sole che c'è fuori.

E allora esco, vado in centro, sotto i portici. Ecco il salone vero: bancarelle di libri, lì si fanno finalmente piccoli ritrovamenti e deliziose scoperte, come mi accadeva un tempo anche al Salone del Libro, atteso tutto l'anno proprio per quel motivo.

Molto più di un diamante.

In occasione del Salone del Libro, da Jest a Torino è stata aperta un'esposizione di fotolibri apparsi nell'ultimo anno o poco più in quell'insieme di rivoli e ruscelli dell'editoria che fluiscono sovente in modo carsico attraverso le lande desolate del settore, occupate per lo più da titoloni celebrativi di gloriose mummie, meglio se di grandi dimensioni (Magnum) e piene di Contrasto.

Su due listarelle a parete si trovano allineate le monografie di 19 autori da sfogliare con calma e attenzione. A parte in una nicchia vicina all'ingresso c'è il germoglio del bookshop con i titoli in vendita: alcuni tra quelli esposti e altri ancora.


Già in post precedenti avevo scritto su alcuni di loro: Simone Donati (Hotel immagine)NastyNasty© e Domingo Milella. Di altri avrò occasione di scrivere in futuro. Ora però mi preme porre l'accento sulla vivacità culturale del fotolibro contemporaneo d'autore, o "d'artista" come chi è più sensibile alle quotazioni preferisce dire.

Le proposte offrono approcci molto diversi tra loro sotto tutti i punti di vista. C'è l'irruzione di una grafica non più solo editoriale, ma persino co-autoriale, sia nell'impaginazione sia nelle scelte oggettuali: carta, copertina, rilegatura, tipo di stampa, ecc. Poi anche il corpo fotografico è messo insieme secondo criteri svariati: reportage (quello più classico), narrativo/poetico (pseudoromanzesco o neoromantico), concettuale duro e puro, citazionista, ecc.

Insomma se c'è vita oggi sul pianeta Papalla dei fotografanti, essa è visibile più che altrove nei fotolibri d'autore, in specie se prodotti in casa o con piccolissimi editori. Il libro si conferma anche in questo millennio come oggetto culturale che può felicemente coniugare qualità, economia, diffusione e semplicità di fruizione e conservazione. Senza dimenticare che "guardare" un libro è un atto intimo, indipendente da luoghi e tempi altrui, completamente sconnesso da spam promopubnewfastnow non richiesto. Un libro è per sempre, insomma. Molto più di un diamante.


Last but not least
New Italian photobooks


NastyNasty©, Andrea Boscardin, Emanuele Camerini, Federico Carpani, Federico Clavarino, Alessandro Dandini de Sylva, Niccolò Degiorgis, Simone Donati, Marcello Galvani, Luca Massaro, Domingo Milella, Filippo Minelli, Vittorio Mortarotti, Nicola Nunziata, Massimiliano Tommaso Rezza, Andy Rocchelli, Antonio Rovaldi, Giovanna Silva, Michele Tagliaferri, Tommaso Tanini, Stefano Vigni.

Fino al 15maggio 2016.


JEST
Via Silvio Pellico 8 Torino
(Presso Fluxlab)
+39 3384706054
+39 3290907603
info@jestfotografia.net
www.jestfotografia.net

Orario: giov-dom 16.00–21.00
(può variare, verificare sempre via telefono)

Due Francesco per un panorama.

Siamo a maggio e una grande rosa è sbocciata da Camera Centro Italiano per la Fotografia. Il curatore Francesco Zanot mette a segno un bel colpo sotto diversi punti di vista.


Questa "ricognizione", come viene definita nei comunicati di Camera, è in realtà qualcosa di più: un'antologica ragionata sull'opera complessiva fino ad ora portata avanti da Francesco Jodice (1967). Mai prima d'ora realizzata da nessuno. L'occasione quindi per chi la visiterà è quella di poter provare a formare, o riformare, la propria opinione sulle diverse progettualità di Jodice avendole lì a disposizione in un unico momento e luogo, ben esposte e spiegate a sufficienza.


La figura di Jodice appare in tutta la sua ampiezza: dall'origine fotografica, il figlio di Mimmo, sviluppandosi poi nel superamento del fotografico, come ambito a se stante, verso la centralità dell'approccio intellettuale alle tematiche. Da cui far poi derivare le scelte procedurali, di volta in volta scegliendo e combinando ogni possibilità espressiva: dalla fotografia alla scrittura, dall'audiovisivo all'installazione e così via.


L'ambiente che riceve con maggiore attenzione il suo operato è quello dell'arte contemporanea e del suo collezionismo; in primis con le acquisizioni e il sostegno della commissione scientifica di Unicredit per l'Arte presieduta da Walter Guadagnini. Questo però non significa affatto che si possa ricondurre la figura di Jodice solo alla tipologia più consolidata dell'artista contemporaneo "di mercato". Lo dimostrano operazioni come i tre film della serie Citytellers (San Paolo, Aral e Dubai) dove la struttura narrativa è più vicina al documentario di alta qualità distribuibile anche nei canali televisivi e filmici classici per un pubblico mainstream che al solito video d'artista.


In ultimo, ma non per ultimo, dopo il passaggio, a mio avviso non proprio indispensabile, anzi, della precedente mostra sulla Scena del crimine, l'attuale esposizione ricuce il filo avviato con quella d'apertura di Mikhailov e sposta persino la barra fuori dal golfo mistico Magnum verso rotte più aperte e libere dove il fotografico possa anche incontrare la contemporaneità al di là degli interessi corporativi del settore fotogiornalistico.

Per questi motivi la mostra è importante come concreto evento culturale di studio, conoscenza e analisi. Penso che, grazie anche al robusto sostegno mediatico e istituzionale di cui gode Camera, le persone interessate al fotografico e all'arte affluiranno numerose, pure da fuori Torino. E faranno bene.



Dei piccoli avidi rospetti.

Non serve a nulla raccogliere pietre preziose.

Il raccoglitore può pure coltivare l'illusione di aver messo insieme qualcosa di importante, di vedersi onorato e apprezzato per questo lavoro da coloro che l'han visto costruire, pezzo per pezzo, la sua sudata collezione.

Può pensare che altri raccoglitori meno esperti, quelli che nel tempo gli han chiesto mille e mille suggerimenti, a volte pagandolo per questo, altre volte millantando in cambio un'amicizia immaginaria, gli saranno riconoscenti, lo citeranno come esempio virtuoso, si vanteranno di esserne discepoli e prosecutori della sua opera.

Invece no. La paga del suo lavoro sarà il silenzio. L'indifferenza, persino un po' risentita, di chi seppellendone il ricordo pensa scioccamente di sostituirlo nei suoi meriti. Come se dimenticare e far dimenticare basti per lavarsi la coscienza, per far diventare maestosi come leoni dei piccoli avidi rospetti.

(dalla raccolta di fiabe  "Luna piena, sole vuoto", AA. VV., edizione fuori commercio)

Far ripensare il visibile.

Nell'osservazione il lavoro più delicato è togliere. Si deve ripulire il campo dagli elementi che lo confondono per poter concentrare l'attenzione sul soggetto. Questo risulta più semplice se si ha già identificato un soggetto, ma un'osservazione analitica interroga le cose proprio alla ricerca di connessioni non immediatamente evidenti e per questo motivo difficili da riconoscere come soggetto.

Lo stesso metodo di approccio all'osservazione viene sovente messo in discussione nel tentativo di precisarne l'azione. Se poi a tutto questo aggiungiamo la fase di traduzione in immagine, per mezzo di congegni ottici come le fotocamere, ecco che la complessità raggiunge livelli davvero difficili da gestire.

Ciascuno osservatore negli anni mette in atto strategie diverse e ne studia l'efficacia. Il riscontro finale sta però nelle fotografie. Se il visivo, a parere dell'osservatore, contiene elementi coerenti con l'analisi svolta sul campo allora un primo risultato è stato raggiunto. Se questi elementi agiscono anche sulla riflessione di altre persone, ecco infine che l'osservazione raggiunge il suo obiettivo fondamentale: far ripensare il visibile.

Le visioni di Kusterle.

Colpa mia, ci sono arrivato quasi alla fine.

Resta solo un ultimo giorno (domenica 8 maggio 2016, ore 14-19) per vedere la mostra antologica di Roberto Kusterle alla Fondazione 107 di Torino. Nonostante questo, invito coloro che mi leggono in tempo, e possono farlo, a visitare in extremis questa eccellente esposizione.

La mostra si svolge sulle pareti della Fondazione, luogo di per sé già molto coinvolgente, seguendo la cronologia dei cicli seriali fino all'ultimo eccezionale Morus Nigra (2015) che supera ogni altro in nuove direzioni tutte ancora da esplorare. Cosa davvero non da poco per un artista classe 1948.

Chi mi legge sa che non amo per nulla quelle fotografie che uso definire "pasticciate". Quelle sovraccariche di elaborazioni, non importa se di camera oscura o digitali. Ebbene, Kusterle rappresenta per me da oggi l'eccezione che conferma la regola.

Ogni aspetto delle sue fotografie, per quanto fortemente elaborato e anche minuziosamente predisposto in ripresa, è talmente riuscito come visivo, possiede una tale autonomia, da rendere il percorso performativo da cui nasce compiutamente risolto.

Le modalità messe in atto dall'artista sono del tutto necessarie per rendere visibile il suo sentire. L'esperienza di trovarsi di fronte alle stampe originali è insostituibile. Siamo, secondo me, ai limiti superiori delle possibilità espressive del fotografico, anche in un terreno ad esso ostico, come quello della resa materiale.

Alcune fotografie sono talmente ben condotte da indurre in inganno l'occhio che finisce per vedere cose da toccare, delle quali si pensa di poter sondare la materia, dove invece non c'è altro che immagine stampata. Un gioco d'illusione non fine a se stesso, non virtuosistico, ma indispensabile per dare animazione, soffio vitale al tutto.

I richiami iconografici sono svariati: dalla pittura fiamminga allucinata di un Hieronymus Bosch, attraverso il Surrealismo, gli apparati rituali tribalisti, fino all'immaginario Fantasy dei nostri tempi. Nessuno però prevale, perché tutto converge verso un impianto figurativo originale che mette insieme l'umano e il naturale in una inestricabile congiunzione biologica e organica. L'umanità corporea sembra avvolta nella natura primaria da cui si distingue a fatica, per pochi accenni a volte.
Insomma, poche ciance, chi può, vada!


Fondazione 107
Via Andrea Sansovino, 234
10151 Torino
Tel. +39 011 4544474
info@progetto107.it

Ingresso:
Intero 8 €
Ridotto 5 €
Gratuito con Abbonamento Musei Torino Piemonte

Orario:
da giovedì a domenica 14.00 – 19.00.


Una rosa.

Esercizi di risveglio visivo.

Prendiamo una parola: rosa. Visto che siamo di maggio e chi ha studiato latino sa anche che la declinazione del nome rosa è come il gatto sul tavolo per chi studia inglese.

Sono passati diversi secondi da quando avete iniziato a leggere queste righe. Inevitabilmente l'immagine di una rosa è stata richiamata dal vostro magazzino mentale ed ora è proiettata dai neuroni sullo schermo della parte conscia. Siamo quindi tutti pronti a leggere cose che riguardano una rosa paragonandole alla nostra rosa, quella che conserviamo nelle parti chimiche interne del nostro cervello.

La frittata è già fatta. Il linguaggio scritto/verbale ora ha il pieno controllo del pensiero perché l'immagine è stata richiamata da una parola. Tutto ciò che pensiamo di sapere sulle rose è lì pronto ad affacciarsi in sala proiezione, come in un gioco a quiz televisivo. A questo servono le parole e chi più le adopera, con competenza almeno mediamente sufficiente, se ne rende conto molto meno degli analfabeti.

Fine dell'esercizio. 

Siano da ammettere o da rifiutare.

Spostiamo un poco avanti il discorso.
Quando e quanto è lecito modificare una fotografia con interventi di post produzione?

L'unica risposta sensata è relativa: dipende. E come si cantava tempo fa: da cosa dipende? Non tanto da come gira il mondo, ma forse proprio anche per questo. L'origine del motivo che spinge a non accettare un negativo, una diapositiva, un file così come escono dalla fotocamera è nelle intenzioni del fotografante. Sovente le stesse che lo hanno indotto a riprendere quella fotografia. Sovente perché le intenzioni sono mutevoli e possono cambiare dopo la ripresa. O anche possono cambiare cambiando la persona che interviene sulla fotografia "grezza", prima di mostrarla ad altri. Possono anche cambiare se cambia il contesto che accoglie la fotografia e pure se cambia il pubblico che si prevede per quella fotografia.

Non esiste quindi, per fortuna, una regola generale di post produzione, una ricetta di cucina buona per tutti, dal fotografante in erba all'artista globale. Una fotografia è un visivo indeterminato e si può determinare o rideterminare anche più volte nel corso del suo tempo di vita. A questo punto qualsiasi sia la fotografia in questione, l'attenzione è più opportuno che si sposti da essa all'ambito nel quale viene esposta, presentata, pubblicata. Sarà questo ambito a far decidere, senza inutili moralismi, se e quali modifiche di post produzione siano da ammettere o da rifiutare.

Le figure di Vasco.

Grazie ad Alberto Weber arriva a Torino una notevole mostra personale di Vasco Ascolini (1937) curata da Ascanio Kurkumelis.

Si tratta di una serie di fotografie in bianco e nero riprese e stampate tra il 1996 e il 1997 e solo in questa occasione esposte integralmente. Il titolo della serie è "Deposito di figure" e fa riferimento ad un magazzino di Ivry-sur-Seine nella banlieu di Parigi, al cui interno si trovavano centinaia di statue in attesa di essere ricollocate nei luoghi di provenienza.

Ascolini dimostra con questo lavoro tutta la sua sensibilità visiva. Coglie l'occasione di un rimessagio casuale per mettere in scena un personalissimo teatro di vita. Dai neri pieni, che gli sono propri ed evocano il buio del palcoscenico, lascia emergere lampi di vitalità, a volte appena suggeriti, altre volte più evidenti, dando così animazione ipotetica a dei simulacri inerti.

L'idea che sostiene questo tipo di approccio è che l'osservazione delle cose sia ampiamente sufficiente a trarne delle traduzioni fotografiche autonome in grado di rimandare ad altri piani di pensiero, senza che ci sia il bisogno di intervenire prima della ripresa con preparazioni del set o dopo con l'introduzione di elementi estranei a quanto raccolto dal negativo. Già nella scelta del bianco e nero argentico c'è difatti, da sempre, tutto ciò che serve per ottenere il trasferimento da un livello esperienziale di realtà ad un altro puramente iconico, mentale e concettuale.

Ancora incomprensibilmente troppo poco conosciuto in Italia, l'autore ha per nostra fortuna trovato all'estero, in specie in Francia, interlocutori di alto profilo culturale in grado di comprenderne e sostenere la poetica. Ora la speranza è che iniziative come questa meritoria di Weber, e altre che si auspica seguiranno, possano collocare a pieno titolo la sua figura tra i grandi nomi della fotografia italiana già da molto tempo celebrati.


La mostra rimane aperta fino al 18 giugno 2016.
Orario da martedi a sabato ore 15.30-19.30


WEBER & WEBER
ARTE MODERNA E CONTEMPORANEA
Via San Tommaso 7 10122 Torino
+39 01119500694
alberto.weber@libero.it
http://www.galleriaweber.it


Dal libro Cuore alla vita di tutti i giorni.

Settimio Benedusi, apprezzato fotografo di moda milanese, ha compiuto di recente una performance: tornare a piedi senza soldi dalla Liguria a Milano barattando le necessità del viaggio con sue fotografie.

Qui una cronaca:
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2016/04/25/io-fotografo-delle-modelle-in-viaggio-gratis-barattando-scatti27.html

Benedusi dichiara che la tesi da dimostrare era quanto può valere oggi la fotografia. La risposta che dice di aver trovato, e con lui il giornalista che ne scrive, sarebbe che il valore di una fotografia è nelle relazioni umane che stabilisce, sia immediate sia nel tempo. Pare persino che la sua comparsa rievochi alle persone l'epoca del fotografo di paese, quando di fotografie ne circolavano molte di meno, ma a farle era una persona competente in grado di fornire ai clienti un visivo celebrativo degno di essere conservato e tramandato. Cosa oggi perduta sia per le nuove tecnologie sia perché i fotografanti spesso e volentieri con le loro istantanee producono fotografie che forse è persino meglio dimenticare in qualche scheda di memoria o hard disk.

Questo impianto teorico, come anche altri passati dello stesso autore, non mi persuade. Ci sono delle variabili che adulterano i risultati dichiarati. Benedusi è tornato a Milano sano e salvo per una somma di motivi che non vengono esposti, ma senza i quali l'impresa non sarebbe riuscita.

Il primo fondamentale è lo stesso protagonista. Benedusi è Benedusi. Avrei bisogno di vedere un'altra persona, magari meno seducente e socievole di lui, compiere un'impresa analoga per avere un riscontro positivo. Immagino qualcuno che non sia conosciuto, che non abbia una forte audience virtuale e una connessione costante con la rete e con i media. Poi non dovrebbe fare una performance una tantum, ma tentare di riaprire uno di quei piccoli studi di fotografia nel frattempo scomparsi in un qualsiasi paesino tra la Liguria e Milano. Fare matrimoni, vendere attrezzature ai fotografanti locali, gestire fornitori e incombenze burocratiche e farlo per un annetto almeno.

Sennò non si capisce perché queste figure siano progressivamente scomparse, mentre c'è ancora gente che di fronte ad una figura eccentrica e brillante si commuove per il suo "storytelling" e un gesto empatico lo faccia. Passiamo insomma dal libro Cuore alla vita di tutti i giorni.


Sorti magnifiche e progressive.

Ancora una codina, scusatemi, puoi giuro non ci torno più sopra.

Il primo maggio appena passato c'è stato uno sciopero del personale della Reggia di Venaria Reale, quelle persone che ti accolgono e dovrebbero pure sorriderti. Sciopero a metà perché per la nuova legge chiudere un museo equivale a interrompere un servizio pubblico e si va sul penale. Scioperavano perché a fronte di un sito che si classifica primo in Italia per introiti, il nuovo programma della dirigenza prevede riduzioni di budget per il personale. Personale non certo già ingrassato dagli stipendi attuali. Questa cosa mi ha fatto pensare a quell'oscuro essere umano che è stato licenziato dalla Spezia Scozzese per il fotoritocco famoso di una foto che nella stessa reggia è stata esposta. Destini da "braccianti della cultura" che si incrociano.

Una volta a Torino si fabbricavano automobili che persino i dipendenti potevano comperare con qualche sacrificio. C'era la mutua per i loro figli, che mi fece crescere sano; c'era la colonia estiva, sei estati di fila che radicarono in me un sano rifiuto per l'autorità arbitraria grazie alle "signorine FIAT" che la esercitavano su di noi con un certo intenso piacere; c'era il regalo di Natale per noi piccoli privilegiati figli di operai e impiegati. Insomma c'era profitto, capitale, lavoro e una distribuzione passabile un po' per tutti dei vantaggi relativi. C'era è vero anche il Muro e lo spauracchio dei cosacchi rossi pronti ad abbeverare i loro cavalli a casa dei padroni, ma alla fine la città cresceva con una certa continuità sociale, anche se conflittuale.

Oggi invece non c'è riparo per chi non tiene il coltello dalla parte del manico. Più cresce il profitto, meno ne vengono distribuiti i vantaggi economici e sociali. La cultura, divenuta nel frattempo niente più che uno dei tanti detersivi sugli scaffali dell'ipermercato di chi sa leggere e scrivere (guardare no, ché non si insegna mai e pochi imparano come possono) non sfugge alla regola. Fabbricare cultura a Torino immiserisce più che mai gli "operai" del settore e arricchisce solo le tasche degli imprenditori pubblici e privati. Poi se pure uno sorride di meno o sbaglia a fotoritoccare finisce su una strada, così impara a non saper godere con rispetto di queste sorti magnifiche e progressive.


[ci sto lavorando, ma tracce di quel virus socialista sono ancora attive...]