Vale più di mille immagini.

Sto riemergendo da un fine settimana a Gonzaga, nell'Oltrepò mantovano, davvero appagante e intenso.

Le cronache storiche dicono che, in un giorno imprecisato del 1488, il signor Corradi, meglio conosciuto come Francesco II Gonzaga marchese di Mantova, cadesse da cavallo poco fuori del paese in direzione di Reggiolo. Non diventò per questo un santo, ma sopravvisse e un paio d'anni dopo iniziò a far costruire nel luogo miracoloso una chiesetta dedicata alla vergine Maria, con annesso convento e semplice ma delizioso chiostro. Ebbe quindi l'intuizione straordinaria, bisogna dargliene merito, che negli anni 2000 quella sarebbe stata la sede ideale per un Festival di fotografia organizzato dal Collettivo diecixdieci, ossia sei giovani gonzaghesi e limitrofi, di quelli che avercene di più in tutta Italia. Mi pare giusto ricordarne i nomi, da sinistra a destra come si vedono nella fotografia d'apertura di questo post: Giulio Gibertoni , Pietro Millenotti, Massimo Caramaschi, Damiano Bonazzi, Alessandro Malavasi, Luana Rigolli.

Han fatto tutto da soli e di testa loro, con il sostegno di altri giovani, Marco Brioni in primis, ma anche di Francesca e i suoi genitori della Taverna del Tasso a Brusatasso, che mi hanno visto naufragare dolcemente nelle meraviglie della loro tipica cucina mantovana fatta in casa. O anche con tutta l'ospitalità alberghiera locale, rappresentata da Il Rifugio, che di stelle ne ha due sull'insegna perché altre due qualche vandalo deve avergliele rubate nottetempo. Ora smetto però, ché senno sembro la pubblicità tv della chiesa cattolica per l'8 per mille. Comunque davvero, "chiedetelo a loro" perché questo piccolissimo Festival sia un così luminoso raggio di luce. E loro forse non sapranno cosa rispondervi perché son così, come li vedete nella fotografia. Se non fosse fuori moda si potrebbero definire "genuini": frutti di una campagna ancora generosa in qualche suo angolo più autentico. Grazie a loro ho potuto incontrare, nella situazione migliore possibile per conoscersi, autori mai visti prima o dare corpo e presenza ad autori conosciuti e anche a dei Resters con cui magari ci si trovava in We Do The Rest da tempo, o ancora stare insieme a chi già conoscevo, ma che per via della distanza non posso frequentare quanto vorrei, come l'amico Steve Bisson di Urbanautica, o infine ritrovare amici, anche del tutto inattesi, che mi han voluto sorprendere d'affetto.

Spero di aver lasciato, come sempre cerco di fare, qualcosa di utile a chi mi ha incontrato, qualcosa che sia d'aiuto nei percorsi di ciascuno, per quello che io posso capire e mettere a disposizione.

In ultimo un'osservazione fotografica. Prima di andare a Gonzaga la fotografia in posa dei sei giovani era per me come la mappa di qualcosa di sconosciuto. Solo Luana l'avevo già brevemente incontrata in altra occasione fotografica, ma gli altri erano un mistero. Oggi, ogni volto, ogni persona è qualcosa di vissuto. Nei loro occhi, nella loro postura, rivedo le cose accadute, i discorsi fatti, le esperienze condivise. La fotografia d'osservazione, anche se fatta in posa, ha questa magia. Non servono innumerevoli scatti di ogni cosa che capita mentre capita. Serve poco. Serve una descrizione fotografica di come sembrano le cose, qualcosa di così verosimile che ci si possa infilare dentro con la testa e sognare o ricordare. Una "vera fotografia" (cit. Gianni Berengo Gardin) vale più di mille immagini.

Può trovare qualche soddisfazione.

Tanti sono i motivi per cui si può decidere di mettere mano ad una fotocamera per prendere una fotografia di qualcosa. Nella maggior parte dei casi si fa per uno scopo utile. In altri casi potrebbe essere solo un'occasione di divertimento fine a se stessa. Vi sono anche casi nei quali prendere una fotografia è la risposta ad un bisogno, un'urgenza insopprimibile.

In genere, questi ultimi sono i casi nei quali la fotografia può diventare un'occasione di riflessione, di scoperta e di conoscenza. Ciò può avvenire perché l'immagine che si ottiene da una fotocamera ha inevitabilmente qualche relazione di verosimiglianza con il nostro modo di vedere, quello del sistema occhi/cervello.

Una verosimiglianza però fedele alle leggi fisiche cui è soggetto il congegno fotocamera. Quindi mai perfettamente sovrapponibile a quanto noi vediamo. C'è sempre uno scarto, una differenza. In quello scarto, in quella differenza, l'urgenza può trovare modo di placarsi, almeno in parte; il bisogno può trovare qualche soddisfazione.






L'italiano non è l'italiano.

In questi ultimi giorni la mia fiducia nella condivisione di un pensiero razionale è entrata in crisi. Osservo accadimenti e comportamenti dettati da un relativismo di comodo, che non ritiene più dirimenti i fatti, escludendoli dal ragionamento o peggio considerandoli come fossero semplici opinioni, di parì dignità quindi con ogni altra possibile.

Cerco per questo consolazione in uno dei maestri del pensiero, del ragionare.

 
Il magistrato si era intanto alzato ad accogliere il suo vecchio professore. «Con quale piacere la rivedo, dopo tanti anni!».
«Tanti: e mi pesano» convenne il professore.
«Ma che ne dice? Lei non è mutato per nulla, nell’aspetto».
«Lei sì» disse il professore con la solita franchezza.
«Questo maledetto lavoro… Ma perché mi dà del lei?».
«Come allora» disse il professore.
«Ma ormai…».
«No».
«Ma si ricorda di me?».
«Certo che mi ricordo».
«Posso permettermi di farle una domanda?… Poi gliene farò altre, di altra natura… Nei componimenti di italiano lei mi assegnava sempre un tre, perché copiavo. Ma una volta mi ha dato un cinque: perché?».
«Perché aveva copiato da un autore più intelligente».
Il magistrato scoppiò a ridere. «L’italiano: ero piuttosto debole in italiano. Ma, come vede, non è poi stato un gran guaio: sono qui, procuratore della Repubblica…».
«L’italiano non è l’italiano: è il ragionare» disse il professore. «Con meno italiano, lei sarebbe forse ancora più in alto».
La battuta era feroce. Il magistrato impallidì. E passò a un duro interrogatorio.

Leonardo Sciascia, "Una storia semplice", Ed. Adelphi (pagg. 43-44).

Bianco, ingenuo, valdostano.

È aperta da PHOS a Torino, una doppia personale di fotografia intitolata "Bianco - Ingenuo". Gli autori sono Sophie-Anne Herin e Mattia Paladini. Ad unirli è il luogo dove hanno preso le loro fotografie, che è anche il loro luogo di nascita: la Valle d'Aosta.
Il potere dell'immaginario collettivo sedimentato in chi non vi risiede, si mette subito in moto al solo leggere quel nome: alte montagne innevate, o verdissime d'estate, alpeggi, baite, cieli azzurri e pittorescamente attraversati da nuvole fioccose, succulenterie gastronomiche servite in ambienti impreziositi da legno e pietra lavorati da abili artigiani, ecc. ecc. Luoghi per vacanze meravigliose insomma.

Invece no. Esistono altre dimensioni esperienziali in quella valle, e nelle zone alpine in genere. In questo senso, la doppia personale è quanto mai felice nell'accostarne due molto distanti tra di loro che in sinergia disegnano iconografie inattese in grado di arricchire l'immaginario con altri aspetti fino ad ora non considerati.

©2015 Sophie-Anne Herin

Herin costruisce una vera e propria esperienza sensoriale allestendo una stanza della galleria con tre piccoli lightbox a parete immersi nel nero più profondo percorso da una sottile profumazione, come se ci si trovasse in una camera oscura sui generis. Nell'unica incerta e ipnotica luce dei lightbox, anche per via del lieve pulsare dei led, si intuiscono forme, più che vederle davvero. Rocce, versanti montani, vegetazione, evocazioni rossastre di qualcosa di magmatico. Una visione della montagna che rispecchia il sentire di chi ci è nato e vissuto in un rapporto di rispecchiamento psicologico ed esistenziale profondo. Il "bianco" del titolo suona paradossale in tutto questo nero da cui emergono vaghe forme rossastre. Tuttavia contiene una chiave interpretativa necessaria verso il candore di chi si apre al mondo senza barriere, senza pelle persino, sia come sia, purché sia vita vissuta.

A contraltare c'è l'ingenuità dichiarata da Paladini che invece attraversa un paesaggio valligiano urbanizzato. Luogo della contemporaneità con le sue strutture di servizio per le varie attività di collegamento, sportive, residenziali e produttive. La scelta iconografica segue la falsariga della tradizione neotopografica americana, nella quale anch'io mi riconosco e questo mi consente di "abitare" con una certa familiarità le fotografie esposte. La scelta delle luci, e quindi delle cromie, spinge su un piano di seduzione e meraviglia ciò che viene offerto nell'inquadratura. In questo risiede l'ingenuità apparente, nel non voler prendere una posizione critica verso l'incontro, ma di fermarsi prima, come un bambino che scopra cose mai viste e si stupisca, senza giudizio, senza opporvisi. In questo modo, seguendo il suggerimento dell'autore, possiamo recuperare inannzitutto il piano della presenza e della descrizione. Poi ognuno deciderà come classificare tutto questo. Dopo, a casa, con calma.

Chi può, vada a vedere questa iconografia della Valle d'Aosta esposta da Phos. Quando ripenserà a quella valle, immagini meno banali verranno alla mente e questo sarà un beneficio impagabile davvero.



PHOS

Centro Polifunzionale
per la Fotografia e le Arti Visive

Via Giambattista Vico, 1
10128, TORINO, Italia


Orari di apertura mostre:

Lun. Mer. Ven. 15.30 – 18.30

oppure su appuntamento


Info:
f+39 011 7604867
+39 333 7470186
phos@phosfotografia.it





Valore iconografico.

Il trasferimento in forma di fotografia dell'esperienza di osservazione in un luogo comporta lo spostamento definitivo di quell'esperienza nell'universo parallelo delle immagini. Questo significa che la relazione con ciò che "è stato" rimarrà recuperabile e osservabile solo attraverso l'immagine che ne deriva come traccia durevole.

L'idea che sia possibile proseguire l'esperienza di osservazione, o anche amplificarla e persino migliorarla per tramite di un'immagine che la trasferisca in un tempo e in uno spazio diversi, quasi sempre lontani e successivi al termine dell'esperienza, si sostiene su due considerazioni che vanno a loro volta osservate con attenzione.

La prima è che ci sia una contiguità verosimile dell'immagine fotografica con quanto è stato osservato direttamente. Questo si ottiene con la conoscenza e l'applicazione della tecnologia fotografica orientandola in modo che soddisfi al meglio lo scopo.

La seconda, più complessa, è che l'immagine contenga aspetti iconografici caratterizzanti dell'esperienza, pur in forma ridotta e parziale. Su questo punto però si rende necessaria l'azione del tempo nel lungo periodo. La sopravvivenza dell'immagine sarà difatti una concreta testimonianza del suo valore iconografico.

Fino a smarrirsi.

(...) non posso fare a meno di vedere la città come un grande corpo che respira, un corpo in crescita, in trasformazione, e mi interessa coglierne i segni, osservarne la forma, come il medico che indaga le modificazioni del corpo umano per leggerne la natura. Cerco incessantemente nuovi punti di vista, come se la città fosse un labirinto e lo sguardo vi cercasse un punto preciso di penetrazione.

Mi interessa leggere la sua dimensione estetica come sublimazione della sua morfologia. È per questo forse che il mio interesse e la mia attenzione non sono rivolti alla bellezza in sé, per esempio ai grandi monumenti  o all'architettura come espressione di cultura e storia, ma preferibilmente alla "città media" e in particolare alle periferie e alle zone medie, quelle nelle quali, dal punto di vista dell'architettura, la qualità dell'ambiente urbano si diluisce fino a smarrirsi.

Gabriele Basilico

Da:
Architetture, città, visioni
Riflessioni sulla fotografia

a cura di Andrea Lissoni
Paravia Bruno Mondadori Editori, Milano, 2007.
ISBN 9788842420484

Funzionare come immagini.

Nel momento in cui un'osservazione diretta dei fenomeni viene trasferita in fotografia avviene un cambiamento definitivo. Dell'esperienza in corso rimane solo una traccia ottica bidimensionale determinata dall'azione tecnica di un congegno che segue leggi fisiche di funzionamento. Questa traccia riporta l'azione della luce su una superficie ad essa sensibile. Azione simultanea che avviene durante un tempo dato di passaggio della luce attraverso l'apparato ottico, foss'anche un semplice foro.

Ciò che si ottiene, una fotografia, viene per convenzione chiamato anche "immagine". E qui nascono alcuni problemi causati dall'insufficienza del linguaggio scritto/verbale nel descrivere precisamente le cose, specie se complesse come quelle che si riuniscono nella parola "immagine".

Un'immagine è molte cose insieme. Partendo dalle più difficili da afferrare, si può dire che le immagini sono quelle figure effimere di cui facciamo esperienza specialmente nel sonno. I sogni senza immagini non esisterebbero. Evidentemente in noi avvengono dei "ribollimenti visivi" che si alimentano della materia portata nel corpo dall'attività bioculare dello stato di veglia. Questo rimescolamento è in grado di influenzare il nostro comportamento cosciente e forse persino di sostituirlo nei casi più gravi di perdita del controllo sulle nostre azioni. La metafora che mi viene più facile è quella del vulcano e del magma che in esso ribolle continuamente. Si tratta della materia plastica di cui è fatto il pianeta, ma allo stato ancora ipotetico. L'eruzione, distruttiva nell'immediato, rende possibile nel lungo periodo una rinascita planetaria in forme diverse e nuove.

Analogamente, le immagini interiori, di cui si può percepire l'agitarsi nel sogno, sono la fonte primaria di ciò che facciamo ogni giorno. Questa potente funzione esistenziale è apparsa evidente agli umani fin dai primordi della loro vita sulla Terra. Il controllo e il condizionamento dell'attività iconica di ciascun essere umano è stato sempre il terreno fondamentale di relazione e socialità. Per questo motivo, lavorare sul proprio aspetto, per esempio, in specie nelle civiltà di più antica storia come quelle orientali e mediterranee, è la prima azione visiva messa in atto. L'umanità per modificare il mondo deve prima di tutto modificarne l'aspetto. Se questo aspetto si collega efficacemente all'attività visiva interiore collettiva di una comunità, le immagini conseguenti esprimeranno appieno il loro potere di sostituzione e trasformazione della realtà esperibile in realtà iconica, quindi umana.

Quando le fotografie accedono a questo livello concettuale, entrano di fatto nel complesso processo di percezione iconica del mondo e contribuiscono a modificarlo. Per fare questo però, devono superare la soglia di base: funzionare come immagini.

Prendere lucciole per lanterne.

C'è un equivoco, forse, da chiarire.

L'osservazione è un'attività perfettamente compiuta in se stessa per la quale non serve nessuno strumento particolare. Il corpo umano ha già tutto quello di cui necessita, nel momento in cui può muoversi nelle direzioni volute e il suo cervello è correttamente connesso agli occhi.

Ogni apparato, strumento o congegno in più si rende necessario solo per dare maggiore efficienza o ulteriori finalità all'osservazione. In questo senso, inserire una fotocamera nell'attività di osservazione ha la finalità di trattenere in forma di immagine fissa degli aspetti visibili ritenuti così interessanti da essere considerati meritevoli di un'osservazione prolungata in altro tempo e luogo.

Il passaggio dall'osservazione diretta dei fenomeni a quella mediata dall'immagine fotografica non è tuttavia senza conseguenze. Gli elementi visibili subiscono delle importanti trasformazioni che se non sono ben comprese possono portare anche ad errate valutazioni su cosa effettivamente si stia guardando.

Per questo motivo la conoscenza tecnica di come si forma un'immagine nella fotocamera è essenziale sia per chi prende la fotografia direttamente nel luogo di osservazione, sia per chi la guarderà successivamente.

Ignorare questo passaggio, significa davvero prendere lucciole per lanterne.

Levigata iconografia.

Moritz Lotze. Piazzaforte di Peschiera: ponte sul Mincio, 1866. Albumina da collodio. Collezione Giuseppe Milani.
La fotografia venne quindi subito connotata dall'intervento appassionato di nobili, ecclesiastici, ottici e scienziati, oltre che dall'esteso drappello degli itineranti, che avevano diffuso un po' dappertutto il "virus" della fotografia.

Nel frattempo, però, s'era formata spontaneamente una "scuola" specifica, negli oltre dieci anni intercorsi tra l'anno dell'invenzione e il suo fondamentale perfezionamento con il collodio. Il mestiere di fotografo venne quindi appreso sempre più frequentemente a bottega, (...) il che significava disponibilità assoluta nei confronti dei desideri della clientela, specie nella ritrattistica, che doveva essere essenzialmente lusinghiera.

(...)

Anche la veduta e la fotografia d'architettura, oltre che il ritratto, risentirono subito dell'estrazione artigianale dei fotografi. Disponibili per la natura del mestiere, sempre pronti ad attribuire al soggetto soltanto le "qualità" migliori, inventandole se era il caso, come dimostra la levigata iconografia di quegli anni, che raramente mostra in un ritratto una ruga in più, o elementi estranei nella veduta di paesaggi o di architetture (...)



Italo Zannier
Storia della fotografia italiana dalle origini agli anni '50
II edizione riveduta e corretta, Editrice Quinlan, Bologna, 2012
.
(I edizione, Laterza, Bari, 1986)

Mai varcare per davvero.

Qualsiasi fotografia, proprio qualsiasi, è un ingresso. Fa entrare nell'universo parallelo delle immagini. Uno spazio che di dimensioni sembra averne due, invece ne ha sovente una terza, che è illusoria, e nelle fotografie ce n'è sempre un'altra ancora, spesso non rilevata abbastanza: la dimensione temporale.

Icone automatiche prese nel tempo, fatte di tempo e a disposizione di chi le vuole guardare per tutto il tempo della loro durata fisica. Poco conta, se non per alcuni più attenti a questioni estetiche, quale sia la forma di una fotografia. Conta molto di più quale pezzo di tempo essa contenga. Anche malamente, sfocato, storto, mosso, tutto sbagliato insomma. Sono immagini di esperienze contingenti e il loro valore più grande è questo.

Lo dimostra sempre il tempo: più tempo passa dal momento della ripresa, più cose cambiano, più tutto ciò che ci rimane è solo quell'icona lì. Presa proprio quel giorno lì, in quel modo, momento e luogo lì, non altri. Per questo sono così importanti gli archivi fotografici, molto più degli archivi pittorici, che poi non esistono nemmeno, si chiamano collezioni e riguardano altre questioni.

Archivi di esperienze vissute, di eventi accaduti, di fenomeni osservati. Tutto quello che passa davanti a quell'ingresso, senza poterlo mai varcare per davvero.

Ops, dimenticavo... scusate.

Abbiate pazienza, ma coloro che hanno avuto occasione di vedere fotografie di Steve McCurry negli ultimi anni, bisogna capire ancora da quanti anni, si son trovati a fraintendere il suo lavoro.

Dopo le sempre più numerose prove di fotoritocchi emerse sul web, alcuni maldestri, e persino la sospensione del suo sito, forse per evitare che i ritrovamenti continuassero, la Spezia Scozzese sente finalmente la necessità di chiarire una volta per tutte quale sia la professione che pensa di star svolgendo.

Alla buon'ora, sappiamo ufficialmente da una sua recente intervista che McCurry non è un photojournalist, ma un visual storyteller. Detto in soldoni la differenza che esiste tra fare giornalismo e ufficio stampa o redazionali. Ha saltato la barricata insomma. Peccato che troppe persone non ci avessero fin qui fatto caso, tranne ovviamente i suoi committenti, ben felici di non stare lì a spaccare il capello in quattro.

Cosa importano queste definizioni? Basta che l'icona sia coinvolgente, la storia bella da ascoltare. In fondo la verità non esiste, la fotografia è sempre bugiarda, mica sarete ancora qui tutti a credere che esista Babbo Natale no? Per di più vestito con il kilt invece che con la tutona rossa?

Non so come la stiano prendendo al National Geographic, pare male a giudicare dall'intervista, ma è certo che proprio comportamenti ambigui come questo del McCurry stanno minando dalle fondamenta il patto di fiducia tacitamente stretto tra chi riporta cosa ha visto in un luogo e chi ne riceve le immagini. Se raccontare storie, anche con bellissimi occhi verdi, equivale a dare notizie, ebbene tanto vale chiudere le redazioni di news. Bastano i proclami dei diretti interessati, ché le storielle le sanno raccontare benissimo da soli. O magari già è successo e il povero Steve è solo quello rimasto col cerino acceso in mano in un mondo mediatico ipocrita che spaccia da troppo tempo i comunicati stampa per notizie e il marketing occulto per "parole di verità".

Nelle sue infinite varianti.

Una fotografia, una sola, rimane un'immagine indeterminata, per quanto sia evidente nel visivo la volontà del fotografante di mettervi senso. Due fotografie presentate insieme già costituiscono un principio di direzione, riducono le variabili. Tre o più fotografie danno inizio ad un senso via via meno indeterminato, ma sempre se viste insieme, anche non simultaneamente.

Questa forse la motivazione che sta alla base della serialità in fotografia. La ripetizione, o variazione, lungo un filo rosso consente al fotografico di essere meno preda del senso arbitrario appiccicato da chi guarda, facilmente portato ad espropriare il fotografante delle sue intenzioni per sovrapporvi le proprie.

Anche per questo però, l'attenzione è meglio che si porti sulla costituzione di un corpo coerente di fotografie che contengano l'autenticità, tradotta nel visivo, dell'esperienza che si va compiendo.

La sede propria di tale corpo, è l'archivio. Dal quale, di volta in volta, estrarre serie contingenti per occasioni specifiche, anche riproponendo le stesse immagini con relazioni diverse tra di esse e altre. Senza coerenza e autenticità sarebbe come mettere insieme mele con pere. Così invece si è sicuri di proporre, e riproporre, sempre lo stesso frutto, nelle sue infinite varianti.

Immagini alla ricerca di occhi.

Una fotocamera è un oggetto tecnologico basato su alcune leggi fisiche fondamentali. Di per sé, non dovrebbe suscitare più interesse di una lavatrice. Se invece ha un successo così inarrestabile presso milioni di persone è perché ciò che produce non è solo un servizio utile alla persona, come dei panni puliti per esempio, ma  qualcosa di più, molto di più.

Il risultato di una fotocamera è un'immagine. Ottica, bidimensionale, oggi persino immediata, simultanea, plurimateriale e temporanea, nel senso che può apparire all'istante su display o monitor per ogni dove e per un tempo definito da chi guarda o da chi la fa guardare.

Il limite di questo tipo d'immagine resta l'accessibilità. Senza l'uso di una dotazione tecnologica almeno sufficiente essa non appare. Quindi la precondizione per fruirne è quella di appartenere al gruppo umano di quanti sono dotati delle necessarie apparecchiature. L'industria del settore ogni giorno che passa raggiunge con i suoi prodotti un numero sempre maggiore di umani a costi sempre meno elevati e quindi le barriere dell'accessibilità tendono a scomparire. Non a caso di recente il governo italiano ha deciso di far pagare il canone per il servizio radiotelevisivo pubblico nella bolletta dell'energia elettrica. La corrente elettrica diviene l'ultima barriera esistente al flusso delle immagini e quindi chi è allacciato è automaticamente connesso o connettibile con le immagini sonorizzate, non solo della televisione, ma anche di ogni altra apparecchiatura apposita, smartphone inclusi.

Ora, oggi, adesso, continuare a seguire le orme del pensatore marxista Pierre Bordieu, che nel 1965 derubricava l'uso della fotocamera ad intrattenimento dopolavoristico e pseudoartistico (arte media) della disprezzabile classe media, mi appare paragonabile a sostenere l'attualità del sistema tolemaico.

La rivoluzione copernicana nella quale siamo immersi porta in se stessa la scomparsa della novecentesca "classe media" come centro gravitazionale attorno al quale ruota la società. Le immagini ottiche tecnologiche sono alla portata di tutti, dal più aristocratico al più misero degli umani urbanizzati, entro una certa minima soglia di sopravvivenza. Prendere fotografie ormai è un'attività comune, quasi come respirare. L'umanità si divide ormai solo tra inclusi ed esclusi nel rito del consumo culturale, senza barriere intermedie possibili. Quindi l'arte media non esiste più, esistono solo immagini alla ricerca di occhi.

 


REST 27/05/2016


REST contains photographs without words.
The photographers selected for REST carry out good projects with interesting pictures.

REST wants to change the priority. The visual perception is the first form of knowledge: instinctive, pre-verbal. If you need words, ask the photographers directly.

REST thinks: if an image doesn't work, a hundred, a thousand, or a million words won't be enough to save it.

Photographers:
Paolo FUSCO, Davide MENARELLO, Luca MORETTI, Sandro PISANI, Gianmarco STOCCHI, Michele VITTORI.


Preview and buy.

REST 27/05/2016
FUSCO MENARELLO MORETTI
PISANI STOCCHI VITTORI
Format: US Letter.
64 pages; 58 colour plates.
ISBN: 9781367660489.
Blurb.com



Previous issues.

REST 29/02/2016
ALTERO-VINO CRAVERO DI FONZO
DI LEO LOMBARDO MASSA MICON


REST 13/12/2015
CREAZZO GHIO LABELLARTE
MINERVINI MONI TONOLLI


REST 09/08/2015
ARMENTANO GIACOBINO
GIANNOTTA QUIRINI RADO






REST, ©2015-2016 Fulvio Bortolozzo.
All Rights Reserved


Voi siete Here.


Anche se riguarda solo "Torino Torino", come si diceva una volta per specificare che si era di Torino città e non della provincia, bisogna comunque dirlo in inglese. E allora eccoci qui, anzi no Here!


Here vuole essere l'inizio di un progetto culturale a lungo termine completamente autogestito dalla Assemblea Cavallerizza, un gruppo eterogeneo di cittadini che da un paio d'anni occupano la fortemente degradata  Cavallerizza Reale di Torino per protestare contro l'abbandono colpevole in cui la lascia l'Amministrazione comunale. Questa, tra l'altro, pare essere una specialità fassinista, visto che anche il Palazzo del Lavoro, l'ex Borsa Valori e il Torino Esposizioni seguono la stessa sorte. Ma sono "robe moderne" e pensavo quindi fosse indifferenza per tutto ciò che non ci avevano lasciato i qui sempre più beneamati Savoia. Invece no, ce n'è anche per loro.


Tra le varie iniziative di resistenza civile dell'Assemblea c'è una raccolta firme per indire un referendum che permetta di mantenere pubblica la proprietà del sito invece di dismetterlo a favore del tritacarne speculativo privato. Ho firmato.


Tornando a Here, si tratta di una mostra collettiva d'arte contemporanea nata da una call ("chiamata" per gli italofoni duri e puri) partita a marzo che ha raccolto l'adesione di quasi 200 artisti locali e qualche allogeno, dai più riconosciuti ai più emergenti. La mostra si estende sugli ultimi tre dei quattro piani di uno degli edifici più imponenti della Cavallerizza: l'ex Accademia militare sabauda. Bisogna dire che negli anni Settanta l'edificio fu adibito ad appartamenti in uso a dipendenti statali e loro famiglie per affitti irrisori. Alcuni vi abitarono per decenni e le modifiche che apportarono agli appartamenti furono in qualche caso notevoli.


Di quel periodo restano macerie e rovine che molti degli artisti coinvolti nella call hanno provveduto a rimuovere con le proprie mani da 150 stanze di 42 alloggi. Sulle pareti dei corridoi a fianco degli ingressi degli alloggi sono state esposte piccole stampe fotografiche che documentavano l'orrendo "stato dell'arte" trovato all'inizio. Lo stesso scherzetto il Comune lo giocò lo scorso anno a quelli di The Others per l'uso della ex Borsa Valori e a quelli di Paratissima per il Torino Esposizioni. C'è qualcosa di rieducativo e maoista nell'ideologia della Giunta comunale. Ce l'hanno con la vanitas degli artisti e li puniscono trasformandoli in sguattere del Guatemala, se proprio vogliono ostinatamente esporre le loro amate opere.


C'è da dire che mi sono eventualmente risparmiato la fatica del desbarassu (in lingua celtoligure: sbarazzarsi di quello che non serve) perché pur vivendo praticamente sulla rete H24 7/7 sono riuscito nella fantastica impresa di non saperne proprio nulla sia della call sia della successiva mostra fino ai primi report pubblicati da amici e conoscenti su Facebook. Sì, lo so, da oltre un trentennio mi rifiuto di leggere La Busiarda mentre il 99,9% dei miei concittadini se ne guarda bene dal non farlo per evitarsi proprio di essere tagliati fuori da ciò che succede in città. Se non lo pubblicano non esiste, se lo pubblicano ci si deve andare in massa perdio! Noblesse oblige!


Ad ogni modo... chi ne scriveva bene, chi male, mi sono alla fine incuriosito e nelle ultime due ore dell'ultimo giorno ho fatto un'incursione con mia moglie.


Che dire? Sembrava una The Others de noantri, sì è vero. Però... però... Le stanze non erano propriamente delle celle e non così libere dal loro passato. Poi l'affaccio dalle finestre sul parco Reale, sulla Mole e su Torino... che spettacolo mozzafiato, che competizione con le opere esposte. La visita meritava anche solo per vedere le stanze con ciò che restava del loro passato e le vedute torinesi. Come capisco gli speculatori... ma a quanto potrebbero mai vendere degli appartamenti di lusso in quel posto lì? Sarà molto dura impedirlo ragazzi.


Qualche artista l'ha capito più di altri e ha provato a giocarci: con le stanze, con le vedute. Qualcun altro ha fatto finta di niente e si è comportato come fosse in una normale galleria. Tutti però, a mio avviso son rimasti sommersi dal luogo. Forse sarebbe ora di piantarla lì con queste location (dai, sfoggio anch'io un poco di anglisch) post-qualcosa e farsi fare e dare luoghi pensati per esporre l'arte contemporanea. Punto. Non penso ci sia bisogno per forza di ingrassare qualche archistar per ottenere un parallelepipedo bianco ben illuminato e attrezzato. In fondo la famosa "scatola da scarpe" della Fondazione Sandretto può già fare in parte da modello.


In ultimo, un aneddoto autobiografico. Mia moglie scova alcune mie piccole opere nelle stanze dei 20x20 dell'iniziativa SEGNI voluta da Delia Gianti nel 2005 e ora acquisita ed esposta dal CCCT Birrificio Metzger. Lacrimuccia. Senza saperlo, esponevo Here anch'io!


Le anime nuove.


Ieri, 18 maggio 2016, nell'Aula magna dello IED di Torino, Francesco Jodice (1967) ha parlato del suo lavoro in un incontro aperto al pubblico, dopo aver tenuto una lezione riservata solo agli studenti.

In apertura dell'incontro si è subito presentato qualificandosi come artista. Non fotografo quindi, ma artista che lavora all'interno delle arti visive, usando anche la parola quando serve. Poi è passato a parlare di un suo lavoro recente sul Grand Tour rivisitato, composto da tre serie di fotografie prese con una fotocamera per il formato 4x5" su pellicole negative a colori. Le serie sono rispettivamente dedicate a Capri, Venezia e al Monte Bianco.


In realtà sul sito dell'artista le fotografie di Capri sono pubblicate come lavoro a se stante, del 2013, con  il titolo Capri. The Diefenbach Chronicles. Il progetto include 11 fotografie intercalate da 8 pagine estratte da vari testi e cancellate con vernice nera, tranne che per una singola frase, evidenziata quindi per assenza del testo restante. Le fotografie sono state prese direttamente da Jodice di notte in luoghi naturali dell'isola (tranne due riproduzioni di tele del Diefenbach) con una posa così lunga da condurre a fortissime sovraesposizioni. La luce ed i colori che se ne ottengono sono quelli stranianti di un impossibile giorno senza luce solare diretta, e tutto ciò che si muove, come il mare per esempio, risulta fluido e vaporoso o per nulla presente se il movimento è troppo rapido. Le stampe sono di grandi dimensioni. Una stampa in particolare, quella di un faraglione isolato, è stata così fortemente apprezzata dai collezionisti e dal pubblico da divenire una vera e propria icona dell'opera di Jodice.

Le serie su Venezia e il Monte Bianco, presentate subito dopo, sono evidentemente posteriori e seguono più o meno lo stesso approccio progettuale di Capri. Non si può quindi nemmeno escludere che il lavoro evolva ulteriormente in futuro, secondo la logica processuale dell'artista che trova nel work in progress un continuo terreno di sviluppo e verifica.


Al termine dell'incontro Jodice ha fatto vedere un breve film, Atlante (9' circa), che monta insieme spezzoni di film di altri registi e un suo girato alla statua ellenistica dell'Atlante Farnese conservata al Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Questo rimontaggio citazionista di film già esistenti mi ha ricordato una analoga operazione di Botto&Bruno visibile alla Fondazione Merz. Artisti tra l'altro generazionalmente vicini a Jodice.

L'insieme di questi lavori, e di molta parte della sua opera, se non tutta, ruota attorno all'idea che stiamo vivendo il declino dell'Occidente, della sua cultura e della sua arte. Una visione apocalittica, ricalcata sul precedente storico della caduta dell'Impero Romano, che tormenta Jodice e lo spinge all'urgenza di realizzare le sue opere come forma di impegno etico e civile, nel tentativo di risvegliare le coscienze.


A dimostrazione delle sue tesi porta il rapidissimo lasso di tempo che intercorre tra le epoche felicemente produttive della cultura, che situa dall'antichità classica al limite estremo degli anni Dieci, forse Venti, del Novecento, fino al trionfo di Masterchef (sic), della junk tv quindi. Altro paragone deteriore lo fa tra il Corriere della Sera di Pier Paolo Pasolini e quello di Beppe Severgnini. Solo esempi, senza nulla di personale indubbiamente, per dire che qualcosa si dev'essere rotto irrimediabilmente.

A mio parere a rompersi è stata invece la cultura elitaria borghese occidentale, quella davvero "alta", quella che imita l'aristocrazia senza averne però i quarti genealogici. Quella industriale nazionalista, responsabile di ben due guerre mondiali, che deve cedere il passo alla borghesia finanziaria globale. Con essa scompare l'alta cultura, immune e protetta da quella triviale e bassa delle classi inferiori. Non è più tempo dei Luchino Visconti, aristocratico per davvero e comunista pure, ma del talent e del contest. A giudicare su cosa sia arte non è più Lorenzo il Magnifico, ma un milione di clic sui social. Temo che la decadenza che fa soffrire Francesco Jodice non sia quella dell'Occidente, ma di una certa classe dominante privilegiata, intellettuale e colta, a cui lui appartiene di diritto per ascendenza, frequentazioni e formazione; che per di più lo colleziona, riconoscendolo come suo pari.

Warhol docet, oggi più che mai, volenti o nolenti. E non è perciò questo un tramonto senza altre albe. L'Occidente vive ancora, e vivrà a lungo, rimescolando tutto in forme diverse: barbare per le anime belle, vitalissime per le anime nuove.


Molto di più.


Il 21 aprile scorso mi è capitato di incontrare a Torino "Zines of the Zone". Si tratta di una biblioteca itinerante dedicata al self publishing fotografico: fotozine e fanzine che utilizzano le immagini fotografiche (anche come documentazione) e qualsiasi tipo di materiale stampato legato alla fotografia.


Dal gennaio 2014,  Julie Hascoët e Guillaume Thiriet (due gentilissimi e disponibili giovani francesi di Nantes) viaggiano attraverso l'Europa con un furgone per mostrare la loro collezione, organizzare eventi istantanei, raccogliere nuovi libri e conoscere editori locali. Purtroppo sono rimasti in città quel giorno e basta, per questo ne scrivo solo ora.


I libri li ho trovati su degli appositi espositori pieghevoli installati per l'occasione nel fucking bar and art gallery RAT di via San Massimo. Ho potuto sfogliarmeli con tutto comodo, essendo arrivato puntuale all'apertura dell'evento, cioè in larghissimo anticipo sul "frequentatore-tipo" del locale.


Devo dire che nel mare magno di velleitarismo anarco-impossibilista ho trovato alcune cose davvero pregevoli, che davano senso allo sfogliamento del tutto, e che meritavano persino di essere ripresentate in contesti meno caotici.


Questo mi spinge a pensare che il self publishing sia davvero, nell'attuale momento storico, il canale più effervescente e culturalmente interessante per il fotografico. Molto più della rete, dell'editoria convenzionale e del circuito galleristico e istituzionale. Molto di più.



Mai separatamente.

"Documents pour artistes" così la leggenda dice che ci fosse scritto su di un cartello affisso da Eugène Atget sulla porta del suo studio abitazione. Non ci sono, almeno a mia conoscenza, riscontri oggettivi che davvero quel cartello sia mai esistito, però avrebbe potuto, anzi dovuto, esistere perché riesce a condensare perfettamente l'essenza della lezione di Atget. Lezione, per mio conto, ancora pienamente valida oggi.


Difatti la definizione di "documento fotografico" è un sostanziale ossimoro, semmai potrebbe esserci un "documento fotografico-artistico", nel senso che può attivarsi se interrogato come oggetto d'arte o da un artista perchè solo se una fotografia riesce a spostare il pensiero di chi la prende e di chi la incontra essa può assolvere ad una concreta funzione documentaria e artistica insieme. Sempre insieme però, mai separatamente.


Inabitabile magari per me.

Alla Fondazione Merz di Torino è aperta fino al 19 giugno prossimo la personale di Botto & Bruno. Prima cosa: andateci. Consiglio calorosamente i miei concittadini, e non solo, di immergersi nelle grandi scenografie allestite per l'occasione. Forse mai come prima d'ora il mondo visionario dei due artisti torinesi prende corpo, e luogo, con una simile avvolgente forza iconografica: un'esperienza davvero totalizzante.


Le tecnica del collage digitale fotografico, affinata negli anni, vede gli ormai neocinquantenni autori (non si direbbe affatto vedendoli, ma i dati anagrafici recitano così) pienamente padroni del loro universo post industriale. Ogni minimo elemento fotografico si inserisce nell'insieme del montaggio contribuendo ad arricchirlo e nello stesso tempo rendendo credibile l'incredibile fin sulla soglia del tangibile, del percorribile.


E proprio percorrere e ripercorrere l'allestimento passeggiando lungo le pareti è il modo migliore di goderne il profluvio barocco che contiene. Tra le stazioni/installazioni previste ci sono anche la "grande cisterna", buona per meditazioni o sospensioni ansiolitiche della visita, e il verosimile, ma mai esistito, "cinema Lancia" dove viene proiettato un loro montaggio cinematografico recente da tre film d'autore, dedicato all'infanzia. Nelle sale superiori altri video stavolta originali, girati dagli artisti da posizione elevata con forti teleobiettivi sui giochi di bimbi a Porta Palazzo. Da rilevare le musiche che sono anche in parte concepite ed eseguite da Botto e Bruno, a testimoniare il loro forte interesse per un complessivo controllo multimediale e multisensoriale della progettualità messa in atto.


Durante la mia visita c'era una scolaresca di bambini che fringuellava dietro alle loro maestre. Questo mi dava da pensare su quanto loro potessero recepire dello strano pianeta devastato che si raffigurava tutto intorno. Non mi sarà mai dato saperlo. Qualcuno di loro forse se lo ricorderà a lungo e arrivato alla mia età ne parlerà ai nipotini, chissà.

Forse invece sono iconografie davvero molto lontane ormai. In fondo, sono allestite proprio in uno spazio ex industriale perfettamente recuperato ad un uso culturale, quindi smentendo nei fatti il pessimismo apocalittico rappresentato nella mostra.


Io stesso, figlio di operai FIAT e vissuto anche a San Paolo, non mi ci ritrovo per davvero. Posso pensare, per esempio, ai racconti che mi si facevano della guerra: morte, distruzione, dolori, paure, ma io crescevo lo stesso, e anche felicemente nel mio piccolo, in una Torino piena di condomini abitati da famiglie di operai e impiegati che avevano per i loro figli previsioni piene di discreto ottimismo. Sarebbero andati a studiare alle "scuole alte", chi per diventare dottore, chi artista, e non avrebbero conosciuto che qualcosa di meglio, molto meglio.

Questo quindi non mi preparava affatto alla guerra, anche se mi facevano vedere film, fotografie, mostre e leggere libri, articoli. Così penso che i bambini d'oggi cresceranno immemori, o comunque innocenti, del passato industriale e delle macerie di illusioni che ci lascia. Costruiranno un mondo completamente diverso, tutto per loro. Inabitabile magari per me.


Botto & Bruno
Society you’re crazy breed
a cura di Beatrice Merz e Maria Centonze

Fino al 19 giugno 2016.

FONDAZIONE MERZ
Via Limone 24 Torino
Tel. 011 19719437
info@fondazionemerz.org
www.fondazionemerz.org

Proprio per quel motivo.

Sono qui che vago in ampi spazi tra venditori di hot dog e grandi stand più o meno sfavillanti, in mezzo a robe da chef, salutismi, giochi e lazzi, vinerie, magliette, istituzioni locali, regionali, nazionali, vele vaticane.

Grandi editori, medi editori, piccoli editori, sì ci sono anche, alcuni, ma se faccio il conto dei chilometri e dei metri quadri, calcolando un biglietto scontato otto euro perché orgoglioso possessore della Tessera Musei, se faccio tutti i conti per bene, mi ritrovo in un salone pieno di vuoto, di chiacchiere e distintivi, in cambio del  sole che c'è fuori.

E allora esco, vado in centro, sotto i portici. Ecco il salone vero: bancarelle di libri, lì si fanno finalmente piccoli ritrovamenti e deliziose scoperte, come mi accadeva un tempo anche al Salone del Libro, atteso tutto l'anno proprio per quel motivo.