REST Covid-19 Donation.


https://it.blurb.com/b/10030693-rest-covid-19-donation


Edizione speciale con 64 fotografie dal gruppo We Do the Rest per una donazione collettiva alla Croce Rossa Italiana nell'emergenza Covid-19.
Special edition with 64 photographs from the group We Do the Rest for a collective donation to the Italian Red Cross in the Covid -19 emergency.

Fotografi.
Photographers.

Alessandro ANGELI, Antonio ARMENTANO, Duccio BATTISTRADA, Guido BENEDETTI, Daniela BERUTTI, Umberto BIANCHI, Fulvio BORTOLOZZO, Luca CAPELLO, Mario CAPRIOTTI, Gianni CARIONI, Enrico CARPEGNA, Roberto CATTINI, Giuseppe CAVALLERO, Luigi CIPRIANO, Paolo COLTRO, Maurizio CONSENTINO, Carlo CORRADI, Sergio CREAZZO, Bianca Asmara CURTI, Carmen DECEMBRINO, Nino FARINETTI, Dante FARRICELLA, Mario FERRARA, Sonia FERRARI, Domenico FIORIELLO, Marco FOGAROLO, Paolo FUSCO, Carlo GALLERATI, Federico GALLI, Edoardo GAMBA, Elena GARIGLIO, Mauro Thon GIUDICI, Massimiliano GLORI, Luca GUSMEROLI, Lino INTRANÒ, Lorenzo LEONE, Paolo LINDOZZI, Giovanni LINGUITI, Andrea LOMBARDO, Francesco LORUSSO, Irene MAIELLARO, Benedetta MANZI, Giovanni MARASCO, Lorella MAZZELLA, Gianni MAZZESI, Daniele MILAZZO, Giovanni MINERVINI, Gianfranco MOLINARIO, Gaetano PARAGGIO, Alessandro PERENO, Salvatore PICCIUTO, Mauro QUIRINI, Luisa ROMUSSI, Irene RUBIANO, Ruggero RUGGIERI, Riccardo SALVATELLI, Caterina SANTINELLO, Marco SCARPINO, Franco TANEL, Roberto VENEGONI, Elena VENIANI, Marco VERGANO, Franco ZANIN, Angelo ZZAVEN.

REST è una rivista On Demand di fotografie senza parole.
I fotografi selezionati per REST realizzano serialità con immagini interessanti.
REST cambia la priorità. La percezione visiva è la prima forma di conoscenza: istintiva, pre-verbale.
REST pensa: se un'immagine non funziona, centinaia, migliaia o milioni di parole non potranno salvarla.
REST is an On Demand photographic magazine without words.
The photographers selected for REST carry out good projects with interesting pictures.
REST wants to change the priority. The visual perception is the first form of knowledge: instinctive, pre-verbal. 
REST thinks: if an image doesn't work, a hundred, a thousand, or a million words won't be enough to save it.


REST, ©2015-2020 Fulvio Bortolozzo.
All Rights Reserved



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Fotografie e virus.


Mi sono imbattuto in un post pubblico su Facebook di un professionista del settore fotografico che si rivolgeva agli "eroi fotografi", dei quali affermava non si sentisse il bisogno. Le foto alle città vuote le avrebbero potute fare in futuro, svegliandosi presto al mattino. Ora stessero a casa.

La cosa mi ha fatto infuriare. Capisco che chi non prende fotografie, o lo fa senza sapere come e perché, possa lasciarsi andare ad affermazioni così generiche e pericolose. Non lo capisco per niente, e non lo ammetto, da parte di chi è del settore e campa pure sul lavoro di altri fotografi. Dovrebbe almeno fare un lavoro ben diverso.

Uscendo dal caso specifico, noto un montare progressivo di intolleranza verso la pratica fotografica in esterni. Accampando la pretesa del restare a casa invece di girovagare con una fotocamera in mano, in realtà si colpisce l'ennesima categoria di untori. Prima erano i migranti, poi sono diventati i runners e adesso anche i fotografi sono nel mirino. A Torino, oggi, ieri per chi mi legge, è stato aggredito un fotografo che lavorava per una testata giornalistica e che documentava la situazione dei mercati rionali. Gli aggressori erano mercatari e hanno persino costretto il fotografo a consegnare la scheda di memoria che hanno distrutto.

Non esiste alcuna evidenza o fatto che riconduca al prendere fotografie in strada come fonte di contagio. Se la pratica viene svolta nel rispetto delle ordinanze, dei decreti e delle leggi non è mai vietata e nessuno è autorizzato ad impedirla o a sequestrare i supporti con le fotografie, non possono farlo nemmeno le forze dell'ordine, senza un mandato. Così come non ci sono prove di contagi da migranti o runners.

Restare a casa, e, vorrei essere chiaro, io ci ci sto restando persino da ben prima delle ordinanze perché già intuivo che le cose non andassero per il verso giusto, non può essere l'alibi per impedire pratiche garantite dalla Costituzione. Fotografare, come scrivere, parlare, ecc. è prima di tutto espressione della persona umana. L'allontanamento sociale e il confinamento in casa servono per contenere la pandemia entro livelli di aggressività che ne permettano la cura e il sostegno dei casi più gravi. Fotografare non è un pericolo in questo senso se viene fatto rispettando i comportamenti indicati dalle autorità.

Segnare il fotografo in quanto tale come fonte di contagio è l'ennesima azione di distrazione di massa. Sono le uscite non autorizzate, gli assembramenti, le occasioni ripetute d'incontro, i contatti ravvicinati sui mezzi, sul lavoro nei centri commerciali, la mancanza di igiene personale e degli ambienti, le cause che hanno già fatto esplodere il contagio e lo protrarranno se non si pone rimedio drastico.

Quindi, i fotografi stiano a casa e posino la fotocamera. Si tratta di "attività non essenziale". Allora anche parlare non è essenziale, scrivere, disegnare, muoversi non sono attività essenziali. Vivere non è un'attività essenziale.

Il confinamento e l'allontanamento sociale, le uniche armi che abbiamo per resistere al virus, generano purtroppo mostri. Frustrazioni tipiche di chi viene carcerato e non tollera che altri sembrino esserlo meno o per niente. Questo tipo di virus non scomparirà tanto facilmente perché circolava già da troppi anni in troppe persone. Si nascondeva dietro il relativo benessere e mano a mano che questo benessere cede, fino oggi ad essere minacciato seriamente a livello globale nella parte più affluente del pianeta senza distinzione di età, ceto e condizione economica, ecco che disvela tutta la sua mortifera aggressività.

Mancano le mascherine, mancano i guanti, mancano le analisi dei tamponi per i sanitari, la nostra prima linea, e per le persone che supportano la vita in questi momenti difficili. Mancano macchinari, mancano luoghi di cura attrezzati, manca di tutto, ma il vero problema è che un fotografo non resta a casa. Fotografa ancora. Maledetto lui.

Forse si prepara un mondo che non avrà più bisogno di fotografie prese direttamente davanti ai fenomeni e gli eventi. Basteranno infografiche e immagini "fotorealistiche" oppure ci penseranno i droni. Forse. Certo gli umani dovranno decidere presto che vita si debba poter fare. La fotografia fa parte di una vita libera e sana e deve continuare ad essere così.

Ah, in ultimo: "ma se tutti fossero in giro a prendere fotografie il contagio andrebbe fuori controllo". Non ho notizie di assembramenti di fotografi che abbiano dato origine a focolai. Ho sentito di manager, di vecchi che giocavano a carte nei circoli, di tifosi sugli spalti, di gente ai concerti, al mare e a sciare, di centri commerciali strapieni, di feste, di aperitivi, di lavoratori in fabbrica, negli uffici, di case di riposo, di sanitari sul fronte. Non vorrei che la cattiva coscienza di chi se la rideva, o la disgrazia di chi era obbligato a rinunciare alle misure di sicurezza, cerchino sfoghi facili e vili. Un fotografo chi lo difende? Tutti sono capaci a fotografare, mica è un mestiere, è un divertimento come altri a cui si può rinunciare senza problemi. Sì, magari per voi è così, per me no.


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CHE BEL QUADRO SEMBRA UNA FOTO


SKYPE
Sabato 28 marzo 2020.

Ore 10 - 13
Un excursus iconografico sulle relazioni complicate
tra pittura e fotografia dalle origini ai nostri giorni.

DOCENTE:
Fulvio Bortolozzo

INFO E ISCRIZIONI:
borful@gmail.com

(connessioni limitate, con quota d'iscrizione)


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REST 20.


https://it.blurb.com/b/10030717-rest-20

In questo numero:
In this issue:

FRANCESCO CIANCIOTTA
MARCO GUIDI
MASSIMO MINIOTO
ROBERTO VENEGONI


REST è una rivista On Demand di fotografie senza parole.
I fotografi selezionati per REST realizzano serialità con immagini interessanti.
REST cambia la priorità. La percezione visiva è la prima forma di conoscenza: istintiva, pre-verbale.
REST pensa: se un'immagine non funziona, centinaia, migliaia o milioni di parole non potranno salvarla.

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is
an On Demand photographic magazine without words.
The photographers selected for REST carry out good projects with interesting pictures.
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REST, ©2015-2020 Fulvio Bortolozzo.
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Bologna, un focolaio di infezione.

Ieri sera da Phos a Torino è tornato il 1977.
Un dialogo sul desiderio tra il gallerista d'arte contemporanea Guido Costa e il semiologo Ugo Volli ha riannodato dei fili mai spezzati. Il 23 settembre 1977 Guido Costa festeggiava i suoi vent'anni proprio a Bologna, durante il primo "Convegno internazionale contro la repressione" che riuniva tutte le anime del Movimento del '77. C'era anche Ugo Volli. Costa esprimeva un dissenso radicale verso i modelli sociali imposti che lo spingerà nell'ambito della cultura più estrema, attraversando il punk  e tutti i ribellismi lì attorno fino ad approdare alla sua politica galleristica che si può definire di ispirazione romantica. Il secondo evolverà invece verso approdi classicisti, illuministi e quindi liberali.

Per Costa il desiderio è un'urgenza bruciante, motore fondante della vita, senza il quale c'è solo sopravvivenza rassegnata in attesa della morte biologica. Per Volli il desiderio è l'inizio di un percorso lungo e complesso che tenderà alla sua realizzazione o meno a seconda di quanto il desiderante saprà superare gli inevitabili ostacoli. Con entusiasmo, con passione certo, ma soprattutto con razionalità. Chi ha ragione? La tragedia è che ce l'hanno entrambi, secondo me. La dicotomia tra l'urgenza che spinge al tutto e subito e la ragione che porta ad un percorso complesso di tentata realizzazione è parte dell'umanità da sempre. Se guardiamo all'individuo prevale l'urgenza, se guardiamo al sociale l'unica concreta via è quella razionale.

In quei giorni a Bologna c'ero anch'io. I miei vent'anni li avevo già festeggiati 45 giorni prima. Lì c'ero andato come militante extraparlamentare più o meno collocato nell'area della IV Internazionale, gruppo dominante nei Licei e nelle Accademie d'arte di allora. Avevo però forti sfumature anarco-individualiste che mi mantenevano nella posizione del "cane sciolto", durata poi fino ad ora. La mia urgenza personale era difatti la libertà, l'indipendenza da qualsiasi potere sociale, economico e politico. Un asintoto, lo so, ma un'indicazione di rotta a cui non ho mai rinunciato.

Alla fine dell'incontro ho "desiderato" far sapere ai relatori che c'ero anch'io a Bologna con loro. Ho detto che capisco la posizione di Guido Costa, anche se mi sento vicino a Ugo Volli, ma soprattutto che per me quei giorni sono stati il vero inizio degli Anni di piombo e con essi della fine di ogni speranza del '77. A forza poi di spaventare tutti con i bisogni urgenti e le ribellioni armate siamo arrivati oggi al salvinismo melonaro. Qualcosa non ha funzionato e sarebbe davvero ora di farci ben ben i conti.

Ripensando alla conferenza, ho rovistato nei miei carteggi e ritrovato un manoscritto, un articolo sulla mia esperienza bolognese pensato per Gerozoom, una rivista a fumetti della CGIL con cui collaboravo. Non fu mai pubblicato perché non lo consegnai mai. Lo pubblico qui per la prima volta.



BOLOGNA, un focolaio d'infezione.

Bologna, la città, la gente, i compagni, tanti volti conosciuti e no. A volte, l'immagine di una "zona franca" abitata dai compagni di ogni razza, tendenza, carattere. Una samarcanda dell'estrema sinistra. Non era confusione quella che si respirava a Bologna. Era il Movimento, il ritmo folle di una vitalità troppo a lungo repressa. Era la "voglia di comunismo". Era la magia di trovarsi anche solo per tre giorni così in tanti da sembrare maggioranza.

Una strana consapevolezza viveva, credo, in molti dei presenti; la consapevolezza istintiva di vivere un momento importante, determinante, per il Movimento. Si era ad un bivio: da una parte la criminalizzazione, dall'altra la piena presa di possesso di un'area di opposizione. Ma tutto ciò viveva già su binari strettamente politici, con una volontà maggioritaria di non lasciarsi trascinare da una organizzazione armata allo scontro duro, almeno non in questa fase storica della lotta.

Il lato più importante di quei tre giorni bolognesi è proprio quello che gli occhi della borghesia ci tengono a non vedere nei loro giornali: la grande vitalità interiore dei tanto temuti "untorelli". Questi untorelli in effetti portano la peste, se peste è la voglia di godere ora dell'Eden e di sconfiggere i predicatori di chiese vecchie e nuove che promettono paradisi sempre posti oltre le capacità di vita dei loro contemporanei, di rompere con l'ideologia, giustificazione e copertura di una sconfitta "a medio termine" della voglia di vivere.

Ogni valutazione storico-politica di questa peste non ne coglie lo spirito animatore . Guardare la conformazione del dito che indica la luna è un, ormai accettato, segno di imbecillità. La diffusione e l'esistenza forzatamente accolta dai "grandi partiti democratici" di questo morbo e la sua capacità infettiva si valuteranno nei prossimi mesi. Fatto sta che se veramente si vuole capire questa peste, l'unica via è dialogare con essa. Confrontarsi e domandarsi quanta "verità rivoluzionaria" c'è nell'ostracizzare ciò che stride col proprio schema di visione della realtà.

Ricordando che i veri fascisti sono quelli che tacciano, etichettano, e, non dimentichiamolo, reprimono di fatto chi esprime il proprio dissenso. Il dissenso non ha in
Félix Guattari la sua "vedette" e non su di lui si misurano i contenuti del Movimento, bensì sui veri protagonisti: tutti coloro che vivono la peste e la esprimono.





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Da emigranti a migranti.


Mauro Raffini lo conosco da tanti anni, non abbastanza però. Sapevo che era un ottimo fotografo, una gran brava persona e che era piemontese DOC, con tutto quello che ne segue sulla mitica riservatezza sabauda, identica a quello che in un paese neoextracomunitario come la Gran Bretagna chiamano under statement. Proprio a causa di questo basso profilo, tenuto come un'ultima trincea sull'Assietta, non immaginavo cosa aspettava mia moglie e me ieri sera.


Siamo andati a vedere l'inaugurazione di un amico e siamo invece finiti nel paese di Alice. L'ingresso sembrava uno scherzo a parte. In una vietta vicino al Municipio, nessuna vetrina illuminata, niente ressa all'esterno dei soliti inaugurazionisti proseccanti, ma solo una porticina con un citofono. L'inquietudine assale. Ci guardiamo attorno, ma di bulli in cerca di spacciatori non se ne vedono. Suoniamo quindi al campanello "Casa Giglio". Al "chi è?" metto su una voce giandujotta e chiedo subito scusa del disturbo... "ma avevamo sentito dire che c'era una mostra e ci siamo osati... ". "Apro la porta, prendete l'ascensore e venite al quarto piano". Ci siamo guardati. Magari qui spacciano davvero...


Difatti era così. Ieri sera insieme a tante altre brave persone (qui a Torino, "brava persona" vuol dire gentile, onesta, modesta e disponibile verso il prossimo, che non significa simpatica, calorosa e sbracciante, non sia mai), ci hanno spacciato un'altra Italia possibile. Mauro Raffini, rispondendo all'appello dell'Associazione Multiculturale Mediatori Interculturali – A.M.M.I., ha presentato alcune stampe delle fotografie che scattava quando aveva i suoi vent'anni, uscendo di casa e mescolandosi allo tsunami che stava iniziando a trasformare Torino in una città davvero italiana. Ondate di veneti e meridionali arrivavano con i treni a fornire la manodopera di cui Gioanin Lamiera aveva bisogno per inondare a sua volta tutti di utilitarie a costi accessibili.


Sono immagini documentarie fatte da dentro, come sempre le migliori. Ho rivisto compagni di classe delle elementari, delle medie, delle superiori, insomma persone del tutto simili ai compagni di vita con cui si passava dall' "Oh basta là!" al "minkiaziofa" in due secondi. Io, figlio di veneti immigrati, nato a Torino in mezzo a tutti gli altri. Non so com'era Torino prima, ma so come è stata per tutta la mia vita. Come è oggi si inizia a vedere nelle ultime immagini di Mauro, dei ritratti  a colori dei nuovi immigrati, che oggi vengono chiamati "migranti", forse perché vengono qui, ma non tutti vorranno restare qui per sempre, e perciò non sono stanziali, ma "in movimento".


C'è molto lavoro da fare, alcune persone, sempre troppo poche, lo fanno. Mauro è vicino a loro, da autentico fotografo sensibile alle persone e alla loro vita, specie se difficile e soggetta a troppe ingiustizie. Le sue fotografie sono nello stile che si è visto tante volte, quel reportage in bianco e nero con uso frequente del grandangolo che ti porta dentro la scena. Se però vivevi anche tu in quel periodo, non puoi rimanere indifferente, ti portano dentro davvero, ritrovi i tuoi anni e forse faranno sentire qualcosa anche a chi non c'era, non era ancora nato e si domanda come minchia poteva essere Torino così tanti anni fa. Speriamo proprio che le cose alla fine vadano dove vuole portarle il cuore e la mente che abbiamo visto pulsare ieri sera. Mauro ci crede e noi con lui.



MIGREYE
Fotografie di Mauro Raffini

Fino al 20 febbraio 2020

Orari.
Lunedì, Mercoledì, Venerdì, dalle 8 alle 18.
Martedì, dalle 14 alle 18.
Giovedì, dalle 8 alle 13.

Casa Giglio
Via Cappel Verde 2, Torino.





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Le pere di Newton.


Da non mettere insieme alle mele, sia chiaro.

La GAM di Torino ospita, è proprio il caso di dirlo, Helmut Newton. Works. Una retrospettiva di 68 stampe fotografiche di qualità mediamente professionale in bianco e nero e a colori, di medie e medio-grandi dimensioni, selezionate dal curatore Matthias Harder della Helmut Newton Foundation di Berlino. Il curatore, assente giustificato per malattia alla conferenza stampa, è stato sostituito dal suo amico Denis Curti il quale, durante la presentazione dell'opera di Newton, ha dichiarato che mostre come questa ne aveva già portate in giro in Italia in altre sedi e che comunque quest'anno Milano dedicherà allo stesso Newton una grande mostra di circa 200 opere nell'occasione del centenario della nascita. Ricorrenza che invece il direttore della GAM Riccardo Passoni aveva poco prima detto di non essere stata il motivo della mostra torinese.

Qual è stato allora il motivo per portare a Torino ancora una volta l'opera di Newton dopo l'eccellente personale al Castello di Rivoli del 1999?


Una possibile risposta a questa domanda contiene elementi utili di riflessione sulla politica culturale della GAM e più in generale su quella oggi troppo spesso perseguita in Italia dalle istituzioni pubbliche e private verso la fotografia. L'ipotesi più verosimile è che la Fondazione berlinese proponga  in giro per il mondo mostre "chiavi in mano" dai costi abbordabili per sostenere l'interesse verso l'opera di Newton. In modo non troppo dissimile da quanto fanno altri, vedi il Maradona della moltiplicazione delle mostre: Steve McCurry.


L'offerta è di certo allettante per diversi motivi. Oltre ai costi contenuti, la curatela è già inserita nel pacchetto e il catalogo è già stampato, perché esiste un libro di Taschen che contiene le fotografie esposte, e molte altre, che ha quasi lo stesso titolo: "Helmut Newton Work". Non resta che allestire per bene le sale, con la consueta bravura dimostrata in ogni occasione, e voilà il gioco è fatto. Fino al 3 maggio 2020 abbiamo qualcosa che porterà potenzialmente un buon sbigliettamento (le pere di Newton attirano sempre un certo pubblico trasversale) e si dà l'impressione positiva che qualcosa si stia facendo, nonostante i bilanci sempre più risicati e un certo abbandono strategico a cui la GAM sembra condannata dai partner di riferimento, disposti sempre meno ad investire sulla produzione di cultura in loco e sempre più a provincializzarsi accontentandosi di riciclare l'usato sicuro pensato e prodotto altrove.


Ora, il fatto che in Italia la fotografia sia ancora considerata il comodo "salvagente economico" dei budget limitati sta diventando un problema di ritardo culturale sempre più intollerabile.

Si sconta, temo, una certa sufficienza intellettuale nei confronti di un mezzo che mai come ora ha conosciuto il massimo della diffusione con una pratica globale alimentata ogni giorno dalla rete e dai social e che invece, forse proprio per questo, sta paradossalmente perdendo la dignità artistica faticosamente conquistata nel Novecento. Alla conferenza stampa l'unica domanda, che non era tale, l'ha proferita un signore che asseriva essere la fotografia un'arte minore perché mentre un Picasso, o altro pittore famoso, di opera ne fa una e una sola per volta faticando notti intere (sic) un fotografo si limita a fare delle foto e poi le può anche far vedere in più copie in più luoghi contemporaneamente (e qui ha immancabilmente citato il mitico McCurry). Nessuno lo ha seguito, forse era un tizio uscito dall'ibernazione ieri che si è perso un secolo abbondante di storia, però è rivelatore di un pensiero che sotto sotto non è così isolato, almeno qui da noi. Chi vivrà comunque vedrà.


Tornando ad Helmut, che dire? La vera scoperta è stata un'immagine del muro di Berlino del 1981, tra l'altro non un granché, senza nessuno nell'inquadratura. Unica stampa in mostra. Ci sono poi i ritratti, forse oggi un po' datati, ma sempre interessanti. Il resto del mondo erotico/eretico buono per "épater le bourgeois" lo si conosceva già, magari in questo caso moderato per non alimentare troppo le polluzioni notturne dei notoriamente morigerati sabaudi. Newton rimane un grande iconografo delle inquietudini di chi vorrebbe, ma non può. Non perché manchino i soldi, che nelle foto si vedono esibiti nel lusso costante, ma perché manca il coraggio di prendersi anche le conseguenze reali di una vita eccessiva. Allora meglio divagare davanti a superdonne ultradesiderabili perché perfette, algide, ma anche per fortuna mute e inalterabili, senza mestruazioni e recriminazioni post coitum.


In questo senso, la vera donna in mostra è June Newton, alias Alice Springs, l'altra faccia della stessa autorialità. Come tradizione tedesca, vedi i coniugi Becher, ora forse si può pensare ai coniugi Newton, invece che al solo Helmut e questo spiegherebbe quell'equilibrio sottile che impedisce al testosterone di rovinare tutto e rende l'universo newtoniano perfettamente gravitazionale nelle sue pere.


Curioso che in questo 2020 si passi dalle donne di Man Ray a quelle di Newton. Un passo indietro, non per farne due avanti temo. E le donne che vedranno la mostra? Aspetto con curiosità di sentire la loro voce.


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Who Man Ray?


Prima del 2 febbraio, merita fare un salto alla mostra di Camera a Torino, dedicata all'universo femminile di Man Ray.


Non perché sia particolarmente utile per capire l'opera di questo complesso autore che ha partecipato ad uno dei periodi più intriganti del Novecento europeo, quello del Movimento Surrealista. Sarebbe stato d'altronde un obiettivo davvero troppo ambizioso che avrebbe richiesto ben altri spazi espositivi ed approfondimenti critici.


Nelle sale scorrono comunque molte fotografie e tante sono state prese da assistenti, amanti, mogli, amiche, prostitute, ecc. Belle, o almeno piacenti, donne che gravitavano attorno al movimento e che oltre ad esserne le muse ispiratrici diventavano fotografe esse stesse. Nell'insieme si respira l'ossessione maschile di quegli anni per il femminino erotico, sublimato dall'arte che nobilitava ogni pelo purché trasformato in un canone estetico, anche se rivoluzionario.  Le stesse donne si prestavano con piacere a questo teatrino psicologico vedendo forse in esso il massimo grado di potere su quegli uomini, apparentemente adoranti. Un gioco di specchi che oggi può risultare persino penoso.


Tuttavia una donna spicca su tutte. Una ragazza che invece precorreva i tempi ed attraversava l'epoca con un approccio molto più avanzato. Indipendente dallo sguardo maschile, libera nelle scelte e forte nella qualità visiva, l'unica che forse ha saputo davvero comprendere chi era Eugène Atget e ci ha regalato i suoi due unici ritratti poco prima che morisse, esposti in mostra con le stampe originali. Un momento molto commovente per chi ne conosce la storia. Questa fotografa è Berenice Abbott (1898-1991). La sala a lei dedicata è una mostra a se stante e, per me, anche da sola meriterebbe la visita.



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Un altro mondo è impossibile.

© Paolo Verzone - cortesia dell'autore.

Con la serata dedicata al climatologo Luca Lombroso e al fotografo Paolo Verzone si è conclusa la rassegna di quattro incontri ideata e organizzata da Phom Fotografia in sedi torinesi sempre diverse. Quest’ultima è stata ospitata dalla sala congressi dell’Environment Park, scelta quanto mai pertinente con il tema: “I Poli cosa dicono sul nostro futuro?”.

Gabriele Magazzù presenta gli ospiti e dà inizio al dialogo dando la parola a Lombroso. Anche se il suo discorso si sposta subito su un piano più generale, con particolare inclinazione per l’attuale suo interesse per i Tropici, riesce a raggelare la platea facendo ben intendere che una rapida estinzione della specie umana è ormai molto più di un’ipotesi accademica. In questo senso, pone l’accento su alcuni errori di comunicazione, come la scelta dei termini per descrivere l’Apocalisse in cui siamo immersi, che hanno purtroppo ritardato per decenni preziosi la consapevolezza nell’opinione pubblica di quanto sta effettivamente accadendo al pianeta Terra, per ormai evidente responsabilità antropica. La “buona” notizia è che siamo messi così male che piantare alberi, contenere le emissioni di CO2 e riciclare rifiuti non può più ormai invertire il nostro tragico destino, ma forse solo limitare un pochino la rapidità dell’epilogo.

L’aria di prostrazione palpabile nella sala ben riempita non di scienziati del settore, ma di molti validissimi fotografi e operatori della fotografia torinesi, viene per fortuna dispersa dalla notoria capacità affabulatoria di Paolo Verzone che inizia ad introdurci nella seconda parte della serata dedicata al suo fantastico viaggio iconografico nel Polo Nord. Verzone presenta e racconta alcune fotografie tratte da un suo progetto in corso dal 2014 sul lavoro delle basi scientifiche alle isole Svalbard.

La raggiunta piena maturità professionale ed artistica di Verzone emerge con una forza spettacolare. Ne seguo quasi dalle origini la crescita e rimango sempre stupito di come riesca a trovare ogni volta la forza, prima di tutto morale e fisica, di superarsi costantemente. Un esempio virtuoso di come il fotografo debba innanzitutto essere una persona d’azione che va incontro alle esperienze con spirito conoscitivo e d’avventura. Fotografare alle Svalbard non è proprio una passeggiata di salute. Eppure Verzone sfodera la sua incredibile umanità e umiltà sforzandosi di comprendere sul campo con i diretti interessati dove diavolo sia finito e poi si concentra con maestria sul suo di mestiere: trasformare tutto questo in immagini che non solo lo contengano, ma lo rendano anche palpabile, emblematico, esperibile, persino seducente. La sintesi visiva che ormai possiede gli consente di scegliere liberamente il campo d’azione imponendo un’iconografia che dal suo seminale progetto sui cadetti delle accademie militari ha conosciuto una crescita costante di raffinatezza espressiva. Domina, e predispone dove serve, la luce, immobilizza le persone nei monumenti tipologici di loro stesse (Sant'August Sander vive e lotta ancora insieme a noi) e introduce elementi di bizzarra surrealtà semplicemente lasciando lavorare la mente e gli occhi di quel Paolo bambino che ancora si agita nella sua anima. Difficile chiedere e volere di più. Tutto questo camminando in bilico come un consumato trapezista tra le esigenze della vita, perché è pur sempre un padre di famiglia, i committenti editoriali, le possibilità autoriali, spostando sempre il passo verso il prossimo giorno di lavoro remunerato, ma senza compromettere la qualità di questo lavoro che risiede nella forza autonoma della sua iconografia costruita con pazienza nei decenni di pratica e riflessione.

Certamente il suo impegno non fornisce risposte, non indica soluzioni, non sostiene tesi di alcun genere. La fotografia, praticata e pensata seriamente, non ha questi poteri che a lungo le sono stati ascritti. Esserne consapevoli, come lo è Paolo Verzone, consente di mettere in atto una possibilità che la fotografia ha sempre avuto: quella di trasferire nel tempo e nello spazio i fenomeni visibili con un congegno ottico a base chimica o digitale per renderli osservabili durevolmente. Sembra nulla, o poco, ma è invece tantissimo. Occhio non vede cuore non duole, si dice. Appunto. Far vedere, dare corpo alle persone e forma alle cose e ai luoghi è l’inizio del “dolore della conoscenza”. Agita i neuroni e sposta il modo di pensare, pensarsi e quindi agire. Questo l’autentico potere dell’immagine, e in special modo dell’immagine fotografica, contingente e aderente come nessun'altra all’esperienza diretta.

Alla fine della serata c’è stata una bicchierata in ricordo di Marco Benna, senza il quale nulla sarebbe successo come lo si è vissuto in Phom e non solo. L’auspicio è che la sua viva presenza in chi lo ha affiancato sia di stimolo perché la corsa prosegua come unica risposta possibile alla morte, sempre inevitabile. Alla fine una bella camminata di ritorno verso casa nella notte fredda di una Torino avvolta dalle sue profetiche polveri sottili mette a riposo i neuroni sovreccitati.

Domani è comunque ancora un altro giorno.


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Dal pisciatoio alla banana, passando per la merda.


Dal 1917 sono trascorsi 102 anni. In quell'anno Marcel Duchamp presentò a New York la sua "Fountain" sotto lo pseudonimo R. Mutt. L'opera, un pisciatoio da muro comperato da un negozio della città, non venne mai esposta al pubblico e in seguito andò perduta. Ne abbiamo una fotografia di Alfred Stieglitz. Venne invece esposta, e collezionata, la merda d'artista in scatola di Piero Manzoni del 1961. Prodotta in 90 esemplari del peso di 30 grammi ciascuno e messa in vendita alla stessa quotazione dell'oro. Oggi arriva  la banana di Maurizio Cattelàn appesa con del nastro adesivo grigio alle pareti di uno stand della fiera d'arte di Miami e proposta in vendita a 120.000 dollari. Pare già acquistata in 2 copie.

A me tutto questo sembra il segno di un percorso giunto a scadenza. Come tutti i massimalismi, a forza di cercare una provocazione scandalosa più scandalosa della precedente si finisce per divenire irrilevanti. Sì, tutti si ricordano del pisciatoio, tanti altri della merda, forse la banana resisterà per un po', ma alla fine rimane poco meno di una barzelletta per farsi due risate tra amici.

All'inizio del percorso c'era l'arte tradizionale, poi quella moderna e si trattava di scardinare conformismi accademici, protestare contro il mercato dell'arte che riduceva le opere a merce, ecc. ecc. Ma c'è il piccolo particolare che il mercato ha poi vinto. Il Muro è caduto. L'alternativa è morta. L'icona, maledetta e retinica, sommerge la comunicazione telematica. Continuare a far finta che sia possibile ottenere qualche risultato con le provocazioni significa vivere con un secolo di ritardo. L'arte contemporanea è oggi un mercato esclusivo, fatto da collezionisti privati e pubblici in grado di ingoiare, prezzare e rivendere qualunque cosa e gesto. Far pagare una banana 120.000 euro ad un collezionista non vuol dire aver vinto. Ha vinto lui. Tu sei solo un pagliaccio che resta sulla scena fino a quando la bolla speculativa reggerà. Vali meno di un bulbo di tulipano olandese del Seicento. Però sei ricco. In fondo, oggi conta solo chi ha i soldi in mano. Vince il denaro e gli altri ridano o piangano poco importa.


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Dalla parte sbagliata della vita.


Ci sono due approcci direi opposti ad ogni attività umana: quello che trova nel praticarla la sua soddisfazione e quello che, attraverso di essa, si prefigge di raggiungere risultati quanto più eccellenti possibile. La scelta penso non dipenda dalla volontà, ma dall'inclinazione di ciascuno. Ci si nasce insomma.

Per praticare un'attività, e riuscire a provarne piacere a prescindere, è indispensabile non porsi il problema dei risultati. Comunque vada sarà un successo. Gli aspetti gratificanti sono già insiti nel comportamento e nelle situazioni che via via si creano: incontri, spostamenti, relazioni, esperienze. Tutto va bene. "Vedo gente, faccio cose" è il geniale riassunto  di Nanni Moretti per questo particolare orientamento esistenziale.

Diversamente, quando il risultato eccellente è lo scopo dell'attività, tutto si complica maledettamente. Ogni azione viene valutata con il massimo spirito autocritico e vivere in una perenne insoddisfazione è quanto di più facile possa capitare. L'alternarsi di momenti di entusiasmo presto sostituiti da svilimenti ricorda molto il navigare nell'alternarsi di buon mare e burrasche.

L'erba del giardino è sempre più verde si dice. Forse per questo vedo tanti bei giardini ben sistemati dove si trascorre il tempo piacevolmente tra sorrisi e feste. Guardo da in mezzo ai rovi di una boscaglia quasi impenetrabile nella quale sopravvivo come posso, sapendo di vivere dalla parte sbagliata della vita.


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E poi Artissima, The Others, Flashback.


Così, nell'ordine in cui le ho viste. Sono davvero tanti anni ormai che aspetto i tre giorni dell'Apocalisse artistica come fosse Natale. Mi preparo psicofisicamente a sostenere il ritmo elevatissimo imposto dalle quantità: scarsissime di tempo e diluvianti di opere.
Purtroppo non ci ho più il fisico. Una sola fiera al dì mi basta e meno male che Paratissima parte prima!


Artissima è Artissima. Rimane l'evento che tiene in piedi tutto il resto. Insostituibile. La sede dell'Oval è sempre funzionale e spettacolare. Ormai è un passaggio obbligato e tradizionale della passeggiata torinese festiva, un po' come il Salone del Libro. Si va da soli, in coppia, con la famiglia o in gruppo a transumare tra un corridoio colorato e l'altro cercando qualcosa di diverso, divertente o stupefacente. Finiti i piedi ci si stravacca ovunque o, se si è tra i fighi esclusivi, nella Lounge panoramica o nello spazio Illy. La cosa sempre valida è il trovare tante gallerie da mezzo mondo: una bella boccata d'ossigeno contro le polveri sottili del conformismo subalpino. La cosa meno valida è però che, anno dopo anno, il senso di una fiera della novità, dell'arte giovane, rivoluzionaria persino, e rivolta al futuro si sta ammosciando assai. Un po' meno issima. Penso manchi del testoterone nello staff curatoriale. Tutte ragazze, in gamba certo, ma tutte troppo a modino. Manca un bel rutto qua è là, una provocazione sbiellata tipica degli ormoni maschili applicati all'arte. Insomma farla fuori dal vaso in arte non sarà bon ton, ma mette anima e sangue quando servono. Quote azzurre nella curatela subito!


The Others invece mi pare stia ondivagando in cerca di un'identità.  La nuova sede dell'ex ospedale militare Riberi è a suo modo suggestiva, ma si sente fin troppo di essere all'interno di un'area militare ancora in parte operativa. Per carità, sono uno degli ultimi najoni (6° scaglione '81) per cui un certo effetto nostalgia gioca a favore. Però il contrasto tra il militare e l'artistico gioca invece a sfavore di quest'ultimo. In compenso i tre padiglioni sono puliti e ordinati per benino in un parco arioso. Si circola senza il tono depressivo dell'ex ospedale Maria Adelaide o la claustrofobia delle ex Carceri Nuove. The Others però ha perduto la carica eversiva delle prime edizioni carcerarie. Si entrava sapendo che potevano esserci opere strepitose nascoste in qualcuna delle celle. Serviva anche da botta di vita dopo la paludata Artissima. Invece quest'anno è stato un gradevole passeggiare tra opere interessanti, qualcuna più fantasiosa, ma insomma, se anche non si fossero viste non moriva nessuno.


Flashback rimane una roccia con un'identità adamantina. Arte solida, di alta qualità. Pezzi uno più bello dell'altro non importa di quale epoca. Pur essendo la più piccola delle tre, ci si passano le ore a contemplare ogni singolo pezzo in un clima davvero rilassato. L'allestimento giocato sugli spazi ampi e ben curati è davvero lodevole. Il pubblico è molto attento e si distribuisce bene lungo il percorso.


Sarà l'età, ma ormai mi appassiono più che altro alle immagini, meglio se fotografiche, ma anche tradizionali e persino tridimensionali, purché abbiano una loro propria autonoma forza iconografica. Quella che non chiede spiegoni concettosi o pizze filosofiche per essere goduta, ma solo una viva sensibilità percettiva. In questo senso, Flashback è la fiera dove mi sono davvero divertito come un bambino nel Paese dei balocchi. Anche Paratissima, già l'avevo scritto, mi ha dato momenti belli, in specie nella sezione fotografica Ph.ocus. Artissima è la madre di tutte le fiere d'arte sabaude e per questo continua a meritarsi ogni reverenza e la visita canonica. The Others penso sia ad un bivio. Ri-trovare l'identità originaria, oppure trovarne una nuova, o infine perdere totalmente di senso.



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