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Il Passepartout di Philippe.

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Ci sono figure mediatiche che vivono con noi per un certo tempo, fino a divenire in qualche misura familiari. La RAI ne ha prodotte diverse fin dalle sue origini e ad esse, almeno ad alcune, mi sono negli anni affezionato anch'io. Non nascondo, ma nemmeno mi vanto, di appartenere ad una generazione che si è formata attraverso le trasmissioni della televisione di Stato almeno in misura corrispondente a quanto andava imparando sui banchi di scuola, in certi casi persino di più. Così, anche se ormai adulto, e vaccinatissimo contro le derive mitologizzanti dei mass media, guardavo con piacere sempre rinnovato la serie di programmi di RAI 3 intitolata "Passepartout" la cui anima era un personaggio alquanto sui generis come Philippe Daverio.Oggi ho appena saputo che l'uomo è infine andato a coltivare le sue passioni lontano dagli umani a causa di uno dei soliti ancora troppo implacabili tumori. Devo ammettere che sto provando del dispiacere. Per carità, sono cose che capit…

La montagna della Santa Croce.

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Il rapporto tra immagini e conoscenza mediatica della realtà fisica delle cose è ben illustrato dalla storia iconografica della Montagna della Santa Croce (Mount of the Holy Cross), una vetta delle Montagne Rocciose nel Colorado di 4270 metri d'altezza scalata per la prima volta ufficialmente dal mineralista Ferdinand Vandeveer Hayden e dal fotografo William Henry Jackson nel 1873. Di questa ascensione abbiamo una fotografia presa da Jackson, nella quale si può ben apprezzare la curiosa forma di croce che la neve glaciale disegna depositandosi sulle rocce della montagna. Il fatto di per sè, è già così particolare da poter suscitare la curiosità e il desiderio di andare di persona a vedere questo iconico fenomeno naturale. Purtroppo l'esperienza è possibile solo ad alta quota perché la "santa croce" non è visibile dal fondovalle.  Qui interviene l'anno successivo il pittore di paesaggi Thomas Moran, che sulla base della fotografia di Jackson si reca sui luoghi dove …

Testo e contesto.

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In un recente episodio di intolleranza iconografica, Martin Parr è stato accusato di "analfabetismo visivo". Al di là della triste vicenda, è interessante notare che con molta probabilità siamo di fronte ad un cambiamento antropologico del rapporto con le immagini nelle società occidentalizzate. 

Secondo la tradizione, le immagini possiederebbero una loro autonomia, sarebbero cioè dotate di senso proprio al di là di come e dove possano apparire. Perché questo accada però è fondamentale che gli umani accettino questa speciale relazione e sappiano praticarla. Per secoli questo non è stato un problema, perché la linea di continuità culturale ha permesso a generazioni successive di mantenere una relazione stabile e diretta con le immagini.
L'avvento dei nuovi social media ha però stravolto le cose. La perdita di ogni orientamento temporale e gerarchico nelle informazioni ricevute produce un appiattimento sull'istante presente della comprensione di quanto si riceve. Qualsia…

Diversamente pensando.

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Sento la necessità di cambiare rapporto con le cose che vado pensando. La fotografia è certamente stata fin qui una parte fondamentale dei miei interessi degli ultimi decenni, ma capisco che ora non è più solo così. Molte sono le curiosità e gli stimoli che mi agitano, ma non hanno a che fare necessariamente con l'immagine ottica. Apro per questo il flusso di questo blog ad ogni suggestione  che possa incontrare e riparto per nuove destinazioni. Stay tuned!

Hic sunt leones.

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Ma che terra è quella dove una madre e un bambino possono venire sbranati da "animali selvatici" a poche centinaia di metri da un'autostrada, in una zona impervia, ma con casolari e allevamenti? Da quale racconto horror esce questa trama? Quale cultura del territorio esiste fuori da quei centri urbani, dove si muore straziati se si cammina nel posto sbagliato?E tutta quella tecnologia, la più moderna, le procedure studiate alla perfezione, il dispiegamento di uomini e mezzi per due settimane per battere a tappeto una zona che sembra più selvaggia dell'Africa dei racconti ottocenteschi. Poi arriva un ex carabiniere con un falcetto e in mezza mattinata, lì dove nessuno si era spinto, ma dove lui sapeva poteva esserci qualcosa, trova i miseri resti di un bimbo. Dicono siano stati "animali selvatici". Ma che animali selvatici vivono fuori dai centri abitati di quelle zone? Tigri, leoni, iene? E perché questi animali selvatici possono vivere e sbranare esseri um…

L'estetica del frame.

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Uno spazio, un tempo dato. In una fotografia non mancano mai questi due aspetti. La forza ancora attuale di un'immagine fotografica è contenuta in questa peculiare capacità di presentare una scansione verosimile di una visione non importa se solo immaginata, ricordata o davvero osservata direttamente in qualche occasione. Pensando all'immagine in movimento, il cinema, che dalla fotografia deriva, possiamo definire "frame" l'effetto che continua a produrre una fotografia. Perché funzioni appieno bisogna che il frame contenga un'estensione possibile, un prima e un dopo, qualcosa che suggerisca l'essere una sospensione di un evento in corso. Dal frame scaturiscono le possibilità che ciascuno vive come vuole. Più è aperto, meno definisce con evidenza delle soluzioni, meglio funziona. 


Una foto è un piacere, se non è buona che piacere è?

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Questa è la seconda parte del piacere di fotografare. Armeggiare con gli strumenti fototecnici procura certamente un piacere agli appassionati di tecnica. Manipolare ed esibire fotocamere costose come Rolex solletica senz'altro i feticisti. Anche quelli che si vivono come capitani dalle bandiere strappate godono nel mostrarsi con fotocamere semidistrutte vantando le imprese a cui sono sopravvissute. Ma tutto questo riguarda aspetti psicologici che non si rinvengono direttamente nelle immagini. Il piacere essenziale del prendere fotografie è però quello di prenderne di buone. Ogni mezzo è valido, conta solo la fotografia presa. Buona perché e per cosa? Dipende dal contesto. Buona per acchiappare like sui social; buona per un'idea di libro o mostra che si ha in testa; buona per ricavarci dei soldi o anche buona per se stessi, senza che nessuno debba per forza vederla.