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Guardar per terra.



Alla Triennale di Milano è ancora visibile fino al 9 novembre prossimo la mostra Nessun luogo. Da nessuna parte. Viaggi randagi con Luigi Ghirri. Accompagna la mostra un libro omonimo edito da Skira con saggio di Arturo Carlo Quintavalle.

L'operazione è ambigua. Sotto le spoglie di un recupero culturale importante, quello del Ghirri che fotografava per Guerzoni quando non era nemmeno lontanamente il Ghirri che poi sarà, si cela a mio parere l'ennesima operazione di marketing sui resti lasciati dal fotografo scomparso precocemente nel 1992.

Quelle fotografie fatte da Luigi Ghirri saltano fuori solo ora dall'archivio privato di Guerzoni, dove erano conservate come materia prima in parte non utilizzata per le sue opere d'artista, perché Luigi Ghirri, l'amico che all'epoca gli forniva la competenza fototecnica, proprio in questi anni, con colpevole ritardo aggiungo io, ha preso finalmente la patente ufficiale da "artista", assegnata dagli addetti ai lavori dell'esclusivo ambiente dell'arte contemporanea italica.

Quindi Franco Guerzoni può ricavarne oggi un inatteso nuovo vantaggio di visibilità per se stesso e per le sue opere presso il pubblico ben più ampio che già da decenni conosce e segue il lavoro di Luigi Ghirri. Non a caso la mostra si fa in Triennale e contiene anche opere recenti di Guerzoni.

A volte a guardar per terra si vedono più cose che guardando per aria...

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Una fotografia non è una mela.

©2014 Fulvio Bortolozzo.
Ultimamente sulla rete, leggo post e commenti vari che in sintesi girano intorno al rapporto tra le parole e le fotografie. Mi pare di vedere una tendenza maggioritaria a considerare questo rapporto in funzione delle parole. Un'immagine vale mille parole, si diceva un tempo. Poi qualcuno chiosò: "Purché vengano dette". Ora, purtroppo, le dicono per davvero e ne dicono anche molte molte di più. Troppe. In passato su questo blog ho già scritto della questione, e altre volte ancora mi sa che ne scriverò. Se si prende una fotografia, se si guarda una fotografia è perché aggiunge qualcosa di indicibile. Non scivoliamo via in fretta da questa parola: "indicibile". Esiste qualcosa nella nostra vita che sia indicibile? Io sono convinto di sì. Penso, sento e molte cose mi accadono e mi attraversano senza riuscire a diventare parole, frasi, pensieri razionali. Una fotografia, in qualche caso fortunato, può contenere tracce di questo "indicibile", perché non si può dire, ma si manifesta, a volte, in modo visibile, esperibile direttamente. Certo, nel passaggio dal fenomenico al fotografico molto si perde per strada, ma qualcosa resta, persino senza la consapevolezza di chi ha premuto quel pulsante di scatto. Per questo una fotografia ha bisogno di silenzio, di tempo, di non diventare subito cibo per le parole, occasione per esercizi eruditi, momento di comunicazione urgente. Se si ha tutta questa fame di parole, usiamo una mela: si può mordere, si può fare a fette, si può mettere in una torta e mentre ce la mangiamo, parliamoci pure sopra di quello che ci pare, come troppo spesso si fa invece davanti ad una fotografia.

[ENGLISH]
A Photograph is not an apple.
Lately on the net, I read various posts and comments revolving around the relationship between words and photographs. I see a major trend to consider this ratio as a submission to words. A picture is worth a thousand words, we used to say. Then someone said: "If someone says these words." Now, unfortunately, they tell her for real and also say many many more words. Too many. In the past on this blog I wrote of the matter, and other times I know that I will write about it again.
If you take a picture, if you look at a photograph it is because it adds something unspeakable. Do not slip away quickly from the word "unspeakable". There is something in our life that is unspeakable? I am convinced it is.

I think, feel, and many things happen to me and through me without being able to become words, phrases, rational thoughts. A photograph, in some lucky cases, may contain traces of this "unspeakable," because you can not say, but it manifests itself, at times, in a visible, be experienced directly. Of course, in the transition from the phenomena to the photography you lose much on that journey, but something remains, even without the awareness of those who have pressed the shutter button. For this reason, a photograph wants silence, time. A photograph does not want be immediately food for the words, an opportunity to exercise control, a moment of urgent communication.
If you have all this hunger for words, you use an apple: you can bite, you can do it in slices, you can put in a cake and eat it while you talk around it, as too often is done instead around a photograph.


SI FEST, l'ultimo giorno.

Finalmente del tempo tutto per me. Ben speso direi. Un'incursione al SI FEST OFF dove ho potuto trovare diversi lavori decisamente interessanti. Poi una doverosa genuflessione davanti alla bravura di Gerry Johansson: fotografie silenziose, dense, ricche di cose da osservare con tutta calma. Proprio l'approccio al fotografico che prediligo. Un veloce salto alla lettura portfolio e una chicca: Arte, fotografia e media negli anni Settanta. Io c'ero, alcune edizioni le possiedo da allora. Effetto nostalgia. In ultimo riesco ad arrivare nel tratto finale del dibattito sulla "Nuova fotografia italiana", ma più che di cose nuove ho ricevuto l'impressione di cose vecchie che stentano a comprendere la contemporaneità. Forse saranno pure arrivati dei nuovi barbari riuniti in collettivi autoreferenziali e che fotografano pieni di ingenua fiducia nella possibilità  di rappresentare e documentare, ma certo restare al riparo di lezioni vecchie di decenni, e mai portate davvero a compimento, non serve a molto secondo me, tranne che ai soliti pochi noti, e loro eredi culturali legittimi, che di quel mondo esclusivo e rarefatto si sono a lungo nutriti, anche in termini economici. Ora, prima dell'ultimo giro di foto, vorrei rinnovare il mio ringraziamento a Stefania Rössl e Massimo Sordi per l'invito e salutare ancora tutti quelli che ho avuto il piacere di incontrare in queste intense giornate di Savignano. Rimane un evento davvero speciale, proprio per questo essenziale e umanissimo motivo.

SI FEST, davvero un altro giorno.

Il giorno più lungo, per me. Tavola rotonda il mattino. Molto vivace e piena di spunti di riflessione. Tra l'altro ho finalmente stretto la mano a Michele Smargiassi per la prima volta. Esiste davvero. Primo pomeriggio presentazione in municipio di Questo Paese, con slide show, alla presenza di diversi fotografi del progetto. C'erano pure Giancarlo Rado e Luca Moretti, dalla rete alla realtà. Poi giù in piazza a vedere portfolio, un paio li ho segnalati. Sempre coinvolgente come esperienza. Da ripetere. Infine la serata all'ex Mir Mar con Claudio Corrivetti, davvero grande nell'organizzare e portare a buon fine il tutto, e Alessandra Capodacqua.  Molti dei collettivi in mostra hanno così potuto prendere brevemente la parola davanti ad un pubblico particolarmente interessato. Momento straordinariamente pieno di energia, avvertita e dichiarata da molti dei partecipanti. Quest'anno i curatori Stefania Rössl e Massimo Sordi, oltre al merito di predisporre in tempi molto brevi e con risorse risicate un'offerta davvero ampia di mostre e incontri hanno innanzitutto quello di aver creato Atlante.it negli spazi dell'ex Mir Mar a San Mauro Pascoli. Con tutte le sue iniziali difficoltà tecniche (ma oggi il video di Questo Paese girava senza problemi!), dovute anche alla varietà e vastità delle esperienze esposte, l'occasione di conoscersi di persona gli uni con gli altri, e le sinergie che da questo deriveranno, sono una scommessa vinta in pieno. Ora qualche immagine, poche, ma spero comunque gradite.