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Camera Doppia finisce qui.


©2014 Fulvio Bortolozzo.

Oggi è successo. Doveva succedere forse. Poco fa ho postato sul blog Fulvio Bortolozzo un articolo destinato a Camera Doppia. Me ne accorgo ora. Non è un errore, ma un passaggio di testimone; il Fulvio di cui so davvero poco o nulla ha preso il sopravvento e agito a mia insaputa. Ne rispetto le decisioni, come sono abituato a fare da anni. Camera Doppia finisce qui, adesso. Resta comunque in linea con il suo archivio. Grazie a tutti per la compagnia, il viaggio non è finito, come non finì dopo le esperienze precedenti. Cambia solo sede:
http://borful57.blogspot.it/

A presto quindi e Buon Natale!

Fulvio

Più forte e luminosa di prima.

Nella luce l'ombra è essenziale. Senza di essa non si può realmente percepire tutta la potenza vitale della luce. Stamattina, da stanotte anzi, qualcosa del genere mi agita. Sono tornato ieri sera da un fine settimana luminoso, perché ricco di entusiasmo, incontri, sentimenti, pensieri. Una bella (ri)carica vitale. Stanotte però imparo che un amico, una persona che fa parte da tempo delle consuetudini migliori del mio vivere il fotografico, una persona che incontro puntualmente, sempre sorridente e sempre pronta a trasmettermi la sua vitalità, non c'è più. Improvvisamente. Un'ombra scura, densa. La sento dentro. La luce proprio per questo mi appare più forte, più essenziale, più inesauribile. L'ombra attende il suo momento che implacabilmente arriva. La luce non svanisce però per questo, non appartiene a noi, ci attraversa e continua a farlo anche quando l'ombra finisce per dare l'illusione di riuscire infine a dissolverci. Grazie Ale, la luce che ti attraversava è ancora qui e ora ti contiene, più forte e luminosa di prima.

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L'equivoco del soggetto.

©2008 Fulvio Bortolozzo, dalla serie "Un habitat italiano".

Lo so, capita anche a me. Quando mi trovo a passare vicino ad un serbatoio d'acqua fatto a torre, con la sua bella testona grande e le gambette sottili, nella mente mi si illumina un nome: "Becher". Se cammino su una spiaggia d'inverno e guardo alle sue strutture balneari in disuso il nome diventa "Ghirri". Potrei andare avanti, ma ci siamo capiti. Curiosamente nel fotografico avviene una sorta di "privativa d'autore" sui soggetti stessi. Non mi appare necessariamente in testa Vang Gogh quando sono in una sala da biliardo o Fontana (Lucio) tutte le volte che taglio qualcosa.

C'è un equivoco, uno scambio di attenzione, e quindi di identità, tra il visivo fotografico e il soggetto che viene ripreso. Come se le cose nascessero solo quando vengono fotografate e la paternità di questa nascita fosse di chi per primo le ha prese con la fotocamera e ridotte ad immagini di loro stesse per sempre.

In realtà, penso, non esiste nessuna fotografia uguale ad un'altra. Niente è per sempre come si vede in una fotografia. Nemmeno un minuto dopo. Soffermarsi sul soggetto, magari pure sullo stile con cui è stato preso dal fotografo, porta fuori strada. Quindi ciò che sto guardando, anche se mi richiama immagini fotografiche di cose simili, è però lì davanti a me per la prima e unica volta. Come tale posso, anzi devo, fotografarlo.

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Artissima e The Others 2014.

Artissima, 2014.
Quelle che per me sono ormai due fiere d'arte contemporanea assolutamente complementari non mettono più in evidenza il numero di edizioni che son passate dalla loro prima apertura. Segno che si sentono esse stesse talmente consolidate da darsi per scontate anno dopo anno. L'edizione 2014 conferma alcuni caratteri che le connotano: ampia, molto decorativa, e persino lussuosa, Artissima nella sede dell'Oval; claustrofobica e però molto coinvolgente The Others alle ex carceri Le Nuove.

Ad Artissima ci vogliono 15 euro per passare qualche ora a fare qualcosa di diverso dall'andare alla solita Ikea a scegliersi un arredo di design sì, ma che costi meno di quello che sembra. Persone medie, con redditi medi e famiglie medie, ma con quel qualcosa di colto in più che non guasta, sempre attrezzate di passeggini giusti, scarpe giuste, disponibilità al coinvolgimento giusta. Ogni tanto qualche visitatore più originale, con quel tanto di "artistico" addosso che ci vuole, può pure entrare negli occhi. Andare ad Artissima insomma non stanca più di tanto, ma il ripetersi di opere non particolarmente diverse da quelle dello scorso anno, o dell'anno prima ancora, favorisce certamente l'osservazione "antropologica".

The Others, 2014.


A The Others la musica è tutta un'altra. Spazi stretti, pigia pigia nelle cellette che ricorda i locali da tapas spagnoli, opere quasi sfiorate tanto si è costretti a stare ad esse vicini, specialmente negli strettissimi cessi di cui ogni cella dispone e nei quali, per volontà o meno degli espositori, ci sono spesso le installazioni più interessanti. Umanità varia, con diverse apparizioni improbabili, vere e proprie "opere camminanti", e clima da apericena H24. 5 euro ben spesi per un'esperienza faticosa, ma che mi regala puntualmente 2 o 3 emozioni forti di quelle che ti danno una sorta di euforia positiva: uno degli effetti collaterali migliori per qualsiasi forma d'arte.

Non sto quest'anno a tediare chi mi legge con la pubblicazione del notevole numero di fotografie che ho preso in entrambe le fiere, piuttosto concludo il post chiedendomi se le Art Fair possano servire a qualcosa d'altro che non sia il far trascorrere del buon tempo sbirciando fugacemente opere esposte in quantità bulimiche, pur con delle "scosse" non da poco, o a dar modo a qualche collezionista di confrontare e comprarne alcune. Non so, mi pare che tutto questo con una promozione concreta del valori dell'arte e della cultura nel nostro modello sociale c'entri, alla fine della fiera, ogni anno di meno.
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Una fotografia è un piacere.

Ma sono buone le fotografie di Steve McCurry per il nuovo calendario Lavazza oppure no?
Sulla rete diverse voci affrontano la questione. La maggior parte sono dell'idea che le fotografie di McCurry non siano buone perché appesantite da una postproduzione talmente evidente ed invadente da rendere ben poco verosimili i soggetti in esse ritratti. Poi però se si va a vedere la produzione recente di questo fotografo sul suo sito non c'è tutta questa differenza: colori saturi che più saturi non si può, luci improbabili e fotografie che sembrano icone psichedeliche. Sì, forse qualcosa di plasticoso in più in alcune c'è, però questa è la cifra del fotografo, fin dai famosi tempi della bambina afgana dagli occhi verdi. Allora McCurry, in assenza di tecnologie digitali, usava il Kodachrome, che era la pellicola con i colori più "finti" mai prodotta. Le sue supersaturazioni, esaltabili stampandola su Cibachrome, sono rimaste leggendarie.

Detto questo, in ogni caso, la Lavazza il suo obiettivo l'ha pienamente raggiunto: si parla, e moltissimo, di questa marca di caffè. Di più all'assoldamento di McCurry non si poteva chiedere. Tutti professionisti che sanno il mestiere che fanno e lo fanno al meglio.

Mi fermo qui e mi faccio un caffè.

©2010 Fulvio Bortolozzo.



Lodi all'etica, meglio se donna.

Ieri una scappata, la prima, finalmente. Il Festival della fotografia etica, mi ha sempre incuriosito, per via del nome altisonante, ma anche respinto, perché si presenteva come settoriale: cose per addetti all'informazione sulle gambe storte di quel cane che è il mondo.

Il mio interesse per il fotografico si sviluppa su terreni visivi più ampi di quelli del giornalismo fatto con le immagini, il quale, ai miei occhi, soffre da parecchio tempo di un forte problema di inaridimento iconografico. L'ennesimo primo piano del volto di un bimbo africano con gli occhi spalancati da qualche disgrazia o la rappresentazione di violenze e situazioni border line sempre con gli stessi stilemi drammatizzanti in prevalenza fatti di contrastati bianco e nero dilatati da grandangoli sempre più esasperantemente vicini all'azione (Capa docet) producono alla fine una sterilizzazione delle emozioni, una interscambiabilità di una situazione con l'altra. Finisce che se non si passa il tempo a leggere, non le fotografie, ma le didascalie, diventa impossibile "entrare" nelle questioni, mettervi una qualche personale empatia.

Bene a Lodi ho trovato diverse conferme di tutto questo, ma anche qualche interessante segnale di superamento. Ho potuto vedere serie fotografiche realizzate da donne che possedevano qualità nuove e diverse. In prevalenza si tratta di fotografie a colori, con soluzioni visive aperte al dubbio, alla richiesta di un surplus di attenzione ottenuta sospendendo l'ansiogeno imperativo di "raccontare tutto" a favore del più distaccato "far vedere qualcosa". Un passo indietro per farne due avanti. Mi riferisco in particolare a lavori come: Jeddah Diary dell'inglese Olivia Arthur; Beautiful Child della danese Laerke Posselt (1984); Oxfam dell'italiana Giada Connestari (1981); La giusta distanza dell'italiana Paola Codeluppi (1971) e infine, ma non per ultime, alle intense immagini della bielorussa Irina Yeutuhova (1963) realizzate nell'ambito della serie a due mani Amici di Serena per il progetto Tizzi.

Oggi poi che esiste la rete, il problema dell'accompagnare le fotografie con le parole è splendidamente superabile: vieni a Lodi anche solo a vedere, poi torni a casa e ciò che ti è rimasto davvero negli occhi puoi riempirlo di tutte le parole che vuoi surfando sul web, separando vivvadio il tempo della visione da quello della lettura che rimangono cose diverse e si fanno meglio in luoghi e tempi diversi. 

Forse un approccio visivo più ampio, e in grado di sostenere quindi la crescita culturale non solo di quanti fanno fotografie,ma soprattutto di chi queste fotografie dovrebbe sempre più e sempre meglio imparare a guardarle e vederle, potrebbe darlo l'iniziativa che parte proprio oggi al Festival. Sandro Iovine lancia difatti una sua innovativa creatura: la rivista web FPmag. In bocca al lupo all'amico Sandro quindi!

Infine alcune note ambientali: Lodi è la tipica città ideale italiana con un centro storico a misura di piedi umani nel quale la fede religiosa ha disseminato nei secoli chiese e chiostri che sono oggi luoghi perfetti per esporre immagini, in specie di umanità dolente. In tutto questo i ragazzi che organizzano il festival svolgono un lavoro di accoglienza e supporto davvero straordinario rendendo la visita un'esperienza estremamente piacevole.  Grazie ragazzi e... al prossimo anno.

Ora, ecco i miei soliti appunti presi con la fotocamera, QUI.



Guardar per terra.



Alla Triennale di Milano è ancora visibile fino al 9 novembre prossimo la mostra Nessun luogo. Da nessuna parte. Viaggi randagi con Luigi Ghirri. Accompagna la mostra un libro omonimo edito da Skira con saggio di Arturo Carlo Quintavalle.

L'operazione è ambigua. Sotto le spoglie di un recupero culturale importante, quello del Ghirri che fotografava per Guerzoni quando non era nemmeno lontanamente il Ghirri che poi sarà, si cela a mio parere l'ennesima operazione di marketing sui resti lasciati dal fotografo scomparso precocemente nel 1992.

Quelle fotografie fatte da Luigi Ghirri saltano fuori solo ora dall'archivio privato di Guerzoni, dove erano conservate come materia prima in parte non utilizzata per le sue opere d'artista, perché Luigi Ghirri, l'amico che all'epoca gli forniva la competenza fototecnica, proprio in questi anni, con colpevole ritardo aggiungo io, ha preso finalmente la patente ufficiale da "artista", assegnata dagli addetti ai lavori dell'esclusivo ambiente dell'arte contemporanea italica.

Quindi Franco Guerzoni può ricavarne oggi un inatteso nuovo vantaggio di visibilità per se stesso e per le sue opere presso il pubblico ben più ampio che già da decenni conosce e segue il lavoro di Luigi Ghirri. Non a caso la mostra si fa in Triennale e contiene anche opere recenti di Guerzoni.

A volte a guardar per terra si vedono più cose che guardando per aria...

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Una fotografia non è una mela.

©2014 Fulvio Bortolozzo.
Ultimamente sulla rete, leggo post e commenti vari che in sintesi girano intorno al rapporto tra le parole e le fotografie. Mi pare di vedere una tendenza maggioritaria a considerare questo rapporto in funzione delle parole. Un'immagine vale mille parole, si diceva un tempo. Poi qualcuno chiosò: "Purché vengano dette". Ora, purtroppo, le dicono per davvero e ne dicono anche molte molte di più. Troppe. In passato su questo blog ho già scritto della questione, e altre volte ancora mi sa che ne scriverò. Se si prende una fotografia, se si guarda una fotografia è perché aggiunge qualcosa di indicibile. Non scivoliamo via in fretta da questa parola: "indicibile". Esiste qualcosa nella nostra vita che sia indicibile? Io sono convinto di sì. Penso, sento e molte cose mi accadono e mi attraversano senza riuscire a diventare parole, frasi, pensieri razionali. Una fotografia, in qualche caso fortunato, può contenere tracce di questo "indicibile", perché non si può dire, ma si manifesta, a volte, in modo visibile, esperibile direttamente. Certo, nel passaggio dal fenomenico al fotografico molto si perde per strada, ma qualcosa resta, persino senza la consapevolezza di chi ha premuto quel pulsante di scatto. Per questo una fotografia ha bisogno di silenzio, di tempo, di non diventare subito cibo per le parole, occasione per esercizi eruditi, momento di comunicazione urgente. Se si ha tutta questa fame di parole, usiamo una mela: si può mordere, si può fare a fette, si può mettere in una torta e mentre ce la mangiamo, parliamoci pure sopra di quello che ci pare, come troppo spesso si fa invece davanti ad una fotografia.

[ENGLISH]
A Photograph is not an apple.
Lately on the net, I read various posts and comments revolving around the relationship between words and photographs. I see a major trend to consider this ratio as a submission to words. A picture is worth a thousand words, we used to say. Then someone said: "If someone says these words." Now, unfortunately, they tell her for real and also say many many more words. Too many. In the past on this blog I wrote of the matter, and other times I know that I will write about it again.
If you take a picture, if you look at a photograph it is because it adds something unspeakable. Do not slip away quickly from the word "unspeakable". There is something in our life that is unspeakable? I am convinced it is.

I think, feel, and many things happen to me and through me without being able to become words, phrases, rational thoughts. A photograph, in some lucky cases, may contain traces of this "unspeakable," because you can not say, but it manifests itself, at times, in a visible, be experienced directly. Of course, in the transition from the phenomena to the photography you lose much on that journey, but something remains, even without the awareness of those who have pressed the shutter button. For this reason, a photograph wants silence, time. A photograph does not want be immediately food for the words, an opportunity to exercise control, a moment of urgent communication.
If you have all this hunger for words, you use an apple: you can bite, you can do it in slices, you can put in a cake and eat it while you talk around it, as too often is done instead around a photograph.


SI FEST, l'ultimo giorno.

Finalmente del tempo tutto per me. Ben speso direi. Un'incursione al SI FEST OFF dove ho potuto trovare diversi lavori decisamente interessanti. Poi una doverosa genuflessione davanti alla bravura di Gerry Johansson: fotografie silenziose, dense, ricche di cose da osservare con tutta calma. Proprio l'approccio al fotografico che prediligo. Un veloce salto alla lettura portfolio e una chicca: Arte, fotografia e media negli anni Settanta. Io c'ero, alcune edizioni le possiedo da allora. Effetto nostalgia. In ultimo riesco ad arrivare nel tratto finale del dibattito sulla "Nuova fotografia italiana", ma più che di cose nuove ho ricevuto l'impressione di cose vecchie che stentano a comprendere la contemporaneità. Forse saranno pure arrivati dei nuovi barbari riuniti in collettivi autoreferenziali e che fotografano pieni di ingenua fiducia nella possibilità  di rappresentare e documentare, ma certo restare al riparo di lezioni vecchie di decenni, e mai portate davvero a compimento, non serve a molto secondo me, tranne che ai soliti pochi noti, e loro eredi culturali legittimi, che di quel mondo esclusivo e rarefatto si sono a lungo nutriti, anche in termini economici. Ora, prima dell'ultimo giro di foto, vorrei rinnovare il mio ringraziamento a Stefania Rössl e Massimo Sordi per l'invito e salutare ancora tutti quelli che ho avuto il piacere di incontrare in queste intense giornate di Savignano. Rimane un evento davvero speciale, proprio per questo essenziale e umanissimo motivo.

Gli appunti fotografici del 5 ottobre sono QUI.


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SI FEST, davvero un altro giorno.

Il giorno più lungo, per me. Tavola rotonda il mattino. Molto vivace e piena di spunti di riflessione. Tra l'altro ho finalmente stretto la mano a Michele Smargiassi per la prima volta. Esiste davvero. Primo pomeriggio presentazione in municipio di Questo Paese, con slide show, alla presenza di diversi fotografi del progetto. C'erano pure Giancarlo Rado e Luca Moretti, dalla rete alla realtà. Poi giù in piazza a vedere portfolio, un paio li ho segnalati. Sempre coinvolgente come esperienza. Da ripetere. Infine la serata all'ex Mir Mar con Claudio Corrivetti, davvero grande nell'organizzare e portare a buon fine il tutto, e Alessandra Capodacqua.  Molti dei collettivi in mostra hanno così potuto prendere brevemente la parola davanti ad un pubblico particolarmente interessato. Momento straordinariamente pieno di energia, avvertita e dichiarata da molti dei partecipanti. Quest'anno i curatori Stefania Rössl e Massimo Sordi, oltre al merito di predisporre in tempi molto brevi e con risorse risicate un'offerta davvero ampia di mostre e incontri hanno innanzitutto quello di aver creato Atlante.it negli spazi dell'ex Mir Mar a San Mauro Pascoli. Con tutte le sue iniziali difficoltà tecniche (ma oggi il video di Questo Paese girava senza problemi!), dovute anche alla varietà e vastità delle esperienze esposte, l'occasione di conoscersi di persona gli uni con gli altri, e le sinergie che da questo deriveranno, sono una scommessa vinta in pieno. Ora qualche immagine, poche, ma spero comunque gradite.

Gli appunti fotografici del 4 ottobre sono QUI.

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SI FEST, domani è un altro giorno.


Sono stanco, giorno denso più del previsto questo venerdì inaugurale del SI FEST #23. L'organizzazione tiene, tutti si danno un gran da fare, con cortesia e disponibilità estrema: dal più fresco d'esperienza dei volontari fino ai curatori stessi, Stefania Rössl e Massimo Sordi, che stasera vedevo davvero molto provati dall'enorme mole di lavoro messo in cantiere, in specie con Laboratorio Italia. Chiaramente qualcosa sfugge sempre durante così grandi lavori in corso con così esigue forze in azione, e stavolta è toccato proprio a Questo Paese che non vede ancora attiva la propria installazione, occupata tra l'altro in parte dall'accastamento del necessario per una piccola zona bar da concerti. Non me la sono però sentita di prendermela con gli organizzatori, anche se ne avrei avuto ben ragione, perché sinceramente ho apprezzato l'idea e lo sforzo, caotico sì, di mettere insieme 35 realtà collettive, sperimentali ed estremamente interessanti attualmente attive nel fotografico in Italia. Mi dico che "domani è un altro giorno" e con questo auspicio viacolventiano dormirò stanotte.

Prima però di cedere al sonno, ecco QUI una piccola carrellata visiva dell'immersione iniziale al SI FEST.


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Questo Paese al SI FEST #23.

©2005 Fulvio Bortolozzo - dalla serie Scene di passaggio (Soap Opera).
Ci siamo. Domani sera sarò a Savignano sul Rubicone e ci resterò fino a domenica mattina. L'occasione è quella del SI FEST, erede di quel Portfolio in Piazza, che fu una ormai storica manifestazione della cultura fotografica nostrana. La prima volta che ci andai fu proprio per via della formula "easy" che conteneva: potevi anche svegliarti al mattino presto del venerdì, ramazzare dal cassetto qualche foto e la portavi a vedere lì, senza altra incombenza che fare un poco di coda per scegliere chi avresti voluto che ti bastonasse l'ego.

Fu così che nel 2005 mi risolsi d'impulso a portare due serie su cui stavo lavorando: l'interminabile e autobiografico Scene di passaggio (Soap Opera) e Olimpia, un attraversamento notturno dei luoghi di Torino in trasformazione. Avvennero fatti miracolosi. Fabrizio Boggiano mi guardò le stampe di Scene, vuoti luoghi urbani e semiurbani, come stesse sfogliando un mio diario intimo azzeccando in pieno lo stato d'animo che era dietro ogni fotografia. Una cosa da non credere. Edward Rozzo mi aiutò a vedere ben chiaro cosa c'era di profondamente "americano" nel mio pensare il paesaggio. Con Guido Guidi poi inscenammo un siparietto memorabile: oltre mezz'ora di bellissimo e acceso dibattito sul mio lavoro con un pubblico via via crescente. Infine Marco Rigamonti e Annamaria Belloni che amarono subito, prima l'uno poi l'altra, Olimpia. Tutti mi proposero per il premio finale, che non arrivò. Marco e Anna mi attribuirono però il Premio Fotosintesi, e così esposi l'anno dopo nel loro bel festival piacentino.

Conservo le firme di tutti sul foglietto della segnalazione tra i miei ricordi più cari. Devo molto a loro e a Savignano sul Rubicone. Anche per questo motivo, sono onorato dell'invito ricevuto quest'anno da Stefania Rössl e Massimo Sordi di partecipare alla manifestazione come curatore del progetto editoriale collettivo in corso Questo Paese. Tra gli altri appuntamenti, vedrò anch'io dei portfolio di chi vorrà scegliermi come suo bastonatore e spero di poter, anche solo in minima parte, restituire qualcosa di quell'entusiasmo che ricevetti all'epoca da persone straordinarie in un contesto straordinario.

Fine di Radio Nostalgia e scusatemi la digressione. Ecco di seguito le occasioni per incontrare il progetto Questo Paese al SI FEST #23.

Sabato 4 ottobre 2014

ore 10.30

Leggere la fotografia: pubblicazioni, riviste e nuovi media
Intervengono: Gianpaolo Arena/Landscape stories // Calamita/à // Fulvio Bortolozzo – We Do The Rest // Steve Bisson – Urbanautica // Chiara Capodici, Fiorenza Pinna – 3/3 // Sabrina Ragucci // Giorgio Falco // Diego Mormorio // Michele Smargiassi
modera: Claudio Corrivetti – Postcart
Accademia dei Filopatridi, p.zza Borghesi 11

ore 14
Fulvio Bortolozzo, Questo Paese
Municipio, sala Galeffi, p.zza Borghesi 9

ore 18.30-21.00

Atlante.it, le realtà italiane si raccontano
in dialogo con Claudio Corrivetti e Alessandra Capodacqua
Spazio ex Mir Mar, via Roma 27 San Mauro Pascoli

Per tutta la durata della manifestazione verrà inoltre proiettato a ciclo continuo nello Spazio ex Mir Mar uno slide show fotografico con immagini dei 25 fotografi di Questo Paese.

Il programma completo del SI FEST #23 è visibile qui:
http://sifest.net/program-2/giornaliero/


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Gianni Berengo Gardin, un fotografo di classe.

 
Berengo Gardin guarda Ugo Mulas, GAM Torino. ©2008 Fulvio Bortolozzo.


Da più parti ultimamente salgono voci a criticare le varie dichiarazioni di Gianni Berengo Gardin (classe 1930) sulla fotografia vera o presunta, sul digitale, sull'arte e via dicendo. Indignazioni, repliche, stracciar di vesti di ardenti sostenitori delle tesi opposte. Bene, scusate il francese, ma mi sono rotto le palle di sentir tutto questo agitarsi di scudi contro un signore che ha raggiunto un'età veneranda dopo una vita da fotografo, quando fare il fotografo era un mestiere come un altro. Questo è il vero punto, ora che in troppi per avere una fotocamera in mano si considerano artisti, autori, intellettuali prestati, docenti incaricati.


Gianni Berengo Gardin è un uomo che tutto solo soletto si è inventato da zero un lavoro che gli piacesse, in epoche in cui il lavoro che non ti piaceva, ma ti manteneva a vita, era elargito con una certa abbondanza. Con la sua fotocamera ha ideato, realizzato e pubblicato, cercando non senza fatica la via economica di volta in volta giusta e senza rubare nulla a nessuno, centinaia di libri. In Italia, quando era già GBG da decenni, nessuno voleva pubblicargli il lavoro sugli zingari, andò a cercare all'estero e in Germania trovò un editore che lo pubblicò e così prese il Premio Oscar Barnack 1994. Ha pushato the button milioni di volte, l'ho visto a Biella, nel 2005 mi pare, con il pollice slogato e il motore sotto la Leica per poter continuare a scattare.

Cosa dica Gianni oggi sul digitale, sul colore, sugli artisti semplicemente NON MI INTERESSA. Sarebbe come chiedere ad un bravissimo artigiano brianzolo del legno di discettare sull'arte contemporanea. Gianni parla da sempre con il suo operaismo, con il suo uscire a fotografare ogni santo giorno, come uno va alla FIAT a montare auto. La quasi totalità di chi lo critica non ha fatto, e non farà mai in vita sua, la millesima parte del lavoro che ha fatto invece Gianni. Gianni lavora come gli operai di una volta, quelli della ormai dimenticata "classe operaia". Questo da sempre dice non con la bocca, ma con le braccia che impugnano la macchina, e lasciamo stare l'occhio, la mente e il cuore che è roba da borghesi parigini che poi si stufano e appendono la macchina al chiodo per mettersi a fare disegnini qualsiasi.
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Il luogo tra topografia e scena.

Mauro Thon Giudici durante la conferenza (foto: Fulvio Bortolozzo).


Lo scorso 11 settembre Mauro Thon Giudici ha tenuto una conferenza nella sede dell'associazione L'impronta di Cosenza dal titolo "Adattamento. Il paesaggio raffigurato dalla proprietà privata alla Divina natura, passando per l'impero coloniale". Come si può intuire dal titolo l'argomento era piuttosto complesso, ma è stato comunque  ben presentato dal relatore anche se, forzatamente, solo nei suoi punti fondamentali. Rimando al video che verrà spero presto messo nel canale You Tube di un socio de L'impronta chi volesse riascoltare l'ora e venti circa della serata. Nel frattempo è già visibile il video della conferenza precedente, propedeutica a quest'ultima per certi aspetti.

Nel discorso fatto da Giudici vi è un passo che vorrei mettere in rilievo. Riguarda l'origine del concetto di paesaggio così come viene a formarsi nella tradizione pittorica europea. Nella proposta di Giudici, appoggiata su alcuni studiosi anglosassoni, tutto avrebbe inizio nei Paesi Bassi e non in Italia come altri autori sostengono.


Hendrick Avercamp - Winter landscape with skaters (1608 ca).

Penso sia ragionevole questo approccio se facciamo precedere l'idea di paesaggio come forma della percezione estesa di un luogo alla ricaduta che questo atto poi può avere in un'immagine. Nella cultura riformata olandese la costruzione della nazione, e quindi della sua narrazione collettiva, coincide con la liberazione dalle gerarchie straniere del clero romano e dei principi asburgici. Il pensiero è quindi rivolto ad un mondo nuovo, che viene anche fatto emergere letteralmente dall'oceano. Un mondo di eguali, almeno nella loro dignità di cittadini e fedeli, dove al posto del Papa e dell'Imperatore c'è una prima forma di quella che diventerà nel tempo la moderna democrazia borghese. La rappresentazione di queste novità religiose, politiche, sociali ed economiche trova la sua sintesi nella descrizione dei luoghi ove avvengono e della vita collettiva che vi si conduce. Gli olandesi, come ci dice Giudici, amano il loro Paese. Ancora oggi, nonostante tutto, penso che questo sia profondamente vero.

Simone Martini -  Guidoriccio da Fogliano all'assedio di Montemassi (1328 ca)


In Italia, invece, dominano i poteri forti e il luogo è sempre il palcoscenico della loro perenne riaffermazione egemonica, generazione dopo generazione. Un terra di aspri conflitti, che come ben sintetizzava Orson Welles nella famosa frase recitata in "Il terzo uomo", ha dato origine ad autentici capolavori mondiali dell'arte e della cultura. Qui predomina l'azione, la celebrazione dell'evento sul luogo. Il paesaggio può esistere sempre e solo come sfondo, indispensabile, ma del tutto secondario e quasi sempre inventato di sana pianta o frutto di un assemblaggio ideale di più luoghi realmente osservati dal pittore. Un atteggiamento culturale che conduce all'idea di paesaggio come "scena", prima che come luogo topografico. Spazio dove accadono, sono accaduti o accadranno degli eventi. Solo così, come palcoscenico, il paesaggio può arrivare a manifestarsi in autonomia nell'iconografia italiana, dal Canaletto agli Alinari.

Dagli olandesi va senz'altro raccolta però l'indicazione a considerare il paesaggio un'occasione di osservazione, anche topografica se si pensa agli strumenti ottici. Osservazione che rivela, nel substrato religioso dove avviene l'identificazione della Natura con il concetto di Dio, la possibilità di intuire, e poi manifestare nelle immagini, un'essenza vitale in cui viviamo immersi senza averne piena consapevolezza.


John Constable - Weymouth Bay 1816 ca.

In questo senso, con una piccola acrobazia cronologica, l'ultimo dei grandi pittori pre-fotografici a tentare l'impresa non fu il rutilante William Turner, ma il coevo e connazionale John Constable, che seppe riassumere come nessuno prima la lezione topografica olandese, poi quella scenica italiana e persino anticipare un lavoro sul tempo, le sue famose nuvole, che solo i fotografi dopo di lui poterono portare a compimento usando delle macchine che dal tempo, anche brevissimo, ritagliavano forme.

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Come i cavoli a merenda.

©2013 Fulvio Bortolozzo.

Una questione complessa, non solo nel fotografico, è quella dell'autore. Nel Novecento la figura romantica del demiurgo eroico e geniale è stata smontata pezzo per pezzo dalle feroci critiche ideologiche provenienti in massima parte dall'ambiente culturale marxista. Non senza valide ragioni. Come però spesso accade si passa da un'esagerazione all'altra ed ora il povero autore fatica ad essere persino preso in considerazione come tale, massacrato da tutti quelli che si arrogano il diritto di dire e fare delle sue opere quello che più pare e piace.

In medium sta virtus. Il che non significa trovare la virtù nella mediocrità, ma cercare un punto di equilibrio. Fedele a questa regola di vita, penso che l'autorialità sia una componente ineliminabile nella produzione di una qualsiasi opera, non solo e necessariamente d'arte. Senza autori, niente opere.

Nel contempo, dando il giusto riconoscimento, quando si possa, alla paternità di un'opera, va anche considerato che essa è il frutto di un felice "attraversamento". Una congiunzione temporanea tra flussi di pensiero collettivi e la persona che li cristallizza in qualche suo modo. L'autore quindi non è centrale, pur essendo però essenziale, quasi un paradosso irrisolvibile se lo si affronta con atteggiamenti manichei. Per questo motivo, una seria valutazione critica dovrebbe prendere in primaria considerazione ogni informazione utile a definire quale relazione abbia stabilito l'autore con la propria opera.

Solo così penso sia possibile ipotizzare dei valori culturali pertinenti ed evitarsi la vanità di tirare fuori dalle opere delle strampalate fantasticherie personali che con il povero autore c'entrano sempre come i cavoli a merenda.




Trippa per gatti.

©2014 Fulvio Bortolozzo.

Vero, falso. Semplice a dirsi, impossibile a determinarsi, se non con un atto di fede. Il linguaggio scritto stesso che sto adoperando ora è una falsificazione di ciò che si agita nella mia mente mentre scrivo. Sto quindi scrivendo il "falso", ma lo faccio per riportare come posso il "vero" di ciò che penso di pensare.

Un gioco di specchi senza fine, una condizione umana ineliminabile. Inutile insistere, si torna sempre da capo a dodici. Sarebbe quindi anche ora, ma non sarà così purtroppo, di piantarla lì con le troppe chiacchiere sulla verità e sulla falsità nel fotografico. Come per ogni linguaggio ed espressione umana, verità e falsità sono sempre presenti e variano di combinazione in infiniti modi.

Può essere anche possibile analizzare questi modi, ma essendo infiniti non è che se ne ricavi chissà che risultato epocale. Capiti i primi 100, se ne stanno già usando in giro per il mondo migliaia d'altri di nuovi.

Allora più che insistere a dividere il falso dal vero in una fotografia, sarebbe più utile concentrare l'attenzione sul pensiero che in essa è rivelabile. Non esiste difatti nessuna fotografia che non sia il risultato di un pensiero, fosse anche solo quello del produttore della fotocamera o della fotocamera stessa. Proprio nell'intersecarsi di questi pensieri c'è finalmente dell'ottima trippa per gatti.


L'anima, nel migliore dei casi.


©2014 Fulvio Bortolozzo.
Fotografare è un atto tecnico, prima di tutto. Bisogna mettere in azione un congegno. Un gesto complesso che oggi può essere diretto e semplice quasi come il puntare qualcosa con il dito indice. Gesto quest'ultimo che le antiche madri insegnavano ad evitare ai loro figli, perché ritenuto molto maleducato. Come il fissare troppo intensamente e a lungo una persona. Selezionare, scegliere con lo sguardo è quindi qualcosa di aggressivo e sovversivo perché estrae dal contesto indifferenziato una percezione in particolare.

Non esiste una neutralità dell'atto fotografico. La si metta come si vuole, è un prendere, un portare via qualcosa. L'anima, nel migliore dei casi.

Uno strano specchio in forma di finestra.

©2014 Fulvio Bortolozzo.
Più che con il disegno o la pittura, con una fotocamera si mette in atto un'azione che origina da ciò che si è in grado di percepire.

La percezione è un'attività molto complessa che impegna a fondo il cervello umano.

Nella percezione rientrano anche i pensieri. Se una cosa puoi pensarla allora puoi percepirla. Riconoscerla. Termine ultimo del percepire è difatti il riconoscere, portare a livello di coscienza qualcosa e quindi averne consapevolezza. Il semplice abbandonarsi al flusso visivo degli occhi non produce nulla di tutto questo. Deve intervenire una scelta, una soglia di attenzione va superata. Qui iniziano, e finiscono, le possibilità del fotografico. L'azione tecnica che ne consegue rispecchia ciò che il fotografante è in grado di pensare: se hai pensieri banali farai fotografie banali. In questo senso, una fotocamera è davvero uno strano specchio in forma di finestra.

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Fino alla prossima fotografia.

©2014 Fulvio Bortolozzo.
La questione fondamentale, quella dalla quale tutto deriva è quella del tempo. Al di là di funzioni e finalità. Oltre ogni aspetto professionale o d'amore, perché nel fotografico si lavora e si ama, così almeno si usa pensare. Superando tutte le parole che si affacciano alla mente, per quanto acuminate o confuse, resta una questione di tempo.

Quale tempo? Il mio. Un tempo dato, forse persino predeterminato. Il mio perché riguarda me, ma è anche il tuo, che stai ora impiegando per leggermi.

Se questa misura del tempo umano è finita, com'è nei fatti biologici per quanto le religioni si sforzino da sempre di inventare prolungamenti di varia natura, allora ecco che diventa uno dei temi di riflessione più interessanti.

L'approccio fotografico alla questione del tempo è terribilmente semplice: lo sposta. Nel prendere una fotografia si spende del tempo esistenziale finito, il proprio. Anche solo per una frazione di secondo, che poi è sempre molto di più per quanto veloci si possa essere. Il gesto tenderà però a non restare isolato, si vorrà osservare, anche solo di sfuggita su un piccolo display, la traccia visiva che la fotocamera ha trattenuto. Altro tempo. Infine c'è la diffusione della traccia, quasi immediata oggi, ma in casi sempre meno frequenti ancora ripetuta più in là, magari molti anni dopo. Altro tempo, stavolta anche di altri.

Cosa c'è da guadagnare nell'impiegare del tempo per prendere ed osservare fotografie? Molte spiegazioni convincenti si possono leggere e sentire. Alla fine però forse una sola resta davvero sempre valida: l'oblio.

Dimenticarsi di dover per forza esistere in un tempo dato, in un flusso esistenziale che non ha inciampi, ritardi e nemmeno ritorni possibili. L'illusione di eternità presente in ogni fotografia aiuta a provocare una vertigine, un delirio all'interno del quale, invece di impazzire come si dovrebbe, si possa continuare a vivere la propria  vita. Almeno per un altro po' di tempo, fino alla prossima fotografia.

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Questo Paese a Corigliano Fotografia 2014.


28 giugno 2014
Presentazione del progetto a Corigliano Fotografia 2014.


Questo Paese
Osservazioni fotografiche
nell'Italia contemporanea


A cura di Fulvio Bortolozzo

Fotografie:
Antonio Armentano, Roberto Bianchi, Sandro Bini, Nino Cannizzaro, Luca Capello, Ilenio Celoria, Domenico Cipollina, Carlo Corradi, Claudia Corrent, Benedetta Falugi, Paolo Fusco, Mauro Thon Giudici, Salvatore Lembo, Andrea Lombardo, Luca Migliorini, Luca Moretti, Gaetano Paraggio, Mattia Parodi, Bruno Picca Garin, Giancarlo Rado, Mattia Sangiorgi, Tiziana Sansica, Franco Sortini, Giacomo Streliotto, Rodolfo Suppo.

Progetto editoriale:
©2014 Fulvio Bortolozzo

Tutte le fotografie sono di proprietà esclusiva dei loro Autori.

We Do The Rest
https://www.facebook.com/groups/wedotherest

Video girato senza tagli da Mauro Thon Giudici.

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Da Ghirri ai ghirrini.

©2014 Fulvio Bortolozzo, dalla serie "Appunti per gli occhi".
Da qualche giorno tra i blog di fotografia che seguo più assiduamente mi è apparsa una specie di ola, di quelle che si vedono sugli spalti alle partite dei Mondiali di calcio. La vedo iniziare da Michele Smargiassi il 18 giugno scorso con un post intitolato "Considerazioni di un idiota sulla foto d'arte" , prosegue il 21 giugno con "L'equivoco ghirriano" di Efrem Raimondi e la vedo arrivare dalle mie parti oggi con il post "La soglia" di Enrico Prada. Non resisto quindi all'idea di alzarmi anch'io in piedi per consentirle di andare oltre, se qualcun altro vorrà raccogliere questa espressione spontaneista di festosa partecipazione.

Conosco l'opera di Ghirri fin quasi dal suo inizio. Nel senso che, inconsapevole giovincello pastrocchiante con le fotocamere per tirarne fuori qualcosa di "mio", mi imbattei nell'edizione fresca di stampa di "Kodachrome", il primo libro fotografico "autoedito" da Luigi Ghirri nel 1978. Mi si aperse all'epoca un mondo nuovo fin dalla prima fotografia del libro. Non sto ora a farla lunga per non annoiare con dei casi privati, ma se c'è una cosa che da allora non ho più sentito il bisogno di cambiare è l'approccio concettuale al fotografico. Fare fotografie per porre domande, per mettere insieme rifllessioni sulle immagini, in particolare fotografiche ma non solo, e sulla opportunità che possono dare come esperienza di conoscenza del mondo visibile a cui apparteniamo tutti.

Oggi circola con successo una specie di Bignami di quanto Luigi Ghirri pensò e fece:  Lezioni di fotografia edito da Quodlibet. In sostanza una trascrizione di quanto disse in un ciclo di lezioni. Risente dell'approssimazione del trascritto da un parlato, ma soprattutto innesca facilmente l'equivoco nel lettore non avveduto di poterlo assumere come abbecedario sul da farsi. Un po' come successe sfortunatamente all'introduzione del libro "Images à la sauvette" scritta da Henri Cartier Bresson e divenuta nel tempo la bibbia del fotografare per stuoli di fotoamatori italici di varie generazioni.

Dipenderà forse dalla cultura cattolica in cui nasciamo, viviamo e moriamo, ma l'idea che esista sempre un santo da qualche parte con delle tavole della Legge in mano sembra ineliminabile anche nel fotografico. In attesa che venga messo sul suo dovuto altarino San Vaccari o finalmente sia eretta e dedicata una cattedrale (apocrifa e con i baffi of course...) a San Duchamp, si rischia di veder sorgere ora miriadi di chiese e cappellette a San Luigi Ghirri, piene di fedeli, che Efrem chiama "epigoni", ma io preferisco chiamare "ghirrini" per definirne meglio il culto. Ad unire i fedeli vi sono alcuni stilemi visibili, necessari per la riconoscibilità di appartenenza. Un paio in particolare: fotografie molto sovraesposte (i più fanatici sembra che usino conegrina) e la predilezione per luoghi vuoti, soglie ed ogni altro topos già fotografato da Ghirri.

Questa fede si estende al mercato dell'arte nostrano e fioriscono così le opere post-ghirriane che alimentano i dubbi dei finti idioti sulla insensatezza di tutto questo mercanteggiare.

Sì, perché oggi aderire alla chiesa di Ghirri predispone alla salvezza. Il miracolo accade. Una stampa fotografica diviene opera d'arte e il raggio di luce celestiale che ricade sul capo del fotografante ha il potere benedetto di trasformare l'acqua (del rubinetto) in purissimo vino DOC, cioè il "macchinista" si trasforma in "Artista" tout court.

Ecco così che il Luigi autoironico, che ascoltava Bob Dylan mentre pensava e viaggiava per i suoi luoghi, quello che si divertiva come un bambino a stupirsi ogni volta degli infiniti giochi tra realtà e finzione delle immagini fatte di luce, ecco che questo primo e fondamentale Ghirri scompare. Lascia il posto ad un normatore serio e ingessante. Un idolo da adorare e ripetere come un'icona greco-ortodossa sempre uguale a se stessa e sempre meno buona della precedente.

Basta, mi risiedo. L'ola continui pure adesso oltre di me.

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Un senso predeterminato.

©2000 Fulvio Bortolozzo, dalla serie "Alphaville".
Prendere fotografie è un atto semplice oggi. Lo sarà ancora di più nel futuro. Chissà che non mi tocchi di vedere il primo umano dotato di camera innestata fisicamente nel cranio e connessa ai centri cerebrali deputati alla visione. Basterà allora attivare la scintilla dell'intenzione per ricavarne l'immagine fotografica ed estrarla da fessure che chiunque può fantasticare quali e come saranno. Forse però immagino solo carrozze con motori a scoppio al posto dei cavalli.

Nel futuro la stessa intenzione cerebrale sarà magari trasmissibile come flusso elettromagnetico tra un umano e l'altro o molti. La macchina fotografica, oggetto da museo, scomparirà del tutto sostituita da connessioni neuronali intra ed extraindividuali. L'inconscio quindi sarà finalmente libero dalla tecnologia e si esprimerà direttamente? Temo proprio di no, anzi.

L'umanità bionica che abbiamo di fronte sarà sempre più parte della macchina e sua espressione funzionale. L'estinzione della specie avverrà all'interno di dispositivi tecnici. In fondo è questo che già oggi i più desiderano ardentemente: scomparire dietro le proprie reflex e smartphone in un mondo parallelo dove tutto abbia finalmente un senso predeterminato.


Osservare, semplice a dirsi.

©2014 Fulvio Bortolozzo.
L'osservazione è una pratica di conoscenza, o almeno a questa è idealmente rivolta. Difatti sta alla base del metodo scientifico. La consapevolezza che non sia un atto neutrale ne complica però lo statuto. L'osservazione finisce quindi per avere sempre una doppia direzione analitica: quella che conduce dall'osservatore verso il soggetto, ma anche dall'osservatore verso se stesso.

Ogni risultato di un'osservazione contiene quindi elementi analitici ambivalenti e nell'identificarli correttamente risiede il successo dell'operazione.

A complicare ulteriormente le cose nel fotografico arriva la macchina. L'osservazione da cui si traggono tracce fotografiche contiene quindi ben quattro direzioni analitiche differenti. Oltre alle due precedenti, si aggiungono quelle automatiche messe in atto dal dispositivo: dalla fotocamera verso il soggetto e dalla fotocamera verso se stessa.

Ecco quindi che in una fotografia, molto diversamente da una immagine manuale, esistono dinamiche analitiche che se non comprese correttamente conducono a banalizzazioni e fraintendimenti come quello che essa sia, semplicemente, "la registrazione della realtà".


Come fossero ecografie.

Facciamo un piccolo spostamento tra immagini automatiche. Passiamo da quella basata sulla luce a quella che nasce dagli ultrasuoni. Forse così si può meglio mettere in evidenza la messe di parole a vuoto che vengono consumate sul fotografico, in specie quando lo si relaziona alla pittura o alla narrativa letteraria.

Spero che nessuno tra i miei lettori, che non sia stato preparato professionalmente a farlo, pensi di poter guardare il visivo ecografico sostenendo di poterne trarre indicazioni diagnostiche pertinenti. Difatti alla voce "Ecografia" si legge su Wikipedia: "L'ecografia è, in ogni caso, una procedura operatore-dipendente, poiché vengono richieste particolari doti di manualità e spirito di osservazione, oltre a cultura dell'immagine ed esperienza clinica".

Non cambia nulla per il fotografico. La falsa credenza che una fotografia riproduca ciò che sta davanti alla  fotocamera come potrebbe farlo il sistema umano occhio/cervello è all'origine sia della vulgata la quale prevede che chiunque possa trarre da una fotografia elementi pertinenti senza essersi mai preparato a farlo, sia della necessità modaiola, ora di ritorno seguendo le oscillazioni del gusto, che una fotografia per essere "artistica", e poter quindi esprimere la soggettività di chi la fa, debba diventare un paciocco il più differente possibile dal banale aspetto che di solito ha un'immagine automatica trattenuta da una fotocamera. Oppure, ed è peggio, che se sembra "solo una fotografia" debba essere però "chiarissima" (ai miei tempi si sarebbe detto "sovraesposta"), riempita di persone catatoniche (meglio una per foto), come fossero state in precedenza pietrificate da un qualche dio vendicatore, e presa in luoghi qualsiasi, ottimo se abbandonati o talmente ripresi in dettaglio da poter essere topograficamente appartenenti all'indistinto ovunque planetario.

Ecco, magari pensando all'ecografia, e qui il prefisso "eco" acquisterebbe un significato di sostenibilità visiva, si potrebbe tentare di tornare a prendere e fare fotografie per quello che sono: dati tecnici organizzati da un dispositivo che ha una relazione tutta da comprendere, e per nulla scontata, con la complessità della percezione umana.
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Il falso problema della fotografia come arte.

©2014 Fulvio Bortolozzo.
Da diverse parti, e troppi anni ormai, arrivano sempre nuove voci a porre una questione assillante: "La fotografia è un'arte?". Da cui consegue: "Se sì, che genere di arte è?". A giudicare dal recente convegno internazionale di Cinisello Balsamo, al quale ero presente, mi pare di capire che simili domande sul sesso degli angeli assillino solo più i cervelli di miei compatrioti dediti al godimento dell'intelletto. Nel resto del mondo occidentale e occidentalizzato sembra che si studino i fenomeni culturali per come si presentano, cercando poi di darne semmai conto senza per forza incasellarli in qualche categoria aprioristica. Una logica semplice e pragmatica che non ha molta fortuna in una tra le maggiori Culle dell'Arte (così almeno ci viene rappresentata l'Italia nel selfie autoconsolatorio inoculatoci nella mente fin dalla più tenera infanzia).

Cosa sia l'arte, cosa sia la fotografia sono questioni oziose prese nei loro termini generici e senza alcuna logica soluzione. Sarebbe infinitamente più utile se chi ama scervellarsi sulle cose cercasse di comprenderne l'eventuale coerenza interna, la compiutezza teorica e pratica che distingue un dato fenomeno dagli altri esistenti e quali siano i motivi per cui meriterebbe di essere posto maggiormente all'attenzione degli interessati. Questo però richiederebbe uno studio paziente, ricco di incognite, anche per le persone più competenti, e dagli esiti sempre incerti e provvisori. Si tratterebbe insomma di mettersi in gioco, assumere dei rischi culturali, essere disponibili ad ammettere i propri errori e a ricredersi di fronte al lavoro di altri colleghi più brillanti. Tutte cose che afferiscono all'onestà intellettuale e alla capacità di confronto dialettico e costruttivo. Meglio passare comodamente gli anni a continuare a chiedersi se la fotografia sia arte e quale arte sia...

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Riportare per chi?

Grazie all'amico Sandro Iovine ho avuto occasione di partecipare all'apertura della mostra personale del fotogiornalista professionista Ugo Lucio Borga alla galleria di Paola Meliga in via Maria Vittoria 46/c a Torino.

Borga presenta il progetto "In the name of God" sulla guerra civile, per molti aspetti ormai endemica, che si svolge nella Repubblica Centrafricana, uno dei paesi più poveri della Terra. Per la realizzazione del suo lavoro l'autore ha trovato la collaborazione dell’Onlus Amici del Centrafrica, organizzazione operativa nel paese, e dell’Associazione Six Degrees di Torino. Scopo della mostra oltre al voler documentare l'ennesima tragedia umanitaria di cui poco o nulla si viene a sapere dai media mainstream è anche quello di raccogliere fondi attraverso le donazioni.

L'approccio di Borga al tema è basato sulle migliori tradizioni del fotogiornalismo internazionale, sia sotto il profilo espressivo sia per quanto riguarda l'approfondimento conoscitivo sul campo di quanto va a fotografare. La selezione d'immagini esposte negli spazi di Paola Meliga riesce a darne conto, anche grazie ad un apparato testuale ben redatto e pieno di notizie utili per avvicinarsi alle situazioni riprese.

Un lavoro in sintesi efficace, professionale e meritevole che consiglio vivamente di voler vedere prima della chiusura della mostra prevista per fine giugno / luglio.


Dettaglio da una foto di Ugo Lucio Borga.

Detto questo, vorrei aggiungere che anche a me è arrivata, ieri per caso da un amico, la notizia della morte di un altro fotogiornalista, Andy Rocchelli di Cesuralab. Non sono un esperto del settore, mi limito ad incontrare le fotografie, e le vicende di chi le fa, man mano che il quotidiano mi porta ad esse. Nonostante questo, forse anche perché da poco avevo scambiato due parole con Ugo, ho provato un senso di malessere persino fisico. Sapere che ci sono in giro per il mondo delle persone che rischiano la loro vita per riportare da luoghi pericolosi delle fotografie mi sembra ogni giorno di più un atto inutilmente eroico. Riportare fotografie, cioè semplici pezzi di carta un tempo, ma oggi in prevalenza file che finiscono per ammuffire negli hard disk perché non vengono richiesti, pagati e diffusi da quasi nessuno.

Per chi fotografare in un mondo dell'informazione dove "(im)prenditori editoriali" senza scrupoli costruiscono profitti per i loro azionisti anche sottopagando, o non pagando affatto, chi porta loro il materiale informativo? Materiale che resta essenziale per poter distinguere un fogliaccio di pettegolezzi da una vera testata che faccia giornalismo d'inchiesta. Per l'opinione pubblica? Quale? Esiste davvero in Italia un'opinione pubblica in grado di distinguere, e pagare (comperando le testate su cui appare e lasciando le altre ai resi delle edicole), la fotografia giornalistica da una fotografia purchessia, magari rimediata "aggratis" dal web dai soliti grafici istigati al furto dai loro superiori con la minaccia del "contenimento dei costi", cioè dal fatto che se non lo fanno il loro posto di lavoro diventa inutile?

Temo che la risposta sia nel complesso negativa e che le cause di questo vuoto pneumatico siano molte e anche contraddittorie tra di loro. In ogni caso vorrei almeno che chi già lavora senza protezioni adeguate e a sue spese, rischio e pericolo non finisse almeno nel tritacarne della notizia del giorno, come fosse una sorta di sacrificio umano dovuto per poter prolungare di altre ventiquattr'ore l'agonia della "macchina imballata dell'intermediazione informativa" e di chi ci campa malamente sopra.

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Questo Paese.

©2013 Giancarlo Rado.
Diego Rizza, la moglie Anna Zurek , il figlio Tomek e Savanna ritratti in Malga Fossernica di Dentro , Caoria, Trentino, prima della chiusura dell'alpeggio estivo.
Questo Paese
Osservazioni fotografiche nell'Italia contemporanea


A cura di Fulvio Bortolozzo

Fotografie di:
Antonio Armentano, Roberto Bianchi, Sandro Bini, Nino Cannizzaro, Luca Capello, Ilenio Celoria, Domenico Cipollina, Carlo Corradi, Claudia Corrent, Benedetta Falugi, Paolo Fusco, Mauro Thon Giudici, Salvatore Lembo, Andrea Lombardo, Luca Migliorini, Luca Moretti, Gaetano Paraggio, Mattia Parodi, Bruno Picca Garin, Giancarlo Rado, Mattia Sangiorgi, Tiziana Sansica, Franco Sortini, Giacomo Streliotto, Rodolfo Suppo.


Questo Paese vuole portare alla fotografia di paesaggio italiana un contributo proveniente dall'esperienza sociale della rete. Il progetto nasce difatti all'interno del gruppo di Facebook We Do the Rest, aperto nel settembre del 2013 dallo scrivente.

Nel gruppo sono venuti ad incontrarsi fotografi che lavorano continuativamente sulla restituzione di quanto osservano nel quotidiano dei loro luoghi di residenza o frequentazione abituale. Di questi, ne sono stati selezionati venticinque, provenienti da varie parti d’Italia, per la realizzazione di una prima serie collettiva di respiro nazionale che potesse già anche divenire un libro cartaceo On Demand, metodo produttivo e distributivo quest'ultimo pienamente appartenente alle dinamiche della rete.

I criteri della selezione hanno privilegiato i fotografi con le serialità più coerenti, meglio se attive da tempo, senza frapporre alcuna preclusione espressiva. Si può, per questo motivo, riscontrare nei lavori selezionati sia la persistenza di forti riferimenti iconografici alla tradizione della fotografia italiana di paesaggio, così com’è venuta diffondendosi nella cultura fotografica fino ai nostri giorni a partire dall’ormai trentennale esperienza del Viaggio in Italia curato da Luigi Ghirri, sia approcci molto distanti da essa e anche soluzioni in grado di indicare nuovi possibili percorsi di osservazione.

A completamento delle sinergie possibili, alcuni blogger e web writer contribuiscono al progetto con testi redatti per l'occasione.

In mostra a Corigliano vengono presentate solo alcune delle immagini di dieci dei venticinque fotografi coinvolti complessivamente nel progetto editoriale definitivo, ancora in corso di realizzazione. Un'anteprima quindi, molto utile però per ricevere un primo riscontro da un pubblico competente e interessato come quello di questa consolidata manifestazione.

(mostra inserita in Corigliano Fotografia, 27-29 giugno 2014).

©2013 Antonio Armentano, Montebello Ionico (RC), Saline.
©2012 Nino Cannizzaro, Palermo - Messina.
©2014 Claudia Corrent, Isola di Burano (VE).
©2013 Benedetta Falugi, Follonica (GR).
©2013 Mauro Thon Giudici, Milano.
©2009 Salvatore Lembo, Roma, Testaccio.
©2012 Andrea Lombardo, Genova.
©2011 Gaetano Paraggio, Battipaglia (SA), litorale.
©2014 Giacomo Streliotto, Cartigliano (VI).

L'amore vola o almeno dovrebbe.

Vorrei segnalare ai miei lettori un film appena uscito di Paolo Severini dal titolo "L'amore vola". Non è ancora chiara quale sarà la sua distribuzione, ma se vi capitasse a tiro in qualche modo non perdete l'occasione di vederlo. Si tratta di un montaggio di interviste realizzate a Torino dallo stesso regista a persone in difficoltà, per traumi subiti o malattie degenerative.

Il tema verso il quale conduce gli intervistati è quello della loro sessualità. Argomento quanto mai difficile da affrontare per tutta una somma di motivi. Al di là delle questioni toccate, sono rimasto molto colpito dall''approccio particolarmente equilibrato e sensibile messo in campo dal regista/attore Severini. Usando la camera con apparente disinvoltura, e persino sciatteria stilistica, costruisce invece una raffinata spirale di coinvolgimento. Non solo le persone intervistate finiscono per dire più di quanto avrebbe mai pensato possibile, persino con persone a loro intime, ma lo stesso spettatore, superato l'impatto iniziale, rimane come assorbito in un mondo che scopre man mano essere profondamente il suo, nonostante sia nella condizione che viene definita di "normodotato". Piani emotivi e di ragionamento capovolti, dove la malattia o il trauma sono solo evidenze superiori di una condizione affettiva e sessuale generale. Un piccolo capolavoro concettuale questo, che rende merito al cinema come strumento non solo di esibizione o narrazione, ma anche di riflessione critica su ciò che ci capita mentre stiamo pensando ad altro: la vita.

L'amore vola (2014)
Un film di Paolo Severini

(comunicato stampa)

Una storia torinese, anzi italiana.

©2014 Fulvio Bortolozzo.
Lunedì 19 maggio 2014, ore 18. Circolo dei Lettori di via Bogino a Torino, saletta completamente colma per la presentazione del libro di Daniela Trunfio edito da Prinp intitolato "Fondazione italiana per la fotografia. 1985-2006". Partecipano, oltre all'autrice, l'editore Dario Salani, Lorenza Bravetta, responsabile di Magnum Photos per l'Europa continentale e il giornalista de La Stampa Rocco Moliterni in veste di moderatore.

L'opera raccoglie una documentazione sull'attività svolta dalla Fondazione insieme alla testimonianza diretta dell'autrice che ne percorse la vicenda al fianco di Luisella D'Alessandro, l'artefice fondamentale.

Tema molto complesso questo della FIF, ancora da chiarire in vari punti, che ho avuto l'occasione di seguire direttamente in alcune sue fasi. Durante la presentazione sono state messe in evidenza le luci incontrovertibili dell'azione di Luisella e della sua creatura. Come accade sovente in Italia, tutto nasce da una insopprimibile passione personale che nel tempo raccoglie attorno a sè consenso, forze e sostegno fino a raggiungere anche traguardi impensabili. Specialmente nella fase iniziale, quella delle Biennali di Fotografia organizzate dall'Associazione Torino Fotografia, prima quindi di divenire Fondazione e stabilire la sua sede in via Avogadro, la spinta propulsiva culturale che venne espressa fu straordinaria. Dal nulla Torino divenne in breve tempo uno dei luoghi della cultura fotografica internazionale e l'unico a livello nazionale con un'offerta di così varia ed elevata qualità. All'epoca ero un giovane che godeva del privilegio di ritrovarsi in una città dove approdavano i lavori di grandi maestri accanto a quelli di miei coetanei emergenti e venivano a tenervi conferenze nomi eccellenti. Ricordo ancora la forte impressione che mi fece, per esempio, sentir parlare Vilém Flusser e Franco Vaccari durante Torino Fotografia '85.

Come però molte altre storie italiane insegnano, passare dalla passione alla costruzione di un sistema strutturato e coerente non è cosa scontata e qui vengono fuori le ombre, non messe in evidenza dall'autrice durante la presentazione del libro. L'avventura della Fondazione pose nuovi problemi di gestione: organizzare il personale dipendente, svolgere l'attività didattica, programmare la stagione espositiva, tenere sotto controllo un bilancio vincolato alle contribuzioni pubbliche, stabilire rapporti di fiducia con i fornitori, mantenere una progettualità istituzionale all'altezza del panorama internazionale. Questioni sulle quali l'originale forza propulsiva non riesce a convertirsi in un sistema di lavoro davvero efficace e finisce progressivamente per impantanarsi, anche per le oggettive responsabilità del gruppo dirigente, fino al drammatico epilogo finale del commissariamento per via di  bilanci poco trasparenti e molto dissestati.

E qui si passa dal dramma alla tragedia. Con la Fondazione viene buttata via anche la cultura fotografica. Dovrebbe continuare ad occuparsi di fotografia la Galleria d'Arte Moderna e Contemporanea, che sotto la direzione di Pier Giovanni Castagnoli aveva condotto una sorta di "guerra fredda" contro Luisella D'Alessandro a colpi di mostre di grandi fotografi. L'episodio forse più eclatante e, per certi aspetti, comico, avvenne nel 2002 con la doppia mostra personale simultanea di Nino Migliori in GAM e Fondazione. Purtroppo però sembra che il fallimento dell'esperienza FIF avesse reso la parola "fotografia" una parolaccia, da evitare il più possibile e la GAM finisce per disinteressarsene, evitando accuratamente di aprire un Dipartimento di Fotografia, come invece in precedenza veniva ipotizzato.

 Nel 2007 chiuderà poi i battenti anche la Libreria Agorà di Rosalba Spitaleri e Bruno Boveri, impresa privata che mai ebbe un qualche sostegno dalle istituzioni pubbliche nei circa trent'anni di costante e assidua attività di altissimo livello per la promozione della cultura fotografica italiana e internazionale. FIF e Agorà non trovarono mai forme continuative di collaborazione, ma per me sono sempre state tra loro complementari come un prezioso polo tutto torinese e unico in Italia nel suo genere, tanto che da allora nulla di anche lontanamente simile è mai più apparso in città.

Questo però è il triste passato. Dopo lunghi anni di traversata nel deserto, arriva la Magnum Photos a rialzare qualche bandierina. Sì, sono state fatte finora solo mostre di loro autori storici. Però piacciono al pubblico torinese. Su questa prima base, partirà qui a Torino nel 2015 l'esperienza innovativa di Camera, nella quale Magnum Photos avrà parte importante insieme a Intesa San Paolo ed Eni, con il beneplacito dell'amministrazione comunale. Lorenza Bravetta era alla conferenza per presentare questa novità e per raccogliere il testimone, ma con i dovuti e doverosi distinguo, delle passate vicende locali. Chi vivrà, vedrà. Per ora non mi resta che auspicare una rinascita della cultura fotografica a Torino che sia all'altezza del mutato panorama contemporaneo e in grado di promuoverne le nuove tendenze evolutive.

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