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Una fotografia è un piacere.

Ma sono buone le fotografie di Steve McCurry per il nuovo calendario Lavazza oppure no?
Sulla rete diverse voci affrontano la questione. La maggior parte sono dell'idea che le fotografie di McCurry non siano buone perché appesantite da una postproduzione talmente evidente ed invadente da rendere ben poco verosimili i soggetti in esse ritratti. Poi però se si va a vedere la produzione recente di questo fotografo sul suo sito non c'è tutta questa differenza: colori saturi che più saturi non si può, luci improbabili e fotografie che sembrano icone psichedeliche. Sì, forse qualcosa di plasticoso in più in alcune c'è, però questa è la cifra del fotografo, fin dai famosi tempi della bambina afgana dagli occhi verdi. Allora McCurry, in assenza di tecnologie digitali, usava il Kodachrome, che era la pellicola con i colori più "finti" mai prodotta. Le sue supersaturazioni, esaltabili stampandola su Cibachrome, sono rimaste leggendarie.

Detto questo, in ogni caso, la Lavazza il suo obiettivo l'ha pienamente raggiunto: si parla, e moltissimo, di questa marca di caffè. Di più all'assoldamento di McCurry non si poteva chiedere. Tutti professionisti che sanno il mestiere che fanno e lo fanno al meglio.

Mi fermo qui e mi faccio un caffè.

©2010 Fulvio Bortolozzo.



Lodi all'etica, meglio se donna.

Ieri una scappata, la prima, finalmente. Il Festival della fotografia etica, mi ha sempre incuriosito, per via del nome altisonante, ma anche respinto, perché si presenteva come settoriale: cose per addetti all'informazione sulle gambe storte di quel cane che è il mondo.

Il mio interesse per il fotografico si sviluppa su terreni visivi più ampi di quelli del giornalismo fatto con le immagini, il quale, ai miei occhi, soffre da parecchio tempo di un forte problema di inaridimento iconografico. L'ennesimo primo piano del volto di un bimbo africano con gli occhi spalancati da qualche disgrazia o la rappresentazione di violenze e situazioni border line sempre con gli stessi stilemi drammatizzanti in prevalenza fatti di contrastati bianco e nero dilatati da grandangoli sempre più esasperantemente vicini all'azione (Capa docet) producono alla fine una sterilizzazione delle emozioni, una interscambiabilità di una situazione con l'altra. Finisce che se non si passa il tempo a leggere, non le fotografie, ma le didascalie, diventa impossibile "entrare" nelle questioni, mettervi una qualche personale empatia.

Bene a Lodi ho trovato diverse conferme di tutto questo, ma anche qualche interessante segnale di superamento. Ho potuto vedere serie fotografiche realizzate da donne che possedevano qualità nuove e diverse. In prevalenza si tratta di fotografie a colori, con soluzioni visive aperte al dubbio, alla richiesta di un surplus di attenzione ottenuta sospendendo l'ansiogeno imperativo di "raccontare tutto" a favore del più distaccato "far vedere qualcosa". Un passo indietro per farne due avanti. Mi riferisco in particolare a lavori come: Jeddah Diary dell'inglese Olivia Arthur; Beautiful Child della danese Laerke Posselt (1984); Oxfam dell'italiana Giada Connestari (1981); La giusta distanza dell'italiana Paola Codeluppi (1971) e infine, ma non per ultime, alle intense immagini della bielorussa Irina Yeutuhova (1963) realizzate nell'ambito della serie a due mani Amici di Serena per il progetto Tizzi.

Oggi poi che esiste la rete, il problema dell'accompagnare le fotografie con le parole è splendidamente superabile: vieni a Lodi anche solo a vedere, poi torni a casa e ciò che ti è rimasto davvero negli occhi puoi riempirlo di tutte le parole che vuoi surfando sul web, separando vivvadio il tempo della visione da quello della lettura che rimangono cose diverse e si fanno meglio in luoghi e tempi diversi. 

Forse un approccio visivo più ampio, e in grado di sostenere quindi la crescita culturale non solo di quanti fanno fotografie,ma soprattutto di chi queste fotografie dovrebbe sempre più e sempre meglio imparare a guardarle e vederle, potrebbe darlo l'iniziativa che parte proprio oggi al Festival. Sandro Iovine lancia difatti una sua innovativa creatura: la rivista web FPmag. In bocca al lupo all'amico Sandro quindi!

Infine alcune note ambientali: Lodi è la tipica città ideale italiana con un centro storico a misura di piedi umani nel quale la fede religiosa ha disseminato nei secoli chiese e chiostri che sono oggi luoghi perfetti per esporre immagini, in specie di umanità dolente. In tutto questo i ragazzi che organizzano il festival svolgono un lavoro di accoglienza e supporto davvero straordinario rendendo la visita un'esperienza estremamente piacevole.  Grazie ragazzi e... al prossimo anno.

Ora, ecco i miei soliti appunti per gli occhi.

Tutte le fotografie / All photographs ©2014 Fulvio Bortolozzo.

Guardar per terra.



Alla Triennale di Milano è ancora visibile fino al 9 novembre prossimo la mostra Nessun luogo. Da nessuna parte. Viaggi randagi con Luigi Ghirri. Accompagna la mostra un libro omonimo edito da Skira con saggio di Arturo Carlo Quintavalle.

L'operazione è ambigua. Sotto le spoglie di un recupero culturale importante, quello del Ghirri che fotografava per Guerzoni quando non era nemmeno lontanamente il Ghirri che poi sarà, si cela a mio parere l'ennesima operazione di marketing sui resti lasciati dal fotografo scomparso precocemente nel 1992.

Quelle fotografie fatte da Luigi Ghirri saltano fuori solo ora dall'archivio privato di Guerzoni, dove erano conservate come materia prima in parte non utilizzata per le sue opere d'artista, perché Luigi Ghirri, l'amico che all'epoca gli forniva la competenza fototecnica, proprio in questi anni, con colpevole ritardo aggiungo io, ha preso finalmente la patente ufficiale da "artista", assegnata dagli addetti ai lavori dell'esclusivo ambiente dell'arte contemporanea italica.

Quindi Franco Guerzoni può ricavarne oggi un inatteso nuovo vantaggio di visibilità per se stesso e per le sue opere presso il pubblico ben più ampio che già da decenni conosce e segue il lavoro di Luigi Ghirri. Non a caso la mostra si fa in Triennale e contiene anche opere recenti di Guerzoni.

A volte a guardar per terra si vedono più cose che guardando per aria...

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Una fotografia non è una mela.

©2014 Fulvio Bortolozzo.
Ultimamente sulla rete, leggo post e commenti vari che in sintesi girano intorno al rapporto tra le parole e le fotografie. Mi pare di vedere una tendenza maggioritaria a considerare questo rapporto in funzione delle parole. Un'immagine vale mille parole, si diceva un tempo. Poi qualcuno chiosò: "Purché vengano dette". Ora, purtroppo, le dicono per davvero e ne dicono anche molte molte di più. Troppe. In passato su questo blog ho già scritto della questione, e altre volte ancora mi sa che ne scriverò. Se si prende una fotografia, se si guarda una fotografia è perché aggiunge qualcosa di indicibile. Non scivoliamo via in fretta da questa parola: "indicibile". Esiste qualcosa nella nostra vita che sia indicibile? Io sono convinto di sì. Penso, sento e molte cose mi accadono e mi attraversano senza riuscire a diventare parole, frasi, pensieri razionali. Una fotografia, in qualche caso fortunato, può contenere tracce di questo "indicibile", perché non si può dire, ma si manifesta, a volte, in modo visibile, esperibile direttamente. Certo, nel passaggio dal fenomenico al fotografico molto si perde per strada, ma qualcosa resta, persino senza la consapevolezza di chi ha premuto quel pulsante di scatto. Per questo una fotografia ha bisogno di silenzio, di tempo, di non diventare subito cibo per le parole, occasione per esercizi eruditi, momento di comunicazione urgente. Se si ha tutta questa fame di parole, usiamo una mela: si può mordere, si può fare a fette, si può mettere in una torta e mentre ce la mangiamo, parliamoci pure sopra di quello che ci pare, come troppo spesso si fa invece davanti ad una fotografia.

[ENGLISH]
A Photograph is not an apple.
Lately on the net, I read various posts and comments revolving around the relationship between words and photographs. I see a major trend to consider this ratio as a submission to words. A picture is worth a thousand words, we used to say. Then someone said: "If someone says these words." Now, unfortunately, they tell her for real and also say many many more words. Too many. In the past on this blog I wrote of the matter, and other times I know that I will write about it again.
If you take a picture, if you look at a photograph it is because it adds something unspeakable. Do not slip away quickly from the word "unspeakable". There is something in our life that is unspeakable? I am convinced it is.

I think, feel, and many things happen to me and through me without being able to become words, phrases, rational thoughts. A photograph, in some lucky cases, may contain traces of this "unspeakable," because you can not say, but it manifests itself, at times, in a visible, be experienced directly. Of course, in the transition from the phenomena to the photography you lose much on that journey, but something remains, even without the awareness of those who have pressed the shutter button. For this reason, a photograph wants silence, time. A photograph does not want be immediately food for the words, an opportunity to exercise control, a moment of urgent communication.
If you have all this hunger for words, you use an apple: you can bite, you can do it in slices, you can put in a cake and eat it while you talk around it, as too often is done instead around a photograph.


SI FEST, l'ultimo giorno.

Finalmente del tempo tutto per me. Ben speso direi. Un'incursione al SI FEST OFF dove ho potuto trovare diversi lavori decisamente interessanti. Poi una doverosa genuflessione davanti alla bravura di Gerry Johansson: fotografie silenziose, dense, ricche di cose da osservare con tutta calma. Proprio l'approccio al fotografico che prediligo. Un veloce salto alla lettura portfolio e una chicca: Arte, fotografia e media negli anni Settanta. Io c'ero, alcune edizioni le possiedo da allora. Effetto nostalgia. In ultimo riesco ad arrivare nel tratto finale del dibattito sulla "Nuova fotografia italiana", ma più che di cose nuove ho ricevuto l'impressione di cose vecchie che stentano a comprendere la contemporaneità. Forse saranno pure arrivati dei nuovi barbari riuniti in collettivi autoreferenziali e che fotografano pieni di ingenua fiducia nella possibilità  di rappresentare e documentare, ma certo restare al riparo di lezioni vecchie di decenni, e mai portate davvero a compimento, non serve a molto secondo me, tranne che ai soliti pochi noti, e loro eredi culturali legittimi, che di quel mondo esclusivo e rarefatto si sono a lungo nutriti, anche in termini economici. Ora, prima dell'ultimo giro di foto, vorrei rinnovare il mio ringraziamento a Stefania Rössl e Massimo Sordi per l'invito e salutare ancora tutti quelli che ho avuto il piacere di incontrare in queste intense giornate di Savignano. Rimane un evento davvero speciale, proprio per questo essenziale e umanissimo motivo.