REST 26/02/2017






















REST è una rivista stampata su carta di fotografie senza parole. I fotografi selezionati per REST realizzano serialità con immagini interessanti.

REST cambia la priorità. La percezione visiva è la prima forma di conoscenza: istintiva, pre-verbale. Se avete bisogno delle parole chiedete direttamente ai fotografi.

REST pensa: se un'immagine non funziona, centinaia, migliaia o milioni di parole non potranno salvarla.


REST contains photographs without wordsThe photographers selected for REST carry out good projects with interesting pictures.

REST wants to change the priority. The visual perception is the first form of knowledge: instinctive, pre-verbal. If you need words, ask the photographers directly.


REST thinks: if an image doesn't work, a hundred, a thousand, or a million words won't be enough to save it.



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REST 26/02/2017
ARMENTANO BELLONI CIPOLLINA
MAZZEI RIGAMONTI ZANINI
Format US Letter - 64 pages
ISBN: 9781366311214


Uscite precedenti.
Previous issues.

REST 21/12/2016
CASETTA CORRADI GRASSO
PARAGGIO ROMUSSI TILIO

REST 26/11/2016
SHOW EDITION
CREAZZO FUSCO LOMBARDO
MINERVINI QUIRINI RADO


REST 13/10/2016
LAB EDITION
CAVICCHIO GIORGI MORETTI

REST 01/08/2016
BORRELLI GALLO HERIN
PALADINI RIGOLLI VERGANO


REST 27/05/2016
FUSCO MENARELLO MORETTI

PISANI STOCCHI VITTORI

REST 29/02/2016
ALTERO-VINO CRAVERO DI FONZO
DI LEO LOMBARDO MASSA MICON


REST 13/12/2015
CREAZZO GHIO LABELLARTE
MINERVINI MONI TONOLLI


REST 09/08/2015
ARMENTANO GIACOBINO
GIANNOTTA QUIRINI RADO






REST, ©2015-2017 Fulvio Bortolozzo.
All Rights Reserved

Note per fotografi silenziosi.

Da sinistra: Emanuele Camerini, Tommaso Parrillo.
Ieri sera ero tra il pubblico dell'incontro organizzato da Phom con Witty Kiwi, una particolare casa editrice in un uomo solo. Alla serata ha partecipato anche un autore pubblicato, Emanuele Camerini. Assente giustificata Aminta Pierri, autrice anch'essa in catalogo.

Fin qui si potrebbe pensare a qualcosa di letterario. In parte lo è anche.

Durante la serata, Tommaso Parrillo, l'editore di Witty Kiwi, ha presentato se stesso e la sua attività. Salernitano, giovane, diplomato all'Accademia di Belle Arti di Napoli, fotografo orientato al fotoreportage e alla fotografia documentaria. Dopo le prime prove, inizia a sentire interesse più per il lavoro di altri fotografi che per il proprio (cosa questa che sentii dichiarare anche al marchigiano Milo Montelli, suo competitore nella stessa nicchia di mercato con la casa editrice Skinnerboox). Di conseguenza, si sposta di lato e si reinventa nella figura professionale dell'editore fotografico indipendente.

Parrillo non si limita a selezionare degli autori da inserire nel suo catalogo, ma è parte attiva nel trasferimento delle loro fotografie in forma di libro, affiancandoli appassionatamente nella selezione e nell'editing. A questo si aggiungono di volta in volta un grafico e uno stampatore che portano ulteriore valore all'oggetto, sempre in stretto rapporto con Parrillo. Infine anche la distribuzione lo vede in prima linea, attraverso la partecipazione personale con i suoi libri a festival ed eventi di fotografia, in Italia e all'estero. Forse anche per quest'ultimo motivo, la sua base operativa è da un paio d'anni divenuta Torino, città più vicina e meglio collegata alle sedi dei vari eventi di settore, oltre che animata da una certa vivacità nell'arte contemporanea.

Le tirature inizialmente attorno alle 100 copie, si stanno ora portando verso le 500. Sembrano cifre estremamente ridotte, ma Parrillo sostiene che abbiano comunque un loro senso di mercato. I singoli titoli hanno prezzi di copertina abbordabili, nonostante la cura con cui sono realizzati. Se ci mettiamo i costi per l'autore, il grafico e lo stampatore, oltre alle spese vive per la partecipazione alle manifestazioni e, in ultimo ma non certo per ultimo, la fiscalità italica, notoriamente non certo paradisiaca, sembrerebbe che rimanga molto poco al nostro editore. Ma chi sa fare di necessità virtù, campa felicemente. Lo capisco, la strategia della pianta grassa è anche la mia e sì, si può sopravvivere di ciò che si ama anche in Italia. Almeno ancora per un po'.

La linea editoriale è stata ben esemplificata da Emanuele Camerini con il suo titolo "Notes for a Silent Man".
Un lavoro intimista sul rapporto con il padre. Diversamente da altri lavori drammatici su temi analoghi che ho incontrato sempre più di frequente negli ultimi anni, questo è un lavoro sereno, persino felice direi. La delicata pensosità dell'autore emerge nella conferenza con chiarezza e si rispecchia poi nel libro, a testimonianza della sua onesta autenticità. Il visivo è quello che definisco "stile internazionale" perché mi impedisce di capire se sto guardando immagini di un italiano, un danese (Camerini, romano, ha studiato fotografia anche in Danimarca), un inglese o altro occidentale contemporaneo. Le scelte iconografiche, il riuso di materiali d'archivio, un certo minimalismo ambiguo unito ad una tensione verso la poeticità narrativa, dove si allude e si evoca, più che dire e mostrare, tutto questo costituisce mi pare un'uniformità visiva che è interscambiabile tra autori diversi e che, forse, è anche una risposta, persino generazionale, all'epoca immediatamente precedente dei grandi Maestri della fotografia novecentesca i quali invece affermavano con una certa perentorietà icastica il loro "pensiero forte" ed erano riconoscibili al volo per le scelte visive che li connotavano.

Questo approccio è molto debitore anche alla vena attuale dello, mi duole scrivere questa parola, storytelling, unitamente alle suggestioni di parecchia arte contemporanea.

Si pone a questo punto secondo me la questione dell'autorialità. Non riesco a non considerare Parrillo coautore a pieno titolo del libro di Camerini, così come percentuali autoriali hanno anche il grafico e lo stampatore, anche se in subordine a Parrillo. La personalità diviene quindi collettiva, molteplice. L'indifferenza del visivo pone poi il timbro autoriale al di fuori di esso, verso la connessione tra le parti. Ascendenza questa di derivazione letteraria, poetica in particolare, e cinematografica.

Il fotografico pare quindi in preda a nuovi usi per nuovi contesti. Ed io un poco ne soffro, essendo un novecentosauro in via di estinzione. Ma, come già si diceva con i protagonisti della serata, parliamone. C'è disponibilità, c'è interesse concreto al dialogo, e tutti in fondo siamo curiosi di capire dove stiamo andando. Ne parleremo quindi ancora.





The Winner is... Quentin Tarantino!

L'avevo scritto sul mio profilo Facebook il 21 dicembre scorso: "Finalmente si scopre il grande vecchio dietro l'assassinio di Ankara: Quentin Tarantino...".

E così è stato. L'ha certificato la giuria, presidente escluso, del World Press Photo di quest'anno. Non ricordo e non ricorderò mai il nome del fotografo turco che casualmente ha prelevato l'icona. Così come non ricordo mai chi sia il fotografo che lavora per Shirin Neshat.

L'autore difatti non è quel fotografo, che si è limitato, si fa per dire, a fotografare un assassino armato di pistola a pochi metri da lui, con il colpo il canna e il cadavere della sua vittima steso a terra dietro di lui.  Non è stato l'unico a fotografare la scena. Un collega da un altro punto di vista più ampio lo inquadra persino mentre sta scattando la foto premiata.


C'è anche la ripresa video dell'evento. Non so se la videocamera abbia continuato a riprendere la scena in assenza dell'operatore o meno, ma era ad essa che si rivolgeva l'esagitato, non al fotografo. Una normale, e immagino noiosa, inaugurazione in una galleria d'arte dove si esponevano fotografie, forse banalotte, che celebravano le bellezze della Kamchatka (sì, quella di Risiko...), diventa all'improvviso la scena di un reality per volontà stessa dell'attore protagonista.

Uccidere un ambasciatore russo ad Ankara (che non è cool come Istanbul) magari sotto casa sua o in un mercato, per poi fuggire e salvarsi, sarebbe stato non male, ma vuoi mettere farlo invece in una galleria d'arte e a favore del media dei media: la televisione? Vuoi mettere farlo vestito da "security"? Con il dress code stabilito da Quentin Tarantino per tutte le security del mondo in film come Le Iene (Reservoir Dogs, 1992) o il mitico Pulp Fiction (1994), a loro volta derivati dal fumetto The Men in Black (1990) scritto da Lowell Cunningham e disegnato da Sandy Carruthers? Vuoi mettere poter poi gridare in mondovisione e alzare il dito verso il cielo (verso dio?).


Dopo una cosa del genere, dopo essere entrato nel magico mondo mediatico dell'iconografia occidentale, si può anche morire giovani eppur contenti. Una performance estrema, una forma d'arte totale che confonde vita, morte, immagini e sangue. Il premio dovevano darlo a lui, al killer, il vero autore dell'icona che sarà la cover di successo dell'immancabile circo espositivo WPP 2017.

The Show Can Go On.