Chi sono

Fulvio Bortolozzo è nato nel 1957 a Torino, dove vive e lavora. Attualmente è docente di teoria e storia della fotografia. (segue)

DIDATTICA
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Mi può bastare così.

Susa, 1980. Negativo 6x6 da fotocamera Lubitel 2.

Sono passati molti anni dalle prime fascinazioni consapevoli per la fotografia. Ora sento però il bisogno di porre termine alle loro conseguenze pubbliche. Nel privato, fotografare rimane per me un atto piacevole e, finché lo resterà, non smetterò di compierlo. Per il resto, l'attività didattica è l'unica che mi dia ancora dell'entusiasmo perché mi sembra così di rendermi utile al prossimo. La proseguirò fino a quando percepirò concretamente di esserlo davvero per qualcuno. Le dinamiche social di Internet invece mi hanno definitivamente stancato. Le sento ormai lontanissime. Quindi basta con Facebook, Instagram, Twitter, YouTube, Blogger, ecc. ecc. Mi può davvero bastare così.

Hasta Siempre

Fulvio



P.S.
Ringrazio tutti quelli che mi hanno accolto nei loro pensieri e incoraggiato sostenendo le mie attività nei vari social network. La mia gratitudine per loro non sarà mai abbastanza. Non condivido questo post su nessun social. Chi rimane interessato a cosa vado facendo, se già non è nella mailing list, mi chieda di essere tenuto informato scrivendo a borful(at)gmail.com. Chi inoltre avesse piacere di sfogliare a monitor le edizioni di Questo Paese, REST e QP1 fin qui pubblicate su blurb.com può farlo liberamente. Tutte le pagine sono visibili. Infine, ogni cosa che posso aver combinato sul web dal 1999 a oggi è ritrovabile attraverso i blog che collego da qui: Mocambo, Luigi Walker, Osservatorio Gualino, Lens Based Art Show, Questo Paese, L'archivio fotografico.

L'anello di Anna.


Anna ha ricevuto quell'anello d'oro il giorno del suo matrimonio, sessant'anni fa.

Non l'ha mai tolto, anche perché l'osso del dito si era talmente deformato negli anni che impediva di farlo. Lei diceva che era stato Mario a farlo capitare, perché non potesse più levarselo anche dopo che lui era partito in avanscoperta verso luoghi che forse non esistono. Poi è finita in ospedale. Già al pronto soccorso c'han provato, ma senza successo, constatando di fatto l'impedimento. Due volte. Si sa, le procedure non conoscono eccezioni. L'episodio venne riportato nella cartella clinica, come da regolamento. Poi venti giorni dopo, in reparto, proprio il giorno prima che morisse, una sanitaria di turno, fanatica del regolamento, si accorse con scandalo della cosa e ipotizzò persino un intervento in ortopedia per rimettere la vita nei binari della regola. La fecero desistere.

Nella morte in ospedale c'è però un ultimo tempo solitario e buio, quello della traslazione della salma nella camera mortuaria. Fu così che si constatò il giorno delle esequie che l'anello al dito non c'era più. No, nessun problema, ci mancherebbe. Tutto registrato e in ordine. L'anello vittoriosamente tolto era a disposizione degli aventi diritto, solo con un paio di firme su moduli appositi, ché non si sa mai con tutti i ladri che ci sono in giro. L'anello tornò così a quel dito, non esattamente dov'era sempre stato, ma lì. Sta di nuovo con lei dopo qualche ora di assenza. Di poesia soprattutto. La vita senza poesia è solo biologia e procedure. Morte vivente. Ora puoi finalmente riposare in pace con il tuo anello Anna.

REST 16


http://it.blurb.com/b/8764772-rest-16

In questo numero:
In this issue:

Pablo BALBONTIN ARENAS
Maurizio BRIATTA
Diego MAZZEI
Fabio OGGERO
Mattia PALADINI
Angelo ZZAVEN


REST è una rivista On Demand di fotografie senza parole.
I fotografi selezionati per REST realizzano serialità con immagini interessanti.
REST cambia la priorità. La percezione visiva è la prima forma di conoscenza: istintiva, pre-verbale. Se avete bisogno delle parole chiedete direttamente ai fotografi.
REST pensa: se un'immagine non funziona, centinaia, migliaia o milioni di parole non potranno salvarla.

REST
is
an On Demand photographic magazine without words.
The photographers selected for REST carry out good projects with interesting pictures.
REST wants to change the priority. The visual perception is the first form of knowledge: instinctive, pre-verbal. If you need words, ask the photographers directly.
REST thinks: if an image doesn't work, a hundred, a thousand, or a million words won't be enough to save it.


REST, ©2015-2018 Fulvio Bortolozzo.
All Rights Reserved


Le fotografie sono importanti.


Sarebbe una cosa da nulla, ma è un segno.
Giusto ieri una di quelle pagine di Facebook, collettive e quindi anonime, quelle che per titolo hanno una frase in inglese, che fa più figo, pubblica una fotografia d'autore corredata dall'immancabile citazione erudita da uno scrittore. Gente a cui piace vincere facile insomma.

La cosa mi viene segnalata da un'amica perché a lei la fotografia di quell'autore non le risulta di averla mai vista. L'attribuzione è a Luigi Ghirri. La fotografia è questa qui sopra.

Ovviamente, chiedo in quel post da quale fonte abbiano ricavato che sarebbe di Luigi Ghirri e mi rispondono che ci sono diversi siti sulla rete che la riportano con quella attribuzione. Ribatto che non è diffondendo una balla ripetute volte che diventa vera e riporto il link, trovato con non più di due minuti di ricerca su Google, della pagina che annuncia una mostra di Riccardo Varini, il vero autore della fotografia:
http://www.arte.it/calendario-arte/ravenna/mostra-riccardo-varini-1268

Incompetenti. Ovviamente appena glielo scrivo si inalberano. Sì, perché in questo mondo di digitanti pseudo colti, il tizio che si sbatte per trovare il vero riferimento iconografico e che per pagamento si prende la briga di darti dell'incompetente merita solo una reazione supponente, il richiamo al fatto che tutti siamo incompetenti di qualcosa. Già, peccato che siccome è vero, prima di attribuire qualcosa a qualcuno è doveroso controllare la fonte. Oggi sulla rete tutti si sentono liberi di comportarsi come gli pare, ma le antiche regole sono invece ancora più valide e necessarie di prima. La responsabilità culturale delle proprie azioni è aumentata a dismisura, invece di essere sparita nel flusso anonimo delle condivisioni ricondivise.

E poi... ma davvero questa fotografia è possibile scambiarla per una di Ghirri? Perché c'è la spiaggia senza nessuno? Il colorino chiaro chiaro? Ma lo stile di un autore è davvero ridotto a quattro elementi banalotti? Forse è davvero il caso che chi digita con ambizioni colte sulle fotografie, in specie quelli che conoscono solo parole su parole ma non sanno guardare per davvero un'immagine, si mettano a studiare seriamente. Chi non ha occhi abbia sudore.


Post Scriptum. Ah, dico il peccato, ma non il peccatore perché ci mancherebbe altro che gli facessi pubblicità. Mi han dato il destro per fare un discorso più ampio e questo come premio gli basti.





Il fotografico di Enrico Peyrot.


Ieri sera, nell'ambito del ciclo di eventi #HangarXFo.To a cura di Daniela Giordi, il fotografo Enrico Peyrot ha presentato una summa della sua lunga attività autoriale a partire dagli anni Settanta.

Di particolare interesse è stato il racconto dell'autocostruzione dei suoi speciali banchi ottici d'alta montagna. L'approccio al fotografico di Peyrot poggia difatti le basi sul concetto, per me assolutamente valido, dell'iconografia tecnica già insita nell'immagine fotografica.

Diversamente da altre forme visive, come quelle tradizionali pittoriche, una fotografia possiede un proprio stile nativo dato direttamente dal congegno e quindi fuori dalla disponibilità del fotografo. La figura autoriale viene per questo motivo a configurarsi in forma registica. Il controllo di ogni parte della produzione fotografica, dalla predisposizione della fotocamera, passando per la ripresa e infine arrivando alla realizzazione oggettuale della stampa finale, è l'unico approccio possibile per dare un'impronta personale all'immagine, sapendo però che sarà sempre un risultato vincolato da limiti invalicabili e precedenti alle scelte operative.

Le leggi dell'ottica, per esempio, definiscono quello che si può fare e non si può fare. Così come la contingenza del trovarsi per forza in un dato luogo e in un preciso momento di fronte al soggetto, con il quale poi va stabilita una relazione di qualche natura, pena l'impossibilità di prendere la fotografia. Oppure la stessa tipologia di materiali di stampa, con le loro caratteristiche ben delimitate, che circoscrivono le scelte operative, mai infinite.

In sintesi, Peyrot rivela una consapevolezza rara che la mediazione fotografica dell'esperienza percettiva è un percorso molto complesso il cui unico scopo possibile è l'ottenimento di un'immagine. La più pervasiva a disposizione dell'umanità, proprio per la sua irriducibile iconografia tecnica, che la rende indomabile al completo controllo umano.



La signora del nono piano.


Oggi una pianta grassa che sta sul balcone di casa continua la sua lenta fioritura. Piano, piano, sboccerà un fiore grande, bianco, con petali allungati. Un piacere per gli occhi. Quel giorno, solo per quel giorno, sarà un grande spettacolo della vita.

Stamattina la signora del nono piano, che anni fa ci aveva donato la piantina da cui discende il fiore che verrà, sta in una bara in attesa della sua ultima messa. Il respiro ha deciso di smettere di darle aria, con tanta, troppa lentezza. Ci sono anche modi migliori di morire.

C'è sempre una mattina così per chi resta. Poi non ce ne saranno più nemmeno per noi. L'unica risposta possibile a tutto questo è quel germoglio di fiore.