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Storie di pastori e immagini.



Comunicato stampa
Conferenza con Fulvio Bortolozzo,
nell'ambito della mostra “Pastori dell'Alpe
100 storie, 100 volti per nutrire il Pianeta

Rho, Villa Burba, c.so Europa 291.
ore 17:00
  


A conclusione della mostra-sentiero “Pastori dell'Alpe 100 storie, 100 volti per nutrire il Pianeta”, che è esposta dall'8 maggio presso la seicentesca Villa Burba di Rho, si svolgerà un incontro con Fulvio Bortolozzo, fotografo, docente e curatore, nella sala convegni di Villa Burba, il pomeriggio di domenica 7 giugno, alle ore 17:00.



L'incontro, aperto a tutti, verterà su come la fotografia può raccontare un percorso, una narrazione, partendo dallo sguardo artistico, personale e innovativo di paesaggio urbano per attraversare poi le fotografie-cartolina e giungere alle fotografie di tipo documentaristico.




La mostra “Pastori dell'Alpe”, realizzata con il patrocinio del comune di Rho e della Provincia di Trento, ha sede a poche centinaia di metri dall'Esposizione Universale e ne coglie pienamente lo spirito. Si tratta infatti di immagini di uomini, montagne e animali che raccontano l'epopea dei pastori-malgari del Trentino. L'alpeggio ha rappresentato per molti un punto di partenza e per alcune nuove generazioni un ritorno a un'economia di base.




Oltre a Fulvio Bortolozzo interverranno: Carlo Corradi, che ha realizzato alcuni degli scatti in esposizione, Roberta Bonazza, la curatrice, e Paola Corradi per Rise2Up in Cascina Triulza.

Seguirà un rinfresco, con accompagnamento musicale del coro.






Info:
Conferenza con Fulvio Bortolozzo
Villa Burba, C.so Europa 291, Rho (MI)
ore 17:00
ingresso libero

Il luogo delle immagini.

©2015 Fulvio Bortolozzo.
La sede autentica delle immagini, il loro luogo originario, è il corpo umano stesso. Dal corpo trovano poi la via di fuga verso l'altro da sè e diventano il mondo nel quale gli umani nascono, vivono e muoiono. A volte, restano impigliate in figure, parole, suoni, oggetti, gesti, fotografie. Mai davvero durevolmente però. Quando l'ultimo umano che sa riconoscerle scompare, scompaiono anch'esse con lui per sempre. Fermare il mondo è impossibile, così come fermare le immagini. Non resta che viverle, ogni giorno, con ogni persona disposta a condividerle.

Milano da riguardare.

 Il 20 maggio scorso, nell'ambito della mostra "Milano 1955 – 2015. Sessant’ anni di fotografie" realizzata dal Circolo Fotografico Milanese nella sede operativa del FAI, si è tenuto l'incontro "L'immagine della città". I 4 relatori, uno dei quali collettivo, hanno presentato due mostre storiche, una giovane rivista web contemporanea e una mostra annuale dedicata a Milano che si ripete da dieci anni in una galleria fotografica.

Al di là di quanto è stato detto e mostrato e dopo aver invitato a visitare il sito di "Milano Città Aperta" che ha grandemente suscitato il mio interesse, rilevo solo alcune cose.



La mostra del CFM propone 178 fotografie, tutte rigorosamente in bianco e nero, persino le più recenti, di vari appartenenti al circolo. L'allestimento è suddiviso in temi e le immagini sono plotterate sui degli striscioni appesi alla travata. Suggestivo, vagamente orientale, piacevole giocare a nascondino tra le fotografie, senza preoccuparsi dei temi. I fotografi di migliore qualità visiva emergono comunque e sono i soliti grandi nomi riconosciuti: Bassanini, Fantozzi, Colombo, Merisio, ecc. Anche senza leggere i nomi le loro fotografie sono quelle che trattengono di più lo sguardo. Più vicino nel tempo si coglie una dispersione iconografica che restituisce la dispersione culturale in cui viviamo, anche se singole notevoli immagini ne emergono.



Durante l'incontro poi, Cesare Colombo presenta la mostra del 1977 "L'occhio di Milano" che rende conto di un clima vicino alle tematiche del sociale e dell'urbanesimo in un'epoca pienamente industriale. Dalle prime immigrazioni al montare del disagio esistenziale.



Nel successivo intervento di Giovanna Calvenzi si ripercorre in estrema sintesi la mostra "Milano e il '68" aperta alla Triennale nel 1998, in occasione del trentesimo anniversario. Alcune delle immagini in questa mostra sono le stesse già esposte nella mostra del 1977 (Giovanna Calvenzi riconosce apertamente il suo debito diretto con Cesare Colombo), ma nell'insieme l'accento è messo sulla partecipazione di massa alle manifestazioni e sulle attività politiche dell'epoca. Nonostante il tempo trascorso, non colgo però nella mostra del 1998 alcun ripensamento critico del '68, anzi, pur con uno stile sobrio e ironico e nonostante che la parabola politica di Berlusconi sia già iniziata, si sente la soddisfazione di chi dalla Contestazione è arrivato a ricoprire anche ruoli significativi nella classe dirigente dell'epoca.



 L'esperienza del Journal of Urban Photography "Milano Città Aperta" presentata da Roberta Levi, Nicola Bertasi e un terzo componente della redazione di cui non ho il nome, e me ne scuso con lui, è una boccata d'aria fresca. Dal 2009 lavorano sul web per dare visibilità a serie fotografiche urbane in vario modo concepite e realizzate. Udite, udite, nella seconda fotografia del loro slide show finalmente vedo la prima fotografia a colori dell'intera serata. Per me è un vero sollievo. L'iniziativa del miciap, così abbreviano la loro testata, è come dev'essere: acerba, imperfetta, ma dannatamente buona e per questo piena di futuro.


Infine Alessandro Scotti porta l'esperienza di "Prima Visione", mostra annuale a tematica "milanese" che si ripete alla Galleria Bel Vedere da dieci anni. Nello scorrere delle immagini, con un particolare accento su quelle presentate in vendita come stampe originali in una curiosa scatola stile Ilford, si snoda una Milano sempre meno popolata, abbastanza duomocentrica e piuttosto teatralizzata, secondo il gusto attuale. Nel dibattito Scotti chiede e si chiede perché dalle piazze gremite di gente e dal sociale in genere si arrivi oggi al Deserto dei Tartari. Giovanna Calvenzi, che fa anche parte del GRIN Photoeditors, associazione che seleziona i partecipanti a Prima Visione, propone come problema quello della Liberatoria, oggi indispensabile per un uso delle immagini a scopo di lucro. Difatti l'ambiente fotoamatoriale si ribella a questo e continua imperterrito a fotografare persone per strada, così come fanno però anche i fotogiornalisti, rischiando quindi del loro.


Penso tuttavia che un'altra ipotesi possibile stia nel fatto che la lobby dei fotografi in Italia conta meno di zero. Il nostro è un Paese rinomato per avere istituzioni forti con i deboli e deboli con i forti; di conseguenza il fotografo è l'ultimo ad avere diritti e quei pochi glieli si calpestano volentieri. Come minimo andrebbe anche aggiunto che l'operaio della catena visiva editoriale, il fotografo, è stato vilmente lasciato solo in primis dai suoi committenti, che per paradosso campano proprio su di lui. Un settore che intero e unito si muovesse per ottenere leggi adeguate (fotografi, giornalisti, agenzie, editori, stampatori, inserzionisti, ecc. ecc.), avrebbe ben altra attenzione a livello parlamentare. Ma vabbè, questi sono sogni a occhi aperti.


In conclusione ho visto tante fotografie fatte a Milano, spesso da milanesi, ma l'immagine di Milano oggi  mi resta oscura. C'è stata una Milano del Dopoguerra, quella dei Mulas, quella dei Colombo and company, persino quella da bere, ma adesso che Milano c'è nelle fotografie? La Dubai de noantri e basta?


All photos: ©2015 Fulvio Bortolozzo.

Think globally.


Ci sono occasioni nelle quali merita davvero dire due parole su quello che si vive e questo blog rimane la sede giusta per dire le mie.
Ieri sono stato all'inaugurazione di una piccola e preziosa mostra allo Studiobild di via Cesare Lombroso 20/A a Torino.

Si tratta di fotografie prese da Laura Fiorio in una zona particolare di Berlino, dove nei decenni è venuta a crearsi una comunità di abitanti sui generis. L'abusivismo delle occupazioni e il carattere border line dei primi abitanti aveva prodotto una fama decisamente cattiva attorno a questo nucleo altrimenti urbano. Poi si invecchia, le comodità prendono un loro sopravvento, ci sono dei figli, il Comune trova formule per ricondurre in ambito più o meno legale il tutto ed eccoci ad un modello di residenza che possiede persino un suo fascino alternativo. Nelle immagini della Fiorio, si vedono degli interni, con i loro abitanti, e degli esterni.


C'è persino una simpatica "mappa del tesoro" disegnata da un grafico che aiuta ad orientarsi. Tre  fotografie d'archivio di Merit Shambach, in bianco e nero, danno conto del mood inquieto tipico degli anni Settanta da cui tutto origina.

Invito gli amici torinesi a farci una visita perché, come nella migliore fotografia documentaria, si può davvero "abitare" con gli occhi e la mente il mondo prelevato e messo lì per noi da Laura Fiorio.

In ultimo segnalo doverosamente che il progetto ha vinto il Premio Spazio Labò SI FEST #23 - Savignano Immagini Festival 2014 e che la mostra si inserisce all’interno della manifestazione Torino Incontra Berlino. La mostra è visitabile fino al 17 giugno prossimo tutti i giovedì dalle 15 alle 21.



All photos: ©2015 Fulvio Bortolozzo.

L'amicizia e l'onestà.

©2015 Fulvio Bortolozzo.
L'amicizia è un gran bella cosa. Una delle più belle della vita. Coltivare le amicizie richiede dedizione, ma si viene spontaneamente ripagati dall'attenzione affettuosa e reciproca che sprigionano. Le amicizie non si scelgono, accadono. Sono affinità elettive, empatie irrefrenabili e spesso irrazionali. Proprio per questo motivo, basare le proprie scelte culturali, che richiederebbero un minimo sindacale di onestà intellettuale, sull'amicizia non mi è mai parso un metro di misura dignitoso. E continuo a pensarla così, anche se mi capita di vivere dalla nascita in un Paese dove invece mi pare si continui in troppe situazioni a pensarla molto diversamente da me.
Nelle occasioni che ho fin qui avuto di curare qualcosa, sia esso mostra o pubblicazione, ho cercato di non farmi influenzare più di tanto dall'amicizia e dalla simpatia. O almeno ci provo seriamente. Nell'errare, condizione umana inevitabile, cerco di mantenere un freno etico. Mi impongo quindi, di fronte alla qualità di un lavoro che ritengo davvero interessante, di non restare ad esso indifferente, o persino ostile, per futili motivi di inimicizia e antipatia personale.

Scrivo queste cose per rassicurare gli amici che non sono stati fin qui inseriti da me in qualche progetto per via di questa amicizia, lo riterrei irriguardoso verso il loro lavoro. Anche tutti gli altri sappiano che non sarà il conquistarsi l'amicizia o simpatia, una sicura porta d'accesso alla mia attenzione curatoriale. Una cosa sola potrà esserlo: la qualità del lavoro. Ovviamente, per come posso percepirla io.


L'eclisse della qualità.

©2015 Fulvio Bortolozzo.
L'eclisse della qualità. Questo è il primo pensiero, rivedendo Michelangelo Antonioni, mentre la parte finale del suo film L'eclisse scorre davanti agli occhi e la luce diurna attorno a me si riposa.

C'è qualcosa di perduto, dimenticato. Una capacità di trattenere le parole, di non dire perché è più importante guardare, instancabilmente, come se le cose, la luce, i rumori stessi, fossero tutto.

Esiste un quotidiano, l'eclisse ce lo ricorda. Nel quotidiano si svolge l'esistenza di ogni essere umano. Giorno dopo giorno, per un numero limitato di giorni. Ogni fuga, e ne aumentano di continuo, da questo semplice dato di fatto è una corsa verso il vuoto di una vita allucinata, senza ritorni possibili.

Il fotografico, come atteggiamento prima di ogni altra cosa, può essere una chiave utile per riaprire la porta del senso. Mettersi lì, guardandosi attorno, senza interessi precisi o intenzioni particolari, ma con le mani in tasca, strette a pugno, come a voler trattenere qualcosa.

Oggi imparo dall'amico Enrico Prada che questo è il quinto paragrafo, per lui l'ultimo che un lettore di blog possa sopportare. Cinque come i sensi. A lui lo dedico quindi, perché sentiamo entrambi con ogni senso, io solo mi trattengo più volentieri prima del dire, lui dice più volentieri.


Nonostante tutto.

©2015 Fulvio Bortolozzo
La sensazione, sgradevole, che provo da un po' di tempo a questa parte è quella di vivere dentro la fine storica di qualcosa. Una sorta di regressione progressiva verso forme di convivenza umana via via peggiori. Come se un forellino invisibile stesse svuotando lentissimamente, ma irrimediabilmente, tutto il vaso esistenziale in cui ho avuto la fortuna di nascere e vivere fin qui.

Con questa sensazione addosso, la pratica del fotografico diventa una forma di resistenza passiva. Un voler continuare a comportarsi come se nulla stesse accadendo, ma guardandosi comunque attorno. Cercando conferme, accettando smentite.

La fuga nelle visioni  multimediali lisergiche non lo ritengo un rimedio utile, nemmeno come placebo oculare. Meglio finire, se di questo si tratta, stando lì davanti alle cose. Un muto osservare, che diventa un esistere, nonostante tutto.

Il cavallo di Troilo.


Rubo il titolo ad un commento che ho letto su Facebook, me ne scuso con l'autore, ma è troppo calzante. 

Insomma alla fine della storia la città oscura di Giovanni Troilo non era Charleroi, ma il World Press Photo. Una città fatta di ipocrisie, confusione etica, maramaldeggiamenti deprimenti.

Certamente il fotografo ha messo in scena diverse delle immagini che ha presentato al concorso. Ancora più certamente le sue didascalie potevano depistare degli ingenui lettori. Però se il borgomastro di Charleroi non avesse fatto la sua intemerata, sarebbe andato tutto bene Madama la Marchesa. I giurati del concorso, e chi lo dirige, si sarebbero beati della visibilità data ad un nuovo talento e avanti con la prossima edizione.

Trovo particolarmente vile, e quindi eticamente scorrettissimo, che per salvarsi il culo, scusate il francese, quelli del WPP abbiano ordito una trama cinica e bara per fare in modo che a perdersi fosse il solo fotografo. La richiesta di precisazioni sul contesto delle riprese era pelosa, serviva a spostare la luce dell'indignazione generale dal premio al fotografo, rendendolo il capro espiatorio perfetto per una situazione che invece lo vede come vittima. Vittima di un sistema mediatico prontissimo ad ingoiare tutto e il contrario di tutto, lasciando che a morire di guerra o ludibrio siano quelli sul campo, quelli che, comunque facciano, anche in malafede perché no, pagheranno sempre e solo di persona. Mentre chi ha selezionato quella serie di Troilo, chi lo ha poi messo in cattiva luce internazionale facendo il pollice verso, così salvando la propria autorità, se ne sta ora comodamente seduto ad aspettare di premiare ed escludere i prossimi gladiatori  dell'informazione. I quali busseranno inevitabilmente il prossimo anno per avere un pìatto di minestra calda con cui giustificarsi della vita vagabonda e grama che tocca loro di fare.


La Camera di Lorenza e Francesco.

Questa sera nell'aula Magna dello IED di Torino, Lorenza Bravetta e Francesco Zanot hanno raccontato, penso per l'ennesima volta, la loro attuale avventura: Camera, centro italiano per la fotografia.

L'apertura della sede con la prima grande mostra, una retrospettiva sul fotografo ucraino Boris Mikhailov,  è purtroppo rinviata da maggio a settembre. Nel frattempo, parteciperanno al Miart e ad altri eventi, conferenze e dibattiti per entrare comunque nel vivo delle discussioni sulla fotografia contemporanea portando il loro punto di vista.

Camera promette di essere qualcosa di importante, un nodo di connessione tra la frammentaria situazione nazionale e il resto dell'ambiente internazionale più avanzato. Un modo organico per far sentire, e pesare, la presenza italiana nei contesti che contano, con particolare riferimento all'arte contemporanea, ma non solo.

Le luci e le ombre ci sono, ma è davvero troppo presto per dire quale sarà la loro combinazione nell'autoritratto di questa nuova istituzione. Se ne riparlerà tra un biennio. Per ora registro con piacere come a prima vista l'entusiasmo fresco e convincente di Lorenza, ottima conoscitrice dei meccanismi di settore e quindi del posizionamento che dovrà raggiungere Camera, sembra combinarsi molto bene con l'approccio curatoriale di Francesco, certamente molto attento al tema della qualità concettuale delle proposte che verranno messe in campo.

Non resta che formulare un sentito "In bocca al lupo" e stare a vedere se e come creperà.




Il cuore vero del fotogiornalismo.

Mi è stato detto che scrivo troppe parole. Capisco che leggere sulla rete non è come leggere sulla carta. Tenterò quindi d'ora in poi di essere ancora più sintetico e breve.




Il borgomastro di Charleroi chiede al World Press Photo che venga ritirato il premio conferito a Giovanni Troilo per la serie intitolata "Il cuore nero dell'Europa". Il giornalista Michele Smargiassi intervista al telefono il fotografo per conoscere la sua reazione. Uno dei soggetti, il cosiddetto "obeso" è Philippe Genion, scrittore ed editore, il quale replica con intelligenza al testo di accompagnamento del suo ritratto in posa realizzato da Troilo.

Chi lo desidera, cliccando sui link può approfondire la questione. A me qui preme solo rimarcare che le immagini vivono di vita propria, così come le parole. Ogni immagine o parola si contrappone ad altre immagini e parole. In pratica sono mondi paralleli, visionari sovente, che possono intersecare la nostra esperienza esistenziale della vita, ma non di più. Al fotogiornalismo si chiede invece un sovrappiù di aderenza alle cose, nel tentativo di costruire, con parole e immagini, un ponte utile per la formazione di un'opinione basata il più possibile sui fatti accaduti. Qui la faccenda si complica. Esagerare con le finzioni visive basate su fatti realmente accaduti, ma ripresentate ad arte seguendo i metodi della staged photography, magari mescolandole pure con altre immagini prese nello svolgersi di fatti, didascalizzati però in altro modo, porta la conseguenza della perdita di credibilità di quanto viene scritto e fatto vedere. Quindi porta alla fine della funzione per cui dovrebbe esistere una cosa che si è a lungo chiamata "fotogiornalismo".

Già troppe parole, lo so. Mi ci va del tempo, ma migliorerò.



C'era una volta... e ci sarà per sempre.

©W. Eugene Smith—TIME & LIFE Pictures/Getty Images

























Altro elemento d'interesse del recente World Press Photo è stata l'esclusione del 20% delle immagini selezionate dalla giuria per eccesso di manipolazione. Si è arrivati a questa decisione confrontando il file RAW con il file mandato al concorso. Quando veniva considerato stravolto il visivo finale rispetto alla fotografia presa sul campo essa veniva eliminata. Tra l'altro, non mi è noto se ancora qualcuno osi mandare file ottenuti per scansione da pellicole o stampe da pellicola. Il salvifico "negativo originale" temo che oramai sia roba museale.

Comunque sia, il fotografico ha una relazione molto pericolosa, da sempre, con l'informazione giornalistica. Il giornalismo d'inchiesta, quello serio "all'americana", da noi per la verità molto poco praticato, prevede che ogni asserzione scritta sul giornale sia sostenuta da prove, meglio se inconfutabili, ma comunque almeno verificabili. In questo senso, servono dei "documenti". L'utilità essenziale di un documento sta nella sua relazione diretta e incontrovertibile con il fatto al quale si riferisce. Inutile farla lunga su questo punto: il mitico caso Watergate sta lì ad esemplificare perfettamente quello che intendo.

Le cose si complicano maledettamente però quando dal documento verbale o scritto si passa al visivo. Una fotografia, così ambigua per natura, come può mai diventare per davvero un documento, una prova verificabile di un fatto? Ecco che nascono così mille problemi nel discriminare il vero dal falso.

Penso però che in fondo si tratti solo di un grande equivoco concettuale. L'unico modo affidabile per il quale una fotografia possa ambire ad essere un documento effettivo sta nel fatto che sia presa dal diretto interessato per suoi motivi privati. Serve quindi una certa inconsapevolezza operativa.

Ogni qual volta invece la fotografia viene presa consapevolmente per precisi intenti informativi e/o comunicativi il suo valore documentale scende vicino allo zero. Solo tracce residue di inconsapevolezza potrebbero ancora sopravvivere ed aiutare all'emersione di un valore documentale.

In conclusione, è perfettamente inutile discriminare tra fotografie manipolate e non manipolate al WPP perché siccome sono consapevolmente presentate al concorso da persone che sanno quello che fanno e anche benissimo perché lo fanno, tutte le fotografie sono manipolate. Non sono documenti validi, ma solo immagini che contengono il punto di vista, sovente narrativo, di un autore, così come capita per l'articolo scritto da un opinionista o il racconto di un romanziere.

Al World Press Photo, in sintesi, si premia chi riesce ad azzeccare l'immagine, o le immagini, che manipolano così bene il visivo da far sembrare verosimile e credibile ciò che invece è sempre e solo una finzione soggettiva di un autore. Insomma si premia chi riesce a centrare la fiaba che i giurati desiderano sentirsi raccontare in quel momento. C'era una volta... e ci sarà per sempre.

Dieci vincenti, nove viventi.

Il World Press Photo 2015 ha decretato i suoi vincitori. La notizia di rilievo è che ben 10 su 45 sono gli italiani arrivati sul podio nelle varie categorie: due primi premi,  tre secondi e cinque terzi. Un medagliere "olimpico" di tutto rispetto; da far invidia a nazioni  molto più potenti della nostra nel settore dell'informazione mediatica.

Togliendosi un momento dal cono di luce abbagliante del WPP viene però da chiedersi a cosa si debba questo miracolo fotografico italiano, a fronte di un'editoria nostrana in coma profondo? Penso lo si debba innanzitutto a uomini, per ora le nostre connazionali latitano nei premi di questo contest pur invece primeggiando nello sport. Uomini giovani che non si rassegnano al Paese in cui gli è capitato di nascere e che, nonostante la deprimente situazione interna, escono dai confini e portano il loro talento a contatto con il mondo.

Se c'è una cosa che connota il fotografico rispetto ad altre esperienze delle arti visive tradizionali, è proprio questo dover per forza essere in presenza di ciò che viene preso come immagine. Il che richiede doti psicofisiche non da tutti, specie se la presenza è sui fronti di guerra o nelle situazioni di maggior degrado umano. Quindi c'è una componente iconografica mai abbastanza valorizzata nel lavoro di un fotografo come quelli che concorrono al WPP: il coraggio. Coraggio non solo fisico, anzi. Un morale fuori dal comune deve sostenere chi voglia perseguire il suo progetto perché veramente moltissimi sono gli ostacoli di tutti i tipi da superare prima di arrivare a dei pubblicati e poi a esposizioni, libri e a tutto il corollario del riconoscimento. Andy Rocchelli questo coraggio lo aveva, ma non ce l'ha fatta ad arrivare vivo al suo premio.

Giusto omaggio ai coraggiosi quindi, senza dimenticare però che sono troppo soli, troppo lasciati a loro stessi da un sistema dell'informazione nazionale in crisi, non solo economica, ma soprattutto di identità ed etica professionale. Stampare carta per far felici gli inserzionisti, in fortissimo calo peraltro, anche se son quasi solo più loro a pagare gli stipendi, è un vero e proprio suicidio collettivo, meritato aggiungo. Spero vivamente che l'esempio dei coraggiosi di quest'anno, come di chi li ha preceduti e li seguirà, possa innescare un recupero di dignità, un ritorno alle vocazioni sincere e alle idee libere, e non monetizzabili a comando, che da troppi anni faticano ad esistere nell'ambiente dell'informazione, e non solo, del nostro Paese.

In chiusura, l'elenco dei 10 vincitori italiani al World Press Photo.

CONTEMPORARY ISSUES
Giovanni Troilo - 1° premio (stories)
Giulio Di Sturco - 2° premio (stories)
Fulvio Bugani - 3° premio (singles)

DAILY LIFE
Michele Palazzi - 1° premio (stories)
Turi Calafato - 3° premio (stories)


PORTRAITS
Andy Rocchelli - 2° premio (stories)
Paolo Verzone - 3° premio (stories)

GENERAL NEWS
Massimo Sestini - 2° premio (singles)
Gianfranco Tripodo - 3° premio (singles)

NATURE
Paolo Marchetti - 3° premio (stories)


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