Uscire dalla gabbia.


Di recente ho avuto modo di incontrare la resistenza di alcuni all'idea di potersi trovare di fronte a delle immagini fotografiche senza alcun supporto da parte delle parole, siano esse dette o scritte. Un vero è proprio horror vacui.

L'immagine vissuta come abisso oscuro sul quale affacciarsi sia un pericolo mortale e vada perciò fatto solo con le dovute cautele verbali del caso per non precipitarvi dentro.

Il timore parrebbe essere quello di non poter comprendere quello che si vede. Una sfiducia paradossale nella capacità del sistema occhio/cervello di risolvere l'enigma, come fosse tutta una trappola preparata ad arte per impedirlo.

Penso purtroppo che le cose non stiano proprio così. Sarebbe in fondo una paura ragionevole perché rivolta alla necessità, tutta umana, di dare un qualche senso alle cose e alle esperienze. Invece leggo nel rifiuto del rapporto diretto con delle immagini senza la cintura di protezione delle parole il bisogno prioritario di conformarsi ad un senso comune condiviso.

Non importa cioè conoscere veramente le cose, farne esperienza attraverso l'analisi personale e magari sbagliando ripetutamente prima di riuscirvi, ma avere su di esse l'opinione socialmente stabilita dal proprio gruppo di riferimento. Siamo di fronte al conflitto tra individualità e appartenenza, nel quale si pensa, secondo me erroneamente, che solo nella seconda possa esservi conoscenza, identità e quindi cultura.

Ci vorrebbe più coraggio. Le immagini, nel loro silenzio, lo richiedono. Uscire dalla gabbia di ciò che si dovrebbe pensare e arrischiarsi a pensare dell'altro, anche se potrebbe sembrare insensato. Diversamente, non rimane che assopire la mente nel rassicurante tran tran di ciò che ci dicono si debba pensare, chiedendo il libretto di istruzioni per poterlo fare: un titolo, una didascalia, una descrizione, magari anche audio con le cuffie ché così non si deve nemmeno fare la fatica di leggere niente.

La questione del soggetto.


Di recente si è suicidato all'età di 83 anni il fotografo inglese David Hamilton. La notizia mi ha colto di sorpresa perché erano talmente tanti anni che non ne sentivo più parlare che poteva benissimo essere anche già morto.

Di lui ricordavo quelle fotografie degli anni Settanta - Ottanta di giovani adolescenti nude e seminude avvolte in vaporosi effetti "pittorici", che si diceva ottenesse alitando sul filtro o usando gli allora tanto in voga Filtri Cokin. Famosa era anche la fotocamera che usava: la reflex Minolta.

Per un certo periodo fu molto apprezzato non solo dai fotoamatori, che tentavano pure come potevano di emularlo. Minolta e Cokin ne ebbero discreti vantaggi economici. Le riviste, Photo in testa, lo pubblicavano volentieri e persino nella popolarissima collana Fratelli Fabbri Editori delle monografie  I grandi fotografi, comparve un fascicolo a lui dedicato nel 1982.

L'iconografia di Hamilton era dichiaratamente orientata a soddisfare un gusto del tempo. Un erotismo appena velato che vedeva nelle "fanciulle in fiore" un soggetto accettabile, con vari precedenti storici non solo in fotografia, ma anche nell'illustrazione e in pittura. Nulla di particolarmente scandaloso e difatti, tranne i soliti inveterati bigotti, nessuno vi trovava alcunché da eccepire. Le modelle erano consenzienti, perché i loro genitori non solo approvavano, ma si sentivano privilegiati nel vederle ritratte dal grande fotografo. Tutto quindi fluiva secondo un gusto, una sensibilità e un'etica del tempo.

Personalmente, non avevo mai trovato quelle immagini particolarmente interessanti. Avevano qualcosa di stucchevole e manierato che me le rendeva distanti. Però non mi disturbavano nemmeno. All'epoca chi riusciva a colpirmi era, per esempio un Helmut Newton o anche Irina Ionesco (chi se la ricorda più?).

Tutto questo assume contorni inquietanti oggi perché poco prima della sua morte, Hamilton viene accusato di violenza carnale dapprima da una sua modella dell'epoca e poi anche da altre tre. La vicenda in Francia assume subiti contorni grotteschi al limite dell'isteria mediatica perché avviene adesso, nell'epoca dell'ossessione per la pedofilia non solo come pratica reale, ma anche come pratica virtuale.

Troppo presto per sapere cosa ci sia di vero nelle accuse tardive rivolte ad un vecchio. In Francia era già capitato che dei modelli di Robert Doisneau lo portassero in tribunale pretendendo risarcimenti che non erano affatto dovuti. Per fortuna Doisneau conservava ancora le ricevute dei pagamenti dopo tanti decenni e i malfattori vennero smentiti.

Uscendo però dal caso specifico, che se dimostrato merita certamente la più ferma condanna morale di qualsiasi persona civile, vorrei sottolineare come ogni iconografia, ed in specie quella fotografica, mantiene una relazione fondamentale con il soggetto. La maggior parte delle persone non colgono la separazione tra il lavoro dell'autore e i suoi soggetti. Anzi, tanto più il suo lavoro è ben fatto, ancor più questa scissione risulta quasi impossibile. Si tratta della potenza dell'icona che viene a sostituirsi al modello da cui origina.

In questo senso, la scelta del soggetto non è secondaria, ma fondante. Un vegetale, piuttosto che un luogo o una persona comunque vengano tradotti in immagine continueranno a proiettarsi come tali. Ecco forse perché nei social i gattini, i fiori e i tramonti continuano imperterriti a mietere consensi per quanto banali siano le iconografie che li contengono.


Immagini, non dipinti.

Mi pare che un certo equivoco qui da noi sia molto diffuso. Mi riferisco al movimento storico del Pictorialism, che a cavallo tra Ottocento e Novecento si sviluppò in Europa e negli Stati Uniti.

Tutto probabilmente nasce dal nome stesso che in Italia suggerisce una relazione privilegiata con la pittura. Diversamente da quanto è storicamente avvenuto e continua ad avvenire. Perché se si intende il termine pictorialism come riferimento alle pictures, quindi alle immagini in senso esteso, e non specificatamente alla pittura (painting), ancora oggi esistono ed operano fotografi che intendono realizzare delle immagini con le loro fotocamere.

Qui il discorso potrebbe avvitarsi in uno sterile nominalismo, ma quello che mi interessa evidenziare è che una fotografia non può mai essere un dipinto, mentre, per la procedura con con cui la si ottiene, non può non essere un'immagine. Automatica invece che manuale, ma sempre un'immagine.