Essenza di umanità.


Ogni atto umano contiene elementi identificativi della cultura in cui nasce, essendo noi umani una particolare specie di “animali culturali”. Animali cioè nei quali l’ereditarietà genetica rimane aperta alle infinite variazioni indotte dall’esperienza della vita. Il segreto del nostro successo, ma anche purtroppo l’elemento che potrebbe portarci all’estinzione, è contenuto difatti nella continua mutazione dei comportamenti, l’adattabilità, che non trova limiti nemmeno nel corpo, perché è possibile estenderne le capacità con aggiuntivi sempre più sofisticati. Il fatto poi che a scrivere queste righe sia un umano come gli altri, dimostra, al di là della sensatezza di quanto scritto, la straordinarietà della nostra esistenza, persino capace di consapevolezza e astrazione.

L’ho presa larghissima, e me ne scuso, perché se c’è qualcosa che rende interessanti le immagini, e quelle fotografiche in massimo grado, è proprio la loro capacità di contenere prima di tutto una essenza di umanità, chiamiamola così. L’intenzione da cui originano è difatti già di per se stessa carica di significato, indipendentemente dalla sua riuscita o meno nel risultato finale. Per questo motivo ogni immagine è innanzitutto un oggetto culturale, quindi storico, e come tale andrebbe sempre maneggiata. Guardare le immagini come fossero oggetti estetici valutabili solo con il metro del nostro gusto personale è la prima fonte di equivoci e incomprensioni. Un esercizio fuorviante o, peggio, falsificante.


Prossimi incontri.

21 ottobre 2017
Il surrealismo di Eugène Atget
Seminario a Torino

28-29 ottobre 2017
REST-LAB
Trieste Photo Days

3 novembre 2017
LIKE IN CHINA
Inaugurazione a Torino

REST-LAB, come funziona.


La formula dei REST-LAB è basata sull’esperienza di REST, la rivista di fotografie senza parole, arrivata di recente al  suo undicesimo numero. In sostanza, il percorso segue una linea iconografica, cioè concentra l’attenzione sull’immagine come prima esigenza, prima di ogni altra considerazione. L’idea che sostiene questo approccio è molto semplice: con le immagini si possono fare molte cose, ma per farle prima di tutto bisogna riuscire a produrle queste benedette immagini. Le fotografie poi sono immagini di natura particolare sotto molti punti di vista: tecnici, procedurali, concettuali, ecc. Senza una qualche conoscenza di questi aspetti che rendono le fotografie diverse dalle immagini tradizionali, quelle fatte a mano fin dai tempi più remoti, il rischio è di ottenere immagini imprecise, o peggio inadeguate, facilmente preda di altre forme espressive, a cominciare dal linguaggio scritto-verbale, ma non solo.

Il terreno d’azione del laboratorio, quello dove poter dare una forma d’esercizio alle indicazioni teoriche ricevute nella prima parte, è il luogo, in genere urbano, dove viene svolto. Anche qui occorre intendersi bene sul concetto di luogo. Per semplificare la vita agli iscritti, si assume come luogo una porzione topografica nei dintorni della sede del laboratorio e lì ci si esercita con procedure e tecniche. Si tratta di avviare un approccio che necessariamente potrà essere sviluppato solo in tempi successivi da ciascuno secondo il proprio tempo e modo. Il metodo messo in atto è quello dell’osservazione nel luogo. In sostanza, l’immagine emerge da un processo di percezione diretta e dalla sua conseguente traduzione in immagine fotografica.

Infine, nel caso felice che dal lavoro degli iscritti, anche successivo, nascano immagini interessanti, una selezione delle stesse potrà venire pubblicata in un numero di REST, chiudendo così il circolo da cui si era aperto il laboratorio.

Prossimo REST-LAB:
Trieste Photo Days
28-29 ottobre 2017


Mai completamente altrove.


Non sono così sicuro che possa esistere una linearità, una progressione storica verso un futuro. Anzi, non ne sono sicuro per niente. Esistono forse dei fatti che si susseguono, ma senza una logica davvero precisa. La storia mi si propone come un rotolamento, un rimbalzare incessante da un fatto ad un altro. Caotico, sì. Anche questa però è solo un’apparenza. Il caos è qualcosa che ancora non trova una spiegazione convincente. Nel susseguirsi dei fatti si possono riscontrare delle costanti, delle possibilità di senso. In genere sono illusorie, sono riflessi del desiderio di un senso. Per questo motivo, sopra ogni altro, per seguire questo desiderio incessante, inarrestabile, trovo particolarmente affascinante l’approccio storico. Qualcosa di insensato che intende raggiungere un senso. Il fascino che sento è contenuto nella provvisorietà delle conclusioni, sempre rimesse in discussione da nuovi fatti o dalla riconsiderazione dei fatti noti da punti di vista diversi.

La storia somiglia ad uno specchio deformante che a seconda delle angolazioni produce riflessi sempre sbagliati, ma proprio per questo utili a ridefinire le identità, a sondarne i limiti, le possibilità in esse contenute, ma inespresse.

La storia e le fotografie hanno davvero molto in comune. Tutto forse. La loro splendida incapacità di descrivere le cose per come sono, alterandone sempre qualcosa, ma nello stesso tempo la loro insostituibile capacità di relazionarsi con esse. Una distanza ravvicinata, mai però oltre una certa minima distanza di messa a fuoco. Questa distanza è la misura della condizione umana. Mai dove si vorrebbe essere, ma mai completamente altrove.


Prossimo seminario:
Torino, 21 ottobre 2017.
Il surrealismo di Eugéne Atget




REST QUEST: Alessandro Zanini.


Come si intitola la serie pubblicata su REST e di quante immagini è composta?
La serie si intitola Distretto Pilastro Nord-Est ed è composta da una ventina di immagini di cui dieci pubblicate su REST.

Quali intenzioni ti hanno guidato nell'impostazione di ogni serie?
Il soggetto della serie è una zona dell'estrema periferia nord della città di Bologna, nata a metà degli anni '60 attorno ad un nucleo di edilizia popolare, che storicamente ha vissuto una condizione di relativo isolamento e stigma negativo. Una zona periferica e periurbana dove città e campagna sembrano contendersi lo spazio, dove convivono aree a netta destinazione insieme a spazi più incerti.
La campagna fotografica (che ha interessato le zone residenziali, le aree commerciali e di terziario, le aree agricole limitrofe) è stata realizzata come parte integrante di un progetto biennale di rigenerazione urbana (2014-16) promosso dall'Amministrazione locale, ed ha prodotto una mostra cittadina alla quale hanno contribuito anche le fotografie di Lino Bertone.
La mia intenzione è stata fondamentalmente quella di supportare il processo di formazione di una nuova idea di Distretto Pilastro Nord-Est, con un invito a non liquidare i luoghi a noi consueti come ordinari, ma al contrario a comprenderli e interpretarli nel loro significato di complesso intreccio di valori materiali e significati immateriali, dove si proiettano sentimenti e identità e dove si costruiscono quotidianamente nuove relazioni.

Quali procedure di ripresa e post produzione hai seguito?
Mi ha guidato un'idea di "osservazione descrittiva" che evitasse sottolineature troppo enfatiche ed emotive. Da qui discende la scelta delle inquadrature quasi sempre frontali e la ricerca di una certa luce e colore, scelta confermata nella post produzione.
Ho creduto, non so se a ragione, di poter aiutare lo spettatore ad "entrare nel luogo fotografato" adottando come espediente un punto di ripresa alto 4 metri dal suolo.

Qual è in breve la tua storia nel fotografico?
Molto in breve, si potrebbe dire che si tratta di una storia non appieno sfruttata.
A dieci anni ho avuto in mano una reflex ed a tredici ho messo su in cantina una camera oscura. Ho sempre preteso di conoscere molto bene teoria e procedimento tecnico.
Nel corso degli anni la fotografia è stata anche il mio lavoro e, come tanti, ho avuto modo di esporre le mie fotografie in varie occasioni e pubblicazioni.
Mi sono dedicato soprattutto alla fotografia cosiddetta di reportage e solo da pochi anni il mio interesse prevalente si è spostato verso l'indagine sul territorio. Trovo questo nuovo orientamento coerente con il precedente. È un modo diverso per osservare e raccogliere testimonianza dell'agire dell'uomo sul mondo.
Oggi la fotografia non è per me una fonte di reddito, ma nel mio lavoro riesco, alle volte e con soddisfazione, a inserire dei "tasselli di fotografia" come nel caso di questa serie.
Negli ultimi anni ho iniziato, insieme ad altri amici, un'esperienza di produzione di mostre fotografiche all'interno di uno spazio espositivo a Bologna (QR Photogallery), dove promuoviamo il lavoro di giovani autori che operano soprattutto in ambito documentario. Abbiamo ospitato anche una mostra del gruppo REST.

A cosa stai lavorando adesso?
Sto mantenendo aperto il discorso sul tema degli spazi periurbani, ampliando e approfondendo alcuni spunti presenti già nella serie Distretto Pilastro Nord-Est.
Ultimamente sta nascendo l'idea di un percorso di indagine sull'ambiente dell'Appennino, ma su questo sono veramente all'inizio e devo ancora chiarire a me stesso la direzione da prendere.

Vuoi aggiungere ancora qualcosa?
L'esperienza di REST credo abbia rivelato la presenza di una grande ricchezza di sensibilità, visioni e pratiche.  Mi chiedo come si possa lavorare ad una valorizzazione di questo ampio bacino di autori attraverso iniziative che ne promuovano l'opera ma che sappiano anche creare una sorta di identità di gruppo.
Dico questo perché credo che questa molteplicità di sguardi non sia importante solo dal punto di vista dell'espressione artistica, ma contenga elementi di analisi e riflessione sulla realtà contemporanea molto utili anche a chi si occupa di programmazione e di governo del territorio.


REST 26/02/2017
ARMENTANO BELLONI CIPOLLINA
MAZZEI RIGAMONTI ZANINI


Per trovare nel blog le altre interviste di questa serie,
digitare REST QUEST nella casella di ricerca.


Le qualità di un'immagine.


La fotografia ha poteri che nessun altro sistema d'immagini ha mai avuto, perché, a differenza dei precedenti, non dipende da un creatore di immagini. Per quanto preciso sia l'intervento del fotografo nel preparare e guidare il processo di creazione dell'immagine, questo processo è sempre ottico-chimico (o elettronico), il suo funzionamento è automatico e i suoi meccanismi saranno inevitabilmente modificati per poter offrire mappe del mondo sempre più particolareggiate, e quindi più utili.

La genesi meccanica di queste immagini, e la concretezza dei poteri che conferiscono, introducono a un nuovo rapporto tra immagine e realtà. E anche se si potrebbe dire che la fotografia ristabilisce il più primitivo dei rapporti - l'identità parziale tra immagine e oggetto - la potenza dell'immagine è oggi sentita in modo assai differente. Mentre la concezione primitiva dell'efficacia delle immagini parte dal presupposto che esse abbiano le qualità delle cose reali, la nostra tendenza è di attribuire alle cose reali le qualità di un'immagine.

Susan Sontag, Sulla fotografia, 1973.

Non solo fashion.


Finalmente approda alla Reggia di Venaria Reale una mostra fotografica davvero degna di questo nome. Ci volevano la figura e le opere di uno dei più importanti artefici dell’immaginario editoriale del Novecento: Peter Lindbergh.


Difficile trovare nella moda e nelle riviste di settore valori iconici elevati. I nomi dei pochi fotografi capaci di smarcarsi da un’iconografia banale e ripetitiva sono davvero pochi: Richard Avedon su tutti in assoluto, poi Irving Penn, a suo modo anche Helmut Newton e pure Steven Meisel, tra i più recenti. Sì, qualcuno c’è anche in Italia, ma bisogna ben isolare le pagliacciate “da guru” che tanto van di moda qui, pur di far parlare di sè a tutti i costi, dal lavoro vero e proprio. Allora si vede bene la differenza tra il professionismo del bravo artigiano, anche virtuoso, da quel qualcosa in più che solo le personalità migliori riescono a tirare fuori.


Lindbergh appartiene ai pochissimi che pur facendo del lavoro commerciale e soddisfacendo le commissioni, riescono a dare forma ad una visione, che rimane forte e costante nel tempo, anche declinandola in mille modi e situazioni. Lindbergh inventa una donna, una visione della donna, del tutto nuova e ancora oggi fondamentale: una femminilità indipendente, forte, senza per questo degenerare mai nella caricatura del maschile. Le scelte tecniche, le procedure operative, ogni singolo tassello messo in azione da Lindbergh esprime il concetto della vitalità, dell’energia, della seduzione, ma sempre come libera volontà, nel pieno controllo del soggetto, senza sottomissioni di sorta a nessuna dipendenza, nemmeno quella dalla propria bellezza fisica.


Il rifiuto del fotoritocco ricostruttivo, l’uso del mosso e delle pellicole ad alta sensibilità, quasi di sapore reportagistico, la ricerca del movimento, non a caso la danza è terreno fertile per le sue icone, sono tutte scelte che generano un immaginario più vero del vero. La forza di Lindbergh sta proprio nella sua capacità di dominare soggetti che già di per se stessi sembrerebbero indomabili. Li porta sul suo terreno. Una cultura la sua, di radice nordorientale europea, che vive di richiami antichi dove l’umanità si divide in generi, ma non per questo in gerarchie sociali.


L’allestimento della mostra, le immagini scelte, tutto converge a dare la migliore presentazione possibile di un autore a tutto tondo. Mostra da vedere senz’altro. Anzi, andrebbero obbligati a vederla tutti coloro che apprezzarono quella di Steve McCurry. Una pena etica, giusto per dar loro modo di poter comprendere la differenza di valore tra chi il pubblico lo compiace e chi lo sfida a cambiare il modo di pensare.




LIKE IN CHINA


Un resoconto visivo dell’attraversamento di cinque città cinesi (Pechino, Xi'an, Guilin, Yangshuo, Shangai) avvenuto nella primavera del 2017.

Al ritorno dal viaggio, Fulvio Bortolozzo mette mano all’archivio delle fotografie sopravvissute alle quasi tredicimila volte che aveva premuto il pulsante di scatto e inizia a pubblicarne una al giorno con l’hashtag #china sul suo profilo Instagram, cosa che continua a fare ancora oggi.

Nel flusso delle immagini scorrono volti, luoghi, oggetti e situazioni che, anche solo per un istante o viceversa durante lunghi momenti di osservazione, attraggono la sua attenzione. Non costituiscono una narrazione e nemmeno vogliono rappresentare nulla che non sia semplicemente la testimonianza di un passaggio.

Un italiano che si trova in Cina e si guarda attorno seguendo liberamente la sua curiosità sostenuto solo dalla cultura d’origine e dal non sapere quasi nulla di ciò che vede.

L’intento è quello di superare la descrizione didascalica verso un’esperienza percettiva che possa lasciare a ciascuno la libertà di essere condotta come si desidera. In questo senso, Like in China è un contenitore di stimoli e spunti, che possono arrivare a compimento solo nella disponibilità a lasciarsene coinvolgere.


LIKE IN CHINA
Fotografie di
Fulvio Bortolozzo

3 novembre - 30 dicembre 2017

Inaugurazione il
3 novembre, dalle ore 18:30.

Volume OTTO
Via Pinerolo 8, Torino.

Info:
borful@gmail.com