Arbus, Friedlander, Winogrand.


Milano, sabato 26 maggio 2018.

Ore 10:30
Il seminario proporrà un'analisi di New Documents, una fondamentale esposizione di fotografia aperta al Museum of Modern Art di New York nel 1967, a cura di John Szarkowski. Vi erano esposti tre giovani americani divenuti poi di grande rilievo internazionale: Diane Arbus, Lee Friedlander e Garry Winogrand. L'impatto della mostra fu così notevole da influenzare per generazioni, fino ai nostri giorni, non solo il corso della fotografia d'autore, ma più in generale anche quello delle arti visive e del cinema.

Ore 13
Pausa pranzo.

Ore 14
Ripresa del seminario, discussione
e conclusioni entro le ore 16:30.



DOCENTE:Fulvio Bortolozzo

DOVE:
Circolo Fotografico Milanese
Via Bezzecca 24 MILANO
Tel. 340.054.25.50


INFO E ISCRIZIONI:
borful@gmail.com


Che bel quadro, sembra una foto.


Torino, sabato 19 maggio 2018.

Ore 10
Avventure, disavventure, personaggi e aneddoti di una relazione complicata tra pittura e fotografia. Dalle origini ai nostri giorni si susseguono gli esempi di come i pittori abbiano saputo prendere spunto dalle immagini automatiche per rinnovarsi e di come i fotografi siano riusciti a liberarsi dalle iconografie tradizionali dando infine vita al nostro immaginario contemporaneo.

Ore 13
Pausa pranzo.

Ore 14
Ripresa del seminario, discussione
e conclusioni verso le ore 16:00.



DOCENTE:
Fulvio Bortolozzo

DOVE:
Studio Bild
Via Cesare Lombroso 20/A, Torino.
(Metro: Marconi)

INFO E ISCRIZIONI:
Fulvio Bortolozzo
borful@gmail.com

(seminario a pagamento, posti limitati)



NOTIZIE UTILI

TRENO
Studio Bild è a 15 minuti a piedi dalla stazione ferroviaria di Porta Nuova e a 10 minuti dalla fermata della metro Marconi. Chi dovesse arrivare da Porta Susa deve prendere la Metro in direzione Lingotto.

PARCHEGGIO
Nei dintorni dello Studio Bild (zona San Salvario) il parcheggio è a pagamento. 1,50€ all'ora dalle 9:00 fino alle 19:00 di sera tranne i festivi; 10€ forfait giornaliero.

L'autore liquido.


Seguo con interesse diversi approcci editoriali innovativi realizzati sovente da collettivi di fotografi intenzionati ad affermare la loro visione ed il loro pensiero nel panorama culturale italiano.

Alcuni di questi risultati mi arrivano comodamente a Torino grazie al meritorio lavoro di Ivan Catalano, che dal basso delle sue inesistenti risorse economiche, ma dall'altissimo di quelle psicofisiche e relazionali, continua da oltre un anno a portare avanti, insieme ad Adele Corvo, una rassegna di assoluto interesse: I Just Look at Pictures - Viaggio nel photobook italiano.

Riflettendo sui vari incontri fin qui avvenuti, mi pare che si possa affermare di trovarsi di fronte ad una trasformazione profonda del concetto di autorialità. Dalla tradizione novecentesca del "demiurgo" origine e fine di ogni cosa, piano piano si assiste ad una vera e propria liquefazione dell'autore, quanto mai contemporanea. Al suo posto, molteplici individui, come fossero vasi comunicanti, trasferiscono su di un piano aperto e socializzato l'opera, condividendone parti di realizzazione e diffusione di volta in volta in forme e situazioni diverse.

Oggi, per esempio, un oggetto come il libro non è più un semplice veicolo pratico di una preesistente serialità fotografica d'autore, erede del "libro dei libri": quell'American Photographs di Walker Evans che impose un modello ripetuto nelle generazioni successive innumerevoli volte. Altre figure contribuiscono alla pari all'opera: il grafico, l'editore, lo scrittore, o gli scrittori, dei testi, lo stampatore e, non da ultimo, il cartotecnico, artefice della materialità funzionale dell'oggetto. Essi non sono più collaboratori, anche di grande qualità, ma co-autori a tutti gli effetti. Il fotografo non è più il solo autore, si è liquefatto in tanti autori diversi.

Un fotografo che desideri ancora essere considerato autore del lavoro che presenta, non può più limitarsi a controllare la sua parte tradizionale: le riprese, la postproduzione e la stampa delle fotografie. Deve estendersi al controllo di ogni aspetto della diffusione del suo lavoro, se ci riesce, o accettare di esserne autore solo in parte e di volta in volta insieme ad altri autori suoi pari. Essendo io animale novecentesco risolvo con l'autarchia delle varie competenze acquisite bene o male nella ormai lunga vita, ma per chi è nato molto dopo di me, e per chi sta nascendo adesso, imparare a nuotare insieme agli altri autori sarà il primo obbligo per poter esistere davvero.



Il compagno Renato.



Sembra un poco paradossale che una mostra dedicata al compagno Renato Guttuso si apra alla GAM di Torino sotto un’amministrazione pentastellata. Avrebbe dovuto inaugurarla il compagno Piero Fassino, erede più che legittimo di tutta la storia del Partito Comunista d’Italia.

Nei comunicati si legge così:

Nella ricorrenza dei cento anni della Rivoluzione d’Ottobre, la GAM di Torino presenta una nuova mostra su Renato Guttuso. “Renato Guttuso – L’arte rivoluzionaria nel cinquantenario del ’68” racconterà attraverso le opere del grande artista siciliano il rapporto tra politica e cultura. La mostra sarà visitabile alla GAM – Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino dal 23 febbraio al 24 giugno 2018.

Insomma una carrellata in sessanta opere dell’artista di Bagheria che vuole rendere omaggio a cent’anni di rivoluzionarismo comunista. Ed in effetti, per chi avesse anche solo lontanamente vissuto le vicende del
Novecento Rosso, questa mostra può funzionare da detonatore di sentimenti che stavano sopiti ormai sotto quarant’anni di passi all’indietro, ma mai davvero dimenticati.

Si celebra un’Italia che non c’è più da millenni mediatici, fatta di contadini umiliati e affamati, classi operaie che cercavano il loro paradiso in terra, intellettuali organici e gramscianamente biodegradati nelle sorti magnifiche e progressive del partito dei lavoratori lanciato come una locomotiva contro le ingiustizie padronali.

Una fiaba per bambini.




Sotto tutto questo apparato ideologico, c’è un pittore di qualità sicura. Per sua e nostra fortuna. Dalle spoglie della rivoluzione tradita, o meglio incompresa, quella italiana, possiamo tenerci qualcosa ancora. C’è un dipinto del 1953, “La zolfara”, che poco importa cosa descriva, ma con quale potenza lo descrive. Ancora viva. 
C’è un pittore di talento che amò Picasso e seppe raccoglierne qualcosa, a volte con spavalda sicumera, ma anche grandezza. Poi c’è anche il muro del pianto comunista: i funerali di Togliatti. Avvenuti nel 1964, non vide gli albori della fine del suo partito per soli quattro anni. Nel 1972 Guttuso dipinse la sua apoteosi nazionalpopolare. C’è il giovane Berlinguer che stava per avviarsi all’ultimo splendore prima della fine: la vittoria alle elezioni del 1976, a cui potei partecipare anch’io neodiciottenne con il mio sterile voto per Democrazia Proletaria. 34,37% di voti al PCI contro i 38,71% alla DC. Sembrava solo la fine dell’inizio, era l’inizio della fine. Subito, nel 1978, la pietra tombale la misero le Brigate Rosse con l’assassinio di Aldo Moro.
Si può persino piangere davanti ai funerali di Togliatti immaginati dal compagno Renato. In fondo, l’arte può servire anche a questo. Una catarsi che scioglie tanti grovigli accumulati nel tempo.

Diversi volti di Lenin stanno tra la folla, Gramsci è accanto al volto del
Migliore. Un solo Stalin, per dovere.

Si può avere nostalgia di un partito che si è combattuto da sinistra fin dalla prima gioventù? Si può.

Il compagno Renato non ha mai saputo come sarebbe andata a finire ed è meglio così. Era una bella figura d’uomo siciliano. Nobile, con la schiena diritta, pensoso e sorridente. Sì, si può avere persino nostalgia di Renato Guttuso, pur avendo fin dalla prima gioventù svalutato il suo figurativismo organico e applaudito le sorti magnifiche e ribelli dell’Arte Povera, finite nel nulla del più insensato e mercantilistico post concettualismo, post ideologico, post su Facebook. In attesa che arrivino gli hacker russi a liberarci dai nostri mali. Amen.

QP 1 - Osservazioni fotografiche nell'Italia contemporanea.


Sfoglia l'anteprima e acquista:
http://it.blurb.com/b/8612087-qp-1

Questa nuova pubblicazione nasce in We Do The Rest, gruppo attivo su Facebook dal 2013 e dal 2018 trasferitosi su Google+. Nel 2014 alcuni membri del gruppo realizzarono il progetto editoriale Questo Paese. Osservazioni fotografiche nell'Italia contemporanea, condotte nei luoghi di residenza e frequentazione degli autori. Testi inerenti i temi trattati accompagnavano le immagini. Oggi come allora, l'intenzione progettuale rimane la stessa, ma diventa un'attività permanente che si svolge, sulla falsariga dell'esperienza di REST,  nelle successive uscite di QP.

Nel primo numero:

Igor ARAMU
Ivan CIAPPELLONI
Michele D'OTTAVIO
Fabio MORASSUTTO
Riccardo SALVATELLI
Laura ZULIAN



QP ©2018 Fulvio Bortolozzo.
All Rights Reserved


Conservare sempre, conservare troppo.


Se c'è una cosa che certamente l'invenzione della fotografia ha portato all'ossessione più parossistica è la conservazione. Prima di tutto della fotografia stessa, ma per suo tramite anche di tutto quello che è stato preso da una fotocamera e ridotto in immagine.

Sembra che senza archivi smisurati dove vengono faticosamente, e costosamente, conservate milioni di fotografie di ogni tipo, sia nella forma materiale classica, sia in quella elettronica, qualcosa vada irrimediabilmente perduto. Un danno terrificante per l'umanità e la sua memoria collettiva.

A me pare una follia archivistica, che forse genera anche posti di lavoro e qualche risultato economico, ma che non è alla fine altro che è un'inutile resistenza allo scorrere del tempo. Assomiglia persino ad un rifiuto della vita, come flusso intendo.

Immaginiamo per un momento se oggi avessimo tutto dell'epoca di Aristotele. Ogni suo discorso, ogni sua parola, pronunciata in qualsiasi occasione. Ma non solo. Ogni parola detta da chiunque, ogni immagine, ogni scultura. Proprio tutto insomma. Anche l'enorme mole di quanto poteva serenamente essere dimenticato finita la sua funzione contingente. L'intasamento sarebbe tale da rendere persino impossibile ogni archiviazione di qualche utilità.

In realtà la memoria è tanto importante quanto l'oblio. Sulle lavagne piene di segni non si può aggiungerne di nuovi. La conservazione di qualcosa sarebbe bene che si limitasse al pochissimo che sia davvero indimenticabile. Assumendosi  con questo la responsabilità culturale e storica di scegliere. Scegliere di non scegliere, non è infatti un atteggiamento prudente, ma pilatesco. Lascia ai posteri la responsabilità e a loro volta loro la lasceranno ai posteri successivi. Via via fino al delirio nel quale ci sono più fotografie che istanti di vita reale vissuta.  In fondo, la rete oggi è un po' questo "archivio della dannazione" in cui nulla va perduto e per questo è più che perduto.

Che le fotografie passino pure e se ne perda ogni traccia. Resteranno solo quelle che di generazione in generazione giustificheranno la loro conservazione perché sentita come indispensabile. Le altre tornino pure da dove son venute: là, prima dell'apertura dell'otturatore. Così è la vita.