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Sempre le stesse foto.


In We Do The Rest, il gruppo che gestisco su Facebook, è stata condivisa la notizia di un progetto in corso a livello europeo di indagine sul paesaggio urbanizzato da parte di un collettivo di quattro fotografi. Le foto di esempio avevano per soggetto cavalcavia, lampioni, strade, ecc. Uno dei componenti del gruppo ha sbottato con il commento: "Basta sempre le stesse foto."

La risata sorge spontanea. Davvero su certi temi, come quello del paesaggio urbano, sembra che il tempo si sia fermato. Il diluvio di imitatori dell'iconografia scritta su qualche pietra sacrale dalla generazione dei New Topographics pare non riuscire ad avere fine. Anche nella versione italica, nata dalla chiesa di San Luigi Ghirri, non si scherza mica.

Penso che si debba davvero iniziare una riflessione, questa sì collettiva, su possibili nuove iconografie di quell'ossimoro che è il paesaggio urbano. Non per altro, ma perché è passato quasi mezzo secolo e il pianeta ha cambiato di molto il suo aspetto che non si può più ridurre a stilemi ormai davvero stanchi e invecchiati.

Scrivo dal di dentro ovviamente. Con il mio lavoro mi sento parte del problema e non da oggi. Per questo tento di proporre l'approccio allo studio della tradizione, ma per rinnovare e attualizzare, senza adorare in modo feticistico il già fatto. Non per sterile voglia di novità, ma proprio per bisogno di aderenza a percezioni più attuali, nascenti qui ed ora. Lo stesso vedo fare da qualche altro valido docente e fotografo.

Perché si possa però raggiungere risultati concreti non basta produrre nuove iconografie, è indispensabile anche che coloro che le ricevono, prima di tutto quelli che lavorano di pensiero e penna, siano disposti ad abbandonare ciò che sanno per accettare qualcosa di sconosciuto senza stroncarlo con il peso della loro erudizione fatta e finita. Ci si deve muovere tutti insieme, o si starà ben fermi ancora a lungo.