REST QUEST: Federico Giordano.


Come si intitola la serie pubblicata su REST e di quante immagini è composta?
Il titolo del progetto è Stored Deep Inside Me, un lavoro non ancora terminato composto al momento da una ventina di immagini.

Quali intenzioni ti hanno guidato nell'impostazione della serie?
Nel lavoro ho cercato di tradurre in immagini le emozioni scaturite a seguito della morte di mio padre. Ho fotografato queste emozioni in ciò che mi circondava,  per non dimenticare quello che era successo, per dire quello che non riuscivo ad esprimere a parole, provando a tirar fuori quello che era sepolto nel mio profondo.

Quali procedure di ripresa e post produzione hai seguito?
Le immagini sono state realizzate tutte con luce naturale e sono molto semplici nella loro realizzazione. In alcuni casi ho utilizzato l'esposizione multipla perché ho ritenuto necessaria una fusione di immagini per realizzare quello che avevo in mente. Non avendo grandi abilità in post-produzione nella serie ho solamente convertito le immagini da colore in bianco e nero e corretto toni e contrasti.

Qual è in breve la tua storia nel fotografico?
Non ho una vera storia come fotografo e non so nemmeno se sia giusto definirmi tale.  Il mo amore per la fotografia è nato dall'esigenza fisica e mentale di raccontare quello che a parole non riesco ad esprimere. Un amore viscerale che coltivo giorno dopo giorno cercando di migliorarmi ed imparando da chi prova la mia stessa passione.

A cosa stai lavorando adesso?
Sto lavorando a più progetti che in maniera diversa interessano vari ambiti della mia vita. Non so quale di questi vedrà la luce, sono abbastanza lento nel realizzare e mettere a fuoco ciò che voglio realmente. Una gestazione lunga che spesso risulta infruttuosa . Al momento però la mia principale necessità è concludere il lavoro Stored Deep Inside Me.

Vuoi aggiungere ancora qualcosa?
Volevo ringraziare Fulvio per i saggi consigli che mi ha dato, per la disponibilità mostratami e per la passione che mi ha trasmesso.


REST 10
ANARSON BELLINO EVANS FAVA
GIORDANO MAZZESI MORETTI ZANNI




Per trovare nel blog le altre interviste di questa serie,
digitare REST QUEST nella casella di ricerca.


Il dito nella piaga.


Con il post di ieri ho fatto il botto!
Le visualizzazioni del blog si sono impennate vistosamente e su Facebook i commenti sono arrivati a raffica. Belli densi di riflessioni pure. Rilevo quindi che devo aver messo il dito su una piaga ben grossa.

Ci dev'essere parecchia stanchezza in giro per la ripetitività delle fotografie in circolazione. In specie nell'ambito del cosiddetto paesaggio urbano, ma non solo. Ora certamente non si tratta di passare al "fàmolo strano", tanto per cambiare, ma di riconnettere le scelte visive ai motivi che le determinano. La tradizione fotografica questo lo insegna bene, se lo si vuole capire.

Fotografare un viadotto, magari con i colorini chiari ed "evocativi" che ancora continuano ad andare di moda, che senso ha? Se non c'è un motivo molto forte, equivale a fare accademia, cioè esercitazioni erudite sui cadaveri iconografici del passato: soffermarsi sulla pelle, l'aspetto esteriore, senza domandarsi cosa ci sia sotto a determinarlo. Lo studio della tradizione svolto così è puro e semplice feticismo e anche i docenti che incitano a farlo ne sono responsabili. Peggio di tutti quelli che questo esercizio lo provocano su loro stessi. Imitare il visivo finale di chiunque abbia lavorato sodo per dare forma ai suoi pensieri, prelevando immagini con un congegno automatico come una fotocamera, è la via sicura per raggiungere la noia dell'epigono. Quella sensazione estremamente fastidiosa di trovarsi di fronte ad un'immagine che assomiglia molto a quella da cui discende, ma senza più alcuno dei motivi che davano vita all'originale.

Un poco come le cattedrali neogotiche dei primi del Novecento, fatte però di cemento armato. Con quelle originali condividevano solo delle sterili apparenze. Diverso invece l'esempio di Antoni Gaudì: rileggere il Medioevo alla luce della contemporaneità e tirarne fuori meraviglie mai viste, rese possibili proprio dal cemento armato. Questo è davvero un abbeverarsi alla tradizione per rinnovare.

Tornando a bomba, non si tratta di appendere le fotocamere al chiodo perché ci si accorge di persistere nella ripetizione di modelli passati non avendo altre idee, ma di fermarsi a pensare. Percepire è pensare. Se una fotografia nasce da un pensiero, magari nato da un'osservazione attenta, allora si saprà se prenderla ha senso oppure no e quale. Passare dalla soddisfazione dell'imitatore erudito, e applaudito da persone che hanno fatto le scuole alte e quindi riconoscono i riferimenti, alla sincera messa in gioco di se stessi nel rapporto con il mondo, qui, adesso. C'è molto da fare e merita di provare a farlo, proprio sbagliando e risbagliando, ma con l'intento consapevole di voler arrivare a prendere finalmente delle fotografie risolte, attuali, autonome, giuste per davvero.

Sempre le stesse foto.


In We Do The Rest, il gruppo che gestisco su Facebook, è stata condivisa la notizia di un progetto in corso a livello europeo di indagine sul paesaggio urbanizzato da parte di un collettivo di quattro fotografi. Le foto di esempio avevano per soggetto cavalcavia, lampioni, strade, ecc. Uno dei componenti del gruppo ha sbottato con il commento: "Basta sempre le stesse foto."

La risata sorge spontanea. Davvero su certi temi, come quello del paesaggio urbano, sembra che il tempo si sia fermato. Il diluvio di imitatori dell'iconografia scritta su qualche pietra sacrale dalla generazione dei New Topographics pare non riuscire ad avere fine. Anche nella versione italica, nata dalla chiesa di San Luigi Ghirri, non si scherza mica.

Penso che si debba davvero iniziare una riflessione, questa sì collettiva, su possibili nuove iconografie di quell'ossimoro che è il paesaggio urbano. Non per altro, ma perché è passato quasi mezzo secolo e il pianeta ha cambiato di molto il suo aspetto che non si può più ridurre a stilemi ormai davvero stanchi e invecchiati.

Scrivo dal di dentro ovviamente. Con il mio lavoro mi sento parte del problema e non da oggi. Per questo tento di proporre l'approccio allo studio della tradizione, ma per rinnovare e attualizzare, senza adorare in modo feticistico il già fatto. Non per sterile voglia di novità, ma proprio per bisogno di aderenza a percezioni più attuali, nascenti qui ed ora. Lo stesso vedo fare da qualche altro valido docente e fotografo.

Perché si possa però raggiungere risultati concreti non basta produrre nuove iconografie, è indispensabile anche che coloro che le ricevono, prima di tutto quelli che lavorano di pensiero e penna, siano disposti ad abbandonare ciò che sanno per accettare qualcosa di sconosciuto senza stroncarlo con il peso della loro erudizione fatta e finita. Ci si deve muovere tutti insieme, o si starà ben fermi ancora a lungo.

Cura. Una mostra dello IED di Torino.


Ieri sera nella Project Room di Camera a Torino, si è inaugurata l'anteprima della mostra Cura - Racconti fotografici sulla Città della Salute.  Si tratta del progetto di tesi di nove allievi IED diplomati nel 2017 e di quattro docenti che li hanno affiancati, tra i quali la coordinatrice del corso di Fotografia: Bruna Biamino.


Nell'occasione, è stato anche comunicato ai presenti il cambio di direzione dello IED di Torino avvenuto il 15 gennaio scorso. All'uscente Riccardo Balbo succede Paola Zini, già presidente in carica del Consorzio delle Residenze Reali Sabaude.

L'anteprima rimarrà visibile fino al 28 gennaio. La mostra vera e propria sarà inaugurata l'8 febbraio presso il C.O.E.S. – Centro Oncologico e Ematologico Subalpino, per poi venire riproposta dal 19 febbraio al Palazzo della Regione Piemonte in piazza Castello.

Il lavoro di allievi e docenti ha introdotto le fotocamere direttamente nel quotidiano operativo dei reparti della Città della Salute (Molinette). Ciascuno secondo la propria sensibilità e linea di pensiero ha riportato le tracce dell'esperienza compiuta. Ne emerge un mosaico che esclude l'esibizione delle situazioni più drammatiche e si affida a descrizioni ambientali e richiami visivi metaforici per suggerire il clima di dedizione che anima gli operatori della sanità pubblica nella cura delle persone.


Cura
Racconti fotografici sulla Città della Salute

a cura di Bruna Biamino

Fotografie allievi
Enrica Disderi
Anna Donatiello
Maria Elisa Ferraris
Francesca Gemmino
Deka Osman
Valentina Pedalà
Norma Piseddu
Alessia Tripodi
Salvatore Valentini

Fotografie docenti
Bruna Biamino
Francesca Cirilli
Andrea Guermani
Antonio La Grotta

Testi
Paolo Novaresio




Mollino tira.


(comunicato stampa)

In coda per Carlo Mollino: oltre 2.800 visitatori a CAMERA dall’apertura della mostra

Un successo superiore a ogni aspettativa: vasto l’interesse per il lavoro e la vita del grande autore torinese, tanto che più di 2.800 visitatori hanno già scelto di entrare a CAMERA - Centro Italiano per la Fotografia per la nuova mostra “L’occhio magico di Carlo Mollino. Fotografie 1934-1973”. Nella sola giornata di domenica 21 gennaio hanno varcato la soglia del Centro di via delle Rosine oltre 1.000 persone.
Tra i più noti e celebrati architetti del Novecento, Carlo Mollino ha da sempre riservato alla fotografia un ruolo privilegiato, utilizzandola sia come mezzo espressivo, sia come fondamentale strumento di documentazione e archiviazione del proprio lavoro e del proprio quotidiano. Con oltre 500 fotografie, di cui molte inedite, la mostra è la più grande e completa mai realizzata su Carlo Mollino fotografo e indaga il suo rapporto con la fotografia evidenziandone l’unicità e le caratteristiche ricorrenti, a partire dalle prime immagini d’architettura realizzate negli anni Trenta fino alle Polaroid degli ultimi anni della sua vita.
Curata da Francesco Zanot, la mostra è interamente basata sul materiale conservato presso il Politecnico di Torino, Archivi della Biblioteca Roberto Gabetti, Fondo Carlo Mollino, una straordinaria miniera di documenti, fotografie e disegni che saranno protagonisti di un ampio ciclo di incontri, a cominciare dal primo appuntamento in programma giovedì 25 gennaio, alle 19.00 a CAMERA, dal titolo “Carlo Mollino: l’archivio e la fotografia”.
Aperta al pubblico da giovedì 18 gennaio e visitabile fino al 13 maggio 2018, con l’interessante allestimento dello Studio BRH+, la mostra è accompagnata da una pubblicazione edita da Silvana Editoriale e contenente tutte le riproduzioni delle opere in esposizione, oltre ai saggi di Francesco Zanot, curatore della mostra, Enrica Bodrato, Fulvio Ferrari e Paul Kooiker.



CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia
Via delle Rosine 18 10123 Torino
+39 011 0881150
www.camera.to