L'ombelico dello sguardo.

Quella che è andata in scena sabato scorso al Centro Culturale Candiani di Venezia Mestre è stata una recita a soggetto di due personaggi in cerca di fotografie. Un'occasione inattesa e imprevista che ha incontrato un'accoglienza calorosa da parte del numeroso pubblico presente in sala.

L'incontro inaugurava il ciclo Lo sguardo e l'ombelico a cura di Giovanni Cecchinato. Negli intenti, doveva trattarsi di una relazione del prof. Riccardo Caldura sul rapporto tra fotografia e arte contemporanea e il contributo dell'esperienza di REST, la rivista di fotografie senza parole, portato dal sottoscritto.

Invece, per una felice congiunzione astrale che si verifica a volte quando due spiriti liberi e amanti della conoscenza si incontrano, quello a cui il pubblico ha assistito è stato lo svolgimento di due pensieri sull'atto fotografico nascenti da due punti di vista diversi: quello dell'arte contemporanea e quello dell'iconografia fotografica.

Grazie alla sinergia tra i due relatori, che hanno provato un'istintiva empatia per i reciproci interventi e nonostante l'inevitabile limite di tempo, sono apparsi in un unico luogo e momento l'approccio prevalente sull'inserimento in arte delle fotografie, rappresentato dalla concezione post-duchampiana che giunge fino agli "scolari di Düsseldorf", e in controcanto lo sviluppo di una tradizione storica tutta interna al mondo di coloro che come precondizione progettuale e metodica mettono quella che il risultato finale sia solo e sempre un'immagine fotografica. Quest'ultimo percorso è stato presentato solo in parte, ma sufficiente per rendere evidente ai presenti lo sviluppo discorsivo.

L'auspicio è che nuove occasioni simili diventino possibili perché hanno il pregio fondamentale di portare i discorsi fuori dall'ambito ristretto degli specialisti e di dare utili spunti di riflessioni a quelli che sento come i miei compagni di viaggio da oltre tre decenni: i fotografi, senza aggettivi o generi. Fotografi e basta.


Fotografie e parole, un amore non pervenuto.

Ieri sera PHOM ha portato Renata Ferri e Michele Smargiassi alla Scuola Holden di Torino. Un luogo dove si allevano seminaristi della parola. Il tema era ghiotto: "Fotografia e parola nel prodotto editoriale".

L'inizio è stato di Michele Smargiassi che ha presentato, con il supporto di uno slideshow, un interessante esperimento dello scrittore Georges Perec. In questo suo articolo fotocratico del 2012 potete leggere di che si tratta:
http://smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it/2012/02/03/quando-perec-sfido-la-fotografia/

Conclusione provvisoria: bisogna rassegnarsi al fatto che la fotografia non è un linguaggio, o meglio è un messaggio senza codice. Indi per cui, il rapporto con le parole rimane molto problematico. Due amanti che sembrano fatti apposta per non consumare mai. Applausi. Concordo pienamente, tranne nella necessità che debbano per forza amarsi. Quando non ce n'è, non ce n'è. Meglio che ognuno vada per la sua strada.

A seguire, Renata Ferri presenta alcuni casi virtuosi in ambito giornalistico ed editoriale, in particolare cartaceo, ma sempre legato all'informazione. Qui il discorso si specifica sull'annosa questione del rapporto tra parola e fotografia quando c'è da raccontare una storia che nasce dagli eventi di cronaca. Le soluzioni indicate sono interessanti perché la sua sensibilità di photoeditor di razza l'ha portata negli anni a inoculare, quasi come un virus, la fotografia d'autore in meandri editoriali dove di solito porterebbero la mano alla pistola al solo sentirla nominare. Applausi anche a lei per il meritorio lavoro sul campo.

Nel frammezzo, la rete, i social, i docuweb e tutto l'apparato digitale della contemporaneità che sta strangolando a morte i mediatori classici dell'informazione: testate storiche e giornalisti di penna o camera, tutti pari nel disastro socio-economico del settore. Soldi non ce ne sono più, il pubblico non è più quello di una volta (ricordate il torinese con La Stampa in tasca già di prima mattina o il vecchio compagno stalinista che sfoggiava invece L'Unità?). Insomma una tregenda biblica. In fondo al tunnel una piccola luce di speranza forse c'è, ma mi sa che è più una preghiera al santo protettore degli informativi in lotta contro gli informatici. Comunque, siamo qui con il popcorn in mano per vedere come prosegue la telenovela d'amore tra fotografie e parole.

Al centro del discorso.

Ogni tentativo di scrivere una storia, non un racconto si badi bene, non può non partire dalla definizione di un ambito. Sono state difatti scritte molte storie della fotografia, e altre se ne scriveranno, ma sempre a partire da presupposti precisi: l'evoluzione della tecnologia; l'albero genealogico dei Maestri, le ricadute sociali e politiche; il rapporto con l'arte; la funzione mediatica; la suddivisione in generi e stili, ecc. ecc.

Chiaramente non può esistere una storia esaustiva, che riesca a comprendere ogni aspetto nella sua collocazione in relazione con tutti gli altri. Finirebbe per essere una mappa grande come il territorio che dovrebbe descrivere, quindi inadoperabile.

In questo senso, tra i tanti approcci possibili ed egualmente interessanti, trovo particolarmente utile oggi proporre quello iconografico. Una storia quindi che descriva la linea che unisce il lavoro di alcuni fotografi capaci di rinnovare l'impianto visivo delle loro immagini a tal punto da influenzare non solo i loro contemporanei, anzi a volte nonostante il loro disinteresse, ma soprattutto le generazioni successive, fino a noi.

Su questa falsariga si muovono i percorsi di studio che propongo, sia con i seminari dedicati a libri e mostre di autori che hanno dato una svolta importante alla cultura visiva in fotografia, sia con la più articolata iniziativa delle edizioni e dei laboratori di REST.

Questo cercherò, nel limitato tempo di un intervento ad una conferenza, di proporre a Mestre sabato 28 gennaio prossimo. Sperando di riuscire almeno a suscitare qualche curiosità ed interesse per un approccio, quello iconografico, che a mio avviso è necessario rimettere al centro del discorso sulla fotografia.






 
















Sabato 28 gennaio, ore 17.30.
Tracciare un contorno alle definizioni di fotografia nei suoi vari aspetti  non per circoscrivere ma per delinearne gli ambiti
Intervengono Fulvio Bortolozzo e Riccardo Caldura

Centro Culturale Candiani

Piazzale Candiani, 7
Venezia Mestre

Sala conferenze quarto piano
ingresso libero fino a esaurimento posti

Una cultura fotografica.

Il problema è che a gran parte dei fotografi non interessa la fotografia, ma solo la loro fotografia. Non s'interessano assolutamente della fotografia degli altri. Non s'interessano minimamente di avere una cultura fotografica.

Gianni Berengo Gardin


Come sovente accade Berengo ha il dono di dire che il Re è nudo e come sovente accade può venire frainteso. Questo capita perché le parole non sono sufficienti per descrivere l'atto fotografico con tutte le sue complesse implicazioni.

Prendere una fotografia non comporta necessariamente alcuna forma di apprendimento. L'esperienza la si fa ogni volta che qualche residuo spirito bizzarro ti chiede di fargli una fotografia per ricordo. Oggi nell'epoca dei selfie è un fatto sempre meno consueto. Al punto che un artista che apprezzo grandemente come Giuseppe Giacobino ne ha fatto il perno di un suo lavoro seriale intitolato Sconosciuto.

Per soddisfare la richiesta, quando la fotocamera ti viene consegnata, il richiedente in genere indica dove premere o toccare, essendo per il resto tutto già preimpostato. L'unica incombenza è quella di inquadrare decentemente la scena ed è fatta. A volte il risultato è comunque deludente e oggi si ripete. Ai tempi d'oro della pellicola si poteva anche giocare qualche brutto scherzo, lasciando che il malcapitato si accorgesse solo molto dopo che gli avevi tagliato la testa apposta.

Questo a dire che l'interesse per una fotografia che non sia quella che stiamo prendendo non è automatico. Chi intende imparare a disegnare o dipingere è per forza di cose costretto a studiare le opere ritenute importanti di chi lo ha preceduto. Difficilissimo fare concreti passi in avanti senza questo studio. Chi invece decide di fotografare può bellamente ignorare quanto è stato fatto prima del suo scatto. L'immagine viene comunque, e magari pure bene. Fotografare e formarsi una cultura fotografica sono due cose non per forza coincidenti negli interessi di chi si compera ed usa una fotocamera.

Abbiamo per questo da sempre innumerevoli persone disposte a spendere cifre considerevoli per attrezzature e niente, o il meno possibile, per un libro, una mostra, un evento didattico, a meno che quest'ultimo non sia ipertecnicistico e meglio se monomarca.

Nulla cambierà mai e la frase di Berengo rimarrà sempre di attualità perché la fotografia prima di essere una cultura, parte della più ampia cultura visiva, è una pratica elementare. Mica nessuno studia Storia dell'automobile per andare con la sua dovunque lo porti l'occhio, la mente e magari il cuore.

Una collezione da Fico.


Rimane tempo solo fino al prossimo 29 gennaio per poter vedere la mostra Realismo, Neorealismo e realtà. Italia 1932-1968 allestita splendidamente al MEF (Museo Ettore Fico) di Torino. Si tratta di 261 stampe fotografiche vintage di una sessantina di autori, tra i quali molti nomi notissimi e altri molto meno. Una ristretta selezione dalle oltre 1.500 della collezione di Guido Bertero.

Le stampe perfettamente incorniciate e ben illuminate sono anche accompagnate da teche con autentiche "perle" editoriali dell'epoca, come la mitica prima edizione di Un paese, con fotografie di Paul Strand e testi di Cesare Zavattini.

L'esposizione è suddivisa in otto sezioni tematiche che evidenziano i legami con la cultura e il cinema dell'epoca. Una scelta del curatore Andrea Busto che porta l'attenzione in modo trasversale sulle motivazioni ideologiche di fondo che sorreggevano, anche inconsapevolmente, le scelte iconografiche dei singoli autori. Il catalogo che accompagna la mostra ne rispetta l'impostazione ed è talmente ben fatto da risultare come una versione portatile di quanto esposto, con in più il pregio di un breve saggio di Roberta Valtorta, forse la migliore studiosa di fotografia che abbiamo in Italia, e una presentazione critica di Enrica Viganò, che da anni affianca con la sua professionalità le scelte d'acquisto del collezionista Bertero.

La mostra è talmente ricca di stimoli da poter dare avvio ad innumerevoli riflessioni su vari aspetti. In estrema sintesi, si tratta di un'occasione rara per poter confrontare, per esempio, la distanza iconografica tra autori stranieri e italiani. I primi più audaci e innovatori nelle loro scelte operative e visive, i secondi prigionieri di un teatro del sentimento di derivazione ottocentesca che li porta a costruzioni eccellenti, ma statiche e sempre sul filo della retorica pauperistica. Con due grandi eccezioni: Mario Giacomelli, non a caso già in quegli anni preso in considerazione dal MoMA di New York, e Cesare Colombo, che sapeva osservare e ripresentare l'essenza della modernizzazione in atto con una partecipazione impassibile di rara efficacia visiva. C'è una sua "Inaugurazione di un supermercato (1967)" che vista oggi, commuove per la lucidità di pensiero che lo animò in quel frangente.

Altra considerazione possibile è sul ruolo del collezionismo. Qui siamo di fronte ad una raccolta "fior da fiore" di quanto ha saputo accendere le passioni di Bertero. Questo da un lato ci consegna un patrimonio, salvandolo sovente dalla scomparsa, dall'altro ne cambia l'originale segno sociale e politico, disarticolandone le serialità originali ed accentuandone la fruizione estetica nella direzione dell'icona forte ed autonoma come massima desiderabile espressione di un lavoro fotografico.

Questioni aperte, tutte da discutere, ma che proprio grazie a mostre come questa è possibile affrontare. Chi può, non se la perda quindi.



Ville, parchi, condomini.

Da bambino vivevo a Torino nel crescente quartiere, allora periferico, di Santa Rita. Oggi è popoloso come una media cittadina italiana e completamente inserito nel tessuto urbano torinese. Della mia seconda infanzia, la prima la vissi in altre zone della città, resta fortissimo il ricordo, o meglio la sensazione, di un piccolo parco vicino al condominio dove risiedeva la mia famiglia: Parco Rignon.

All'interno del parco c'è una graziosa palazzina settecentesca, Villa Amoretti. Così io figlio di emigrati veneti inurbato in un dignitoso condominio di periferia vivevo percezioni settecentesche. Nel mio piccolissimo, avrei poi capito Barry Lyndon, e le sue aspirazioni aristocratiche, proprio perché certe armonie, certe misure mi entrarono dentro respirando e camminando, senza averne precisa consapevolezza.

Oggi vivo in un condominio dignitoso che si affaccia su di una piazza semicentrale di Torino, al culmine topografico di quattro quartieri. Vicino alla piazza c'è La Tesoriera. Una villa settecentesca nel cui parco continua a crescere felicemente il più antico platano di Torino. Il Settecento mi appartiene. Il secolo dei Lumi è arrivato fino a me grazie alle sue sopravvivenze nell'urbano contemporaneo. Questo è il modo di formarsi di un'iconografia personale, come una mappa interattiva di ciò che si vive e di ciò che viene a vivere dentro di noi.

NAUFRAGI.






















Rimane sempre un po' imbarazzante scrivere del proprio lavoro. Il filo da percorrere in equilibrio senza cadere nel vuoto dell'autocelebrazione è davvero sottile.

Per questo motivo mi limito alla notizia nuda e cruda: oggi ho completato il lavoro di edizione sulla serie Naufragi. Si tratta di 82 fotografie prese lungo la costa tirrenica della provincia di Cosenza nel 2014 e, in ultima piccola parte, nel 2015.

Grazie a tutti. Da anni sono sostenuto in vario modo nel proseguimento delle mie attività dall'attenzione di persone sensibili e affini. Durante una vita umana è davvero difficile pretendere di più.

Non si scrive, ma si descrive.

Un'immagine fotografica comporta per definizione la riduzione delle innumerevoli possibilità di realizzazione di un'immagine solo a quelle consentite dalle leggi fisiche messe in gioco nell'atto fotografico e che originano dalla luce, procedendo poi per via ottica, meccanica, chimica e/o elettronica.

Alla base di qualsiasi fotografia c'è quindi l'azione della luce che però non si traduce in scrittura, ma in restituzione, traccia. Tutto il visibile può venir ridotto alla sua traccia ottica durevole per il trattamento tecnico a cui viene sottoposta la luce. Al di fuori di questo ristretto campo applicativo non c'è fotografia, ma possono esserci comunque immagini, realizzate con altre tecniche e persino con risultati difficilmente distinguibili da quelli fotografici: famosi i casi dell'iperrealismo pittorico e della grafica computerizzata foto-realistica.

Quindi una fotografia non è nient'altro che una descrizione, condizionata dalla tecnica, di un fenomeno visibile. E questo è quanto basta alla stragrande maggioranza degli umani per trovare utile e soddisfacente prendere e guardare fotografie. La qualità che decreta il successo travolgente delle fotografie è perciò quella descrittiva.

Il che non significa realismo o precisione, ma verosimiglianza sufficiente. Una verosimiglianza soggetta alla tecnologia d'uso prevalente in un dato momento storico. Quando cambia la tecnologia, quella precedente viene considerata "stile" e si carica di valori emotivi secondo la logica del "vintage".

Oggi, per esempio, si accettano come verosimili le fotografie prese con gli smartphone dotati di ottiche grandangolari fisse, che notoriamente introducono esasperazioni prospettiche, più evidenti nelle riprese ravvicinate. Quando si potranno usare sugli smartphone o loro successori delle focali diverse, e più vicine a quelle chiamate "normali" o "tele", improvvisamente le "vecchie" fotografie del passato sembreranno meno verosimili e più esasperate, caricandosi però al contempo anche di una componente nostalgica che le renderà simboliche di un'epoca.

Con le fotografie non si scrive, ma si descrive e la verosimiglianza delle descrizioni è storicamente condizionata dalle tecnologie impiegate.

Vero o falso, purché a maggioranza.

Babbo Natale non esiste, una giuria popolare dovrebbe decidere quale notizia sia vera o falsa sulla rete, la scienza non è democratica. Tre informazioni che girano su Facebook negli ultimi giorni e che non dovrebbero avere apparentemente nulla in comune. Penso invece che tutte e tre abbiano a che fare con la crisi del sistema occidentale basato sulla indiscutibile verità dei fatti rispetto alle opinioni.

In questo senso, anche la fotografia fa parte del problema. Già molto si è scritto sul rapporto tra verità fattuale e fotografia. Le momentanee conclusioni del dibattito propendono oggi per l'inconsistenza di questo rapporto, così come fino a un paio di decenni fa propendevano per il contrario.

La verità quindi è un'opinione. Babbo Natale esiste eccome se si crede che esista. Così come una notizia è vera se la maggioranza di chi la riceve pensa che lo sia e la scienza è democratica se chiunque può dire la sua in merito. Il modello di comunicazione attuale prevede il prevalere della credenza sulla scienza. Quello che iniziò con Galileo, il metodo scientifico, termina qui. Il sole può tornare a girare attorno alla Terra e le erbe magiche possono riprendere a guarire chi crede in loro.

Siamo arrivati alla fine del mondo moderno che pareva l'unico possibile e invece era solo una parentesi un po' bizzarra nel fluire tragico della vicenda umana su questo pianeta. Per paradosso proprio il miracolo tutto scientifico e tecnologico della rete Internet è il principale agente del ritorno ad un'epoca pre-scientifica. Dare la possibilità a ciascun umano di diffondere il suo pensiero su tutto a tutti, in piena parità con chiunque, azzera ogni gerarchia intellettuale.

Un po' quello che ha già fatto la fotografia nel campo delle immagini. Un tempo frutto della sapienza esclusiva di minoranze esperte e capaci, oggi nella disponibilità di chiunque sia dotato di una macchina per fare le figure, una qualsiasi fotocamera appunto.

Le conseguenze mi paiono quelle dei vasi comunicanti, o della globalizzazione se si vuole: l'allargamento della base porta all'abbassamento del livello generale. Prima che il livello torni a salire, bisognerà attendere che smetta di scendere e potrebbe però volerci troppo tempo ancora. Molte generazioni forse.


Anche io, Daniel Blake.


Daniel Blake è un cittadino di Newcastle (GB) sulla soglia dei sessant'anni. Si tratta quindi di uno dei tanti nati della seconda metà degli anni Cinquanta, come me. Quelli che han trovato un'Europa in pace, un'economia in crescita, uno stato democratico fondato sul welfare e quindi un'aspettativa di vita da "cittadino", con dei doveri, ma anche dei diritti, concreti, reali, operanti.

Oggi tutto questo è finito da un pezzo. Siamo diventati utenti, clienti, consumatori, numeri sui computer dell'amministrazione pubblica e delle multinazionali. In questo mondo alienato, Daniel perde la capacità di mantenersi lavorando, come aveva sempre fatto, per via di un infarto. La macchina dell'assistenza pubblica invece di aiutarlo lo trita nei suoi meccanismi burocratici messi in atto da persone ridotte a funzionari della macchina, incapaci di assumersi la responsabilità di fermare gli ingranaggi quando rischiano di girare all'inverso.

Siamo in una fiaba alla Charles Dickens, che purtroppo assomiglia terribilmente alla vita di tutti i giorni.

Anche questa volta Ken Loach costruisce una visione realistica della situazione sociale, usando un visivo sobrio, ma non banale. Sempre lontano dagli stereotipi televisivi, asciutto, essenziale. Certamente colpisce nel segno. Daniel Blake sono anche io, come residuale cittadino di un modello sociale e democratico che sempre più vive nel ricordo, ogni giorno più lontano.