La prima Brexit fu a Dunkerque.

Ieri è uscito nelle sale italiane il film Dunkirk di Christopher Nolan, regista che avevo già apprezzato in Interstellar. Ho avuto la fortuna di poterlo vedere in lingua originale sottotitolata, cosa che consiglio a tutti, visto che i dialoghi sono in genere brevi e prevale l'azione visiva.

A mio parere è un film riuscito sotto tutti i punti di vista, anche se non esente da alcune pecche. Un amico mi faceva notare, per esempio, che diverse case della Dunkerque filmica e persino l'imbottitura dei sedili di un treno, verso la fine del film, erano molto più recenti degli anni Quaranta d'ambientazione. Stupisce che una produzione Warner Bros multimilionaria cada su questi dettagli, ma forse ci sono un paio di spiegazioni possibili.

La prima è che Nolan ha preferito girare in pellicola 70mm (praticamente il più grande formato cinematografico possibile) e ridurre al minimo la post produzione digitale. Questo conferisce al visivo una qualità e una verosimiglianza che superano di gran lunga le pur eccellenti invenzioni della computer grafica. Siamo sulla falsariga del mitico Waterloo di Sergei Bondarchuk (1970) per il quale furono impiegati come comparse mezzo milione di uomini dell'Armata Rossa e rimodellato a colpi di ruspa un intero territorio per farlo assomigliare a quello originale. In questo senso, piccole concessioni a degli anacronismi pur di non fotoritoccare il girato in pellicola di scene attorialmente valide sono anche comprensibili.

L'altra spiegazione, del tutto paradossale, ma non priva di interesse, è che in fondo produrre proprio adesso un film simile abbia qualcosa a che fare con la deriva dell'Unione Europea che ha portato alla Brexit, e quindi qualche tocco di "attualità" non guasterebbe affatto. In fondo, ancora una volta oggi gli inglesi si reimbarcano per la loro isola (Home) sospinti dall'accerchiamento tedesco che già ha prevalso sulla Francia e sugli altri paesi europei. Non più con i carri armati e con il sangue versato sul campo, ma con le leve dell'economia e della burocrazia.

Difatti l'ideologia di fondo del film non è tanto nostalgica o bellicista, il nemico non è mai mostrato direttamente e non appare feroce, ma solo inarrestabile per la tremenda efficacia delle sue azioni.  Quello che viene mostrato è invece un volto costante della retorica anglosassone: l'indomabilità dello spirito inglese quando viene coinvolto in una qualsiasi forma di competizione. Cosa peraltro dimostrata storicamente in molteplici occasioni. Con la Gran Bretagna non si potrà mai prevalere se non eliminando fisicamente tutti gli inglesi viventi. Fino a quando un inglese è sul campo, la lotta non è finita e non è vinta.  Molto interessante questo aspetto perché rivaluta sentimenti nazionalistici e persino identità antiche. Forse capita perché a Hollywood si pensa che la Brexit sia una ritirata che sarà molto più costosa del previsto e quindi si sia di fronte ad un nuovo periodo di blood, toil, tears and sweat per gli inglesi, nella fiducia finale però che il "crucco" non  prevarrà.

Tornando allo specifico cinematografico, certamente Nolan, con tutta la sua buona volontà, non è uno Stanley Kubrick, ma essendo quest'ultimo scomparso ormai da tempo, ne è comunque un epigono discretamente convincente.

Per come la vedo io, aveva ragione André Bazin: al cinema bisogna andarci come dei bambini, lasciandosi portare dal regista a "vivere" le esperienze che scorrono sullo schermo, di pancia quindi. Per i ragionamenti c'è tempo dopo. Ed io, nel mio piccolo, sono stato bombardato, sono affondato e mezzo affogato, ma ho anche fatto un fantastico volo su uno Spitfire atterrando infine senza più una goccia di benzina su una lunga spiaggia del nord.  Quindi grazie Chris, al prossimo viaggio insieme.