La libertà e il pensiero.

Questo articolo contiene miei pensieri, come tutti i precedenti. Per poterli esprimere qui ho dovuto avere accesso al sistema informatico e quindi alla rete telematica. In essa ho dovuto trovare delle risorse gratuite ove collocarli, in questo caso Blogger di Google.

I miei pensieri sono quindi pubblici, nel senso che chiunque abbia accesso alla rete e conosca l'indirizzo può leggerli liberamente e si manifestano per tramite di un potere, quello di accedere alla rete. Però per evitarmi fastidi con la corporazione dei giornalisti ed editori, protetta dalla Legge italiana, c'è in fondo al blog un breve testo che avvisa i lettori del fatto che le parole che leggono qui non sono parte di una testata giornalistica in quanto non aggiornate con periodicità. Sembrerebbe un avviso assurdo e incostituzionale visto che l'art. 21 della Costituzione Italiana recita: " Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione." Eppure già in questo articolo si può rilevare un elemento che i padri costituenti preferirono ignorare: quello del potere. Lo fecero con ogni probabilità per evitarsi l'un l'altro i pericoli di un conflitto intellettuale e politico che sarebbe subito facilmente degenerato in una seconda guerra civile.

Il pensiero è quindi libero, ma la sua manifestazione non è mai senza conseguenze dirette o indirette. Dipende da chi lo manifesta. Se sono parole dette occasionalmente dall'uomo qualunque, quello che i giornalisti di un tempo amavano definire "l'uomo della strada", allora le conseguenze sono praticamente nulle. Ma se a parlare e scrivere è una persona dotata di potere, qualsiasi potere, le cose cambiano subito. Libertà di parola e potere sono strettamente intrecciati tra di loro.

Oggi più che mai la questione lasciata in sospeso all'epoca si fa di drammatica urgenza. La società dell'informazione, definizione che mi pare più aderente di quelle canoniche di "società dell'immagine" o "società dello spettacolo", trasforma immediatamente ogni manifestazione pubblica del pensiero in una realtà fattuale senza confini. Chiunque può pubblicare sulla rete ciò che vuole e chiunque può diffonderlo con la condivisione virale. Questo comporta che ogni pensiero diviene immediatamente azione. Lo capiscono molto bene i diffusori di odio religioso, razziale, politico e via dicendo. Lo capiscono molto meno bene gli attardati difensori delle libertà costituzionali e prima ancora illuministiche. Il mito volterriano del difendere fino alla morte la libertà di chiunque di esprimere opinioni, sta arrivando a conseguenze inaudite: la morte del difensore.

Non ho l'insensatezza di possedere soluzioni o ricette miracolose da elargire, ma ritengo possa comunque essere utile impostare la questione in termini di rapporto tra libertà di pensiero, potere e responsabilità.
 

La libertà di manifestare i propri pensieri non penso possa più essere lasciata all'arbitrio individuale e alla presunzione di buona fede. La libertà senza responsabilità è l'arma più potente per imporre una dittatura molto più efficiente e repressiva di qualsiasi campo di concentramento novecentesco perché viene prodotta direttamente con la partecipazione dei concentrati che erigono con le proprie mani il filo spinato in cui si confinano sperando che questo li salvi dalle complessità del "mondo esterno".

La lama di rasoio è sottilissima, lo capisco, ma la questione va comunque posta con urgenza perché la manifestazione del pensiero oggi coincide più che mai con la sua immediata diffusione e senza una riflessione sul potere e sulla responsabilità derivanti da questa diffusione il rischio della morte del pensiero è più che mai concreto.