Saputa o insaputa.

Nell'ultimo seminario, tra i più belli che ricordi, abbiamo discettato insieme a lungo, e con una certa profondità, dei concetti di specchio e finestra (Mirrors and Windows). Per poi arrivare a comprendere che entrambi si combinano in gradazioni innumerevoli in ogni fotografia possibile, dall'antitesi più radicale alla fusione più completa.

Sulla scia di quelle considerazioni, e pensando a ripartizioni critiche utili per suddividere il fotografico in attività diverse tra loro, me ne viene in mente un'altra che forse meriterebbe qualche riflessione.

Al di là dei generi, che sono a volte comodi per catalogare o nella didattica, ma finiscono troppo spesso per diventare invece delle gabbie soporifere che producono ripetitive mostruosità monomaniacali, e sempre più sterili, di esperienze e procedure già esaurite in passato, può esistere invece una ripartizione più ampia e flessibile.

La ripartizione tra fotografie sapute e insapute.

Uso apposta questa definizione semidialettale, oggi molto in voga per via delle vicende nazionali che accadono all'insaputa di qualcuno. Desidero difatti che il concetto resti terra terra, pratico, verificabile sul campo da chiunque abbia una fotocamera in mano.

La fotografia saputa è quella nella quale ciò che viene ripreso è stato predisposto, previsto, calcolato, organizzato appositamente prima che le riprese vengano realizzate. C'è nella fotografia quello che il fotografante aveva deciso che ci fosse, fino all'ultimo dettaglio. Esempi classici di questo genere sono: le fotografie pubblicitarie; quelle di architettura e moda su commissione; il ritratto in posa (specie quello in studio, ma non solo); la staged photography, sia nell'informazione sia nell'arte contemporanea e via dicendo.

La fotografia insaputa invece è quella dove viene ripreso ciò che si incontra al momento e tutto è deciso mentre si sta fotografando, senza che vi sia stata preparazione precedente della scena. Esempi di questo genere sono le fotografie di viaggio, di cronaca, di esplorazione urbana, di testimonianza sociale, di ritratto ambientato impostato al volo, ecc. ecc.

Personalmente, da oltre trent'anni pratico, senza averlo fin qui saputo, la fotografia insaputa. Quello che si vede nelle mie fotografie è preso e cotto al momento, senza preparazioni, mentre mi muovo nella vita di tutti i giorni. Questa particolare pratica del fotografico mi diverte, mi distende, sollecita la mia curiosità, mi spinge ad osservare di più, più a lungo, più lentamente e nello stesso tempo mi allena a cogliere con estrema rapidità e sintesi ogni cambiamento, ogni luce. ogni opportunità di ridurre in fotografia l'esperienza che vado facendo. Per poi se sono fortunato trovare dopo, e da trentanni e oltre spero sempre che sia cosi, qualcosa che non avevo visto, previsto, saputo, mentre prendevo quella fotografia. Insomma la fotografia di ciò che non sapevo. Un atto di conoscenza che solo nelle immagini fotografiche può rendersi visibile.